giovedì 3 novembre 2011

STEVEN WILSON: “Grace for drowning” (release date: 27 settembre 2011, K-Scope)

# Vivamente consigliato da DISTORSIONI

Paghi uno e prendi due nel caso di questo nuovo album solista dell’instancabile leader dei Porcupine Tree (più Blackfield, No Man), visto che lo stesso Wilson si premura, in interviste e comunicati, di dire che i dischetti che compongono "Grace for drowning" sono due opere compiute e a sé stanti che dovrebbero essere ascoltate separatamente al punto di assegnare
un titolo a ciascuna di loro: "Deform to form a star" (CD1) e "Like dust i have cleaned from my eye" (CD2). Naturalmente io, dopo diversi ascolti attentissimi e super concentrati, ho bellamente contravvenuto alla consegna inserendo entrambi i cd nel lettore, azionando la funzione random e godendo dell’imprevedibilità della successione dei brani. Brani che a questo tipo di ascolto si presentano unitari, a dispetto dell’autore, formando un’unica sequenza di composizioni di un rock progressivo che, nonostante le evidenti derive Crimsoniane, mi piace definire evoluto e maturo.
L’influenza dei King Crimson in questo disco è enorme (non dimentichiamo che il nostro già da mesi è impegnato nella rimasterizzazione di tutto il catalogo Frippiano) come ammesso dallo stesso Wilson, ammissione che fa sì che un tentativo di plagio diventi una citazione come in effetti è in brani, tra l’altro splendidi, quali Sectarian o altri dove il fantasma del Prince Rupert fugge via da "Lizard" per aleggiare fiabesco tra mellotron (o similia), flauti vellutati, pianoforti liquidi e voci sussurrate, nei solchi di questo affascinante album.

Uno stuolo di illustri collaboratori arricchisce le determinate idee dell’autore che, abbandonando situazioni più estreme dipana la sua opera tra sognanti momenti acustici, piccoli tocchi jazz e influenze prog anni settanta, strumentandole con classe e disinvoltura piegandosi al volere del “capo” con risultati eccellenti: i ritmici Crimsoniani (ma guarda un po’!) Gunn, Levin e Mastellotto, Steve Hackett che si porta dietro il suo bassista di fiducia Nick Beggs, schitarrando schizofrenico sugli ottimi nove minuti di Remainder the black dog, producendosi nel finale in un assolo serrato e visionario che, checché ne dicano gli hackettiani/genesisiani irriducibili, più Frippiano di così non si può. Jordan Rudess dimentica invece i furori metal dei DreamTheater, lasciandosi andare ad accordi di pianoforte pacati e suggestivi, in particolare, in uno dei brani più belli e toccanti per il popolo progressive: Deform to form a star e nella suite Lizardiana (poteva mancare in un album prog?) Raider II. Il batterista jazz francese Nic France rullanteggia sincopato e soffuso reincarnandosi in un novello Michael Giles e Theo Travis che si divide tra flauto, clarinetto e sax, a dimostrazione che adesso è un Soft Machine a tutti gli effetti, regala tocchi di canterbury sound e si propone in assoli di sax a là Didier Malherbe (No part of me) rinverdendo fasti Gonghiani.

E non è finita: Dave Stewart arrangia gli interventi della London Session Orchestra, il Synergy Vocals Choir offre le sue prestazioni vocali a là "Atom Heart Mother" di Floydiana memoria in brani dolcissimi tanto da far socchiudere gli occhi, quali Postcard e Raider Prelude e ancora altri tre o quattro ospiti meno conosciuti offrono i loro strumenti alla riuscita di questo pregevolissimo album. Ma al di sopra di tutto c’è lui: mister Steven Wilson che se la scrive, se la canta (a volte anche doppiando la propria voce con stranianti effetti westcostiani) e se la suona, (numerosissime tastiere oltre l’ovvia inconfondibile chitarra), che coordina il tutto offrendoci un’altra perla luccicante estratta dalla preziosa ostrica del suo talento ormai nel pieno della maturità e in costante ascesa. Ogni autore crea i propri predecessori, diceva Jorge Luis Borges, e, seguendo questo assunto, la speranza è quella che i più giovani ascoltatori di questo carismatico album oltre a godere della sua intrinseca bellezza, si ritrovino a (ri) scoprire le musiche epocali da cui è stato attinto e generato. "Grace for drowning": fin da ora tra i miei dieci album preferiti dell’anno.
Maurizio Pupi Bracali

K-Scope/Gracefordrowning




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