
Il gruppo di Zach Condon, qui giunto al terzo disco in cinque anni, si consolida fra le stelle del firmamento indie con un’opera matura e compatta, nove tracce senza sbavature, fra le quali scegliere le migliori è soltanto questione di gusto e feeling personale. Perché ancora una volta i Beirut scelgono la durata dei vecchi long playing, 33 minuti di musica, ma di grande qualità, senza quei riempitivi che troppo spesso finiscono per rovinare l’atmosfera e la qualità di molti cd.

La magia dell’arte è proprio quella di restituirci la vita nella sua complessità, nei suoi chiaroscuri, negli ossimori che popolano le nostre anime e le nove canzoni di quest’ultima fatica del musicista del New Mexico ci riescono magistralmente. Come detto è difficile scegliere, tanto tutti e nove i brani appaiono perfetti nel loro equilibrio compositivo, da East Harlem, brano scelto come singolo, con un ukulele e una melodia che non possono non catturarti al primo ascolto a Santa Fe , dedicata alla città in cui è cresciuto Zach Condon, o a Vagabond, titolo quanto mai appropriato per il nostro che dedica gran parte delle sue canzoni a luoghi geografici,

Ignazio Gulotta
Pompeii Records/Beirut
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