venerdì 14 gennaio 2011

KRAUT ROCK - AMON DUUL II : “Yeti” (1970, Liberty/Repertoire)

Ho voluto fortemente questa nuova sezione 'europea' del magazine perché ho sempre ritenuto che il Kraut-Rock fosse un capitolo dell'avanguardia rock del secondo millennio semi-sconosciuto alle nuove generazioni. E' con estremo piacere quindi che lo inauguriamo grazie ad un pezzo davvero pregevole del nostro scrittore di thriller savonese Maurizio Pupi Bracali su una delle opere fondamentali del rock tedesco, controverso 'spartiacque' tra le utopie degli anni '60 ed i complessi, multiformi anni '70. (wally)

AMON DUUL II: Yeti

C’è chi dice che i batteristi sono gli elementi meno importanti nell’ambito di un gruppo rock: se non ci fosse stata la fuga precipitosa di Peter Leopold dalla prima incarnazione degli Amon Duul, i successivi Amon Duul II da lui creati, con musicisti completamente differenti, non sarebbero mai esistiti e “Yeti” ed altri ottimi lavori del rock tedesco non avrebbero mai visto la luce.
Dopo lo scisma messo in atto dal transfuga Leopold la band primigenia dopo alcune poche cose di misticheggiante intransigenza permeate di un certo interesse evaporò nel nulla, mentre gli Amon Dull II proseguirono il loro cammino costellando quasi tutti gli anni settanta con diverse pregevoli e autentiche perle di musica informale ed evocativa seguite da una bigiotteria ovviamente non alla stessa altezza ma comunque quasi sempre sopra la sufficienza.
Dopo “Phallus Dei”ottimo album del 1969 già annunciante il manifesto programmatico della freakerie degli Amon Duul II, nel 1970 avviene l’esplosione cosmica con la pubblicazione del mastodontico “Yeti”, disco composito, debordante nelle sue quattro stupefacenti facciate, entrato di forza e probabilmente a ragione nell’immaginario collettivo della cultura alternativo-psichedelica dell’epoca.
E’ una musica per quegli anni dirompente dove la forma canzone ‘cosìcomenoilaconosciamo’ viene accantonata a favore di improvvisazioni free-form, canzoncine folk sghimbescie, ballate flautate e/o spigolose e strumentali orientaleggianti di grande suggestione, il tutto accomunato da una produzione grezza (per non dire rozza: oggi si direbbe lo-fi) che non inficia il prodotto finale, anzi, lo pervade di un’aura di sincera spontaneità, ulteriore valore aggiunto.
Gli strumenti presenti nel disco sono molteplici e accanto alle più tradizionali chitarre e tastiere (queste ultime peraltro non troppo in evidenza) appaiono laceranti violini, percussioni orientali e un flauto vellutato che accreditato a un non meglio identificato Thomas conduce l’ondeggiante e delicata ballata Sandoz in the rain, suonata e cantata anche da altri carneadi quali tale Ulrich, al basso e un certo Rainer alla chitarra acustica e voce (praticamente un’altra band: e questo la dice lunga sul creativo pressapochismo freak degli Amon Duul II dove nemmeno Renate Knaup è accreditata col cognome)
Anche le parti vocali non sono certo convenzionali andando dal declamato stentoreo dei cantanti maschi (chi canta cosa?) che fa venire in mente la tradizione degli antichi lieder germanici ai gorgheggi di Renate Knaup che uniti ai suoi strepitii
quasi infantili la fanno sembrare una sorta di Yoko Ono ante-litteram.
E, visto che come al solito si cade sui riferimenti, quelli dell’epoca accomunano gli Amon Duul II ai californiani Jefferson Airplane e agli inglesi Hawkwind, anche se io personalmente e modestamente non vi ho mai trovato nulla di musicalmente similare; forse un’attitudine comunarda e fricchettona che pervadeva l’aria del tempo creando bands i cui componenti oltre che sodali in musica erano socialmente uniti in famiglie allargate e convivenze comuni: di questo fenomeno gli Amon Duul II sono stati in Europa, almeno per un certo periodo, una delle massime forme di espressione.
A me piace invece, anticonformisticamente azzardando, accostare “Yeti” come un rispecchiarsi, probabilmente inconsapevole, nella sgangheratezza e nell’accozzaglia frammentaria di un “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart (uscito un anno prima), pur con le debite differenze del caso e non solo geografiche.
Se qualche lettore di questa recensione non ha mai ascoltato Yeti, ma conosce i momenti più rumoristi e improvvisativi dei Pink Floyd pompeiani potrà forse farsi una piccola idea di ciò che, almeno in parte, scaturisce dai solchi di questo album epocale.
Terminato il gioco delle somiglianze non resta che segnalare (come se fosse facile!) i momenti più salienti del disco, tra i quali metterei senz’altro la micidiale mini suite Soap Shop Rock che apre le danze di questo album immaginifico, la breve, quasi acustica e indianeggiante She Came Through the Chimney, il pesante magnifico deragliamento di Archangels Thunderbird, e naturalmente il fardello cosmico dei diciotto minuti di folle improvvisazione che titolano l’album e che in origine ne rivestivano l’intera terza facciata: tutta l’opera comunque è da decifrare come un lungo unicum, un unico delirante e multiforme serpente sonoro dalle cui spire avvolgenti e cangianti è difficile districarsi.
Le cronache dell’epoca narrano che le sedute di registrazione di Yeti videro i componenti del gruppo agire e muoversi in preda all’ebbrezza di sostanze psicotrope come da copione per un certo tipo di musica e di bands non solo dell’epoca. Questa potrebbe già essere una chiave di lettura per interpretare lo psichedelismo vorticoso delle chitarre elettriche urticanti, dei miagolii stridenti dei violini e dei canti ‘stonati’ che fuoriescono dai solchi di Yeti: se non ci fossero il rischio e il timore di fare apologia di reato si potrebbe suggerire che anche l’ascolto...
A sottolineare una certa inquietudine che traspare da alcune pagine di questo spartito più o meno improvvisato dove manca, per esempio, l’umorismo dei Gong o la beata solarità dell’Incredible String Band, per citare altri due gruppi affinamente psichedelici e comunardi, è anche l’inquietante ma bellissima copertina che vede un uomo/donna (si dice sia il percussionista Shrat) dall’espressione non certo sorridente, armato di falce a mo’ di Nera Signora, mentre si muove minaccioso/a in un ambiente sfumato e senza precise connotazioni reali.
Ho consumato disco e puntine a furia di ascolti, fino a ricomprarmene alcuni anni fa una nuova copia in CD. Questo la dice lunga sulla mia ammirazione per quest’opera, anche se trattasi di ammirazione oserei dire ‘intellettuale’: il mio sincero affetto per gli Amon Duul II e la mia partecipazione più emotiva nei loro confronti va ad altre due opere certamente ‘minori’ e meno note quali “Wolf City e “Tanz der lemminge” gli album con cui li ho conosciuti...(ah, l’imprinting... l’imprinting...)
Album seminale si è detto di “Yeti” e punto di riferimento musicale della controcultura freak di un’epoca post sessantottina anche se per correttezza bisogna ricordare che al di là di quel settanta/ottanta per cento che lo vuole opera epocale e imprescindibile, c’è un bel venti/trenta per cento di negazionismo sia di pubblico e critica che lo vede carico di dilettantismo e di superbia, di eccessive ridondanze e di prolissità. Come quasi sempre, forse la verità sta nel mezzo.

