venerdì 22 luglio 2011

LIVE REPORT - Colosseum, 5 luglio 2011, Porto Antico - Genova

Martedì 5 luglio, una serata dal clima particolarmente mite e la splendida cornice del Porto Antico di Genova, con la Lanterna-simbolo della città che lampeggiava a poche centinaia di metri in linea d’aria, le navi da crociera che fiancheggiavano il palco e una piccola falce di luna hanno salutato uno dei primi eventi del Porto Antico Summer Fest, una rassegna che si protrarrà per tutti i mesi di luglio e agosto e che porterà nel Capoluogo Ligure artisti del calibro di Hot Tuna, Bruce Cockburn,
Cassandra Wilson (solo per citarne alcuni), oltre a spettacoli di teatro e cabaret. Protagonisti indiscussi del 5 luglio i Colosseum, storica band inglese che forse meglio di chiunque altro ha rappresentato, tra la fine dei ’60 e l’inizio dei ’70 quella sorta di ‘Terra di Confine’ in cui le bands di rock-blues e psychedelia sfociavano in quell’immenso calderone di contaminazioni jazz e neoclassiche chiamato progressive rock.
Aprono la serata i Delirium, band genovese associata, dal pubblico meno informato, soprattutto alla breve permanenza in formazione del cantautore Ivano Fossati. Dopo un’apertura-omaggio ai Van Der Graaf Generator, con l’esecuzione della cover di Theme One, e dopo una breve presentazione in cui il batterista Pino Di Santo ha ricordato che i Delirium, all’inizio della loro carriera, avevano già diviso il palco con i Colosseum, nella mezz’ora a loro disposizione gli opener condensano il materiale più progressivo e jazzrock della loro produzione, con brani dai titoli più classici della loro carriera, quei due LP degli anni ’70, “Dolce Acqua” e “Lo scemo e il villaggio” che li fecero assurgere all’Olimpo del rock progressivo italiano ma, stranamente non dal nuovissimo “Il nome del vento”, che pure ha ricevuto ottimi commenti dalla critica di genere. Nessuna concezione, nella breve scaletta, a episodi più pop come Jesahel o Haum, visto il contesto più marcatamente intellettuale della serata. L’esibizione è minimamente penalizzata da un amalgama sonoro un po’ saturo sui bassi, ma niente di grave.
Alle 22 in punto, dopo un rapido e ineccepibile cambio palco, ecco salire i Colosseum. La formazione è quella storica, con Chris Farlowe (voce), Clem Clempson (chitarra e voce), Dave Greenslade (tastiere), Mark Clarke (basso e voce) e John Hiseman (batteria). Manca solo il compianto sassofonista Dick Heckstall-Smith, che ci ha purtroppo lasciato nel 2004, egregiamente sostituito da allora da Barbara Thompson, moglie di John Hiseman, che regalerà, nel corso della serata, superlative prestazioni al sax tenore, soprano e contralto, pur avendo il fisico minato da un morbo di Parkinson galoppante che le crea non pochi problemi di deambulazione. Ed è subito una raffica di classici, tra cui trova anche spazio un momento dedicato alle composizioni di Jack Bruce, storico bassista/cantante dei Cream (Morning Story), che culmina nella famosissima Theme from an imaginary western. Nella presentazione del brano il batterista John Hiseman ricorda della grande amicizia tra Bruce e Gary Moore, chitarrista blues da poco scomparso e, a tal proposito, la dedica proprio alla memoria di Moore, cogliendo l’occasione per ricordare che si era esibito sul palco genovese dell’Arena del Mare proprio poco prima di lasciarci.
Strepitosa, semplicemente, l’interpretazione dei brani di Bruce, affidata a uno splendido duetto di voci tra Clarke e Farlowe, impreziosita da lunghissimi assolo di sax soprano della Thompson e dalle limpide armonie vocali della band. E, quando sembra che stia per finire, ecco che le si attacca senza pause, la trascinante Walkin’ in the park, uno dei brani-simbolo del repertorio Colosseum. Le canzoni si fondono tutte l’una nell’altra a raffica, a dimostrare che i “vecchietti” hanno ancora grinta da vendere: le lunghe escursioni solistiche di Clempson, Thompson e Greenslade si alternano con stacchi basso/batteria ineccepibili di Clarke e Hiseman, a continua e costante riprova di una perizia tecnica che strappa spesso la ‘standing ovation’ al pubblico presente. L’unica breve pausa si ha quando John Hiseman torna a impugnare il microfono per presentare un brano più recente della loro produzione: scritto da Clempson, si intitola Tomorrow’s Blues e dà il titolo a un album della band del 2003. Il titolo riassume perfettamente le atmosfere della partitura: una moderna interpretazione del concetto di rock-blues, molto fuori dagli schemi classici del genere, ma soprattutto, un ottimo esempio di come si scrive una canzone. Dopo questa piccola novità, Hiseman indica a bordo-palco un pittoresco personaggio che chiama con il nomignolo di ‘The Viking’ (chi lo ha visto capisce anche perché!) dal quale si può comprare il materiale della band. Questo offre lo spunto al batterista per ricordare che Greenslade e Clarke hanno dei nuovi album da offrire, e Barbara Thompson addirittura un DVD! Grinta da vendere, lo ripetiamo, davvero. E dopo questo breve siparietto, il finale che tutto il pubblico aspettava, con l’esecuzione integrale della ormai leggendaria Valentyne Suite: circa 20 minuti di musica totalmente strumentale (Farlowe scende dal palco per tornare solo per i saluti, e i pochi vocalizzi senza testo al centro del brano sono affidati a Clarke, che rispolvera tutte le sue esperienze accumulate con le possenti armonie vocali degli Uriah Heep, nei quali aveva militato) e un vero fiume in piena di note in cui divagazioni barocche di chiara matrice classica sfociano in improvvisazioni jazzistiche, che a sorpresa si irrobustiscono in momenti quasi-hard. Un perfetto esempio di che cosa significasse suonare rock progressivo, inteso come fusione ed evoluzione di generi e stili, negli anni ’70. Forse il brano in cui Greenslade, fino a quel momento un po’ più relegato al ruolo di “gregario” tra gli istrionismi di Clempson e della Thompson e i duetti vocali di Clarke e Farlowe, mostra il meglio di sé, guadagnandosi spesso la posizione di protagonista della scena.
A fare da spartiacque tra la lunga suite e i bis, un flamboyante momento solista di John Hiseman che è un vero compendio di tecnica da cui tutti i batteristi presenti avranno saputo certo fare tesoro. E poi via con un turbinoso medley conclusivo, nel quale gli strumentisti citano dal riff di Smoke on the water a quello di Sushine of your love, fino alla beatlesiana Eleanor Rigby, mentre Chris Farlowe, nella sua raffica di vocalizzi e virtuosismi, a un certo punto canta: “I like to live in Genova”, tra gli applausi del pubblico. Ancora pochi saluti finali, nei quali Hiseman esclama un “Farewell!” che getta un attimo di malinconia tra i presenti; del resto, considerando l’età e le condizioni di salute dei vari musicisti, sarà alquanto improbabile rivedere i Colosseum in Italia ancora una volta.
Alberto Sgarlato
foto di Alberto Sgarlato

Stormy Monday Blues
I can't live without you

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