martedì 22 novembre 2011

JOHN FAHEY: "Your past comes back to haunt you. The Fonotone years 1958-1965" Box 5 CD (Uscita: 11 Ottobre 2011, Dust to digital records)

# Imprescindibile

Tra il 1958 e il 1965 John Fahey, mentre la sua Takoma Records s’avviava a scrivere un pezzo piccolo ma importantissimo della storia del folk e del blues “primitivo” americano, ebbe una fruttuosa collaborazione con un’altra etichetta, con base nel Maryland, la Fonotone Records, guidata dal suo amico Joe Bussard, tutta incentrata sulla riscoperta delle radici della musica americana. Bussard, classe
1936 è ancora oggi uno dei maggiori collezionisti di settantotto giri americani, la sua collezione conta più di venticinquemila pezzi originali, inestimabile patrimonio che custodisce la memoria storica del blues, del folk o del jazz americano, registrato sui solchi del più antico formato di disco in vinile. Tra la fine degli anni Cinquanta e gli anni Sessanta Bussard mise su l’ultima etichetta discografica americana che producesse settantotto giri, la Fonotone appunto, e va da sé che il catalogo comprendesse nuove registrazioni di quella “old time music” che Bussard aveva raccolto (e continuerà a raccogliere) per tutta la vita. John Fahey diede un contributo essenziale alla nascita e alla crescita di questa piccola
e “donchisciottesca” etichetta (un’impresa poco più che amatoriale, una vera indie label ante litteram, ma profondamente “eroica” nel suo progetto) registrando tantissima musica, incidendo dischi che definire di nicchia è un eufemismo, scovando perle nascoste in oscuri settantotto giri da ripresentare nelle nuove registrazioni della Fonotone. Il cofanetto "Your past comes back to haunt you. The Fonotone years 1958-1965" (cinque cd per più di sei ore di musica) raccoglie tutte le incisioni di Fahey per la piccola etichetta del Maryland, e riporta l’attenzione sulle radici blues, ragtime e bluegrass del chitarrista (ma si potrebbe dire dell’America tutta). Quelle musiche, tramandate da settantotto giri molto spesso conservati in copia unica e preziosissima, testimoniano l’epoca primitiva della musica popolare americana, il punto zero, il big-bang da cui tutto è partito, lo stadio arcaico – ma forse anche il più vero e sincero – della musica popolare e della cultura d’oltreoceano, vera e propria epopea fondativa cantata da progenitori spesso dimenticati se non sconosciuti. John Fahey affonda le mani nella tradizione americana, e riporta a galla perle destinate altrimenti a cadere nell’oblio (e non solo a causa dell’estrema fragilità materiale dei settantotto giri) e compie un’operazione che è prima di tutto antropologica (quasi mitografica), uno scavo verso le origini della musica popolare americana; ma gli intenti documentaristici sono necessariamente fusi con quelli artistici in una combinazione che solo una personalità come quella di Fahey poteva mettere in atto, fondendo il proprio talento compositivo con la fonte stessa della sua musica e della sua ispirazione. John Fahey, infatti, non è mai stato un revivalista, né del blues, né del folk, né del ragtime: il suo approccio alle musiche del passato, che siano state scovate negli oscuri settantotto giri (avidamente collezionati per tutta la vita, e il commercio dei quali, nei suoi ultimi e difficili anni era diventato anche fonte di sostentamento economico) o riportate a galla dalla tradizione orale, non ha nulla di nostalgico o di romantico; il suo era un approccio si potrebbe dire sacrale alla musica tradizionale americana, quasi mistico (non per niente John aveva studiato filosofia e religione e si era laureato con una tesi sul folklore riguardante il pioniere del blues chitarristico Charlie Patton) in cui il blues, il bluegrass, il folk non venivano semplicemente riproposti o men che meno attualizzati (in questo non era un revivalista) ma presentati con quella stessa forza primitiva con cui erano stati pensati, registrati e tramandati dai loro (spesso anonimi) autori originari. Il giovane Fahey che registra per Bussard è già in nuce il grande chitarrista fingerpicking (forse il più grande di sempre) di "The voice of the turtle" o di "The trasfiguration of Blind Joe Death", lo stile è già tutto lì, l’American Primitivism è già nato. Non convenzionali, inoltre, le tracce incise alla Fonotone da Fahey con lo pseudonimo di Blind Thomas (non dimentichiamo che negli stessi anni, nella sua Takoma Records Fahey costruiva il mito di Blind Joe Death), in cui il chitarrista compare anche nell’inedita veste di cantante, incarnando un nuovo Charlie Patton, o un nuovo Bukka White: la voce arrochita dall’alcol e dal fumo, una chitarra dolente, il bottleneck e tanto, tanto blues. Provate ad ascoltare Blind Thomas Blues in cui Fhaey/Thomas canta, sul tema di Poor Boy (un grande classico del repertorio del chitarrista):
“Here comes Paul Tillich, he's got the blues. Here comes Jean-Paul Sartre, he's got the blues too”
un verso che sembra stato scritto l’altro ieri da Tom Waits, e che permette di comprendere alla perfezione quanto nella musica di John Fahey le radici fossero legate con lo zeitgeist in una interconnessione che è però tutta spirituale (filosofica si potrebbe dire, non solo per le personalità richiamate dal testo) e assolutamente priva della volontà né di sovrapporre, né di adattare il passato al presente. La forza della musica di John Fahey è tutta qui: il blues o il folk revival degli anni Sessanta trasformò in prodotto commerciale (se pur di altissimo livello artistico) la tradizione americana del passato, proponendo di fatto un prodotto nuovo che traeva solo ispirazione dal passato; non è questo il caso di John Fahey, che da autentico outsider mantiene, con fare da pittore naif,la stessa forza primitiva del blues delle origini, anche se riproposto negli anni Cinquanta o Sessanta del Novecento, e non importa che si tratti di composizioni originali del chitarrista o riprese di vecchi pezzi, l’attitudine è la stessa. Questo perché il chitarrista riviveva quelle musiche con lo stesso solitario dolore, in cui la tecnica lascia molto spesso il posto al cuore e all’interpretazione partecipata. John Fahey è il testimone di un’altra America (non a caso "America" si chiama uno dei suoi dischi più belli) che è più che altro un luogo metafisico, mitologico quasi, e i suoi aedi (veri o immaginari) sono bluesman ciechi (come Omero) che raccontano coi suoni e con le parole il dolore della vita; la sua America è uno stato mentale e sospeso, una sacralizzazione dell’America folklorica, vista con gli occhi di un eremita. In pochi si sono accorti del suo messaggio, ma chi lo ha fatto ne è rimasto conquistato per sempre (chiedete a Jim O’ Rourke).
Luca Verrelli

Dust to digital records/John Fahey



2 commenti:

Mark Marcadè ha detto...

Recensione interessantissima per una preziosa raccolta come quella in oggetto. Concordo su John Fahey, enorme figura che ha evocato, con la sua musica, fantasmi e "presenze" metafisiche di un 'America oscura e nascosta. Quasi una sorta di "Antologia di Spoon River" senza parole.

wally boffoli ha detto...

grazie Mark per le tue belle parole

p.w.boffoli
dir.edit.art.distorsioni

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