martedì 25 ottobre 2011

JOHN CALE: il cavaliere alchemico

Il sessantanovenne John Cale, protagonista di molteplici vicende della musica contemporanea, templare da sempre custode di arte di sublime qualità, non demorde: il 19 settembre 2011 ha fatto uscire per Double Six Records/Domino “Extra Playful”, un mini album di cinque brani molto interessanti: Catastrofuk, Whaddya mean by that?, Hey Ray, Pile a l'heure, Perfection. Si parla anche di un suo nuovo album per il 2012 che sarà rilasciato sempre per la Domino.
Ma vi lascio all’esauriente trattazione della sua straordinaria epopea artistica da parte del nostro Rocco Sapuppo . (W.B.)

Parlare di John Cale è come tentare di sottrarre alla sua sfera ultramondana una qualche divinità vivente nei regni dell'imperturbabilità assoluta. Impresa ardua, invero, ma parimenti affascinante, quella di tratteggiare la figura titanica di uno dei più innovativi e geniali personaggi della storia della musica contemporanea. Occorre involgere in siffatta indagine ogni branca dello scibile umano che lo ha visto eccellente protagonista in una miriade di ruoli, impersonati alla grande nel gran proscenio della cultura, nel senso più lato, dell'ultimo mezzo secolo.
Musicista grandissimo, produttore, compositore di frammenti di avanguardia, geniale interprete dei mutamenti prodottisi nella società in continuo divenire, dagli anni '60 a oggi, John Cale è quello che suol definirsi un artista eclettico e magnificamente portato alla sperimentazione e alla incessante ricerca di territori nuovi da esplorare e sviscerare in ogni loro sfaccettatura, con poliedrica genialità.

Gli anni 60: l'avanguardia, The Velvet Underground
La vicenda “umana” di Cale inizia agli albori degli anni '40 del secolo XX: nel 1942, a Garnant, in Galles, terra in cui nasce e nella quale comincia, in tenerissima età, a formarsi come musicista. Eccelle sin da ragazzo nel suonare la viola, strumento singolare ma sommamente evocativo e in grado di sprigionare sonorità di grande fascinazione crepuscolare. In qualità di studente di musicologia, più tardi, si accosta alle sonorità sperimentali di innovatori quali: LaMonte Young, Karl-Heinz Stockhausen, e, quest'ultimo decisivo per gli sviluppi della sua fulgida carriera, John Cage. Proprio con Cage, una volta trasferitosi a New York, inizia a collaborare come musicista, inserito nell'ambizioso progetto The theatre of eternal music passato agli annali anche come The Dream Syndicate, sorta di ensemble sperimentale che coinvolge anche artisti come Tony Conrad, Angus MacLise, Marian Zazeela, LaMonte Young le cui performances si caratterizzano per l'esecuzione di lunghissimi brani basati sul mantenimento di una sola nota, secondo la alienante tecnica minimalista del drone, cui Cale contribuisce col suono particolarissimo della sua viola elettrica, modificata all'uopo per meglio adeguarla al contesto sonoro di riferimento. L'incontro, tuttavia, che più rileva in ordine al lievitare della carriera musicale del Nostro, è quello con Lou Reed, allora musicista sconosciuto del tutto, che si guadagna da vivere scrivendo canzoni per l'etichetta “Pickwick”, e che lo inizia in modo decisivo ai misteri sacri del rock. Velvet Underground è la chiave mistica che apre i cancelli della mitologia musicale del secondo Novecento. E proprio coi Velvet, John completa il suo già cospicuo bagaglio musicale e allarga magnificamente i suoi orizzonti conoscitivi, approcciando alla grande il mirabolante mondo del rock, fino ad allora da lui non ancora frequentato. L'apporto delle sue conoscenze di musica classica e sperimentale, significato sommamente dall'impiego sapiente della sua viola elettrica, conferisce al suono della band quel tocco di classe cristallina e di debordante e selvaggio sperimentalismo on stage che connoterà, in maniera pregnante e splendidamente contraddistintiva, le prime due prove dei Velvet: i monumentali "Velvet Underground and Nico" e "White light/White heat", rispettivamente del 1967 e 1968. Alla fine di questa duplice ed entusiasmante prova discografica, Cale lascerà il gruppo, a cagione dei reiterati contrasti con Lou Reed in ordine alla gestione della band: personalità, entrambe, troppo forti perché possano convivere placidamente e a lungo. Tuttavia John lascia in dotazione alla leggendaria band un suono assolutamente più maturo, più aperto a concezioni innovative del rock, un magico impasto di rock'n'roll e possible music, quest'ultima mutuata dal grande insegnamento di personalità immense nell'ambito della musica suddetta: LaMonte Young, John Cage, Terry Riley. Per quanto grande, Lou Reed, nella gestione successiva del gruppo, non riuscirà più ad attingere i livelli compositivi e la classe immensa dei due dischi precedenti, autentiche pietre miliari dell'intera storia del rock.




