lunedì 11 aprile 2011

JAZZ-ROCK - "A Story - Fifth Part": Miles Davis, Weather Report, Jaco Pastorius, Herbie Hancock, Chick Corea degli anni '70 ed '80

All'inizio della prima puntata, l'intenzione era quella di fare una specie di bignami del jazz-rock, segnalando solo il meglio del meglio, perdipiù limitandomi ad un ristretto arco temporale. Col proseguire della stesura è diventato chiaro che le scelte da fare erano troppo difficili e avrei finito per tralasciare dischi e musicisti meritevoli di attenzione, quindi mi è sembrato opportuno, dopo la breve digressione relativa a Chicago, B.S.& T. e If, affrontare la scena europea in modo, spero, esaustivo, per poi ritornare oltreoceano, dove c'era ancora parecchia trippa per gatti. Ecco allora che ci trasferiamo nuovamente negli Stati Uniti, per continuare il viaggio che avevamo interrotto, innanzi tutto riprendendo e allargando la trattazione relativa agli artisti di cui ci eravamo occupati prima, per poi esaminare altri musicisti e allargare l'ambito temporale di riferimento.

Il Miles Davis dei '70 ed '80

La produzione di Miles Davis, forse il vero iniziatore del genere, dopo le grandiose opere dei primi anni '70, perde di interesse: escono una serie di dischi dal vivo (“Dark Magus”, “Agartha” e “Pangaea”, il primo nel 1974 e i secondi due nel 1975) e tre in studio, (“Big Fun”, “Get Up With It” e “Water Babies”) con dentro più che altro pezzi recuperati durante le sessions del periodo precedente. Si tratta comunque di materiale di qualità, anche se Miles, quando il produttore Teo Macero decise di pubblicarlo, non fu affatto contento, non ritenendolo all'altezza. Sentiamoci Calipso Frelimo, un pezzo che uscì nel 1974 sul disco “Get Up With It”, in questo estratto da un concerto alla Stadthalle di Vienna datato 1973. Non c'è tutto il pezzo (durava 32 minuti), ma ci fa capire la direzione presa da Miles in quel periodo. Tra l'altro, nessuno dei musicisti della formazione di “Bitches Brew” è presente in questo concerto, né nelle registrazioni in studio. Oltre al trombettista suonano Dave Liebman al sax, Peter Cosey e Reggie Lucas alla chitarra, Michael Henderson al basso, Al Foster alla batteria e James “Mtume” Forman alle percussioni. Dopo questi dischi Miles si prende una pausa di riflessione, di cinque annetti, durante la quale non tocca la tromba, preda di problemi di salute e dipendenze varie. Con l'aiuto di quella che diventerà sua moglie, l'attrice Cicely Tyson (quella di “Radici”), si risolleva da queste difficoltà e ritorna alla musica.
Nel 1981 dà alle stampe “The Man With The Horn”, accolto con il solito pollice verso dalla critica, ma con un certo favore dal pubblico. Nella formazione sono presenti almeno due pezzi da novanta, il bassista Marcus Miller e il chitarrista Mike Stern e, inoltre, Al Foster alla batteria e Bill Evans (non Quello) al sassofono. La banda, in ogni caso, ha un gran tiro, più per il micidiale, funkissimo slapped bass di Miller e per la chitarra “storta” di Stern che per i rarefatti interventi di Davis. Un esempio lo abbiamo in Fat Time, il pezzo che apre il disco, in cui spicca il potente assolo del chitarrista.
Il “nuovo” suono davisiano viene immortalato dal vivo nell'album “We Want Miles”, dell'82, poi escono “Star People”, in cui compare per la prima volta il chitarrista John Scofield, un altro fuoriclasse, e “Decoy”, al quale partecipa nientemeno che Branford Marsalis, sassofonista molto “à la page” e in cui Darryl Jones sostituisce Marcus Miller al basso. Come potete vedere Davis si circonda sempre di musicisti di estrema qualità. Per documentare questo periodo ho scelto Come And Get It, dove la chitarra creativa di Scofield si sbizzarrisce, e Decoy, molto funk. Il suono è quello parecchio di moda verso la metà degli anni '80, piuttosto “facile”, anche se gli interpreti sono senz'altro all'altezza. Sorvolo su “You're Under Arrest”, con un paio di agghiaccianti covers di Michael Jackson e Cindy Lauper, mentre rimane degno di nota “Tutu”(1986), anche se dobbiamo annotare come, in effetti, il disco sia ascrivibile più che altro a Marcus Miller, che ne cura buona parte della produzione, ne scrive quasi tutti i pezzi e provvede anche a suonare quasi tutti gli strumenti, con qualche collaborazione illustre come George Duke e Michal Urbaniak.
Siamo veramente alla fine della carriera di Miles, che fa ancora uscire un album trascurabile, “Amandla”, e alcune colonne sonore, e ci lascia per una polmonite, aggravata dal diabete e altri acciacchi, nel 1991. Anche noi lo lasciamo, con questa esecuzione dal vivo (al David Letterman Show) di Tutu, che ce lo mostra ancora in buona forma, circondato da una band alla sua altezza, in cui spicca il basso di Marcus Miller, che ritroveremo in seguito.

