venerdì 22 aprile 2011

JAMES CHANCE & TERMINAL CITY: “The Fix Is In” (Dicembre 2010, Interbang Records/Goodfellas)

“Mi sento come fossi tornato agli anni ‘80”: è una frase del sorprendente James Chance riportata nelle note del suo dvd “Chance of a Lifetime – Live in Chicago 2003”, uscito nel 2005 per l’etichetta californiana DBK Works. Il dvd, frutto di un tour di 4 date (Chicago, Detroit, Milwaukee e Minneapolis) tenuto da James Siegfried 8 anni fa insieme ai chicagoani Watchers e al fratello David, ci informava che l’inquieto ometto di Milwaukee era ancora tra noi, operativo ed in giro, come l’altra sopravissuta ex amica di bagordi Lydia Lunch. La conferma di un ritrovato stato di grazia è il tour europeo di Chance di questo 2011, che l’ha portato anche in Italia in marzo per quattro date, con una formazione a cinque (Judy Taylor, vocals and dance). Sì proprio lui, il dissennato Chance/White, spuntato/sputato fuori alla cronaca per la prima volta con i suoi Contortions dai solchi di "No New York", il caustico manifesto No Wave prodotto da Brian Eno nel 1978 (Antilles Records). Stiamo parlando di un totem discografico (a tutt’oggi) di una città attraversata in quel declinare anni ’70 da perfidi rivoli sotterranei di arte obliqua/nichilista, nella musica come nel cinema. In quella stagione seminale Chance praticò un onanismo ‘situazionista’ beffardo verso tutto e tutti, almeno quanto gli altrettanto dissacranti compari di solco Teenage Jesus And The Jerks di Lydia Lunch, Mars di Sumner Cran, D.N.A di Robin Crutchfield ed Arto Lindsay. In realtà sin d’allora non riusciva a nascondere del tutto, dietro gli squinternati squittii/brontolii di un sax alto velenoso in guerra permanente con le ‘regole’ tonali ed armoniche, un profondo amore per il funky, il jazz ed il free jazz, il rhythm & blues e, con il senno di poi, il blues: esattamente quei generi che in brani al vetriolo come Jaded, Flip Your Face, Dish It Out stava iniziando a profanare metodicamente come un serial killer punk, dando fondo a tutta l’incontrollabile anarchica rabbia esistenziale che nutriva in corpo. La cover stravolta e furiosa di un classico di James Brown (idolatrato da Chance), I Can’t Stand Myself, la diceva lunga. A 32 anni di distanza da quegli eccessi, dalle distorsioni/contorcimenti sonori di un altro disco-icona come “Buy”, inciso nel 1979 con i suoi Contortions, James Chance in questo “The Fix Is In” rinuncia all’arte antica del baro e scopre tutte le sue carte, confessando ormai senza riserve le suddette ossessioni: il blues prima di tutto, adattato alla sua immutata sensibilità border-line e a delle performances vocali sì da adulto-bambino ‘disturbato’ perenne, ma arricchitesi negli anni di un intrigante ed elegante appeal melodico, si ascolti Devilish Angel ; nei quasi nove minuti di questa conturbante e languida song (ospite la vecchia amica Pat Place, slide guitar nei Contortions) il blues é esplorato nei suoi risvolti suburbani più inquietanti, corteggiato invece con inedita/nuova disponibilità al coté più ortodosso in Chance’s Mood e Street With No Name.
Down and Dirty, The Fix Is In, Blonde Ice, The Set Up (splendidamente orfane di drums le ultime due) pagano sino in fondo, attraverso una lussuriosa orchestrazione a nome Terminal City (nove magnifici professionisti), il tributo ad un jazz caldo, dalle spirali avvolgenti, da big band degli anni ’30-’40, con languide trombe e saxes impegnati in lunghi e fluidi solo di stampo be-bop, pianoforti, vibrafoni ed organi vintage trasversalmente cinematografici . Gli idoli jazz di James insomma negli ultimi anni non sono più (o non solo) il deus ex-machina del free-jazz Ornette Coleman, lo stregone Albert Ayler, i ‘wildflowers’ avant-garde dei lofts newyorkesi che aveva frequentato poco prima di mettere mano ai Contortions nel 1977 (Kalaparusha, Oliver Lake, David Murray, Anthony Braxton etc.): ora, in “The Fix Is In”, è lo spirito luccicante di Duke Ellington, di Count Basie a plasmare agli arrangiamenti, ad abitare le movenze di composti ottoni; una confortante restaurazione sempre e comunque insidiata in quasi tutti i brani dalle ance del piccolo uomo del Wisconsin, e da quella estetica free ‘paranoide’ che le governa ormai da 35 anni. Tranquilli quindi: certo, il suo volto stanco tradisce tutti i 58 anni, ha perso l’aplomb corrucciato di sfida di una volta, ma James non ha assolutamente abdicato a sé stesso in queste songs, i titoli mutuati da vecchi film ‘noir’ americani, altra ossessione di Chance. James parla e dice:

“The stuff I’m doing now is very influenced by Film Noir. The new album actually has a few songs named after movies. Like, “The Set up,” “The Street with no Name.” The song “Down and Dirty” was kind of inspired by a scene in The Man With The Golden Arm where Frank Sinatra deals the cards and says, “Here they come now, down and dirty.”

“Get Down and Dirty” era il titolo della prima versione di questo album, uscito inizialmente in cd solo in Giappone nel 2005 per la Winfd Bell, poi riproposto in Europa dall’etichetta francese Le Son du Maquis con il titolo “The Fix is In” ed un dvd allegato, “Almost Black”; infine nel 2010 la collaborazione tra Interbang Records e Maquis ha dato vita a due versioni in vinile, una italiana e una francese (con copertine differenti), entrambe in edizione limitata di 500 copie e con tre brani in meno rispetto l'edizione francese. "The Fix Is In" piacerà ai jazzomani meno ortodossi, senza scontentare i no-wave dipendenti della prim'ora.
Wally Boffoli

JAMES CHANCE & LES CONTORSIONS @ La Fondation Cartier @ 15/10/09: Contort Yourself

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