The black angel's death song

The Gift





Le produzioni, le collaborazioni
Un capitolo a parte, prima di tuffarci nella sua vasta e prodigiosa discografia solistica, meritano le innumerevoli produzioni delle quali si occupa John Cale, tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70. Il monumentale primo omonimo album dei grandi Stooges dell'Iguana Iggy Pop (1969), nel quale, tra l'altro, John suona la viola elettrica in We will fall, pezzo dall'intensità drammatica parossistica, in cui la viola recita un ruolo di primo piano, a far da contraltare alla velenosa voce di Iggy. Alcuni dei lavori più pregnanti della splendida Nico, "Marble Index" (1969) e "Desertshore" (1970) il leggendario "Modern Lovers" con Jonathan Richman, la magnifica Patti Smith di "Horses"; gli Sham 69, in pieno periodo punk (il singolo I don't wanna, 1977); gli Squeeze e la “dark lady” Siouxie, solo per citarne alcune. John Cale, così come nella sua espressione artistica personale, in queste produzioni per altri musicisti dimostra l'estremo eclettismo della sua cifra stilistica, passando dall'hard rock al delirio cantautoriale, dal punk più ruvido al dark più onirico. Da aggiungere, vi sono, altresì, le collaborazioni, a miriadi, che lo vedono protagonista al fianco di artisti eccelsi: con Nick Drake in "Bryter Layter"; con Terry Riley nello sperimentale e bellissimo "Church Of Anthrax"; con Kevin Ayers, Brian Eno e Nico nello stupendo "June 1, 1974"; con Lou Reed, suo vecchio compagno d'arme nei Velvet Underground, nello strepitoso e commovente "Songs for Drella", dedicato alla memoria di Andy Warhol, padre della Pop-Art e loro assoluto mentore; con Brian Eno nel magnifico "Wrong Way Up", solo per citare le più importanti e degne di note. Aggiungiamo, di passata, e giusto perché questo nostro modesto contributo sulla figura di John Cale non abbia a configurarsi come troppo agiografico, che non tutto, è ovvio, il repertorio di gusti sciorinato dal Nostro lungo i decenni è di livello qualitativo eccelso. Come non tutti i suoi atteggiamenti, sia pure perlopiù magistrali, in ordine ai cambiamenti che nella musica come nella società avvenivano e si succedevano a ritmo vertiginoso, sono da considerare impeccabili. Anzi, e valga per tutti da esempio il suo riferimento al punk, in taluni casi assume un contegno alquanto discutibile, sapendo talvolta quasi di captatio benevolentiae: come quando si poteva vedere questo raffinato esteta del rock trasmutarsi nel più selvaggio dei punkers, e sgozzare ad esempio dei volatili durante la sua esibizione, con alquanto pessimo gusto, solo per assecondare il mood punk del momento corrente. Solo sporadiche cadute di stile, per fortuna, oltre cui torna a essere il grande John Cale di sempre.

The Stooges: We will fall
Church of Anthrax (with Terry Riley)

