martedì 3 maggio 2011

VAN DER GRAAF GENERATOR : “La casa senza porte”

Perché declinare questo focus/retrospettiva di Roberto Fuiano solo al passato mi son chiesto apprestandomi a pubblicarlo? I fatti smentiscono un'ottica meramente passatista e revivalistica, sono eloquenti: i tre attuali titolari dei gloriosi Van Der Graaf Generator, Peter Hammill (lead vocal e songwriter), Hugh Banton (organ, bass guitar), Guy Evans (drums), tutti presenti nella formazione originale ed oggi più che sessantenni (Hammill ne ha 63 di primavere) sono tornati in piena attività dal 2005; l'ultimo disco della formazione, nel 1978, prima di volatilizzarsi per impegnarsi in carriere soliste, era stato un live "Vital: Van Der Graaf Live" (Virgin) ed ancora prima nel 1977 uno in studio "The Quiet Zone/The Pleasure Dome"(Blue Plate). Nel 2005 avevano visitato il nostro paese attraverso un breve tour: Roberto Fuiano, l'autore di questo focus aveva avuto modo di assistere al loro concerto romano, e soprattutto in quell'anno avevano pubblicato un nuovo album
in studio, il primo dopo 28 anni, l'incredibile doppio cd "Present" che mostrava nitidamente Hammill e c. ancora in possesso di una straordinaria e visionaria vena compositiva. Ed oggi? Ancora un recente tour italiano di 5 date tra il 4 ed il 9 Aprile ed un nuovo eccellente disco in studio, "A Grounding In Numbers" (Esoteric Records): Hammill fa quasi tenerezza a guardarlo oggi in alcune foto, canuto, con un enigmatico/stanco sorriso sulle labbra; ed allora ci si interroga: quale tipo di arcane sinapsi ha in dotazione quest'anziano songwriter, per essere in grado a 60 passati di siglare ancora episodi così ispirati come Your Time Starts Now, Mathematics, All Over The Place? (Wally Boffoli)


