mercoledì 26 gennaio 2011

BAROQUE - “Rocq” (2011, Hertz Brigade Records)

Nella seconda metà degli anni '70, quando finalmente la musica italiana cominciava a varcare i propri confini provinciali e con pochi, ma ben assestati, passi “scavalcava” l'Oceano, gli amici americani avevano coniato un termine assai simpatico per descrivere queste bands che snocciolavano riff di chitarra non sugli accenti di quel mid-tempo tipico dell'hard rock di scuola angloamericana, ma piuttosto su ritmi che, in qualche modo, ricordavano la tarantella. Il termine era “spaghetti rock” e, attenzione, al di là del solito becero e scontato luogo comune (italiani = pasta), non voleva affatto essere dispregiativo: al contrario, era un attestato di stima verso un popolo che aveva saputo proporre una strada fino a quel momento inedita e di certo diversa dai clichèes anglofoni, sicuramente personale, presentando una propria idea di rock che, comunque, nel mondo piaceva e piace tuttora.
Ecco, i Baroque, che qui presentano il loro album, intitolato “Rocq” e pubblicato dalla loro personale etichetta, anch'essa battezzata “Rocq” (dopo un esordio èdito dalla francese Musea, label specializzata in prog-rock, avanguardia, sperimentazione e, in generale, musica altra) mostrano in qualche modo una parentela con quello “spaghetti rock”. Chitarre e organo Hammond si scambiano arpeggi e riff a ritmo, consentitecelo, di “tarantella”.
Attenzione, però: le chitarre, soprattutto nei timbri più crunchy, e le tastiere, rigorosamente vintage (tanto organo, piano e piano elettrico, sporadici i synths), svelano sonorità anni '70, mentre, tutto al contrario, le linee di basso corpose, presenti e scandite, e il drumming giocato in maniera “tribale” sulle sonorità più gravi di toms e timpani sono profondamente anni '80, in qualche modo quasi dark-wave. Il cantato è, invece, del tutto imprevedibile: nelle parti più soav”(come in La festa dell'alloro) può far emergere echi (probabilmente inconsapevoli) di bands assolutamente “underground” a cavallo tra '80 e '90, come i Sithonia, ma più spesso è giocato invece su interpretazioni “cattive” e ringhiose, talvolta sostenuto da armonie vocali degli altri componenti, ora più ironiche (come in Karatechismo), ora “folkeggianti” (la già citata La festa dell'alloro), ora persino – a sorpresa – “queenesque”, come nella conclusiva Soup de la Maison. Il cantato è più spesso in italiano, sporadicamente (e in maniera un po' meno convincente) in inglese.
Ma non pensate che questo calderone di influenze sia gestito in maniera disordinata o casuale dai“Baroque: al contrario, loro sanno benissimo che cosa vogliono fare e dimostrano di farlo molto bene, con grinta e convinzione. Il mix risulta sempre godibile, a tratti molto affascinante, globalmente originale e personale, solo in pochi momenti lascia un po' perplessi, e sono quelli in cui la band sceglie bizzarre atmosfere estremamente “retrò”, tra musical e cabaret, come in Parlapetalo o Il Camaleonte, che peraltro sono anche tra gli episodi più brevi.
Originali, abbiamo detto, e con almeno due evidenti differenze rispetto a quello storico “Spaghetti Rock” del tempo che fu, di cui parlavamo all'inizio: una certa concisione formale (quasi tutti i brani stanno sotto i 4 minuti) e, soprattutto, una dote che alla maggior parte delle bands italiane di sempre è puntualmente mancata: l'ironia. Lo svelano titoli a loro modo geniali, come Cardiopasto, la già citata Karatechismo, nella quale emerge prepotente, sia nello stile delle liriche quanto in quello dell'arrangiamento, lo spettro di Fabrizio De Andrè, o Mio fratello si droga, forse il momento più toccante, emozionante e riuscito tra le 12 canzoni che costituiscono i 42 minuti dell'album.
Alberto Sgarlato

Da “La fiaba della buona notte”: Memento

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