Gli album solisti
La preziosa avventura di John Cale quale solista, inizia con un disco strepitoso: "Vintage violence". Un impasto di classe, suprema capacità di composizione melodica, maestria nella rappresentazione di situazioni intimistiche e di sensazioni allucinate ai limiti del delirio. In un certo senso un disco spiazzante, per chi era aduso ascoltare le rasoiate selvagge della sua viola elettrica, la furia sperimentale sciorinata in più d'un'occasione e mutuata dal contatto con i padri dell'avanguardia musicale anglo-americana. In quest'album, inciso per la Columbia nel 1970, prevale invece la ricerca della melodia, certo mai banale, affondata nelle radici della canzone d'autore, del country, della migliore tradizione folk, e, per converso, nel tessuto più oscuro del rock più claustrofobico e viscerale. Già con Hello, there l'atmosfera dell'album comincia a delinearsi con una certa chiarezza: grande linea melodica, classe nei preziosi arrangiamenti, voce profonda e magnificamente modulata. Gideon's bible si attesta sullo stilema della precedente traccia che sembra palesarsi con nettezza. Mentre di ascendenza spiccatamente country è certamente Adelaide; mentre entro l'alveo del suono classico di Cale sembra profilarsi l'intensa Big white cloud,nella quale a dominare è la voce grandiosa dell'aedo gallese. Cleo recupera, invece, uno stile a metà tra beat psichedelico e rithm'n'blues con un liquido tappeto di tastiere a coprire il tutto di morbide armonie. Ritorna a quelle che saranno le linee contraddistintive della canzone di Cale la bella e sinuosa Please; una vena pronunciata di country permea l'ottima Charlemagne; Bring it on Up non convince appieno, invece, giacché la miscela tra generi diversi che funziona alla grande in altri brani, qui pare non trovare armoniosa sintesi; ricca di una delicata linea intimistica è certo Amsterdam, uno dei brani più belli del disco.Claustrofobia e psichedelica introversione impregnano Ghost story, con la voce del Nostro che pare un'ala di gabbiano prossima a schiantarsi sul muro immaginario delle tastiere modulate in quieto disperare. In classica veste rock'n'roll si dipana, invece, Fairweather friend, mentre la selvaggia incandescenza della viola elettrica penetra il velluto nero della conclusiva Wall, a epitome di un disco bellissimo e fortemente emblematico dello stile peculiare di John Cale. Certo, se Vintage Violence è giustamente da considerare un gran disco, capolavoro indiscusso è da definire il sontuoso "Paris 1919" (Reprise, 1973). Uscito dopo due episodi di ritorno tout-court alla sperimentazione ed alla classica, "Church of Anthrax", col mitico Terry Riley, Reprise, 1971, e "The Academy in Peril", Columbia, 1972, il disco rasenta la perfezione combinatoria tra stilemi diversi. Album di perfetta fusione tra classicismo rock, vena orchestrale e pop d'avanguardia, Paris 1919 realizza quello che rimarrà nei decenni a venire il suono identificativo della musica di John, qui dispiegato in assoluta maestà di forme e invidiabile omogeneità compositiva. A partire dalla splendida Child's Christmas in Wales, e, procedendo su questa ideale scala verso il sound perfetto, lungo la linea melodica nobile di Hanky Panky Nohow. La meravigliosa nenia orchestrale di The endless plain of fortune dà la misura della classe indiscutibile di Cale, col morbido tappeto degli archi che s'adagia, impreziosendola, sull'arcana profondità della sua voce, modulata come un ulteriore strumento, mirabile scandaglio di inauditi abissi interiori. Così come Andalucia fissa un'altra pietra miliare nell'ambito della canzone d'autore, con le sue linee di maestoso andamento melodico. Alquanto debole appare, senza tema di dubbio, invece, Macbeth, mentre il livello torna ad ascendere prepotentemente con la title-track, brano di potente e robusto impianto melodico intersecato dal sapiente dosaggio degli archi che ne fanno uno degli episodi più riusciti dell'album.
Non perfettamente all'altezza dell'insieme appare pure la claudicante Graham Green. Uno scatto qualitativo notevole fa però subito reinnalzare il livello sostanziandosi nella bella Half past France, e ancor più nella prodigiosa Antartica starts here, autentica perla conclusiva di un album destinato giustamente a far ingresso nella più nobile storia del rock.

The endless plain of fortune
Andalucia

The Island Years
Il vero periodo aureo, però, per John Cale si apre allorquando viene messo sotto contratto dalla Island, etichetta per la quale egli inciderà probabilmente le cose migliori della sua pur fulgida carriera, raccolte nel 1996 in una mirifica compilazione, "The Island Years", dal carattere esaustivo ed estremamente emblematica della sua produzione artistica del periodo in questione. Si inizia col magnifico "Fear", è il 1974. In quel torno di tempo, John ha avuto la possibilità di collaborare a vario titolo, e comunque d'esser venuto in contatto, con personaggi quali David Bowie, Brian Eno, e quindi di affinare ulteriormente la sua già spiccatissima sensibilità musicale, aprendosi a nuovi orizzonti cognitivi. Il disco si apre con quella che potremmo definire una dichiarazione programmatica in musica. Fear is a best man's friend, “La paura è la migliore amica dell'uomo”. I suoni sono infatti claustrofobici, ripiegati su se stessi, psicotici e prossimi addirittura al delirio. Un ritorno ad atmosfere di più tranquilla linea compositiva e di recuperata serenità armonica è sancito dalla bellissima Buffalo ballet, in cui la voce profonda e intensa di John restituisce splendore all'insieme melodico del brano. Barracuda torna a irretire con le sue trame deviate, sotto il tappeto inquietante del basso, pulsante come da arcane profondità, le tastiere brucianti di suoni sixties e la mitica viola a tessere allucinazioni soniche a profusione. Emily conferma la tendenza di un'alternanza tra brani percorsi da tremiti claustrofobici e altri morbidamente adagiati sul molle velluto nero della classica ballata. Uno dei brani più intensi e affascinanti dell'album è certamente Ship of fools, dove su una base tastieristica sognante e quasi “vibrafonica”, s'innesta la voce luciferina di Cale, a disegnare ardite melodie prossime alla discesa negli abissi dell'autocoscienza.
Di marcatissima matrice hard rock è, invece, la graffiante Gun, sorta di potente detonazione, sonicamente significata dalla distorsione chitarristica e da una sezione ritmica modulata su tonanti atmosfere di vibrazioni squisitamente d'assalto. Per non trascurare alcun genere musicale, la successiva The man who couldn't afford to orgy riecheggia apertamente suoni provenienti dalla cultura surf, con una certa languida lentezza psichedelica nell'incedere, a testimonianza di come il Nostro sia aperto e attentissimo a ogni spunto possa provenire dai più disparati generi musicali, sol che essi siano suscettibili di armonizzarsi col tessuto della sua poetica musicale. Un rientro nel tradizionale impianto sonoro di Cale si verifica con la sognante You know more than I know, prima di giungere alla traccia conclusiva del disco, l'inquietante Momamma Scuba, sorta di nervosa e intensa cavalcata psichedelica a base di devianza chitarristica e lisergiche acrobazie vocali. Un disco di grande livello Fear, che inaugura degnamente un periodo di grande creatività di John Cale, sotto la meritoria egida della Island Records.