Weather Report '70

Nella prima parte di questa retrospettiva abbiamo parlato dei Weather Report, e ho espresso la mia perplessità sulla loro produzione seguente a “Mysterious Traveller”. Non mi sono pentito, ma, avendone lo spazio, mi è sembrato giusto sottoporre alla vostra attenzione almeno i tre album principali del loro secondo periodo. Rieccoci dunque nel 1976, anno in cui i nostri danno alle stampe il loro sesto album in studio, “Black Market”. Dei membri fondatori restano soltanto Joe Zawinul e Wayne Shorter, il basso è quasi sempre nelle capaci mani di Alphonso Johnson, che però è in via di rottamazione a vantaggio di Jaco Pastorius, che suona il suo fretless in due dei sette pezzi, alla batteria si alternano Chester Thompson e Narada Michael Walden, che abbiamo conosciuto nella Mahavishnu Orchestra e, alle percussioni, Don Alias e Alex Acuna. Vediamo la band alle prese con Cannon Ball, al famoso festival di Montreux. Nel 1977 esce “Heavy Weather”, l'album in cui l'influenza di Pastorius si fa sentire di più e che consegna il gruppo al grande successo commerciale, in particolare con il pezzo Birdland. Il brano è conosciutissimo, anche grazie alle innumerevoli covers, tra cui è notevole quella “vocalese” dei Manhattan Transfer, ma ce lo sentiamo eseguito durante un concerto del 1978 alla Stadthalle di Offenbach, in Germania. Nel 1979, quasi a bilancio dell'attività del decennio che volge al termine, esce il “live” “8:30”, che ufficializza l'assunzione del fantastico batterista Peter Erskine, noto, oltre che per la sua rimarchevole abilità, per suonare praticamente “sotto” la batteria, quasi sepolto da una selva di piatti e tamburi. Il doppio LP contiene, oltre all'inflazionata Birdland, molti dei pezzi dei precedenti due albums e, della vecchia produzione, solo Scarlet Woman e Boogie Woogie Waltz. Ho scelto, come finale della parte dedicata alle “Previsioni del Tempo”, proprio quest'ultima, in medley con Badia.

Jaco Pastorius

Visto che ne abbiamo parlato poco sopra, dedichiamo ora qualche attenzione al celebrato bassista Jaco Pastorius e alla sua produzione solista. Nato nel 1951, con un padre batterista, vorrebbe seguirne le orme, ma, a causa di un incidente al polso, deve accontentarsi dell'altro strumento fondamentale della sezione ritmica, il basso. Incomincia con il contrabbasso, ma ben presto si converte al basso elettrico, pur utilizzando il manico “fretless”. Questo influenza parecchio il suo stile morbido e pastoso, assai diverso da quello “di moda” all'epoca, lo “slapped bass” di cui gente come Alphonso Johnson, suo predecessore nei Weather Report, e Stanley Clarke, il bassista di Chick Corea avevano fatto una bandiera. Proprio questo suono peculiare fa si che Joe Zawinul, nel 1976, lo chiami nei Weather Report, di cui farà parte fino al 1981. Jaco, purtroppo, è affetto da problemi psichici, acuiti da dipendenze varie. La figura per lui paterna di Joe Zawinul, per il periodo in cui fa parte dei Weather Report, lo aiuta a mantenere sotto controllo la malattia e, infatti, nonostante la sua carriera sia in grande ascesa, è proprio l'abbandono del gruppo a segnare l'inizio di un declino che lo porterà ad una prematura morte nel 1987 in circostanze davvero tragiche. Nella sua carriera collabora con molti artisti, anche al di fuori del jazz: l'elenco è lungo, ma almeno citiamo Joni Mitchell, a cui presterà il fretless nei dischi “Hejira”, “Don Juan's Rackless Daughter” e nel celebratissimo “Mingus”. Proprio da questo, un gran disco, vi propongo A Chair In The Sky, che, concorderete con me, a buon diritto può far parte della nostra rassegna.
La sua produzione solista, invece, è ridotta a tre albums, il primo, omonimo, del 1976, “Word Of Mouth”, del 1981, e un live dell'anno dopo, “The Birthday Concert”. Personalmente non li trovo imperdibili, anzi, ma questo pezzo, molto “groovy”, con alla voce addirittura i mitici Sam & Dave, chiamato Come On, Come Over è molto piacevole.

