domenica 16 ottobre 2011

BARNUM FREAK SHOW: “Circuiti|Carne|Metallo” (release date: 30 giugno 2011, autoprodotto) + intervista ai Barnum Freak Show

“Circuiti|Carne|Metallo”, uscito poco prima dell’estate, è il primo full-lenght dei romani Barnum Freak Show. Un progetto interessante che fonde insieme metal ed elettronica, melodia e noise in una miscela molto ben costruita. L’uscita dell’album è l’occasione giusta per scambiare due parole con Stefano Tucci, chitarrista della band.

FELICE MAROTTA (DISTORSIONI) Il nome della band, Barnum Freak Show, rimanda all’idea
di un circo delle mostruosità e dell’esposizione dell’orrido.
I tre atti di Terror Manifesto sembrano descrivere il dolore interiore per la propria deformità esposta al pubblico come attrazione. Il circo è la realtà. Parlaci del progetto.
STEFANO TUCCI: Il progetto ha avuto inizio alcuni anni fa ormai, nel 2005, quando io e Luca (Marengo) terminata l'esperienza in un gruppo precedente abbiamo iniziato a suonare più o meno consapevolmente alcune delle cose che poi hanno portato al nostro primo EP che ha girato solo tra amici e ci ha permesso di fare i primi live. Purtroppo i molti cambi di line-up e le defezioni hanno inciso in modo sfavorevole sulla tempistica delle nostre produzioni. Però oggi siamo fieri che, nonostante tutto, il nostro “Circuiti|Carne|Metallo” sia uscito dalla sala prove e si possa finalmente ascoltare. E' il primo tassello di un progetto che tende a coniugare metal ed elettronica e che dà spazio a chitarre sature, voci filtrate, loop elettronici, rumori quotidiani, ma anche a visioni immaginifiche espresse in testi poetici (cantati in italiano), melodie inquietanti e strutture sonore non canoniche. Insomma, per dirla in breve, una nostra sperimentazione sonora e compositiva libera da schemi preconcetti. In particolare "Terror Manifesto" è una trilogia, un racconto in tre atti in cui un breve tema musicale ritorna modificato rimanendo pure sempre riconoscibile di atto in atto. L'album è una sorta di moderno concept album che affronta i temi della nascita, dell’amore e della morte visti da diverse prospettive.

F.(D.) Ascoltando attentamente l’album emerge una visione molto pessimista e cupa della vita. I continui rimandi all’esposizione della mostruosità mi hanno fatto venire in mente il film “Elephant Man” di David Lynch. La vostra musica è molto immaginifica. A volte si ha la sensazione di “vedere” il circo di Barnum. Quanto la visione cinematografica incide nella creazione di una visione sonora?
S.T.: Cogli in pieno citando “Elephant man”! Quel film ha lasciato la sua impronta forte, come del resto “Freaks” di Tod Browning o il famoso “Frankenstein” con Boris Karloff, per dirne alcuni. Sono tutti film molto profondi e toccanti, in cui emerge il senso della diversità, c'è lo scherno del più debole, la paura del diverso e sono questi in fin dei conti gli argomenti che possiamo dire di aver tentato di mettere in musica. La visione cinematografica, di questo tipo di cinema e certa letteratura fantastica sono davvero stati una forte influenza ed infatti, proprio riguardo al cinema, alcuni passaggi del disco sono proprio stati pensati come colonna sonora di film immaginari. Sono contento che si riesca a cogliere quest’aspetto. La vita come la musica è intesa come un circo in cui ognuno ha la sua parte, il suo ruolo, il proprio spettacolino e c'è pure qualche mostro o fenomeno da baraccone, che però non è detto che sia così diverso da “noi” o davvero più spaventoso di chi è “normale”. In un mondo che tende all'appiattimento anche le canzoni, volendo, possono essere dei piccoli mostri e in questo caso, per noi, sono mostri non omologati di cui essere fieri. Per tornare all'immagine, questa nostra musica ha il suo completamento nel video, motivo per cui ci piacerebbe, come abbiamo fatto al “Release Party” con la preziosa partecipazione dei magistrali Quiet Ensemble, suonare più spesso con delle video proiezioni.