VAN DER GRAAF GENERATOR : “La casa senza porte” 1968 -1971, lo scioglimento
Negli anni sessanta la grande rivoluzione americana del rock’n’roll mutò rapidamente, grazie al talento e alla popolarità dei Beatles, e poi degli altri grandi gruppi del Beat, divenendo motrice primaria di un’epoca caratterizzata da notevoli trasformazioni soprattutto nell’ambito delle frange giovanili. Cambiamento nel pensiero, nei costumi, nei valori. Questa musica mutava quindi in rapida evoluzione secondo una concezione di arte quale ricerca, ma soltanto alla fine di quegli anni i testi, che erano rimasti relegati alle solite smancerie amorose, grazie all’impegno di cantautori come Dylan e Baez ed alla contestazione giovanile, che proponeva aperture su temi più impegnati, divennero parte fondamentale e inscindibile di composizioni d’ispirazione colta. In particolare il rock-progressivo, diffusosi agli inizi degli anni settanta, dopo una troppo breve stagione di psichedelica, proponeva attraverso eccellenti musicisti inglesi (in quel periodo l’Inghilterra era egemone di tutte le nuove tendenze musicali) una visione avanguardistica di musica totale che andava a fondere con intelligenza e spesso in maniera estremamente raffinata, il rock con la musica classica, col jazz, col folk, col blues, con la psichedelica ed anche con la musica orientale. E nei testi si ritrovavano numerosissimi riferimenti ed ispirazioni che andavano dall’epica cavalleresca a Shakespeare, dal visionarismo biblico di blakeiana memoria al simbolismo, al decadentismo, e ancora ispirazioni sepolcrali, fantascientifiche, fantasy, modernizzate da riflessioni sociologiche e intimistiche.
Uno dei gruppi più autorevoli di progressive sono stati senz’altro i Van Der Graaf Generator, le cui sonorità, basate soprattutto su fiati e tastiere, erano pregne di atmosfere a metà tra il jazz più sperimentale ed un impressionismo cosmico dalle struggenti venature melodiche. Leader indiscusso della band è il vocalist Peter Hammill (spesso anche alla chitarra e alle tastiere), una delle voci più affascinanti del rock; i suoi toni, a volte cupi ed inquietanti, a volte lirici, del tutto innovativi, sorreggono una poetica pregna di esistenzialismo spesso drammatico.
Il primo disco, “The Aerosol Grey Machine”, anche se già preparato nel 1968, viene pubblicato l’anno successivo, e anche se leggermente sottovalutato, evidenzia già la maturità del gruppo, (rispetto ad altre prog band come Genesis e Yes, che in quegli anni esordivano con lavori ancora influenzati dal “beat”). Oltre a Peter Hammill, (voce e chitarra) vi suonano Hugh Banton alle tastiere, Keith Ellis al basso, Guy Evans alla batteria e Jeff Peach al flauto. La direzione musicale è precisa, ballate melodiche ma dalla tessitura complessa, sostenuta soprattutto dall’organo di Banton, chiaro-scuri ricorrenti, una tensione sotterranea che improvvisamente esplode senza però raggiungere punte hard, e soprattutto un’evanescenza astrale tracciata dall’emozionante vocalità di Hammill. Brani come Afterwards, The Necromancer, Aquarian, insieme alla bellissima Running Back, resteranno perle indelebili della loro produzione. Nel 1970 i VDGG rimaneggiano la formazione, inserendo David Jackson ai fiati e Nic Potter al basso (escludendo Ellis e Peach), e pubblicano l’imperdibile “The Least We Can Do Is Wave To Each Other”, con altre composizioni di notevole impatto emotivo come Refugees (un pezzo da pelle d’oca), Darkness, Out Of My Book, White Hammer: in realtà non esistono (come sarà per tutti i dischi di quel periodo) brani sotto tono. Come si evince dalla copertina (un generatore che scarica elettricità verso lo spazio) e dalle immagini interne, in sintonia con la musica, la dimensione è quella di un afflato poetico esistenziale rivolto verso le solitudini dello spazio, del cosmo. Le tessitura diviene più complessa, le sonorità si inaspriscono a volte, e a volte si goticizzano profetizzando l’immaginario dark. Nello stesso anno esce lo storico “H To He, Who Am The Only One” che conferma la band come una delle più originali, raffinate e coraggiose di tutto il panorama rock. Il brano d’apertura Killer, che parla della solitudine di un predatore marino, è senz’altro quello di maggior impatto e più immediato degli altri, ma a lasciare senza fiato arrivano l’evocativa House With No Door e la splendida The Emperor In His War-Room con l’ispiratissima chitarra di Robert Fripp. In conclusione, ancora un viaggio oltre i limiti terrestri con Pioneer Over C, in evidenza il bel lavoro di Potter al basso, oltre all’ormai indispensabile presenza dei fiati (a volte suonati simultaneamente) del fuoriclasse David Jackson.
E’ del 1971 l’album icona della band “Pawn Hearts”, dove ancora una volta vengono superati i limiti di qualsiasi avanguardia, tanto da restare tale sino ai giorni attuali. Fuori Potter dalla formazione, ma continua la collaborazione con Fripp. Solo tre brani con A Plague of Lighthouse Keepers di ben 23 minuti, in cui incombe un mondo straniante, abitato da sogni alieni e terribili, con riff jazzistici portati allo stremo dalla grandiosità di Jackson, dissonanze esasperate e anse di rarefazione, culmini di acidità stemperati dalle aperture pianistiche di Hammill. Un vero e proprio manifesto di ciò a cui può giungere il progressive. Lemmings, cupo e tagliente come il mondo che tratteggia, con tratti di silenzi indifferenti ed accelerazioni reiteranti , a simboleggiare le possibilità catastrofiche dell’umanità che, in qualche modo, ritrova se stessa solo nel finale più pacificato e pacificante. Man-Erg, rappresentativa di una frammentazione dell’animo tra angeli e assassini che vi convivono. In tutto questo, la voce di Hammill (compositore della gran parte dei pezzi) raggiunge livelli di espressione invalicabili, carezzando, commuovendo, teatralizzando, urlando disperazione ed estraniazione, ma infine rassicurando con moti di inaspettata speranza. Lo stesso Hammill, a partire dal 1971 con “Fool’s Mate”, intraprenderà parallelamente la carriera solistica con una nutritissima e ininterrotta produzione di dischi, che arriverà sino ai giorni nostri (“Thin Air” del 2009). Le opere di Hammill ripercorrono essenzialmente le atmosfere dei Van Der Graaf, spesso realizzate con la collaborazione degli stessi componenti, ma sono caratterizzate da una dimensione più intimistica e spesso più cantautoriale. Sempre egregia la qualità dei suoi lavori; per citarne alcuni (oltre al succitato “Fool’s Mate”): “Chameleon In The Shadow Of The Night” del 1973, “The Silent Corner And The Empty Stage” del 1974 (forse il più bello in assoluto), “Over“ del 1977, “The Future Now” del 1978, “Fireships” del 1992, “ Everyone You Hold” del 1997, “This” del 1998, “Incoherence” del 2004. Nei suoi lavori è sempre presente una certa sperimentazione, soprattutto vocale, ma negli anni ’80 si registra un certo calo qualitativo, non tanto nelle composizioni quanto negli arrangiamenti, nei quali prendono spesso il sopravvento suoni di batteria elettronica che (come in uso in quegli anni) hanno il potere negativo di appiattire un pò tutto.
A Plague Of Lighthouse Keepers (23:13)

