lunedì 13 giugno 2011

JAZZ-ROCK - "A Story - Fourth Part" - l'Italia: Perigeo, Area, Arti e Mestieri

Il 13 GIUGNO 1979 moriva per un maledetto morbo tropicale l'immenso DEMETRIO STRATOS degli immensi AREA, come ci ha ricordato 'caramente' il compagno nostro collaboratore RICARDO MARTILLOS: ma oggi c'è stata anche una grande vittoria, e Demetrio ne sarebbe stato molto felice. Riproponiamo, come piccolo contributo di DISTORSIONI, un articolo di LUCA SANNA sul jazz-rock contenente un sentito omaggio a DEMETRIO STRATOS e AREA (wally boffoli)


Perigeo
Il nostro viaggio di avvicinamento ai nostri più o meno confortevoli lidi si compie ora con tre gruppi italiani. Ho scelto quelli ai quali sono più affezionato, ma penso che in parecchi saranno d'accordo con me. Comincio dai più “ortodossi”: Perigeo, quindi Giovanni Tommaso al basso acustico ed elettrico, Franco D'Andrea
alle tastiere, Bruno Biriaco alla batteria, Claudio Fasoli al sassofono e Tony Sydney alla chitarra. Diciamo subito che non si tratta di principianti, ma di jazzisti già formati, che vantano collaborazioni con artisti internazionali di grido (tanto per citarne un paio, Steve Lacy e Chet Baker), la cui decisione di formare un gruppo jazz-rock è senz'altro consapevole e non certo di tipo commerciale. Nel 1972 esce il primo disco “Azimut”, seguito, con cadenza annuale, da “Abbiamo Tutti Un Blues Da Piangere” (titolo splendido! quant'è vero...), “Genealogia”, “La Valle Dei Templi” (un successo anche di vendite) e “Non E' Poi Così Lontano”, più due dischi dal vivo.
Il gruppo ha un suono pulito, che conserva forti influenze jazzistiche, ma mostra anche interessanti sonorità che definirei mediterranee. Siccome la pratica è sempre più e meglio comprensibile della teoria, faccio parlare la musica: dal primo album scelgo l'evocativa (sempre bei titoli, tra l'altro) Aspettando Il Nuovo Giorno, dal secondo Rituale, in cui spicca il lavoro in sezione tra la chitarra e il sax, poi non possono mancare Via Beato Angelico da “Genealogia”, quasi progressive, e La Valle Dei Templi, dal disco omonimo, di cui all'epoca uscì addirittura il 45 giri (bei tempi...) e nella quale, alle percussioni, figura Tony Esposito, che un pò di tempo dopo poi ci ammorbò con l'orrida Kalimba de luna. L'ultimo disco segnava il passo, probabilmente le idee erano finite e si sente, quindi lascio a voi le eventuali ricerche.