Rammentato en passant un disco live di grande spessore che vide protagonista eccellente il Nostro in compagnia di Kevin Ayers, Brian Eno e Nico, il bellissimo "June 1, 1974", esce nel 1975, sempre per la Island, un altro disco clamoroso, "Slow Dazzle". E' un disco in un certo senso di recupero di talune suggestioni sonore estrapolate dal tipico impianto compositivo degli anni '50 e '60 con, a volte, delle vere e proprie riletture di brani classici di quel periodo. In esso, è tuttavia contenuta una vena di marcata disperazione esistenziale e di follia musicale tout-court, che ne fanno uno dei lavori più singolari e inquietanti dell'intera produzione di John Cale. Mr. Wilson, che apre il disco, è una suadente ballata tipicamente sixties, occhieggiante alle sonorità classiche di certa surf music di chiara ascendenza Beach Boys, nonché dichiarato omaggio a Brian, la mente geniale della band. Sempre sul tema della ballata, la bella Taking all it away, recupera sonorità peculiari al repertorio di Cale, mentre di pura matrice rock'n'roll, percorsa da una linea di irrequietezza sonora è certamente Dirty-ass rock'n'roll. Nella più pura tradizione degli anni '50 s'innerva la melodia accattivante di Darling I need you, in cui il suono dolce del sax fa da contraltare alla morbida voce di Cale, in un impasto sonoro di grande efficacia. Ancora di impianto anni '50 è la traccia successiva, Rollaroll, soltanto in taluni tratti “sporcata” da inserti chitarristici di pura ardenza psichedelica. Magnifica, poi, è la rilettura geniale di un classico di Presley, Heartbreak Hotel, qui impostata secondo un intreccio di sussultanti e febbrili linee di disperata psichedelia, in cui alla folle corsa verso il nulla della chitarra e delle tastiere si unisce una voce bagnata nella soda caustica, prossima al parossismo e all'urlo luciferino. A una alquanto debole traccia, Ski Patrol, segue la bellissima I'm not the loving kind, una ballata di grande impatto melodico e di atmosfera assolutamente sognante. Guts recupera i suoni graffianti del miglior Cale, ruvidezza che non inficia la gradevolezza dell'insieme, calibrata soprattutto sulla voce aggressiva e penetrante di John. A far da epitome all'ottimo disco, la oscura e inquietante nenia musicale di The Jeweller, in cui alla voce recitante si sovrappone, come una lastra tombale, il suono, quasi un lamento, si direbbe soprannaturale, della viola elettrica. Con Cale collaborano in questi brani Phil Manzanera, l'ottimo chitarrista session-man Chris Spedding, Andy Mackay, e Brian Eno ai synths. Disco di gran livello Slow Dazzle, che però prelude a un periodo piuttosto turbolento nella carriera di Cale e a una fase di complessiva aridità creativa dell'artista gallese.

