sabato 8 gennaio 2011

MILES DAVIS : "Bitches Brew" - Recording Date: Aug 19, 1969 / Jan 28, 1970 (Sony, Jan 1970)

Prima che il 2010 terminasse ci sono state le celebrazioni per i 40 anni di "Bitches Brew", il capolavoro di Miles Davis che ha fatto da spartiacque nella storia del jazz quanto in quella del rock: é stata una ghiotta occasione per riascoltare/riesplorare un disco che non credo di esagerare nel definire "uno dei più importanti parti musicali in assoluto" della mente umana nel secondo millennio. Noi ve lo facciamo riassaporare a 2011 appena iniziato, attraverso i nostri link ipertestuali, a corredo dell'ottima recensione di Edoardo Petricca: non potrà farvi altro che bene. La percezione nel riascoltarlo? L'Africa é davvero il continente da cui tutti proveniamo!

I tempi, la copertina, l'organico.
L’estate del 1969 verrà ricordata per tante cose: la politica, i viaggi nello spazio, la guerra in Vietnam, brutti occhiali e lozioni per capelli. Verrà ricordato anche per la pubblicazione di un disco che ha mutato le sorti della musica jazz e della musica rock. Il 1969 è l’anno di “Bitches Brew” di Miles Davis. Il disco fu registrato per la precisione tra l'agosto del 1969 e gennaio del 1970: la 'release date' accreditata é gennaio 1970.
Recensire questo disco non è cosa da poco. E’ un disco inaudito, unico ed inimitabile. Irripetibile. Rivoluzionario. Un flusso di coscienza sonoro,un muro impressionante di elettricità che si staglia come un monolite nel cielo.
Prima di ascoltare il disco rimango impressionato dalla bellezza e dal mistero della copertina, un dipinto dell’artista tedesco Marti Klarwein, già noto per aver illustrato il mitologico disco di Santana “Abraxas”.
Un fiore che brucia (simbolo della stagione dei ‘figli dei fiori’ che muore) che si ricongiunge ad un cielo in tempesta, che si staglia su un mare schiumoso, alle cui sponde un uomo e una donna abbracciati, due nativi africani, scrutano l’orizzonte. Sul retro, due mani, in un intreccio di dita, si uniscono ed emanano da una donna bifronte, nera e bianca anch’essa, con il volto imperlato di sudore ma con i tratti somatici dei nativi d’Africa, quasi a comunicare che l’uomo bianco discende dall’uomo nero. Nero è anche l’uomo incappucciato che si trova accanto a questa immagine, nera è la strega, con il volto truccato di bianco ed un’espressione tra il messianico e l’orgiastico.
Doppia è la copertina, doppia è la formazione che accompagna Davis. Due batteristi (Jack DeJohnette e Lenny White), due percussionisti (Don Alias e Jumma Santos), due sassofonisti (il soprano di Wayne Shorter e il clarinetto basso di Bennie Maupin), tre pianisti elettrici (Chick Corea, Joe Zawinul, Larry Young), due bassisti (il basso elettrico di Harvey Brooks e il basso acustico di Dave Holland), infine la chitarra di John McLaughlin che si contrappone alla tromba distorta, piena di echi e riverberi, grazie agli effetti di editing del suo produttore Teo Macero.

Il primo disco
Il primo disco è un flusso ininterrotto di elettricità e tribalismo. Il primo brano, Pharoah’s Dance, di Joe Zawinul, perfetto alter-ego musicale di Miles che di lì a poco fonderà i Weather Report, si dilata per venti lunghissimi minuti, in un incalzare sincopato e allo stesso tempo spezzettato delle batterie, tra cui si insinuano le tastiere elettroniche e le percussioni, in una sorta di rito iniziatico, di battesimo del fuoco.
La musica viene dilatata, espansa, in una sorta di brodo psichedelico: le tastiere avanzano ringhiando, la chitarra di McLaughlin disegna paesaggi elettrici, mentre la tromba di Davis si situa al di sopra delle trame sonore suonando tre note cacofoniche prima del caos. Pause, accelerazioni improvvise. Cambi di tempo. Sovrapporsi di suoni e note. Un muro sonoro scolpito dall’improvvisa tromba di Miles.
Il secondo brano, la title track Bitches Brew, firmata dallo stesso Davis, ci regala altri ventisei minuti di fuoco. La tromba di Miles fa da guida con le sue note intrise di eco e riverbero, preludendo alla frase del basso che sembra emergere dal nulla e viene poi coadiuvato dal borbottio del clarino basso e dallo schioccare di dita di Miles. Poi un suono viene lanciato, quasi all’unisono, dagli strumenti e la tromba di Davis scimmiotta il tema di Spinning Wheel dei Blood Sweat and Tears, quasi una beffa, uno schiaffo in pieno volto alla borghesia bianca votata al jazz che vuole suonare come i neri senza riconoscerne il merito e, soprattutto, l’influenza.

Il secondo disco
Il secondo disco suona più calmo e disciplinato. In Spanish Key, Jack DeJohnette e Lenny White suonano un tempo marcatamente rock su una ritmica funky della chitarra di McLaughlin: le tastiere impazzite di Corea e Larry Young innestano un dialogo con la tromba di Miles Davis in una sorta di jam-session collettiva sullo stile bandistico delle fanfare di New Orleans.
John McLaughlin, suonato solo dalla sezione ritmica, senza Miles e Shorter, è un atto di ringraziamento nei confronti dell’altro alter-ego di Miles, McLaughlin, e segue gli stessi modi rhythm and blues della precedente composizione in poco più di quattro minuti, una sorte di ponte al finale di Miles Runs the Voodoo Down, quasi festosa, colorata e bandistica, guidata dalla batteria di Don Alias. Sanctuary e Feio chiudono il disco.
Dopo quarant’anni questo disco suona ancora fresco e rivoluzionario, come fosse uscito ieri.
Un capolavoro senza tempo che ha finalmente abbattuto le barriere tra jazz e rock, inaugurando un modo nuovo di produrre la musica e di fruirla, con i rivoluzionari utilizzi della stereofonia e degli elementi di editing e post–produzione del mago Teo Macero, ma soprattutto con le geniali trovate di un musicista unico ed inimitabile come Miles Davis, che filtra tutte le esperienze della musica nera e bianca e le sintetizza in una maniera del tutto inedita ed assolutamente affascinante.
Edoardo “Voodoo” Petricca

3 commenti:

URSUS ha detto...

Qui non è difficile parlare di CAPOLAVORO : spesso lo si fa con leggerezza,ma questo album ha aperto una rivoluzione nell'ambito del mondo jazz,tanto che i puristi all'epoca non lo capirono affatto (dissero addirittura che Davis si stava commercializzando)...qui c'è tutta la sua potenza,l'estro e la genialità che esplode !

aldo ha detto...

D'accordissimo con Ursus, da ricordare che proprio in occasione dei suoi 40 anni ne é uscita un'edizione di ultra lusso con materiale dal vivo etc etc

riverman206@yahoo.it ha detto...

@Aldo: oltre alla deluxe era uscito un altra interessantissima versione in 4 cd (!!)http://thecentralshaft.blogspot.com/2010/09/miles-davis-complete-bitches-brew.html
con tutte le sesions, forse appesantisce un pò il disco.. io voglio ricordarmelo originale e su vinile anche se il jazz su cd non ci rimette anzi..

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