La prima reunion 1975-1978
Intanto, dopo Pawn Hearts, la band si scioglie per un certo periodo, restando comunque a collaborare nei dischi dell’amico Hammill, per ricomporsi nel 1975 e pubblicare “God Bluff”.
Si evince subito che, pur essendo un ottimo lavoro, con una stupenda The Undercover Man iniziale, qualcosa è cambiato. Meno sperimentale del precedente, più aggressivo ed essenziale, perde quella ariosità tipica di brani come Refugees o House With No Door. Ariosità che in parte ritroverà nel successivo “Still Life”, con la liricissima Pilgrims, e con l’accattivante ed epica Childlike Faith in Childhood's End. Intima e delicata My Room, con voce e fiati tesi a far vibrare di emozionalità, per non parlare della title track Still Life, ode a quel pessimismo cosmico che soltanto Hammill e suoi compagni sono in grado di esplicitare con un feeling così efficace e al tempo raffinato. A completare quella che viene considerata la trilogia di questa ricomposizione “vandergraffiana” con Hammill, Jackson, Banton ed Evans, nel 1976 viene pubblicato “World Record”, che a livello di lirismo rappresenta sicuramente un passo indietro, tranne per la notevole Masks, sorretta dal doppio sax di David Jackson e dal solito grande Hammill. Per il resto il disco si snoda percorrendo dilatazioni impressionistiche interrotte qua e là da improvvisi sprazzi di energia e cambi di tempo sostenuti dall’ottimo lavoro delle tastiere e della batteria. Più dissipati i momenti jazzistici, più evidenti quelli rock, con Hammill che si dedica con maggior attenzione, rispetto al passato, all’utilizzo della chitarra elettrica, come in Meurglys III; mentre in A Place To Survive si richiamano le atmosfere di Pioneer Over C (di “H To He”), con un finale tutto anfetaminico. Un disco, in ogni caso altamente dignitoso, forse un po’ deludente per chi si era ormai indissolubilmente legato ai deliri visionari e improbabili del grandioso “Pawn Hearts”. L’anno successivo, Banton e Jackson abbandonano la band. Torna al basso Nic Potter e viene inserito il violinista Graham Smith, proveniente dagli String Driven Thing. Abbreviando il nome in Van Der Graaf, il gruppo incide nel 1977 “The Quiet Zone/The Pleasure Dome”. Il disco, grazie all’eccellente violino di Smith, rappresenta una forte innovazione nel sound, pur accostandosi maggiormente ai lavori solistici di Hammill. Brani di notevole ispirazione sono Lizard Play, The Siren Song, Chemical World e la drammatica Last Frame. Ma, a fronte di qualche brano più rock e meno riuscito, emergono due capolavori: Cat's Eye/Yellow Fever (running), dinamica e apprensiva, col violino protagonista in un ritmo incalzante, appunto febbricitante, e The Wave, melanconica e astrale, che riporta alla bellissima e simbolica copertina, in cui un’eterea figura si dondola su di un’altalena al di là dell’atmosfera terrestre. Ultimo atto, prima dello scioglimento definitivo, la pubblicazione di un concerto live nel 1978 al Marquee Club di Londra, “Vital”, caratterizzato da sonorità più oscure e violente, con la voce di Hammill particolarmente aggressiva e ruvida, col ritorno di Jackson ai fiati, come ospite, e con l’inserimento del violoncellista Charles Dickie.

