venerdì 31 dicembre 2010

GUN CLUB: Live 1984 and " Las Vegas Story" (S.F.T.R.Industry/Cooking Vinyl, 1984)

"Jeffrey Lee Pierce, biondo, figura tozza e corpulenta, cantante, compositore e chitarrista sui generis, guida i Gun Club da sempre, plasmandoli col suo carisma maledetto. Spesso penso a lui quale erede maledetto di Jim Morrison, per il suo modo di fare poesia, per i suoi moduli vocali strazianti, cupi ma soprattutto per la sua sregolatezza esistenziale, che ne hanno fatto un eroe negativo"

Così scrivevo su un giornalino locale in occasione di un incredibile concerto tenuto dai Gun Club verso la fine del 1984 in un cinema in provincia di Bari (lo so, é difficile crederci!).
Queste parole, certamente enfatiche, erano state scritte in preda all'eccitazione per un avvenimento eccezionale: l'esibizione di un gruppo che in quegli anni idolatravo con una ristretta ma fedelissima schiera di fans e che attraversava un felicissimo momento creativo; "The Las Vegas Story", album ispiratissimo e maledettamente lirico sino all'ultimo solco era uscito appunto in quel fatidico 1984.

THE LAS VEGAS STORY
Dopo il disperato EP "Death Party" i Gun Club incidono quel quasi-capolavoro che risponde al nome di "The Las Vegas Story", per l'Animal Records, prodotto da Jeff Eyrich.
Eccolo Kid Congo Powers, riunirsi al suo antico compagno, assolutamente funzionale, selvaggio ed istintivo nel suo stile chitarristico ai 'bad trips' di Jeffrey; il suo 'excessive feedback' é più efficace ed evocativo di qualsiasi solo tradizionale! Quindi Terry Graham alla drums e la stangona nuova arrivata Patricia Morrison al basso.
La produzione del 33 giri é magistrale, rendendolo (grazie ad una continuità notevole di atmosfere) un'epopea vera e propria di un'America decadente e profondamente inquietante: Bad America, My Dreams, Give Up The Sun, Stranger In Our Town, monumentali elegie elettriche; viste con occhio retrospettivo, epitaffi indelebili di un'anima pura, persa sullo sfondo degli anni del disagio reeganiano.
Come dimenticare My Man's Gone Now, il blues di George Gershwin che inaugura la seconda facciata, con Jeffrey che sfodera uno swing insospettabile su un piano vibrante, una cosa molto vicina al trattamento che Nick Cave riserverà al blues di lì a poco : Dark-Swing!
Ed ancora le tenebrose Moonlight Motel, Eternally Is Here, il country disperato Secret Fires, la danza indiana Walkin' With The Beast sino all'omaggio a Pharoah Sanders , The Master Plan.
Ospite Dave Alvin alla chitarra solista in Eternally Is Here e Stranger In Our Town.


GUN CLUB 'LIVE' 1984, Bari

Le voci circa il menefreghismo di Jeffrey Lee Pierce nei confronti del pubblico erano fondate: la prima parte della serata fu all'insegna del caos sonoro più sconcertante; Jeffrey, visibilmente fuori di testa (chissà di cosa!) se ne é fregato della tonalità di parecchi brani brutalizzandoli con il suo vocalismo svogliato ed occasionale, suonando la chitarra ritmica in modo disastroso. Si direbbe che il biondo stravolto volesse svolgere apposta una massiccia azione di disturbo sulla ritmica sempre precisa di Terry Graham (drums), e della dark-lady Patricia Morrison (bass).
Anche le buone cose cose di Kid Congo Powers, chitarrista tutto effetti e feedback, Lui le ha coperte e rovinate con la sua mano pasticciona ed eccessiva! Ma da personaggio lunatico ed imprevedibile quale Pierce é sempre stato all'improvviso ha lasciato perdere quel punkismo gratuito ed autocompiaciuto nel quale si era rifugiato 'totally stoned' e si é calato molto più attentamente e con giusta concentrazione nel feeling dei brani successivi, regalandoci delle versioni indimenticabili dei classici Sex Beat, Cool Drink Of Water, intense e sofferte interpretazioni di Walkin' With The Beast, Stranger In Our Town.
Ma é stato con Jack On Fire che i Gun Club hanno dimostrato quella sera la loro grandezza on stage quando riuscivano a entrare in feeling e ad amalgamarsi: a luci spente ci hanno lasciato tutti col fiato sospeso, la ritmica inesorabile a scandire il blues voodoo misterico degli inizi del gruppo ("Fire Of Love"); Kid Congo librava nell'aria ormai satura di vibrazioni malsane i glissati della sua chitarra, lamenti ancestrali di bestia ferita, mentre Jeffrey nell'oscurità si aggirava per il palco recitando con enfasi il suo copione di dolore e di alcoolista squilibrato.
Devo dire che mi sconvolse: lasciata la chitarra, ha rantolato sul palco, gettandosi a corpo morto più volte tra le prime file; si é arrampicato sugli amplificatori, rimanendoci accovacciato come una pantera ferita, mentre guardava il pubblico minacciosamente, in procinto di lanciarsi da un momento all'altro.
Il suo approccio on stage era completamente fisico e tragico, di pura ascendenza morrisoniana, e riusciva a creare nell'audience reazioni molto contrastanti e violente. Posso dire, per quanto mi riguarda, che si é trattata di una delle esperienze live più sconcertanti che io abbia mai vissuto, ed é rimasta scolpita nella mia memoria in modo indelebile!

Wally Boffoli

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