martedì 24 maggio 2011

THE CARS : “Move like this” (2011, Hear Music)

Qualcuno si ricorda di Ric Ocasek? Forse qualche cinquantenne della mia stessa generazione. A dirla tutta anch’io l’avevo perso di vista da più di due decenni, da quel “Door to door” inciso con la sua creatura di sempre, The Cars, con i quali aveva realizzato sei albums di buona se non ottima fattura, in meno di un decennio, tra il 1978 ed il 1987. Ocasek, instancabile songwriter, aveva inventato con i Cars un marchio di fabbrica inconfondibile: etichettati all’epoca un po’ dozzinalmente new-wave, serbavano gelosamente nelle loro songs di tre-quattro minuti vestigia di brividi post-industriali e fredde movenze robotiche mutuate dall’ avanguardia punk americana di quegli anni, Suicide e Pere Ubu in testa. Ric Ocasek, che è anche un intelligente produttore e sa gestire alla perfezione in studio gli umori sperimentali-nichilisti di quegli anni, riesce a materializzare con ineguagliabile impronta melodica gli incubi futuristici di un Alan Vega nel suo “Saturn Strip” del 1983, tra un “Shake it up” (1981) ed un “Hearbeat City” (1984) dei Cars. Ma aveva anche prodotto nel 1980 il “Second Album” dei Suicide (di cui era un grande fan) e negli anni gente come Romeo Void, Bad Brains ed Iggy Pop. Il suddetto marchio di fabbrica consisteva per un buon 50 % in una dose massiccia di fascinazione armonico-melodica che Ocasek iniettava nelle songs dei Cars, con il viatico delle tastiere di Greg Hawkes e dell’efficacissima solista di Elliott Easton, oltre che della sua chitarra. Completavano la compagnia il bassista Benjamin Orr ed il batterista Dave Robinson, uno dei fondatori degli originali Modern Lovers. Così importanti melodie ed armonie vocali nei Cars da far varcare loro in più occasioni la soglia del power-pop, troppo sofisticati e gelidi però per essere annoverati a buon diritto tra le sue fila; ben visibili al contrario nei loro squisiti confetti pop radici nel decadentismo espressivo di Roxy Music, Velvet Underground e nel gelido universo berlinese Bowie-Pop. A distanza di 24 anni dall’ultimo lavoro in studio The Cars tornano a sorpresa con un Ocasek sessantunenne sempre leader incontrastato ed una line-up ancora miracolosamente originale, tranne il bassista, che in questo Move like this” è il produttore Jacknife Lee. Stesso miracolo avviene nei 10 brani del disco, la cui resa sonoro-ispirativa si ricollega senza difficoltà ai fasti di album come “The Cars”, “Candy-O “ e “Panorama”: la formula funziona ancora, le tastiere/synth di Greg Hawkes appaiono in grande spolvero resuscitando in più di un episodio un predominio glam sintetico di keyboards (Brian Eno docet) che negli eighties aveva ucciso fior di chitarre. Intatti anche i brividi inquietanti che sa regalare l’asciutta vocalità di Ocasek. Lente ballate nostalgiche e mid tempo meccanico-metronomici, come sempre, con almeno due o tre potenziali hits. A giganteggiare, produzione pressoché perfetta ed impatto emotivo stellare, Keep On Knocking, Drag on forever e Sad song. Peccato proprio in dirittura d’arrivo (tra tre bonus tracks), Rocket USA cover-tributo ai Suicide sfoderi un martellante ed edulcorato techno appeal, ambiguamente sospeso tra kitsch e claustrofobico.
Wally Boffoli

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