A chiudere la trilogia di dischi incisi con la Island, ne arriva uno che potremmo definire “indesiderato” da John. Infatti alla fine del 1975, a insaputa dell'artista, la casa discografica fa uscire "Helen of Troy". Questo spiacevole episodio segna la brusca fine del rapporto tra Cale e la Island. Solo nel 1996, ove si eccettui l'incisione di "Music for a new society", del 1982, le parti si riavvicinano grazie all'uscita dell'ottima compilation "The Island Years", che include i brani facenti parte dei tre album incisi da John Cale per la suddetta etichetta. Diciamolo subito: Helen of Troy è il più debole dei dischi della “trilogia Island”. Esso recupera stilemi di rock più sostenuto, in taluni tratti prefigura atmosfere di matrice pre-punk, visto che il Nostro è sempre attento a cogliere e, se possibile, ad anticipare le molteplici evoluzioni e i fermenti covanti nel vasto grembo della produzione musicale del momento. Quanto affermato, tuttavia, non deve fuorviare circa il giudizio di valore del disco, che resta dignitoso. Ne siano testimonianza brani quali: My Maria, Helen of Troy, episodi iniziali dell'album, di classico impianto rock. Passando, poi, per un brano debole alquanto come China Sea, in generale d'impianto melodico troppo melenso, si arriva a una bella traccia come Engine, inizialmente sognante e poi, via via, innalzantesi verso livelli di puro delirio psichedelico, con la voce ruggente di Cale a dar spessore di diabolica atmosfera al brano. Come di matrice puramente psichedelica, ma più quietamente dispiegantesi rispetto alla precedente, è l'ottima Save us, che riacquisisce la veste di classica ballata, con la voce di Cale che torna a essere sognante e dolce al punto giusto. Un ritorno alla tradizionale linea armonica riscontriamo in Cable Hogue, così come in I keep a close watch, brano che sembra estrapolato dagli album precedenti, tanto è ispirato e riuscito nei suoi presupposti compositivi. Notevole è, poi, la cover del brano dei Modern Lovers di Johnatan Richman, Pablo Picasso, interpretata con grande trasporto da Cale, rispetto a un gruppo che egli stesso aveva scoperto e prodotto! Coral moon propone stilemi un po' logori e frusti di una creatività non ai massimi livelli di splendore. Il disco pare spegnersi lentamente ma ineluttabilmente in un mesto finale, scontato e ripetitivo, sia con Baby what you want me to do che con la stanca melodia di Sudden death. Un ultimo sussulto di energia lo si ha con la conclusiva Leaving it up to you, con la voce di Cale che torna per un attimo a graffiare, ma senza troppa convinzione, e in generale costituisce l'epilogo di un disco non riuscito pienamente, tra l'altro segnato da cattiva sorte, visto che segna il divorzio dell'artista dalla Island, con la quale, tuttavia, egli ha inciso i dischi probabilmente migliori della sua intera carriera, autentiche pietre miliari nella storia del rock.

Il periodo successivo ai dischi con la Island è contrassegnato per Cale da un'attività più da produttore e da session-man che da autore di opere in proprio.
Produce, infatti, "Horses" di Patti Smith, è presente come musicista costantemente alle serate del CBGB'S di New York, suona coi Police e coi grandi Talking Heads di David Byrne. “Flirta” apertamente con la cultura punk che in quegli anni si afferma prepotentemente, sino a produrre gruppi come gli Sham 69. Così come, durante i concerti, egli comincia ad assumere comportamenti da punk star, alquanto discutibili, come quando sgozza un volatile sul palco, suscitando giustamente sconcerto e riprovazione. Dal punto di vista della sua produzione, non si registrano episodi qualitativamente rilevanti: "Guts", una compilation; l'Ep "Animal Justice", del 1977, intriso di stilemi punk; l'ottimo album live "Sabotage", 1979, che raccoglie i concerti tenuti in precedenza al CBGB'S; e le canzoni contenute in Sabotage usciranno, ritoccate, in un album della metà degli anni '80, "Even Cowgirls Get The Blues". Agli albori degli anni '80 escono il singolo Mercenaries che include quel bellissimo brano che è Rosegarden funeral of sores, di cui i Bauhaus di Peter Murphy faranno una cover magnifica, e l'album "Honi Soit", un recupero delle sonorità rock degli anni precedenti ma senza eccessiva qualità, nell'insieme, anche se taluni brani come Riverbank e Magic and lies rilevano alquanto. E arriva finalmente il momento di un altro grande album, lungamente atteso: "Music for a new society",1982. Ecco, finalmente, un grande disco, dopo un periodo di frammentata creatività, diremmo di confusione stilistica, di ricerca del consenso, cosa del tutto inconsueta in Cale, presso l'ambiente musicale dell'epoca. Un disco che recupera e pone in primo piano la ricerca di una dimensione intimistica, con vette inaudite di lirismo, un afflato poetico che raramente abbiamo riscontrato negli altri lavori, per quanto grandi essi siano, un album splendido. Ne sia testimonianza già l'incipit, la bellissima Taking your life in your hands, venata di una pronunciata melanconia e da una straziata interiorità.
Thoughless kind, è una nenia scarnificata sino all'osso, con qua e là un certo ricorso a dissonanze, oltre a una voce tormentata e, diremmo, espressionistica. La successiva Sanities conferma la tendenza a un suono minimale, a un'estrema semplicità di forme ma, nel contempo, a una profondità di approccio, forse mai ancora toccata dall'artista gallese. Potremmo ripeterci all'infinito, ma il mood di questo disco rappresenta una sorta di discesa agli inferi da parte di Cale, un recupero della propria straziante creatività troppo spesso dispersa nel calderone della scena musicale, in quegli anni in continuo ma spesso caotico fermento. Così, in questa virtuosa direzione artistica scivolano magnificamente via brani come If you were around, (I keep a) Close Watch, Broken Bird e la bellissima Chinese Envoy, dal titolo di un racconto di Maupassant. Mentre una leggera flessione di intensità creativa s'avverte nel finale dell'opera. Infatti, brani quali Changes made, Dawn life, Risè, Sam and Rimsky-Korsakov, e la conclusiva In the library force, per quanto assai dignitose, appaiono quali tracce in leggero declino rispetto al tenore complessivo dell'album, che rimane uno dei migliori in assoluto nella preziosa produzione di John Cale.

