lunedì 13 giugno 2011

GREVE: “Greve EP” (2011, IndieBox)

Quando si chiamavano Virginia Madison tendevano ad un melodic hardcore brillante e coinvolgente che tuttavia strizzava l’occhio a gruppi leggendari e precursori di un genere che più o meno ci aveva già raccontato tutto. Ovviamente anche per motivi di collocazione temporale oramai abbondantemente fuori dagli impeti furoreggianti della generazione punk, gli stessi Bad Religion, Strung Out e Nofx (per citare solo i più importanti) avevano avuto semplicemente la capacità di rendere più vicini al melodico dei generi fino a quel momento lontani dai clamori popolari, riportandoli alla ribalta come una moda prima abusata e poi, alla stessa velocità, archiviata.

Rimanere attaccati a questa rivisitazione della rivisitazione non avrebbe certamente portato lontano il quartetto veronese che attualmente è composto da Daniel Corsi (voce e chitarra), Daniele Pasetto (basso), Michele Zamboni (chitarra), Marco Tronci (batteria). Nel 2009 nascono così i Greve, il loro rock alternativo si propone ora in una veste meno aggressiva e certamente più equilibrata e con grande coraggio decidono di cantare in italiano.
In questo EP omonimo di esordio ci propongono sei tracce senz’altro interessanti e ci mostrano spunti coinvolgenti e una indubbia evoluzione nel dosaggio ritmico e nella ricerca di atmosfera, tuttavia questa nuova tendenza intimistica e questa ricerca di tensione introspettiva non è ben supportata dalla strumentazione rock classica (chitarra, batteria, basso) e da un canto abrasivo e irruento impostato ma poco modulato. I Verdena, che a tratti ci ricordano, avevano senz’altro una maggiore visceralità nei loro primi lavori e i Subsonica - con l’introduzione di tocchi di elettronica - spezzavano le linee di un alt-rock altrimenti troppo scialbo. Tutta la loro esperienza musicale si traduce nei buoni equilibri di Le Navi D’Aral e nell’accattivante melodia sostenuta da un groove energico e godibile.
In 148 Milano la profondità del testo fatica a farsi spazio in un muro sonoro senza respiro che trasforma il senso di rabbia in rumore e disperde l’emozionalità in un melodico banale e irritante. Plain Air torna a riproporre questo impatto assai poco credibile tra ruvidezza sonora e poetica del testo. Ciecaprossimità e Avremo lo stesso Sonno! cadono nella stessa pesantezza e ripetitività che non anticipa più nessuna sorpresa. Comodo Inganno ha un buon ritmo ed alcuni flash intuitivi che però non vengono sostenuti da un colore vocale e interpretativo capace di creare il giusto spessore. La pecca di questo disco non è tanto la percezione indiscutibile di un già sentito (del resto attingere dal passato e reinterpretare non è affatto un limite ma uno stimolo alla crescita e all’evoluzione) quanto la sua asetticità, la sensazione di non cogliervi una scintilla o un’intuizione che lo contraddistingua. Ed è un peccato perché tutto questo ci disorienta nel cercare di dare un senso alla direzione intrapresa da un gruppo che suona dal 2002, che ha alle spalle una preparazione musicale notevole ma che annaspa nel definire la sua identità e personalità. Eppure il coraggio di rimettersi in discussione c’è stato ma appare evidente che questo lavoro sia ancora una fase di rodaggio. Un risultato tiepido e opaco che decisamente non può tradurre nei giusti termini la loro voglia di rinnovata espressività. Sarà colpa di questo nome così fortemente indiziario? Speriamo che Greve rimanga solo il primo passo incerto e non diventi una dichiarazione d’intenti, altrimenti verrebbe caldamente voglia di suggerire una terza metamorfosi, con l’augurio che sia quella giusta.
Romina Baldoni

Le Navi d'Aral
IndieBox Records

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