domenica 18 settembre 2011

BEIRUT “The Rip Tide” (30 agosto 2011, Pompeii Records/Self)

# Consigliato da DISTORSIONI

Il gruppo di Zach Condon, qui giunto al terzo disco in cinque anni, si consolida fra le stelle del firmamento indie con un’opera matura e compatta, nove tracce senza sbavature, fra le quali scegliere le migliori è soltanto questione di gusto e feeling personale. Perché ancora una volta i Beirut scelgono la durata dei vecchi long playing, 33 minuti di musica, ma di grande qualità, senza quei riempitivi che troppo spesso finiscono per rovinare l’atmosfera e la qualità di molti cd.

In "The Rip Tide" Condon fa confluire nella sua musica le suggestioni e i richiami del suo vagabondare nel pianeta musicale e geografico, dalle bande balcaniche a quelle messicane, dall’elettronica alla douce France, regalandoci canzoni ricche di umori e di emozioni, segno innanzitutto di un’anima e di una mente curiosa e aperta. Canzoni in cui la voce di Condon, calda, malinconica, umbratile e retrò, fra Stephen Merritt e Jens Lekman, ti fa sognare e ti trasporta in paesaggi autunnali e piovosi, anche se inspiegabilmente, forse grazie alla ricchezza e alla genialità degli arrangiamenti, riesce anche a trasmetterti una strana forma di benessere e di gioia. E forse proprio questa è la chiave della musica dei Beirut: riuscire contemporaneamente a trasmettere sensazioni complesse ed apparentemente contraddittorie: tristezza, solitudine, amarezza, ma anche dolcezza, allegria, comunicativa.
La magia dell’arte è proprio quella di restituirci la vita nella sua complessità, nei suoi chiaroscuri, negli ossimori che popolano le nostre anime e le nove canzoni di quest’ultima fatica del musicista del New Mexico ci riescono magistralmente. Come detto è difficile scegliere, tanto tutti e nove i brani appaiono perfetti nel loro equilibrio compositivo, da East Harlem, brano scelto come singolo, con un ukulele e una melodia che non possono non catturarti al primo ascolto a Santa Fe , dedicata alla città in cui è cresciuto Zach Condon, o a Vagabond, titolo quanto mai appropriato per il nostro che dedica gran parte delle sue canzoni a luoghi geografici, le più tese e vibranti del disco; da Goshen, che inizia per voce e piano - quindi entrano con delicatezza i fiati nel brano più struggente e sommesso dell’album - a The Rip Tide, altro brano adatto per una malinconica notte di fine estate.
Ignazio Gulotta

Pompeii Records/Beirut










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