Area
Mi dirigo ora invece verso quello che in parecchi ritengono il gruppo italiano più creativo e di maggior qualità di ogni tempo: gli Area. Restringere il perimetro della loro musica nella piccola dimensione del jazz-rock è una bestemmia, tuttavia ce li vedo assai meglio che non, come ho notato succede ultimamente, in quella ben più ristretta e limitata del progressive.
Per capire meglio la musica e la “politica” degli Area, riporto questa dichiarazione, che trovo assolutamente chiarificatrice, rilasciata a una trasmissione RAI del 1976 dal compianto Demetrio Stratos, cantante (questa è sicuramente una definizione limitativa) del gruppo: “Questo gruppo ha ... ha quattro anni di vita, e anche la sua musica, chiaramente. Vuole coagulare diversi tipi di esperienze: fonde jazz, come il pop, la musica mediterranea e la musica contemporanea elettronica. La problematica qual' è? Abolire le differenze che ci sono fra musica e vita. Gli stimoli che trae questo gruppo vengono direttamente dalla realtà, trae spunto dalla realtà; e dalla strada, chiaramente.”. Direi che c'è la miglior recensione possibile dei dischi dei nostri, che vediamo ora uno per uno.
Il 1973 è l'anno di “Arbeit Macht Frei”. La formazione comprende, oltre a Demetrio alla voce, all'organo elettrico e alla steel drum, il vero cervello musicale del gruppo, Patrizio Fariselli, al piano e tastiere elettroniche, Paolo Tofani alla chitarra, Giulio Capiozzo alla batteria, Victor Eduard Busnello al sax e Patrick Djivas al basso, poi trasferitosi alla P.F.M.. Tutti, o quasi, conoscono l'incendiaria Luglio, Agosto, Settembre (Nero), ma preferisco indicare al vostro ascolto la title track, che mi riporta magicamente a quei giorni, in cui vivevamo in un mondo migliore senza neppure rendercene conto. Il secondo disco esce nel 1974, si chiama “Caution Radiation Area” e porta alla stabilizzazione della formazione storica, con l'abbandono del sassofonista Busnello e di Patrick Djivas, sostituito dal grande Ares Tavolazzi.
Si tratta di un disco innegabilmente difficile, molto sperimentale, spesso al limite dell'inascoltabile, come nei quattro, sibilanti, minuti dell'evocativa Lobotomia. C'è, però, il mio pezzo preferito della loro intera produzione: Cometa Rossa. C'è dentro poesia, potenza, sentimento. Un capolavoro. Da brividi. Dopo un disco così difficile, i nostri escono, nel 1975, con “Crac”, che dà una svolta più orecchiabile al suono della band, senza perdere un solo grammo di qualità. Scelgo L'Elefante Bianco, anche per il testo, come sempre incisivo, ma il disco contiene pietre miliari come Gioia e Rivoluzione e La Mela Di Odessa, durante la quale, nei concerti, c'era una specie di banchetto collettivo a base di mele. Chi, come me, ha avuto la fortuna di presenziare ad una loro performance se ne ricorderà, gli altri possono trovarne documentazione nel “live”, sempre del 1975, “Are(A)zione”, con tanto di cover quasi “free” de L'Internazionale, con cui usavano chiudere la scaletta. Ancora brividi.
Nel 1977, l'anno del punk, gli Area non cambiano registro, anzi, rilanciano con “Maledetti (Maudits)”. Un minimo di logorio comincia a sentirsi, ma un pezzo come questo,Gerontocrazia, vale da solo l'acquisto dell'LP. L'anno dopo esce l'ultima incisione degli Area con Demetrio Stratos, che poi abbandonerà il gruppo per continuare la sua esperienza sperimentale solista, ma ci verrà presto rapito da una fottuta malattia. Il disco si chiama “1978 – Gli Dei Se Ne Vanno, Gli Arrabbiati Restano”, riferendosi all'abbandono del gruppo da parte del chitarrista Paolo Tofani.
Si tratta di una prova in tono leggermente minore, ma mi piace comunque segnalarvi questo pezzo, Hommage A Violette Nosieres, in cui Demetrio la fa da padrone. La parabola del gruppo, senza Demetrio, si interrompe, anche se escono ancora “Tic & Tac” (1980) e “Chernobyl 7991” (1997), album ascoltabili, ma nulla più.


Arti e Mestieri
Il terzo gruppo italiano di cui volevo parlarvi, con cui concludo la quarta puntata di questo excursus dentro e intorno al jazz-rock, è mio concittadino (quindi sono di parte) e secondo fonti più accreditate del sottoscritto si piazza meglio nel reparto “progressive” delle nostre discoteche. Lascio a chi leggerà (e ascolterà) il giudizio, ma io penso abbiano il loro posticino comodo tra i gruppi jazz-rock. Sto parlando degli Arti & Mestieri. Possiamo dire senz'altro che si tratta di un gruppo longevo, visto che tutt'ora calcano le scene e, pare, siano seguitissimi in Giappone (!), anche se solo Chirico e Crovella fanno ancora parte della formazione. Direi, però, che hanno dato il loro meglio nei primi due dischi, “Tilt” (1974) e "Giro di Valzer per Domani” (1975).
La formazione comprendeva Gigi Venegoni alla chitarra, Furio Chirico alla batteria, Beppe Crovella alle tastiere, Marco Gallesi al basso, Giovanni Vigliar al violino e Arturo Vitale alle ance, con qualche incursione del cantante Gianfranco Gaza, prematuramente scomparso nel 1986. Il gruppo proponeva un suono abbastanza particolare, in cui, obiettivamente, è difficile non trovare qualche sonorità progressive e dove spicca l'abilità (ma spesso anche la scarsa misura) del batterista Furio Chirico. Propongo, da “Tilt” il loro pezzo più famoso, Gravità 9,81 e, da “Giro di Valzer”, Mirafiori, che mi riporta al quartiere della mia infanzia.
Alla prossima puntata, dunque, che ci farà nuovamente volare oltre Atlantico!
Luca Sanna

1 commento:

URSUS ha detto...

Dal vivo li ho visti verso la metà degli anni 70 : ognuno dei tre gruppi con stili e sfumature diverse,ma a livelli assolutamente geniali !
Grazie a chi ce li fa ricordare ancora,senza retorica...complimenti !

Si è verificato un errore nel gadget