sabato 11 giugno 2011

STEELY DAN: “An Occasional American Dream” 1971 - 2011

Ricorrono i quarant'anni esatti in questo 2011 della loro pregiata ed impagabile attività artistica, e me ne accorgo solo ora mentre sto scrivendo queste righe di introduzione: un'altra strana coincidenza, ottimo motivo in più per celebrare con una corposa monografia, da vecchi e fedeli fans quali siamo, gli STEELY DAN, la meravigliosa creatura partorita da Donald Fagen e Walter Becker nel 1971 dalle parti di New York (Wally Boffoli)

Steely Dan
1967, Bard College, nelle vicinanze di New York: due baldi giovanotti si incontrano e decidono di unire le loro conoscenze musicali, sono Donald Fagen e Walter Becker; per quattro anni suonano con Jay and the Americans a Brooklyn, sotto gli pseudonimi Gustav Malher (Becker) e Tristan Fabriani (Fagen), dove incidono nel 1971 una colonna sonora per un film a basso costo dal titolo “You gotta walk it like you talk it or you’ll loose that beat” formata da quattro brani e tre strumentali, che già fanno intravedere la futura architettura sonora dei due grazie a brani come If it rains e Red Giant/White Dwarf. Barbara Streisand inciderà un brano composto da loro, I Mean To Shine nel suo album del 1971 "Barbra Joan Streisand". Sempre in quell'anno si trasferiscono a Manhattan e qui incontrano i due personaggi che li accompagneranno per molto tempo lungo il loro viaggio musicale: il produttore Gary Katz, e Roger Nichols, tecnico del suono. Katz li assume come autori e produrrà tutti i loro albums degli anni '70. Los Angeles sarà la loro nuova tappa e qui decideranno di chiamarsi STEELY DAN, termine ripreso dal ‘Pasto nudo’ di William Burroughs che sarà l’ispiratore di diverse copertine dei loro albums, da “Can’t Buy a Thrill” a “Pretzel Logic”, da “Katy Lied” a “The Royal Scam”. La firma del contratto con la ABC Records porta come primo frutto “Can’t Buy a Thrill” del 1972: il disco contiene due brani sempre presenti nelle scalette live della band, Do It Again e Reelin’ in the Years. Un attento ascolto del disco mette già in luce la complessità degli arrangiamenti dei brani, inizialmente cantati dal vivo da David Palmer, che presto fu allontanato perché solo l’autore era in grado di interpretarli in maniera incisiva ed ottimale.
Do It Again diviene uno smash-hit planetario, programmato a tappeto dalle radio americane ma anche in Europa e nella nostra Italietta, passato soprattutto nei programmi specializzati condotti dai vari Raffaele Cascone e Carlo Massarini. Do It Again è caratterizzato da un avvolgente frase tastieristica iniziale e da uno sviluppo armonico seducente culminante in due memorabili soli, quello del dotatissimo chitarrista Walter Becker alle prese con una sorta di sitar – pare che Frank Zappa abbia detto all’epoca trattarsi del solo chitarristico più creativo mai inciso - e di un synth evocativo dalle serpentine spirali sonore. “Countdown to Ecstasy” del 1973 è considerato da Fagen e Becker un album inciso frettolosamente anche se la presenza di titoli quali My Old School e Bodhisattva dimostra il contrario. I ritmi sincopati di questo lavoro e le difficoltà incontrate da alcuni membri della band nell’eseguire gli spartiti convincono i due artisti ad arruolare musicisti con la M maiuscola come Jeff Porcaro (Toto) e Michael McDonald (Doobie Brothers). Il 1974 coincide con la realizzazione di “Pretzel Logic” contrassegnato dal successo del singolo Rikki don’t lose that number: