domenica 20 novembre 2011

SPECIAL - HELMET: L’insostenibile leggerezza del noise

Ricordo quando nel 1990 un amico di ritorno da Londra portò con sé un vinile di una band emergente newyorkese, gli Helmet. In quegli anni il metal, a parte il fenomeno del “grunge”, aveva ormai poco di nuovo da dire, nell’altra metà del cielo c’erano i Sonic Youth che rappresentavano a mio avviso l’unica vera novità musicale di quegli anni.
Al primo ascolto “Strap it on” fu letteralmente rivoluzionario e devastante, era qualcosa di innovativo e la rabbia di Hamilton e compagni lasciava attoniti. Definirne il genere è difficile, ma per chi ama le classificazioni gli Helmet rappresentano il perfetto incrocio tra i Metallica e i Sonic Youth (cit. Henry Bogdan). Page Hamilton si trasferisce, verso la fine degli anni ’80, da una cittadina dell’Oregon alla grande New York con la voglia di studiare e approfondire il jazz nella città di Miles Davis, Charlie Parker e John Coltrane, inconsapevole di dover successivamente rivedere “obtorto collo” i propri orientamenti musicali. Intervistato Hamilton chiariva i motivi: “Il problema con il jazz era che ormai il meglio di quella musica era già stato fatto, i musicisti più importanti erano tutti morti e la maggior parte dei musicisti jazz avevano finito per dedicarsi alla fusion”.
La folgorazione avvenne, però, quando Page Hamilton incontrò Glenn Branca chitarrista e compositore d'avanguardia, conosciuto per l’uso del volume, delle accordature alternative e degli armonici naturali. Dopo una breve parentesi nella Band Of Susans, decise di formare una propria band e “reclutò" il suo amico Henry Bogdan al basso, dalla Florida il batterista hard-core John Steiner e l’australiano Peter Mengede alla seconda chitarra. La metropoli newyorkese aveva partorito una nuova creatura malata, sono i vermi della grande mela e come la metropoli americana sono malsani, caotici e spietati. Nel 1989 Tom Hazelmyer, dell’Amphetamine Reptile Record, credette nel progetto e produsse il loro primo singolo “Born Annoying/Rumbe/Impressionable” pubblicato però sul primo volume di “Dope, Guns’n’fucking in the street". Ma il vero capolavoro, mai più eguagliato, sarà “Strap it on”: il sound è sporco e violento, le ritmiche sono cadenzate, incessanti, letteralmente sfiancanti; i quattro non danno un minimo di tregua e innalzano meticolosamente un imponente muro di suono contro cui malamente ci si schianta al primo ascolto. Se vogliamo cogliere la loro vera essenza la ritroviamo nella sostanza grezza della musica che viene destrutturata e spogliata di ogni inutile orpello o fraseggio. Il sound è diretto e di una semplicità impressionante ma al tempo stesso complesso ed articolato, mai scontato, che non dà spazio alla melodia: chitarre granitiche, voce atona, disperata e angosciante, ritmiche sincopate e precise fino alla maniacalità e tanto, tanto rumore. L’album si apre con Repetition ed è subito chiaro cosa ci aspetta, caos e potenza assordante allo stato puro; la terza traccia Bad Moon è quasi banale nella sua semplicità, solo due accordi di chitarra su una base ritmica 4/4 serratissima e tanta rabbia urlata da Hamilton che lascia esterrefatti. Sinatra e FBLA ad un orecchio poco attento o “allenato” possono sembrare solo rumore, ma la tecnica di base di Hamilton è solida e tra i grovigli rumoristi si possono cogliere le sue reminiscenze Jazz e la scuola di Glenn Branca. L’album si chiude con Murder, un’assordante ballata che racconta un fatto di cronaca vera fatta di sesso e AIDS, finita con la macellazione dell’untore che aveva dato inizio alla storia:
“Blue habit sap my strength Fleet of dump trucks line my street Bludgeoned to death or shot in the head Murder down the hall That green monument won't prevent death No one said, no one's safe No one said, no one's safe No one said, no one's safe No one, no one's safe” (da Murder)