Herbie Hancock '70

Ritorniamo ora indietro di qualche anno, per incontrare di nuovo un personaggio di cui abbiamo trattato all'inizio: si tratta di Herbie Hancock, tastierista emerito, entrato nella storia del jazz molto prima di entrare in quella, certo più modesta, del jazz-rock. Abbiamo trattato di “Head Hunters”, album fondamentale nella produzione di Hancock e dell'intero movimento, ma è opportuno ricordare che già in precedenza, nel solco tracciato dal solito, seminale “Bitches Brew”, al quale, peraltro, aveva partecipato, il nostro Herbie aveva dato alle stampe tre album, “Mwandishi” (1970), “Crossings” (1972) e “Sextant” (1973), con una formazione composta, oltre che, ovviamente, da lui, dal bassista Buster Williams, dal batterista Billy Hart, e da tre fiati: Eddie Henderson alla tromba, Julian Priester al trombone e Bennie Maupin, poi anche negli Head Hunters, ai sassofoni. Al gruppo collaborava anche Patrick Gleeson, addetto al sintetizzatore Moog. Si tratta di roba abbastanza ostica, diciamo che siamo dalle parti dei primi Weather Report, il free jazz a quell'epoca era in pieno fiorire, e si sente, soprattutto nell'uso dei fiati. Ho scelto un brano per ognuno dei dischi citati, cominciando con questo pezzo eseguito dal vivo a Molde, in Norvegia, e tratto dall'album “Mwandishi”, chiamato You'll Know When You'll Get There. Da “Crossings”, ho scelto Quasar, in cui Hancock si cimenta anche con il mellotron, e da “Sextant” Hornets (parte uno) e (parte due), un pezzo molto “groovy”, dai tempi assai dilatati, con grande uso di suoni puramente elettronici. Dopo questi tre ponderosi dischi, e dopo il successo del più orecchiabile “Head Hunters”, Hancock abbandona gradualmente la causa del jazz-rock, per ritornare a un approccio più tradizionale. Parallelamente, però, tiene in piedi la sua carriera di intrattenitore, sia pur raffinato, e raggiunge un gigantesco successo commerciale con il pezzo con cui lo abbandoniamo, che avrete senz'altro sentito in qualche radio, o intravisto su MTV, visto che il video ha fatto epoca: si tratta di Rockit, pezzo all'avanguardia, per l'epoca (1983), con tanto di drum-machine e scratching, con il basso e la produzione di sua maestà Bill Laswell.


Chick Corea '70 ed '80

Per concludere con i riesami degli artisti trattati nella prima parte, ritorno brevemente su Chick Corea: avevamo detto che, dopo il 1974, la sua parabola creativa si è avviata verso una progressiva discesa, e confermo la mia affermazione.
Tuttavia mi piace segnalare almeno due dischi più recenti, meritevoli di attenzione per motivi diversi: il primo è “My Spanish Heart”, del 1976, un doppio LP piuttosto particolare, dedicato ad una rilettura della musica tradizionale spagnola, nel quale Corea e la sua solita congrega di fenomeni (Stanley Clarke, Steve Gadd, un grande della batteria, Jean Luc Ponty, Gayle Moran, Don Alias) si mostrano particolarmente ispirati. Dal disco, che, lo confesso, è uno dei miei preferiti, ho scelto la strepitosa Armando's Rhumba, suonata splendidamente da Chick al pianoforte, con un grande Stanley Clarke al basso acustico e un quartetto d'archi. Il disco in effetti non è tutto così, vi compaiono gli usuali strumenti elettrici ed elettronici tipici della produzione di Corea, ma sono innamorato di questo pezzo.
Il secondo è il disco del ritorno di Corea a sonorità elettriche, con un gruppo, chiamato programmaticamente "Elektric Band", composto ancora una volta da “all stars” del calibro di Dave Weckl alla batteria, John Patitucci al basso (a sei corde!), Frank Gambale alla chitarra, poi sostituito dall'altrettanto funambolico Scott Henderson, ed Eric Marienthal al sassofono. Il lavoro, omonimo, esce nel 1986 e provoca nei fans del jazz-rock, in crisi d'astinenza da novità, brividi di piacere. In effetti non c'è niente di nuovo, ma la strepitosa qualità dei musicisti e una vena compositiva tutto sommato all'altezza lo rendono assai interessante. Ho avuto la fortuna di vedere la formazione all'opera dal vivo a Torino, al teatro Colosseo, e vi assicuro che quello che facevano i musicisti sul palco aveva dell'inspiegabile. Ho trovato questo video giapponese, con l'ouverture del concerto e il pezzo Side Walk, uno dei migliori del disco. Non mi prolungo su Corea perchè, nonostante Chick prosegua la sua carriera sia in studio che dal vivo, non ha più aggiunto nulla a quanto di buono abbia già prodotto.

Luca Sanna

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