La successiva produzione di Cale è alquanto deludente. Escono "Caribbean Sunset" e "Artificial Intelligence", dischi assolutamente mediocri, ove si eccettui in quest'ultimo la splendida Dying on the vine, perla solitaria di un album insufficiente. Come non esaltante ci pare il live "John Cale Comes alive".
Relativamente agli anni '80, invece degno di gran nota è il progetto discografico "Words for the dying", 1989. Si tratta di un'opera la cui prima parte, Falkland's suite, basata su dei poemi del grande poeta gallese Dylan Thomas, è divisa in sette parti per orchestra e voce. Il resto dell'opera si compone di una pièce strumentale in due parti, Songs without words e di una canzone bellissima The soul of Carmen Miranda, prodotta dall'androide Brian Eno, col quale Cale di lì a poco andrà a realizzare in comproprietà il bellissimo "Wrong way up". V'è da aggiungere di passaggio, e nel frattempo, la solita messe di produzioni di opere altrui di John, e di collaborazioni varie: collabora alla colonna sonora di "Syd e Nancy" di Alex Cox; produce, nel 1987, il primo lavoro degli Happy Mondays.

John Cale e Lou Reed
Fin quando, arriva il momento, artisticamente strepitoso, della reunion col grande Lou Reed, in occasione dell'album dedicato all'augusta memoria di Andy Warhol, "Songs for Drella". Siamo nel 1990. Un album strepitoso, diciamolo subito, che sancisce la ritrovata armonia tra due delle colonne fondamentali della musica contemporanea, John Cale e Lou Reed, prova ne sia il fatto che di lì a pochi anni si ricostituiranno i magici Velvet Underground, sia pure per una serie di concerti in giro per l'Europa, molti dei quali ad accompagnare il mega tour degli U2 del periodo Zooropa. L'occasione del disco è data dalla sentita esigenza di celebrare degnamente la memoria di Andy Warhol, padre nobile della Pop-Art e primo mentore dei Velvet. Il disco è un prodigio di armonia compositiva e di perfetto equilibrio tra i rispettivi ruoli dei due grandi musicisti, nessuno screzio, nessuna gelosia come ai tempi dei Velvet, ma solo la volontà, accompagnata adeguatamente dall'indubbio tasso di classe, di onorare la memoria dello “stregone pallido”, il loro grande e compianto amico Andy. E la bellezza dell'album la si nota sin dalla prima traccia, Smalltown, una sorta di filastrocca psichedelica con la fortissima preponderanza del piano, con la voce salmodiante di Lou che dà il tono al brano, rendendolo splendido. Altrettanto bella, se non di più, è la successiva Open house, sempre su una base intimistica e dolente, come sarà perlopiù il tenore complessivo del disco.
La voce profonda e commovente di Cale, poi, permea di poesia pura un brano come Style it takes, e proseguendo in questa carrellata di raffinato splendore compositivo arriviamo al rock puntuto e graffiante di Work. La successiva Trouble with classicists recupera, invece, una dimensione inizialmente più quieta, per poi effettuare repentine impennate ritmiche, con l'ausilio del riff ruvido e ferale della chitarra. Alla stessa stregua si muove, sinuosa quanto basta, Starlight, mentre una dimensione di raffinata ballata caratterizza Faces and names. Images è una folle cavalcata lisergica a base di potenti distorsioni chitarristiche nella quale la voce allucinata di Lou riesce a creare atmosfere ai limiti del delirio. Le morbide note di Slip away (A warning) fanno da ottimo tramite alla splendida It wasn't me, perfetta simbiosi tra chitarra e voce, con sublimi innesti di suadenti note pianistiche. I believe aggredisce sin dall'inizio con la sua dirompenza per chitarra e voce, con Lou che maramaldeggia da par suo. L'atmosfera torna a farsi rarefatta con la magnifica nenia di A dream, mentre la bellezza in chiave di neo-classicismo rock di Forever changed introduce all'episodio conclusivo dell'album, traccia mirifica anzichenò, a guisa di estremo saluto al grande Warhol, in memoria del quale la sontuosa accoppiata Reed-Cale ha forgiato questo capolavoro di grazia e bellezza.