"Strap it On" diventerà presto il punto di riferimento di un’intera generazione e sarà il monolito contro il quale tutte le band post metal che seguiranno dovranno obbligatoriamente confrontarsi e scontrarsi. La grandezza di questa band sta principalmente nell’avere stravolto i canoni del Rock/Metal su più fronti, anche la loro immagine era diversa da quella tradizionale del Rocker “maledetto” con la loro faccia pulita di “bravi” ragazzi americani.
Page Hamilton intervistato racconta:
”Se ogni giorno cammini in mezzo all’immondizia, al rumore, al puzzo di piscio di questi marciapiedi e di queste strade, non puoi non restarne impregnato, non obbligarti a modificare anche il tuo modo di vedere le cose. Finisci per diventare cinico o semplicemente più selettivo in ogni dettaglio della tua vita. E’ normale, dunque, che le nostre canzoni riflettano fedelmente l’ambiente nel quale ognuno di noi vive”
Prima di passare alla Interscope e abbandonare definitivamente l’Amphetamine Reptile, nel 1991 produrranno alcuni singoli “Unsung/Your Head”, “Taken” e “In the Meantime/No Nicky No” (poi ripresi in parte dalla Interscope) in cui si inizia già a sentire l’influenza negativa della major, le ritmiche hardcore punk sono tiratissime e si mischiano al noise, ma il suono è meno sporco e potente, meno angosciante di prima e risulta essere sicuramente più fruibile alla massa del grande pubblico (immaginate i primi Foo Fighters fulminati sulla via del noise), sono le prove generali prima dell’ingaggio con la Interscope. Nel 1992 la band realizzò "Meantime" e fu subito un successo, sull’onda dei Nirvana, vendendo nel mondo più di un milione di copie. “Meantime” rappresenta sicuramente il loro lavoro più conosciuto ma rappresentò anche l’inizio del loro declino, ormai il noise è stato totalmente “ripulito” e la potenza sonora originaria è rimasta impantanata in canoni estetici più scontati, più commerciali e commerciabili. La band fu fagocitata nel gigantesco “buco nero” delle major e forzati, come animali in batteria, ad un massacrante tour mondiale che fu una delle cause dell’allontanamento dal gruppo del chitarrista Peter Mengede. Negli anni successivi incideranno altri due album, "Betty" (1994, Interscopa Records) e "Aftertaste" (1997, Interscope Records) ma ormai avevano perso quella magica alchimia che li rendeva unici nel loro genere. La fine arriverà nel 1998 quando si scioglieranno definitivamente, nel 2004 ci sarà il tentativo di “reanimation” della band con la pubblicazione di "Size Matters" (2003, Interscope Records) ma ormai, ridotti a fotocopia sbiadita di se stessi, i risultati saranno deludenti, Hamilton in un’intervista, alla domanda:
“Ma vi hanno imposto delle condizioni particolari in cambio di tutti quei soldi?” affermava:
“Ci hanno chiesto semplicemente di fare tre dischi con loro ed è stata una cosa talmente inaspettata che all’inizio nessuno di noi voleva crederci. Ero curioso di vedere come funzionavano le cose in una major e direi che per noi è andato tutto benissimo, che questo contratto è stato un vero affare per il gruppo, il migliore dei contratti che potessimo ottenere. Ci hanno assicurato la più ampia libertà, il completo controllo sulla nostra musica. Forse l’unica cosa condizione che ci hanno posto è stata quella di continuare a fare quello che stavamo facendo
La storia purtroppo ci ha insegnato che nella logica del mercato nessuno fa niente per niente e gli Helmet, dopo i Nirvana, sono un’altra e forse meno illustre vittima.
Ivan Tarricone

Discografia HELMET
Helmet




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