lunedì 6 giugno 2011

JOE LALLY: "Why Should I Get Used To It" (2011, Dischord Records)

Per chi ha vissuto l'epopea punk-hardcore nei tardi anni '80, il nome di Joe Lally è senz'altro noto e indissolubilmente legato ai grandi Fugazi, campioni di originalità e coerenza, al punto da dichiarare, nel 2002, invece di un definitivo scioglimento, una “pausa indefinita”. Essa è tuttora in atto, i componenti del gruppo si sono sparsi per il mondo (l'artista di cui ci occupiamo, infatti, vive a Roma, con la compagna e un erede) e continuano i propri percorsi personali. In particolare Joe Lally, nel periodo di “pausa”, ha prodotto tre album solisti. Questo, appena pubblicato dalla seminale Dischord, ha però una caratteristica peculiare: è il primo a non ospitare le collaborazioni di alcun membro del gruppo madre, essendo stato integralmente registrato a Roma, con due musicisti locali, la chitarrista Elisa Abela e il percussionista Emanuele Tomasi.
Entriamo nel merito: Joe Lally è un bassista e spesso le prove soliste di chi suona abitualmente quello strumento sollevano perplessità, se non altro perchè il ruolo del basso, in particolare nel “rock” è essenzialmente ritmico, un po' nelle retrovie. Ricordiamo, però, che il ruolo giocato da Joe e dal suo strumento nel suono dei Fugazi era assai diverso da quello del bassista classico, infatti la sua era una presenza in primo piano nella costruzione melodica dei pezzi del gruppo, e questo è quanto accade in questo “Why Should I Get Used To It”. Certo, la voce di Joe non è quella di Guy Picciotto e di quest'ultimo egli non ha 

l'approccio aggressivo, furioso, ma, giustamente, questo non è un disco dei Fugazi: è invece l'opera di un artista maturo, consapevole del proprio stile e della propria capacità di reggere il confronto anche con un così glorioso quanto ingombrante passato. Che, comunque, echeggia potente, ad esempio in Nothing To Loose, breve e sferragliante, oppure nella title track e in quello che, più che un brano compiuto, possiamo considerare un suo brevissimo intro, chiamato Ken-Gar. Ma al nostro non manca l'ispirazione, quindi nella track list dell'album è difficile trovare momenti di stanca, grazie all'alternarsi di composizioni lente e dilatate ed altre più concise, tutte però in grado di colpirci per peculiari caratteristiche. Personalmente ho gradito, oltre ai pezzi che citavo poc'anzi, Fort Campbell, NY, costruito sul tappeto del basso, un semplice battito di mani per batteria, i riffs lancinanti della chitarra e la voce insinuante di Joe che sussurra o poco più, ed anche le lente ma incisive Revealed In Fever, che ricorda in qualche modo i Beastie Boys del periodo “Check Your Head”, Let It Burn, scarnificata dalla tagliente chitarra di Elisa e Last Of The Civilized, degno pezzo di chiusura per un album sincero e coinvolgente.

Luca Sanna
Why Should I Get Used To It
Dischord Records

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