La seconda reunion, 2005
Dopo 25 anni di silenzio (se non per la produzione solistica di Hammill, sempre molto seguito a pieno merito da una massiccia fetta di appassionati), i quattro elementi fondanti dei Van Der Graaf Generator, Hammill, Evans, Banton e Jackson, si rimettono insieme e danno alla luce un doppio cd “Present”, con una prima parte composta da brani “classici” in cui riecheggiano soprattutto le atmosfere del periodo “Godbluff”, ma che presentano una grande carica ed una maggiore maturità compositiva. Every Bloody Emperor apre il disco con un deciso e felicissimo impatto, grintoso e ricco di variazioni ritmiche. In successione brani che rendono felici chi ha amato la band e più non sperava di rivederli insieme. Nutter Alert, Abandon Ship!, In Babelsberg, tutti degni di nota. La seconda parte del disco rappresenta quasi un “bonus cd”, con interessanti registrazioni di improvvisazione in studio durante le session di preparazione. Il grande entusiasmo per l’operazione di ricostituzione, la band lo dimostra alla grande durante il tour del 2005, cominciato a Londra, e che ha toccato anche Milano e Roma. Un successo enorme, per concerti in cui i Van Der Graaf sembrano non essere stati minimamente sfiorati dal tempo, sia tecnicamente che a livello di energia, e soprattutto in capacità di scuotere l’animo. E quando Peter intona Refugees, con un brivido ci si accorge che quella voce è la stessa dei tempi andati, e ci si ritrova in pochi attimi catapultati in una leggendaria atmosfera di sogno. Stranamente, nonostante il grande consenso suscitato dall’uscita di “Present” (anche dalla critica ufficiale), David Jackson lascia dopo poco la band, che decisa a proseguire anche senza l’apporto dei fiati, pubblica nel 2008 un notevole “Trisector”. Disco coraggioso, dalle impervie atmosfere che si placano e si riaccendono di continuo grazie alle doti ineguagliabili dei tre musicisti ed in particolare al grande lavorio delle tastiere di Hugh Banton, che suona anche il basso. Qua e là, ottimi spunti chitarristici di Hammill. Tutti brani eccellenti, a partire dalla iniziale The Hurlyburly, per continuare con le frenesie struggenti di Interference Patterns, con la stupenda, melanconica e bluesata The Final Reel e così via. Soltanto alla fine dell’ascolto dell’intero cd qualcosa sembra mancare, ed è naturalmente l’apporto sassofonistico o flautistico del geniale Jackson.