F.(D.) Non so se avete visto il film “A.I.” di Spielberg. In una scena si vedono androidi demoliti in un circo per il crudele divertimento del pubblico. Mi sembra che questa visione dell’orrido come spettacolo sia descritta molto bene in Terror Manifesto Atto I, mentre la visione dell’ibridazione post-human (penso a molta letteratura di Philip Dick) è esplicitamente ripresa nel brano Fuori Produzione. E’ una interpretazione corretta?
S.T.: Mi sembra che le coordinate ci siano! Non ho letto così tanto P. Dick, ma so per certo che Dick è una delle letture preferite di Luca (Marengo) e che parte dell'ispirazione testuale nasce proprio da questi scenari. In genere da chiunque di noi siano stati scritti, i testi sono stati in precedenza ampiamente commentati e discussi in modo da far confluire più suggestioni. A P. Dick, per esempio, aggiungerei W. Gibson ma anche la letteratura horror di Lovecraft e Poe. "Terror Manifesto atto I" ci mette di fronte al problema della creazione, del rapporto tra padre e figlio e tra creatura e creatore. In questo ricorda pure “Frankenstein” di M. Shelley ed anche il tema di certa spettacolarizzazione della vita tipica del nostro tempo e del mondo dell'entertainment (“Come la vita il circo è sangue e sipario | l'unico show in cui ogni vizio è virtù | Scimmie e funamboli sull'orlo di un precipizio | il cui vuoto è l'orrore che noi chiamiamo realtà”). Per quanto riguarda la Fiera della Carne di “A.I.”, c’è una scena che riassume molto bene i tre atti in cui si articola Terror Manifesto, il bambino robot creato dall’uomo che chiede amore all’uomo stesso che sta per ucciderlo. Nascita, Amore e Morte non sono tre momenti distinti nei tre atti, ma tre aspetti costantemente presenti nella vita delle creature (nuovamente: “Come la vita il circo è sangue e sipario”). Per Fuori Produzione invece il nostro riferimento più diretto è stato “2046” di Won Kar-Wai, un film meravigliosamente drammatico che narra la storia d'amore di un uomo con un androide che ci mette di nuovo davanti, con un paradosso, al problema della diversità.

F.(D.) E’ evidente che l’ibridazione tra Circuiti, Carne e Metallo rimanda anche ad un analoga ibridazione musicale tra elettronica e metal. Il vostro suono è una fusione di più generi che vanno dal metal industrial all’elettronica noise, con una forte caratterizzazione melodica. Questa contaminazione di generi nasce come scelta progettuale o è invece il risultato dalle diverse sensibilità musicali che animano la band?
S.T.: E' effettivamente una scelta progettuale fatta all'inizio, per raccontare qualcosa di, forse, più complesso. Potremmo scrivere canzoni pop, rock o metal canoniche e basta, ma la domanda è: perché chiudere vie alla possibilità d'espressione quando la stessa esperienza, emozione o evento che si vuole raccontare, è spesso mutevole come un Giano bifronte e rappresenta più cose diverse sebbene contrastanti o contraddittorie? Per noi l'ibridazione tra sonorità, strumentazioni e approcci compositivi diversi permette di esprimere questi conflitti. In questo senso mi piace ricordare una frase di Iain Chambers molto interessante: “bisogna vivere nell'ibridità come se fosse una casa”. Ancora di più, aggiungerei, in un mondo che offre così tanti stimoli e presenta altrettante contraddizioni.

F.(D.) L’album presenta molte varianti di genere, molte prove di colore, quasi a voler sperimentare la giusta sintesi con l’ascoltatore e con il pubblico. In questo devo dire che ho apprezzato molto il brano Diva che nonostante la distanza rispetto agli altri brani è forse uno dei momenti più intriganti di tutto l’album. Davvero bella la voce di Emma che crea tensione, contrastando i momenti più brutali dell’album. Ma forse è questo il segreto del successo anche di un certo gothic metal (anche italiano). Cosa ne pensate?
S.T.: Inizialmente Diva aveva un'altra forma, diciamo quella di una “ballata” elettronica/rock, ma non ci convinceva ed era in programma un ri-arrangiamento. Quasi casualmente la notte di Natale di un paio di anni fa è arrivata l'ispirazione giusta e nel tempo di pochi giorni ha cambiato totalmente volto. Rispetto a quel vecchio tentativo in questa “reissue” abbiamo puntato ad aumentare volutamente il contrasto interno tra ritmica incalzante, asprezza dei suoni e bellezza delle voci, esile e tensiva una e profonda e magnetica l'altra alla ricerca comunque di un equilibrio interno che rendesse giustizia a tutti i fattori in campo, al testo, alle vocalità, e alle nuove parti strumentali.

