martedì 21 dicembre 2010

ROBERT PLANT: "Band Of Joy" (Rounder, 2010)

Robert Plant, Roberto Pianta ... a volte per i predestinati un cognome racconta, indica o suggerisce un destino, un’attitudine, una aspirazione artistica o esistenziale.
Il nostro biondo cavaliere (Percy per gli amici ...) fin dalle prime esperienze giovanili sembra tener fede alla dicotomia propria delle creature vegetali: basi e radici affondate nella terra, concretezza e bisogno di avere ben chiare le proprie origini e indagare il passato, il proprio e quello dei predecessori apripista. Ma, come per un possente redwood secolare, i rami, le braccia, la mente e il pensiero creativo puntano dritti al cielo, nell’infinito futuro che si estende al di sopra e al di là dello sguardo, una tela immaginaria che si riempirà di note, suoni e suggestioni che la vita suggerirà.
Ben prima di imbarcarsi sul Dirigibile,  Roberto Pianta già conciliava dentro di sé una passione assoluta per il piu’ viscerale Blues delle origini (Robert Johnson, Bukka White, Big Mama Thornton, Howlin’ Wolf …) sul quale modellava il suo acerbo stile vocale, e al contempo era stregato dalle bands che dalla California inventavano e diffondevano il verbo psichedelico, attingendo alle tradizioni folk, blues, country, e sperimentando sonorita’ originali (Moby Grape, Skip Spence e Spirit tra gli amori eterni di Robert in questo senso).
Non dimentichiamo poi che l’adolescente Robert fu trascinato sui sentieri musicali da Elvis, il rock anni ’50 e i vocalisti Doo-Wop. A bordo dello Zeppelin è notorio quanto fosse fondamentale l’elemento Folk britannico (adorazione per i Fairport Convention) e le influenze mutuate da musica e cultura indiana, araba, o etnica tout court.
Al culmine della fama e del suo status innegabile di Rock God, invidiato dai fan e conteso dalle groupie, Robert conservava una onesta purezza di spirito, una sana e franca schiettezza nelle interviste, pochissime arie da superstar o personaggio inavvicinabile, puntava convinto ad essere ‘One of the Boys’.
40 anni dopo lo ritroviamo al punto di partenza, dove il cerchio si era aperto la linea del compasso sta tornando: Band Of Joy riprende il nome della piu’ conosciuta formazione giovanile di Robert e ne sintetizza, modernizzandole con l’aiuto di mezzi tecnici allora impensabili, le scelte espressive.
Da qualche anno la nuova Band Of Joy gira il mondo proponendosi come una carovana hippie di quelle che si esibivano ai Festivals o nelle comuni di fine ‘60s: look basic, tappeti sotto i piedi, a volte scalzi, strumenti vintage o comunque desueti e di marchi minori (e per questo dalle sonorità e timbriche differenti e particolari), formazione allargata e atmosfera conviviale sul palco che poi contagia gli spettatori in sala. Sono palesi e meravigliosi il divertimento, la passione e la voglia di comunicare con poche note, molte voci e nessuna artificiosa posa da superstar che Robert e la Band Of Joy esibiscono nei concerti.
L’album omonimo non tradisce questo spirito anche se in studio tutto sembra più contenuto, frenato e controllato, meno giocoso, ma sicuramente suggestivo e al passo con i tempi.
Da molti anni (forse già dalla famosa operazione alle corde vocale del 1972, tenuta segreta per lungo tempo) Robert ha intelligentemente scelto di cantare in un registro più basso e contenuto, ora di certo più consono all’età e all’estensione più limitata, ma capace di sottolineare la sua immutata espressività. Il calore della sua voce e la abilità di ‘vivere’ parole e testi infondono ai brani un colore e una dimensione di autenticità che si specchia a meraviglia nei suoni prevalentemente acustici dell’album. Dunque chitarre acustiche, banjo, bouzouki, violini, percussioni etniche dipingono scenari ammalianti, supportati dalla periodica elettricità di basso e chitarre elettriche trattate e prodotte in maniera intelligente, moderna e varia.
Angel Dance e House of Cards evocano i Fairport Convention dell’epoca d’oro: chitarre alla Richard Thompson e cori che che più Britons non si può.
Central 2-0-9 sembra sgorgare dalla penna di Page-Plant 1970, con un banjo rubato a Neil Young.
Silver Rider è lenta e notturna, con ammaliante sottofondo di armonizzazioni estese verso chitarre che ricamano, pungono, arpeggiano, salgono e scendono indomate come la testa di un dragone colpito a morte.
You Can’t Buy Me Love, pastiche quasi ’50s che forse per tener fede al titolo cita apertamente frammenti della quasi omonima Can’t Buy Me Love dei Beatles in una frase del ritornello e nel conciso assolo di chitarra, prima di imboccare una diversa tangente.
Con Falling In Love rimaniamo nella terra degli hamburger e in un diner dai sedili in vilpelle rossi e bianchi: una languida ballata con tocchi country come dal 1956 in poi potete ascoltare in qualunque Truck Stop d’ America che si rispetti, di quelli con la statua di Elvis piantata tra il bancone delle birre e la backdoor.
Da qui si continua con il Neil Young più tiepido e normal-country evocato in The Only Sound That Matters; la quasi fotocopia di Silver Rider che è Monkey, e le ultime canzoni del disco, che si allungano senza troppe variazioni, picchi creativi o molto altro da segnalare.
Forse una scelta più accurata dei brani da inserire nell’album avrebbe evitato una certa monotonia e ripetitività dopo qualche ascolto.
Ma cio’ che conforta e scalda il cuore e’ che Robert Plant conserva intatto il rispetto, l’amore e la necessità di fare musica secondo i suoi canoni che non ha mai tradito, ma solo aggiornato e affinato nell’arco di una vita artistica. Al di là di costrizioni di mercato e di gabbie dorate imposte dal suo essere suo malgrado una leggenda musicale.
Continuera’ di certo ad innaffiarla con passione e dedizione la Pianta , e la Pianta continuerà la sua scalata verso il Cielo, senza più bisogno di scala ...

Andrea Angelini




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