Il nuovo album: "A Grounding In Numbers" (2011, Esoteric Records/Cherry Red)
Assenza che si farà notare maggiormente nel recentissimo “A Grounding In Numbers” (2011). Per la prima volta nella discografia della band un lavoro composto da ben 13 pezzi, che avvicinano il disco più ai lavori solistici del cantante. Ma non è solo questa l’unica similitudine, perché se ne ritrovano a volte echi, come nella rockettara Highly Strong, che sembra tratta da “Nadir’s Big Chance” del 1975, o nella tipica ballata acida Bunsho o nella più esoterica Mathematics. Compaiono pezzi di elevata bellezza come Your time starts now che apre il disco, Snake Oil, ricca di intrecci vocali, tempi dispari e continue variazioni, il notevole Mr. Sands, e poi Smoke ossessivo e malato, e la bluesata Embarissing Kid. A fronte di questi però ci sono un paio di brani decisamente sotto tono, la scontata Medusa, e l’imbarazzante Splink dove, un drumming cadenzato e piatto accompagna stancamente una sorta di slow strumentale che pian piano scivola nella più completa atonalità. Chiudono il cd i brani 5533, dal ritmo funky e dissonante e l’intensa All Over The Place, entrambi interessanti e con momenti di intrigante sperimentalismo, ma che fanno pensare a come sarebbero stati con l’apporto dei fiati di David Jackson. Per parlare della poetica dei testi Hammilliani (nei VDGG e fuori) ci vorrebbe davvero un trattato, con riferimenti che vanno dall’esistenzialismo al decadentismo, dal simbolismo al visionarismo, dalla psicanalisi alle tematiche sociali, fantascientifiche e fanta-sociali. Mai un testo banale, mai parole superfluamente appiccicate: in omaggio a tanta ricchezza e onestà intellettuale e spirituale, l’articolo chiude con la traduzione di un suo testo Dropping The Torch, dal secondo album solistico “Chameleon In The Shadow Of The Night” (1973).

"Lasciando cadere la torcia"
Sono giochi quelli che facciamo
ogni mossa, annotata come ulteriore passo,
incatena la nostra libertà
e la volontà di vivere:
la nostra vita è semplicemente sopravvivenza
accanitamente aggrappata ai piaceri
con la sensazione
di non doverli mai abbandonare.
Le mura della nostra prigione
sono saldamente costruite
pietra su pietra, giorno su giorno
senza progetti di fuga,
sepolti vivi nella tranquillità
e nella rovina.
Il tempo dispone le cose intorno a noi
in strutture assassine
nera cornice che circonda i nostri nomi.
Le dita perdono la presa
e la torcia scivola via.
Il nemico è dentro ognuno di noi,
sento la mano della tranquillità
insediarsi furtivamente con dita di ghiaccio
e schiacciare il mio fiore di libertà;
ho perduto il corso della mia avventura
e perdute sono
tutte le cose che avrei voluto fare.
Solo una luce rimane per ciascuno
da tenere viva nel vento
ma alla fine
siamo proprio noi a spegnerla.
Tendiamo trappole e cadiamo
nei nostri stessi tranelli
senza avere poi dove andare.
Il tempo si muove sempre più adagio
solitaria diviene la vita
e meno reale.


Roberto Fuiano

Van Der Graaf Generator

discography:
Aerosol Grey Machine (Mercury/Repertoire, 1969)
The Least We Can Do Is Wave To Each Other (Famous Charisma Label/Blue Plate, 1970)
H To He, Who Am The Only One ( "" ""/Blue Plate, 1970)
Pawn Hearts (" "/Blue Plate, 1971)
68-71 Anthology (Charisma, 1972)
Godbluff (" "/Blue Plate, 1975)
Still Life (" "/Blue Plate, 1976)
World Record (" "/Blue Plate, 1976)
The Quiet Zone The Pleasure Dome (" "/Blue Plate, 1977)
Vital (Blue Plate, 1978)
First Generation (Alex, 1986)
Second Generation (Alex, 1986)
Maida Vale: BBC Sessions '71-'76 (Strange Fruit, 1994)
Present (EMI, 2005)
Trisector (Virgin, 2008)
Grounding In Numbers (Esoteric/Cherry Red, 2011)

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Ricardo Martillos says:
Ottimo articolo davvero, per una delle bands di progressive più amate in Italia ma non solo.
Per la mia solita pignoleria e completezza di informazione vorrei far notare che le etichette originali dei dischi dei VDGG erano la Mercury riguardo a The Aerosol Grey Machine(1969)mentre da The Least We Can Do Is Wave To Each Other (1970) a The Quiet Zone/The Pleasure Dome (1977) ovvero nel periodo d'oro, sono usciti tutti per la Famous Charisma Label, la stessa dei Genesis.
Inoltre nel 2000 è uscito un interessantissimo Box di 4cd che include materiale raro in studio e dal vivo.http://www.progarchives.com/album.asp?id=4492

Pasquale ' wally ' Boffoli ha detto...

grazie Ricardo, hai il link download del box per caso?

Si è verificato un errore nel gadget