F. (D.) Parliamo delle vostre influenze musicali. Direi certamente Nine Inch Nails ed White Zombie, ma anche Aphex Twin.
S.T.: Certamente come membri del gruppo ci accomunano e ispirano oltre a Nine Inch Nails e White Zombie già citati anche altri gruppi appartenenti a una certa scena alternative metal come Tool e A Perfect Circle, il metal di Deftones e Korn, le varie esperienze di Mike Patton, dai Faith no More ai Fantomas, i Ministry, Killing Joke, i Pitchshifter ma anche Aphex Twin ed in genere l' elettronica non solo IDM anni '90 e oltre. Siamo tutti ascoltatori abbastanza aperti. Enrico H. e Francesco per esempio provengono dall'ambito death metal: il primo ha cantato per anni con gruppi death metal come The Last Winter/Please Try Later, Prometheus Unbound e da poco negli Hideous Divinity (cd in uscita per Unique Leader) mentre Francesco ha suonato la batteria per anni nei Fleshgod Apocalypse. Emma ha una formazione da pianista classica e jazz, Gabriele è un ascoltatore onnivoro ma trae linfa vitale dalla “scena post-hardcore”. Io ultimamente ascolto molta musica strumentale, tipo post-rock, e soprattutto elettronica glitch.

F.(D.) Lili Refrain ha collaborato in “Fuori Produzione”. In alcuni brani si percepisce l’influenza del rock elettronico dei Deflore come in “Terror Manifesto Atto III”, che ritengo sia uno dei brani più belli dell’album, sicuramente nei suoi passaggi strumentali. Cosa ne pensate della scena romana? E’ sempre difficile fare musica a Roma o le cose stanno cambiando?
S.T.: Roma offre molti gruppi e solisti di altissima qualità e validità della proposta artistica, questo è fuor di dubbio (Lili Refrain, Kardia, Deflore, Tomydeepestego, Madame Lingerie, Surgery, solo per nominarne alcuni). Ciononostante l'impressione è che suonare a Roma sia e rimanga difficile per molti. Nonostante qualche “isola felice” sembra un sistema basato sulle amicizie, clientelare, ed il risultato complessivo è una “guerra tra poveri”, perché ognuno pensa al proprio carretto, quando non l'inazione. Non vedo una vera scena romana unita e coesa piuttosto appunto un sistema basato sulle amicizie; inoltre i locali che fanno una programmazione che dia spazio a chi suona musica originale (non cover né quei pochi gruppi già affermati) sono sempre meno e meno professionali e quando si riesce a suonare le condizioni sono spesso sfavorevoli se, come nel caso nostro per esempio, non si è supportati da un'agenzia di booking o di management.

F.(D.) Progetti futuri?
S:T.: Al momento stiamo lavorando su due nuovi brani e altri sono in coda, speriamo quindi di registrare un nuovo album a breve, anche se, soprattutto in questo momento ci piacerebbe riuscire a suonare i brani di “Circuiti|Carne|Metallo” dal vivo un po' in giro per l'Italia, ancora meglio se supportati dalle video proiezioni. Sarebbe davvero fantastico. Contemporaneamente ci piacerebbe riuscire ad approdare in qualche radio per far conoscere questo nostro album e raggiungere nuovi ascoltatori. Un enorme grazie a Felice per la piacevole intervista e a Distorsioni per lo spazio.

F.(D.) Un grazie a voi ragazzi, per la disponibilità ed un grosso in bocca al lupo per il vostro futuro!
A cura di Felice Marotta

Barnum Freak Show

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