sabato 24 settembre 2011

PIETRE MILIARI - NIRVANA: "Nevermind" (24 settembre 1991, Sub Pop)

Quelle che seguono sono, in occasione del ventennale dell'uscita, quattro affabulazioni (con accenti anche autobiografici) e pareri diversi su "Nevermind": come nostra abitudine li mettiamo a confronto senza problemi, lasciando al lettore totale libertà di far propria la versione che sente a lui più vicina, buona lettura! (wally)

“Nevermind” esce nel 1991 due anni dopo “Bleach”, primo album dei Nirvana che già era tosto, atipico, rumoroso e intriso di punkitudine.
Rispetto al predecessore, Nevermind ammorbidisce i toni: se Bleach era un'insidiosa fanzine su grigiastra carta riciclata, l'album del ‘91 è una rivista a colori, lucida, patinata e pur mantenendo un sound potente e poderoso la cifra stilistica di Cobain, (che in fondo è un cantautore), si melodizza creando la miscela esplosiva che aprirà le porte a un successo stratosferico. Dire che Nevermind sia un gioioso e ruvido party al quale si ritrovano i tre di Seattle in compagnia di Lennon, McCartney e Tony Iommi, sarebbe forse un po' azzardato (ma On A Plain nonostante la ruvidità non è puro Beatles style?), ma la cosa funziona; l'album ha un successo planetario e inaspettato e all'angelo biondo Cobain spuntano improvvisamente (troppo improvvisamente!) due fragili ali che lo porteranno a volare in molte parti del mondo sulla corrente di una notorietà immensa e fulminea. L'album come pochi altri nella storia del rock può fregiarsi dell'aggettivo epocale assumendo un'importanza non solo musicale, aprendo le porte al fenomeno "grunge", ma anche socio-culturale diventando lo spartiacque e il simbolo di una generazione.
La triade di brani che apre l'album è devastante: Smell Like Teen A Spirit diventerà un inno generazionale ultra citato e (ri) conosciuto fin dal primo accordo, In Bloom può vantare un assolo di chitarra schizzato, geometrico e pieno di angoli taglienti, sintonizzato sui rumorismi dell'album precedente, Come As You Are rinverdisce i fasti di un bassismo macinante e possente alla Grand Funk Railroad. Tutto l'album si snoda e scorre sui binari di un simil-hard rock dopato e pop-ato terminando dopo un'oretta scarsa e dodici ottime canzoni con la particolarità (purtroppo!) di inventare la pratica inutile e malsana della traccia nascosta, cioè un ulteriore brano, il tredicesimo, non accreditato in copertina che si rivela dopo quattordici minuti di silenzio. dopo la fine dell'ultima canzone. Pratica (purtroppo!) imitatissima e fortunatamente oggi caduta in disuso.
L'enorme successo mondiale e fulmineo si rivelerà però un'arma a doppio taglio per la personalità fragile, instabilmente emotiva e incline alla depressione di Kurt Cobain, incapace di gestire la pressione del gigantesco successo improvviso e forse neppure desiderato almeno a tali livelli, che cade come una mannaia sulla sua testa rendendolo ostaggio dell'eroina, dell'alcol, dell'ulcera che si manifesta sempre più dolorosa e di episodi di violenza incontrollata. Le fragilissime ali dell'angelo cominciano a sfaldarsi fino a farlo precipitare al suolo per non più rialzarsi subito dopo la realizzazione del terzo album "In Utero". Il suicidio di Cobain impedisce se non altro un eventuale inaridimento creativo (mai sapremo se ci sarebbe stato) ancora di là da venire, poiché la sua morte lascia in eredità oltre i tre album citati due ottimi live e una raccolta di inediti e rarità di buon livello. Una mezza dozzina di piccole gemme da incastonare nel diadema del rock.
Maurizio Pupi Bracali


Quando i Nirvana esplosero io avevo quasi 30 anni, credevo che il rock fosse finito ed i miei interessi andavano in altre direzioni. Il grunge non aveva alcun fascino su di me, ma qualche volta ho ascoltato “Nevermind” in casa o macchina di amici. Mi è sembrato di sentire un unico brano, urlato e strimpellato male, ripetuto una decina di volte. Faceva eccezione solo un pezzo, Come as you are, con un gran bel giro di basso (bella forza, è rubato ai Killing Joke!). Anni dopo ho scoperto che il rock era ancora vivo e vegeto, bastava solo andarselo a cercare, ma scoprire i coetanei sconosciuti dei ragazzi di Seattle me li ha fatti ridimensionare ulteriormente. E poi i Nirvana erano, per loro stessa ammissione, “una brutta copia dei Pixies”: che i Nirvana siano diventati mitici e che i Pixies li conosciamo in 4, questa al dio del rock non la posso proprio perdonare!
Alfredo Sgarlato

Gli “adolescenti degli anni 90” hanno iniziato a suonare imparando i brani dei Nirvana, così come quelli della mia generazione imparavano ancora con Knocking on Heaven’s Door, Another brick in the wall o i brani di Lucio Battisti.
Kurt Cobain: questo ragazzone biondo mancino dalla goffa tecnica chitarristica fatta di plettrate senza la minima morbidezza di polso e di buffi barrée col pollice che scavalcava il manico da dietro, seppe innescare in tanti giovani il classico, sano spirito di emulazione del “perchè lui sì e io no?”. Erano i primi anni ’90 e i fragorosi Nirvana furono messi nel calderone del neo-hard rock, che andava per la maggiore. E ascoltando questo disco con attenzione scopriamo che non c’entrano niente, sono l’esatto opposto: la chitarra è sempre ad accordi pieni, mai a riff, e spesso addirittura sparisce per lasciar posto a pezzi costruiti solo su basso e batteria. Le basslines sono presentissime, la batteria ha geometrie tipiche degli anni ’80, nulla del mid-tempo tipicamente hard o HM, pochi i soli, voce mai su note alte. I loro idoli erano i Pixies, ma loro li suonavano peggio, proprio come i Grand Funk Railroad nei ’70 vollero essere una soul-band alla Traffic e divennero un gruppo hard rock. Ma non erano hard, erano grezzi. E comunque non dimenticherò mai quel TG delle 13 in cui sentii: “Kurt Cobain, leader del gruppo dei Nirvana, è stato ritrovato morto ieri...”. Rimasi molto scosso. E da allora ne vidi tanti, abbandonarci: lui, Zappa, Freddy Mercury, quasi tutti i Ramones, Joe Strummer, eppure continuo a soffrirne sempre allo stesso modo.
Alberto Sgarlato

"Nevermind" era un album magico perché sapeva rappresentare perfettamente il vuoto che ci circondava. L'annichilimento, l'assenza di significato e di senso, l'incomprensione e la non possibilità di comunicare, lo straniamento, la sensazione soffocante di cellophane nelle narici e di plastica sulla pelle. Tutto questo Kurt Cobain lo sapeva dire e ci faceva languire, facendoci sentire meno soli. Lui stesso lo viveva in maniera ancora più dolorosa e asfissiante. I Nirvana hanno tuttora un impatto emotivo incontrollabile: hanno vomitato rabbia, dolore e sangue sui decadenti anni 90 e Kurt Cobain era un essere speciale che brillava di luce propria. La cognizione del dolore e l'immersione nella musica. Mi manca Kurt Cobain ...!
Roberto Lucido

Si ringrazia vivamente per la gentile concessione dell'articolo gli autori e il Mensile cartaceo di Culture e Idee KONTAMINAZIONI (n. 8 - aprile-maggio 2006) dal quale è stato trascritto

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