nondimeno il disco contiene altre vere perle come Barrytown, Monkey in your soul, Any Major Dude Will Tell you e la stessa title-track Pretzel Logic, un coinvolgente blues sviluppato armonicamente in modo geniale. A questo punto l’armonia nella band comincia ad incrinarsi soprattutto perché il duo Fagen/Becker preferiva dedicarsi alla composizione dei brani, il lavoro di studio alle tournées, cosa non gradita ad alcuni componenti del gruppo: questo tuttavia non pregiudicherà la messa a punto del quarto album “Katy Lied” che grazie a mirabili episodi come Black Friday, Bad Sneakers, Doctor Wu, Chain Lightning diventa disco d’oro; i due tuttavia non sono convinti sino in fondo della bontà della resa dei brani, parere più volte ribadito nelle poche interviste concesse all’epoca. Il suono e gli arrangiamenti diventano sempre più complessi soprattutto grazie ai cambi di ritmo e mood imposti dalle modalità eclettiche con cui Donald Fagen concepisce ogni brano: un meltin’ pot di pop, blues, rhythm & blues, poco orientato all’ortodossia rock - tuttavia le loro liriche ironiche e criptiche devono più di qualcosa a Bob Dylan - all’interno del quale sofisticate movenze jazz e swing incrociano la rigogliosa (altrettanto sofisticata) tradizione melodico/armonica popolare americana del XX° secolo; la fertile vena di Fagen/Becker si configura così ideale prosecuzione dei miracoli ispirativi di compositori immortali come Cole Porter, Burt Bacharach, Gershwin e Brian Wilson. Tutto questo è rilevabile nel quinto album “The Royal Scam” del 1976 (uscito in piena epopea punk!) dove l’assenza di un 45 giri trainante passa inosservata, grazie alla bellezza di brani come Kid Charlemagne, Green Earrings, Haitian Divorce e la lunga title-track The Royal Scam.
Il successivo lavoro, “Aja”, segna il riconoscimento mondiale degli Steely Dan quale combo il cui sofisticato tasso ispirativo coincide miracolosamente con un’ elevata fruibilità di pubblico. L’avvicinamento a musicisti di grosso calibro come il batterista Steve Gadd, il chitarrista Larry Carlton ed il sassofonista Wayne Shorter fa virare i brani verso atmosfere ancora più vicine al jazz: Aja, Deacon Blues, Peg ma in generale tutto il disco sfodera purezza e fluidità espressive alla stregua di cristallina acqua sorgiva, riuscendo a teletrasportare l’ascoltatore in un emisfero sensoriale dove regnano sovrane leggerezza e rilassatezza. A questo punto, quando sembra che tutto giri per il verso giusto, ecco problemi prima burocratici - cambio di etichetta, accusa di plagio per Donald Fagen relativo ad un brano composto da Keith Jarrett, Long as you know you’re living yours - poi personali (abuso di stupefacenti e morte della compagna per Walter Becker). Tutto questo però non intralcia l’uscita di “Gaucho” nel 1980 che vince un grammy award grazie alle stupefacenti Babylon Sisters, Hey Nineteen, Time out of mind e Gaucho.
Gaucho é la conferma di quanto la ricerca sonora dei magnifici due si fosse inoltrata in quei territori crossover che da sempre avevano privilegiato, e quanto fosse vicina alla perfezione. A voler essere superficiali si potrebbe sbrigativamente adoperare l'etichetta jazz-rock ma ne rimarrebbe ingiustamente escluso quel sopraffino distillato pop elaborato da Fagen e Becker nel corso del decennio appena trascorso. E' paradossale, ma esattamente al culmine della maturità artistica raggiunta i nuovi eventi segnano la temporanea morte della pregiata ditta.