John Cale e Brian Eno
Collaborazione virtuosa in sommo grado è quella che vede, sempre nel 1990, Cale e il leggendario Brian Eno insieme, per un album nel quale la classe di entrambi rifulge di adamantini riflessi: "Wrong way up". Un lavoro di grande spessore artistico nel quale, a dire il vero, si sente più il tocco dell'androide Eno che quello pur grande di Cale. A partire dalla traccia iniziale Lay my love, il lieve e garbato, ma geniale, uso dell'elettronica rileva decisamente, dando il tono alla struttura complessiva della composizione. Tendenza confermata dall'ipnotica One word, mentre In the backroom ci introduce in un'atmosfera di cupo raccoglimento, qua e là punteggiata dalle oblique inserzioni tastieristiche di Eno. Passando senza troppi rimpianti attraverso la debole Empty frame, sorta di rimando a certi suoni melensi degli anni '50, giungiamo alla meravigliosa Cordoba, forse la vetta assoluta dell'intero disco, nella quale la classe infinita di Cale si ammanta dei colori autunnali del miracolo: voce ispiratissima, grande trama melodica, introspezione al massimo livello, poesia pura. Il tono electro-glam torna a recitare una parte preponderante nella briosa ed elegante, in puro stile Roxy Music, Spinning away, mentre Footsteps sembra più afferire all'ispirato Eno del periodo pre-ambient, con la sua base ossessiva di tastiere elettroniche. Segnata da una qual certa fragilità compositiva appare, invece, Been there done that, mentre all'insegna di un intrigante ritmo rock'n'roll si dipana agilmente Crime in the desert che fa da viatico all'epilogo del disco, rappresentato dalla bellissima ballata, leggermente e leggiadramente venata di una preziosa vena psichedelica, The river. In conclusione, un disco stupendo nel quale confluiscono le magnifiche istanze creative di due tra gli artisti più geniali della storia del rock.
A parte i suddetti capolavori in compartecipazione, gli anni '90 di Cale si contraddistinguono più per radi lavori di produzione per altri o di colonne sonore che per autentica vena creativa. Egli produce, infatti, alcuni frammenti di "The rapture", di Siouxie and the Banshees, ed alcune colonne sonore: "Paris s'eveille", "Basquiat", "American Psycho".
Di grandissimo livello, prodigioso quasi, è invece il live "Fragments of a rainy season", stupendo assemblaggio di brani eseguiti dal Nostro per chitarra, o piano, e voce, in un crescendo di magnifico lirismo e di magia interpretativa. Uno dei dischi dal vivo più entusiasmanti della storia della musica rock, senza alcun dubbio. Di non molto conto è il periodo successivo, un paio di trascurabili compilations; un lavoro in collaborazione con Bob Neuwirth, "Last day on earth", MCA,1994, brani recitati su una base di suoni sperimentali; e un disco diremmo dignitoso ma non eccelso come "Walking on locusts", con in taluni frammenti la presenza coadiutrice del grande David Byrne, del 1996.
Cale nel terzo millennio
Dopo altre collaborazioni coi più disparati ma talentuosi artisti, Gordon Gano innanzi a tutti, ma anche Super Furry Animals, Cale torna al rock con un disco finalmente interessante: “Hobosapiens”, nel 2003. Preceduto dal dignitoso Ep “5 Tracks”, il disco






si presenta come un tentativo ancora una volta riuscito di coniugazione di diversi stilemi sonori, in bilico sul crinale tra tradizione e sperimentazione. Con alcune perle assolute quali: Zen, Look horizon, la meravigliosa e sognante Rene Magritte ed Archimedes. “Black acetate”, 2005, riconduce John Cale a sonorità più canoniche, sebbene di buonissimo livello artistico. Quello che risulta essere l'ultimo album da studio, finora, è indubbiamente la prova di come, nonostante una carriera carica di gloria, Cale abbia ancora la voglia di raccogliere la sfida della modernità, e di riuscire non solo a competere, ma certamente a superare di gran lunga molte sedicenti grandi bands contemporanee in finezza creativa, in classe e in fantasia compositiva. Penultimo episodio in studio/live dell'orbe musicale conosciuto del grande artista gallese è il magnifico “Circus live” del 2007,potenza e classe coniugate e dispiegate dal vivo al massimo livello, mentre nel 2010 esce l’ottimo “Live At Rockpalast” doppio cd e DVD con registrazioni audio/video risalenti al 13 Ottobre 1984. In sostanza abbiamo tratteggiato la figura di un'autentica incarnazione “mitologica” del concetto globale di musica come orizzonte culturalmente esaustivo. Un moderno alchimista del suono, chiuso nel suo personale antro delle mirabilie, a distillare gocce di suprema armonia, con la mente incubante la pietra filosofale dell'invenzione ininterrotta e lo sguardo serafico rivolto all'infinito.

