sabato 3 settembre 2011

JOHN FOXX AND THE MATHS: “Interplay” (2011, Metamatic)

Se io sono uno di quelli per i quali i Genesis finiscono con la fuoriuscita di Peter Gabriel, parimenti sono uno di quelli per i quali gli Ultravox finiscono con la dipartita di John Foxx. E lo dico subito per togliermi il pensiero: il Foxx di quel glorioso passato non abita più qui. A dire il vero non abitava neppure in nessuno dei suoi dischi solisti (a mio giudizio neanche nel sopravvalutato "Metamatic") che hanno sempre viaggiato verso una piccola lode senza infamia ma mai verso il capolavoro.
In questo "Interplay", creato con la collaborazione di Ben Edwards (Benge per gli amici e il pubblico), il nostro non si smentisce proponendoci (o se preferite il quasi peggiorativo, propinandoci) un cocktail con troppi ingredienti shakerando insieme una buona dose di Orchestral Manouvres In The Dark, un terzo di Human League, un pizzico del Bowie più tronico e berlinese, una sorsata degli immancabili Kraftwerk, uno spicchio di Gary Numan, un assaggio di Depeche Mode, uno di Daft Punk, per concludere con piccole dosi di Japan, di Spandau Ballet e (inconsapevolmente credo) persino dei nostri Righeira. Ora, se dovessi fare solo una short review di questo album potrei tranquillamente fermarmi qui poiché avrete già capito cosa vi può capitare ascoltandolo.
Volendo invece dilungarmi ancora un po’ faccio notare che quel cocktail è formato dalle migliori menti (?) della generazione pop-tronica europea degli anni ottanta, decennio a cui questa nuova opera di Foxx & Company fa assolutamente riferimento, non andando oltre a una musica derivativa risalente a due decenni fa e non certo innovante.
Paradossalmente è solo il primo brano Shatterproof a smentire, ma solo leggermente, quanto appena detto abbandonandosi a un rap lento e robotico al contrario di Catwalk canzoncina maliziosa che, se non fosse una sorta di incontro tra Gary Numan e Iggy Pop sembrerebbe un brano sbucato fuori da una compilation beat anni sessanta. Poi dimenticatevi chitarre, batterie e qualsivoglia strumento tradizionale poiché qui imperano solo sintetizzatori e drum machines dalla prima all’ultima nota, senza niente a che vedere con la sacralità ieratica di un Brian Eno, ma tentando piuttosto la strada della canzonetta. Strada che viene imboccata a gran velocità nella simpatica Watching a building on fire che vede ai cori la presenza femminile di Mira Aroyo dei Ladytron e poi interrotta bruscamente al posto di blocco della title track Interplay, lentissima, brevissima e interessante canzone a cui manca veramente poco per stare nel carnet del miglior David Sylvian.
E se nella sinthetica e ballabile Running man ritroviamo il clone di Iggy Pop edulcorato e virato dancefloor, il brano migliore a mio giudizio, A falling star, sembra uno scarto dell’ultimo Bryan Ferry sofisticato e ammaliante. Oltre quanto detto altre quattro canzonette riempiono il cd senza nulla aggiungere a un album mollo e senza spina dorsale come un bruco della Patagonia, dove, purtroppo, il fastidioso gioco delle somiglianze e del già sentito prende il sopravvento sulla mancanza di personalità dei protagonisti ad ogni livello: vocale, compositivo e strumentale(?). Un album comunque facile, orecchiabile e che non disturba, totalmente calato negli anni ottanta e che, se non siete obbligati come me a scriverne una recensione, non merita la decina di ascolti attenti e profondi che gli ho dedicato, ma che risulterà piacevole come gustoso sottofondo mentre leggete un quotidiano, quando fate le parole incrociate o le pulizie di casa.
Maurizio Pupi Bracali

Metamatic




1 commento:

Anonimo ha detto...

Ecco allora ascolta la musica che consiglia quell'ebete di Simon Reynolds, così ti senti intelligente

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