Donald Fagen: "The Nightfly", "Kamakiriad"

Arriva il 1981 e con esso la separazione del duo, ognuno intraprende la propria strada musicale ma solo Donald Fagen darà subito sue notizie con il seminale “The Nightfly”: segnalare e circostanziare qualcuno degli otto brani è davvero arduo, perché tutti raggiungono livelli stratosferici sia dal punto di vista strettamente compositivo che da quello della eccezionale incisione, da I.G.Y a New Frontier, da Maxine a Ruby Baby (l’unica cover, di Leiber e Stoller), da The Goodbye Look a Walk Between Raindrops, da The Nightfly a Green Flower Street. Questo lavoro lanciò in grande stile il nome di Donald Fagen, anche ottimo pianista, nel firmamento musicale internazionale in virtù di una bellezza armonica stordente, arrangiamenti geniali, freschissimi ed un gusto jazzy impagabile. Fagen trova anche il tempo di unirsi alla New York Rock and Soul Revue con Michael McDonald, Bozz Scaggs, Phoebe Snow per l’incisione di uno strepitoso “Live at The Beacon, 1991” nel quale sono presenti grandi versioni di Pretzel Logic, Green Flowers Street oltre a classici come Knock on Wood e Lonely Teardrops. Nel 1993 ecco la reunion di breve durata, consacrata con “Alive in America”, un concerto che però non rende giustizia alla grandezza della band, troppo carica di fiati e coriste, ma l’ascolto di Barrytown e Pretzel Logic è sempre un bel sentire!
Donald Fagen, instancabile come sempre, incide nel 1993 “Kamakiriad”, prodotto dal sodale di sempre Walter Becker. L’album è ottimo ma un po’ oscurato dalla bellezza del suo predecessore anche se Teahouse on the Tracks e Snowbound sono brani di notevole levatura.
Scrivevo nel 1993 su My Own Desire a proposito del disco:

‘Kamakiriad prefigura concettualmente situazioni futuribili, con quel gusto del particolare e quella soffusa malinconia tipici dei testi di Fagen. Egli appare sullo schermo accanto al quadro comandi di Kamakiri, una dream-car costruita per il nuovo secolo, dotata di incredibili accessori. A questa nostalgia per il futuro, ben dipanata dal narratore nei testi nel corso di un viaggio che dura un giorno intero, corrisponde una musica che ripercorre puntualmente i vecchi sentieri compositivi ed armonici degli Steely Dan, che riconosciamo di primo acchito. Fatalmente "Kamakiriad" soffre del confronto impietoso col geniale "The Nightfly", ma poi, lentamente, rimani conquistato dalla produzione lussureggiante ma sapida di Walter Becker, dalla prorompente vitalità di una sezione fiati che è un massiccio spiegamento di nomi notissimi ai seguaci del jazz e r&b americano, Randy Brecker,Lou Marini, Alan Rubin, Ronnie Cuber, e dalle mezze frasi di keyboards insinuanti e colorati. Kamakiriad non ha il fascino subitaneo di The Nightfly ma riesce in egual modo a scolpirsi nelle orecchie, a penetrare sotto pelle in modo subdolo, tramite i mid-tempo indolenti ed ipnotici di Trans-Island Skyway, Springtime Countermoon; episodi estremamente solari sono poi Florida Room e Snowbound, cartine al tornasole di come si possa produrre dell’ottimo easy listening senza cadere nel fatuo e nel bieco stucchevole mainstream commerciale. Gli episodi più notevoli sono sulla seconda side, che dimostra come si possano ritagliare spazi espressivi mirabili pur rimanendo ancorati saldamente alla tradizione. Si rimane sedotti dall’avveniristica Tomorrow’s Girls (in pratica Steely Dan allo stato puro!), dalla lenta ed ipnotica On The Dunes – finale pianistico, accordi in sospensione, il penetrante sax tenore di Cornelius Bumpus in infinita dissolvenza – ed infine da Teahouse on the Tracks, funky, gonfia di fiati e di vitalità prorompente. Accomodatevi nella dream car di Fagen, allentate le vostre tensioni e non allacciatevi la cintura di sicurezza: la vostra fantasia farà il resto’ (Wally Boffoli, My Own Desire n°.6 – Suppl.Stampa Alternativa, 1993)