Maurizio Pupi Bracali

Cerberus
Eye- Shaking King

4 commenti:

aldo ha detto...

Avevo sui 15 anni quando li ho scoperti grazie a delle cassette di mio babbo che nessuno ascoltava piú...e ci sono tornato spesso a visitare quel mondo magico, stralunato degli Amon Duul II.
Era quasi un segreto, non conoscevo nessuno che li ascoltasse.
Mi fa piacere trovare questa nuova sezione che magari con il tempo si puó espandere includendo gruppi non necessariamente Kraut-Rock peró di un periodo e paesi vicini (Ungheria, Checoslovacchia...)

Roberto ha detto...

Il mio primo vero contatto con gli Amon Düül data intorno al 1974 quando, titolare di una rubrica radiofonica privata in cui proprio il krautrock proveniente dalle lande germaniche giustificava un ampio spazio dedicato al genere, mi occupai con coerenza e metodo alla produzione discografica di questa band.
Confesso che gli Amon Düül (tanto la formazione originaria, se di formazione si può parlare, quanto quella che va sotto la sigla II) costituivano un tentativo non facile di trasmettere ad un pubblico poco o per niente "preparato" alla bisogna, di trasmettere suoni e messaggi ben lontani dal comune sentire dell'epoca..
Per vocazione personale e per curiosità innata era intanto già iniziata la mia raccolta privata di tutta la produzione krautrock in circolazione e ricordo benissimo che la cosa raccoglieva non di rado i sorrisi di compatimento di amici e colleghi di studio (radiofonico)...
Per tornare tuttavia all'interessante articolo di Maurizio, appare evidente la passione dell'autore per un'opera che va certamente iscritta fra quelle fondamentali del "fenomeno" krautrock, con caratteristiche e citazioni che sono state adeguatamente sottolineate.
Rimango in attesa di vedere arricchirsi man mano questa interessante rubrica che troverà in me un attento ed interessato lettore.
Quanto alla proposta di aldo vorrei sottolineare che ho iniziato da qualche settimana ormai, una rubrica su MB che si ripromette per l'appunto di "scandagliare" fra l'altro Paesi come l'Ungheria e lex Cecoslovacchia. La rubrica è L'ALTRA EUROPA ed è solo agli inizi di un percorso che mi auguro possa arrivare a toccare generi e periodi così come auspicato, nel tentativo di aprire una finestra su una parte del pianeta musicale ben più sconosciuto del krautrock degli Amon Düül....
Roberto

riverman206@yahoo.it ha detto...

Un ottimo libro per approfondire l'argomento su questo genere che conosco molto bene, è :
"The Crack In The Cosmic Egg"
lo potete consultare a questo indirizzo, diciamo c'è tutto o quasi http://myweb.tiscali.co.uk/ultimathule/krautrockers.html
DIREI IMPERDIBILE !

Pasquale ' wally ' Boffoli ha detto...

grazie Riverman per le info, ma l'articolo ti é piaciuto?

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