Rocco Sapuppo

John Cale Official Site
John Cale Unofficial Site

JOHN CALE DISCOGRAPHY:
# Consigliato da DISTORSIONI

Velvet Underground
# The Velvet Underground & Nico (MGM) marzo 1967
# White Light/White Heat (Verve) gennaio 1968

VU (Verve, outtakes compilation) febbraio 1985
Another View (Verve, outtakes compilation) settembre 1986
# Live MCMXCIII (Sire) novembre 1993
# Peel Slowly and See (Polydor, box set) settembre 1995

# Loaded (Fully Loaded Edition) (Rhino Records) 1997†
The Very Best Of The Velvet Underground (Polydor, compilation) aprile 2003

Solista
# Vintage Violence (Columbia) dicembre 1970
# The Academy in Peril (Reprise) aprile 1972
# Paris 1919 (Reprise) marzo 1973
# Fear (Island) settembre 1974
# Slow Dazzle (Island) marzo 1975
# Helen of Troy (Island) novembre 1975

Animal Justice mini-lp (Illegal Records) 1977
Guts (compilation) (Island) febbraio 1977
# Sabotage/Live (IRS) dicembre 1979
# Honi Soit marzo 1981
# Music For A New Society (Ze) agosto 1982

Caribbean Sunset (Ze) giugno 1983
John Cale Comes Alive (Ze) settembre 1984
Artificial Intelligence (Beggars Banquet) novembre 1985
# Words for the Dying (Opal/Warner Bros.) ottobre 1989
Even Cowgirls Get The Blues (live) (ROIR) 1991
Paris S'eveille, Suivi d'Autres Compositions (OST) (Crepuscule) novembre 1991
# Fragments of a Rainy Season (live) (Hannibal) ottobre 1992
23 Solo Pieces pour La Naissance de L'Amour (Crepuscule) novembre 1993
N'Oublie Pas Que Tu Vas Mourir (Crepuscule) 1994
Seducing Down The Door (compilation) (Rhino) 1994
Antartida (OST) (Crepuscule) 1995
Walking on Locusts (Hannibal) settembre 1996
# The Island Years (Island) (compilation, 2 cd) 1996
Eat/Kiss: Music for the Films of Andy Warhol (Hannibal) giugno 1997
Somewhere In The City (OST) agosto 1998
The Unknown (OST) (Crepuscule) 1999
Le Vent De La Nuit (OST) (Crepuscule) marzo 1999
Close Watch: An Introduction to John Cale (compilation) - 1999
Inside the Dream Syndicate vol.1: Day of Niagara (1965) (2000) (Table of the elements)
Inside the Dream syndicate vol.2: Dream Interpretation (2002) (Table of the elements)
Inside the Dream Syndicate vol.3: Stainless Steeel Gamelan (Comp.) (2002) (Table of the elements
New York in the 1960s, vol.1: Sun Blindness Music (Comp.) (2002) (Table of the elements)
5 Tracks (EP) (EMI) maggio 2003
# Hobo Sapiens (EMI) ottobre 2003
Cale: New York in the 1960's (Comp.)(2004) (Table of the elements)
Process (OST) (Syntax) luglio 2005
Black Acetate (EMI) ottobre 2005
Jumbo In Tha Modern World (cd single) (EMI) luglio 2006
# Circus Live (live) (EMI) febbraio 2007
# Live At Rockpalast (SPV, 2 cd) 2010
# Extra Playful EP (Double Six/Domino) 2011


Collaborazioni
# Church of Anthrax (con Terry Riley) (Columbia) aprile 1971
# June 1, 1974 (con Kevin Ayers, Brian Eno, Nico) (Island) 1974
# Songs for Drella (con Lou Reed) (WEA) aprile 1990
# Wrong Way Up (con Brian Eno) (All Saints) ottobre 1990

Last Day on Earth (OST, con Bob Neuwirth) (MCA) maggio 1994
# Le Bataclan '72 (con Lou Reed & Nico) 2004
Auto-Intoxication (con Manic Street Preachers) (Sony Music) settembre 2010

Produzioni
# The Stooges (dei The Stooges) (Elektra) 1969
# The Marble Index (Nico) 1969
# Desertshore (Nico) 1970
# Bryter Layter (Nick Drake) 1970
# Horses (Patti Smith) (Arista) 1975
# The Modern Lovers (The Modern Lovers) (Home of the Hits) 1976
# Squeeze (Squeeze) (A&M) 1977

Squirrel and G-Man Twenty Four Hour Party People Plastic Face Carnt Smile (White Out) (Happy Mondays) 1987
Louise Féron (Louise Féron) (Virgin) 1991

DVD
# Fragments of Rainy Season (Silva America) 2004
# An Exploration of his life and music (Kultur Video) 2006
# John Cale (WEA) 2007
# Live at Rockpalast (SPV) 2010


Books:
JOHN CALE - L'ACCADEMIA IN PERICOLO: Minimalismo, Rock e Neoclassicismo
di Stefano Bianchi (Auditorium Edizioni, Italia, 1997)







1 commento:

Anonimo ha detto...

Very interesting points. Thanks!

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