Steely Dan again

Il favore è subito ricambiato nel 1994 da Donald Fagen che produce “11 Tracks of Whack” di Walter Becker, purtroppo un mezzo flop a causa di brani in cui latitano verve ed inventiva. Passano sette anni prima della realizzazione di un nuovo disco degli Steely Dan, “Two Against Nature”, dato alle stampe nel 2.000: gli anni non sembrano essere trascorsi perché l’album è davvero notevole in virtù di grandi brani come Cousin Duprée, Gaslighting Abbie e la title-track. I premi fioccano ma il duo continua imperterrito a comporre e dopo soli tre anni pubblicano “Everything Must Go”, nel quale Becker torna al basso e per la prima volta canta un brano, Slang of Ages. I picchi creativi sono Things i Miss the Most, Green Book ed Everything Must Go Go, la title-track.














Il terzo album solista di Donald Fagen esce nel 2006, “Morph the Cat”, contraddistinto dal suono della chitarra di Wayne Krants, scovato dallo stesso Fagen. Si tratta del lavoro che più ricorda “The Nightfly” per la sua bellezza e la vicinanza al jazz, in questo caso il grande amore del musicista per Duke Ellington. Morph the Cat, The Great Pagoda Of Funn e The Night Belongs to Mona sono la dimostrazione della grandezza di questo artista e della complessità delle sue realizzazioni. Walter Becker pubblica a sua volta “Circus Money” nel quale dà sfogo a tutti i suoi amori musicali, dal reggae al blues alla ballata sincopata.
Gli ultimi documenti sonori a disposizione della band madre sono "In concert (live in New York 2000)" e “Steely Dan in Concert at the Caves”, un act dell’agosto del 2003 tenutosi vicino Detroit, che ripercorre l’intero tragitto artistico della band e del quale è consigliatissimo l’ascolto a chi non avesse nulla degli STEELY DAN o volesse accostarvisici.
Dimenticavamo: nel loro Steely Dan Official Site la loro attuale e più recente denominazione è Shuffle Diplomacy - STEELY DAN - JAZZ ROCK AMBASSADORS TO THE GALAXY with The Miles High Big Band and featuring The Embassy Brats. Sono ancora splendidamente in giro per tournées e ad ottobre 2011 saranno in scena in Australia e Nuova Zelanda, con un ospite d’onore davvero d’eccezione: Steve Winwood.

Ciro Boffoli e Wally Boffoli


Steely Dan live 2000 Daddy Don't Live In That New York City No More and Band Intros

Official Steely Dan

Steely Dan Discography:

1971: You gotta walk it like you talk it or you’ll loose that beat (Soundtrack)
1972: Can't Buy a Thrill (ABC Records)
1973: Countdown to Ecstasy (ABC Records)
1974: Pretzel Logic (ABC Records)
1975: Katy Lied (ABC Records)
1976: The Royal Scam (ABC Records)
1978: Greatest Hits (ABC Records)
1977: Aja (ABC Records)
1980: Gaucho (MCA Records)
1995: Alive in America (Giant Records)
2000: Two Against Nature (Giant Records)
2003: Everything Must Go (Reprise Records)
2008: In concert (live in New York 2000) (Immortal Records)
2010: Steely Dan in Concert at the Caves (live in Detroit 2003)

Steely Dan Videography

2000: Steely Dan – Two Against Nature – Concerto/Documentario
2000: Classic Albums – Steely Dan: Aja – Documentario sulla genesi di Aja
2010: Perfection in Performance DVD (Intergroove)

Donald Fagen:

1982: The Nightfly (W.B.)
1993: Kamakiriad (Reprise)
2006: Morph the Cat (Reprise)
2007: The Nightfly Trilogy (3-MVI DVD + 4-CD Box Set)
2011: untitled fourth solo album

Walter Becker:

1994: 11 Tracks of Whack (W.B.)
2008: Circus Money (5 over 12)

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