lunedì 22 novembre 2010

INTERVISTA -- Luigi Maria Mennella from Furvus, F.ormal L.ogic D.ecay, En Velours Noir

Intro
E' innegabile che cercando nei meandri più infimi dell’underground musicale ogni tanto si possa trovare qualche piccolo genio: questo artista mi è capitato tra le mani puramente per caso, ma non appena mi sono avvicinato al suo piccolo universo musicale, ho sentito il mio bagaglio personale di ascoltatore crescere un pochino.
L’ascolto della musica firmata Luigi Maria Mennella non è semplice, infatti ogni singola track della sua enorme produzione contiene qualcosa di nuovo, sia a livello stilistico che di contenuti.
I suoi progetti non sono le solite one-man-band ‘, né tanto meno la proposta pseudo musicista/malato mentale, che effettivamente poteva risultare interessante nelle prime vere sperimentazioni alla Diagnose: Lebensgefahr, ma che ormai risulta una dimensione già assimilata.
Con queste affermazioni non si vuole assolutamente degradare quella dimensione
artistica riservata ai pluristrumentisti, bensì si cerca di spronare le nuovo proposte di questo ambiente ad essere sinceri e cercare di innovare senza utilizzare avanguardie che tali non sono più.
Luigi Maria Mennella è il creatore di 3 one-man-band puramente made in Italy.

En Velours Noir, che riesce a far passare molto più di alcune note in successione, ma che porta nella mente di chi ascolta colori e profumi nostalgici e malinconici, tramite filtri teatrali e sfumature Goth.

F.ormal L.ogic D.ecay, la freddezza assordante che ricorda i cultori dell’atmospheric nordico rientra in patria con elementi avantgarde e ammiccamenti neoclassical che finalmente porta una certa poesia in questi territori cosi ancora poco compresi.

Furvus, l’ultimo tassello che mancava nell’Italia nata degli Jacula cresciuta dai loro figli rigorosamente illegittimi, un viaggio tra l’immortale cultura pagana che conta molti nostalgici, e una foschia malevola e affascinante che non potrebbe nonfar sorridere la consolidata tradizione goth tedesca.
Tutto questo in un unico artista Italiano, che se pur non dotato né di un pubblico enorme né di introiti da capogiro vuole offrirci comunque musica vera e personale facendoci uscire, almeno per qualche momento, da quel mondo maniacale, mondo provocatoriamente definibile come ‘mainstream underground’.




L'Intervista a Luigi Maria Mennella

Ciao Luigi, innanzi tutto vorrei ringraziarti per averci concesso un pò del tuo tempo. Per iniziare presentiamo il tuo personaggio a chi ancora non ti conosce, chi è Luigi Maria Mennella?
Grazie a voi. Mi considero un artista mal integrato in questo tessuto socio-temporale. Quello che produco (a prescindere dal mezzo espressivo) rappresenta la mia priorità esistenziale e ho sempre preferito esser snobbato da chi non mi capiva (o semplicemente mi riteneva troppo ‘pesante’ da ascoltare), che prendere per i fondelli la massa con prodotti pre-confezionati e di facile assimilazione, ma che non mi rappresentassero. In altri termini il più grande carnefice e vittima di se stesso…


Come è nata la tua passione per la musica?
Lo sai che non lo ricordo?

Presumo sia una questione genetica: mia madre cantava e suonava la batteria da ragazza e comunque io verso i 6 anni mi sono avvicinato al pianoforte.
E’ diventata la mia ragione di vita nel preciso istante in cui ho drasticamente abbandonato la pittura e ho compreso che solo una forma d’arte così eterea poteva aiutarmi a comunicare gli impercettibili mutamenti della mia emotività.
Il conservatorio indubbiamente mi ha dato la giusta infarinatura per comprenderne meglio alcune sfumature, ma sono state esperienze anarcoidi come la sperimentazione vocale che ho appreso tramite lo studio di Stratos o il nichilismo sonoro delle stratificazioni Industrial più Japan-Noize-Oriented che mi hanno fatto capire quanto la musica sia qualcosa che arriva oltre la stessa percezione intellettiva ed emotiva.


Tu sei di origine toscana vero?
Non esattamente.
Sono nato in una città del sud (Avellino), il giorno dopo trasferito a Bressanone e verso i due anni di nuovo trasferito a Livorno.
Lì ho trascorso una buona parte della mia vita ed è qui che sono tornato oggi, dopo quasi dieci anni, per ricominciare da capo


Per quanto riguarda il tuo ambiente musicale, che possiamo forse inquadrare nella scena Goth/Ambient, come la vedi l’attuale situazione italiana?
Non mancano ottimi musicisti (sia canonici che non-convenzionali), né label che si danno da fare. Il problema principale è piuttosto costituito dalla distribuzione (che spesso snobba le piccole produzioni), la mancanza di strutture per esibirsi (e che spesso preferiscono i più facili introiti apportati da inutili cover-band o demoralizzanti cloni musicali).
La politica produttiva è poi ancora legata all’editoria degli anni ’60 e fa perno sul miraggio mainstream. Tutto questo è aggravato dalla mancanza di originalità, l’attitudine emulativa come mezzo di affermazione e la pessima media di buone voci in alcuni settori musicali, incoraggiato da un pubblico sempre meno attento e schiavo dell’immagine o di un pensiero politico ruffiano.
Paradossalmente, a livello statistico, è molto più facile trovare in generi ritenuti ‘rumorosi’ come il metal voci educate ed armoniose che in altri ufficialmente più atmosferici e melodici dove invece tocca sorbirsi stonate vocals post-punk, lo stridore singhiozzante dell’ennesimo fan di Smith nell’ultimo inutile gruppo foto-dark-copia. Fino quelli che si definiscono cantanti e poi oscillano tra la retorica atonale (un modo elegante per dire che fanno finta di cantare) e abusano di effettistica per mascherare le proprie lacune (...).
Ecco su questo argomento credo di aver raggiunto il livello zero di tolleranza…
L’espressività è importante, ma non deve mai umiliare la tecnica per fini narcisistici.


Furvus, F.ormal L.ogic D.ecay, En Velours Noir...
Fatta eccezione per qualche collaborazione sono tutte one-man-band, cosa ti ha portato a lavorare da solo e non in una band?

In realtà ho avuto almeno 7 band in passato, ma la difficoltà maggiore che ho sempre incontrato è stata quella di amalgamare musicisti sufficientemente open-minded e che suonassero per motivazioni un po’ più profonde dello svago, mania di protagonismo…o fini copulativi… A cavallo del 2000 ho deciso di abbandonare l’attività live e concentrarmi –senza alcuna ingerenza- sui miei tre progetti.
Lavorando da polistrumentista aumentano ovviamente le responsabilità, si dilatano i tempi di produzione, ma finisce per sempre l’angoscia di ricevere una stroncatura per colpa di un arrangiamento non adeguato o qualche idea non perfettamente amalgamata nel concept.
Ed è stato meraviglioso ritrovarsi improvvisamente a essere completamente responsabile dei propri meriti o demeriti.


Quali sono le differenze fondamentali fra questi progetti musicali?
Molto schematicamente, ciascuno risente degli influssi di diversi periodi/background della storia della musica e incanala la propria espressione attraverso canoni correlati a queste influenze.
Pertanto Furvus è strettamente legato alla musica antica e neopagana.
En Velours Noir predilige le sonorità retrò più avanguardistiche e teatrali del gothic.
F.ormal L.ogic D.ecay è il progetto meno facilmente classificabile, ma in sostanza è quello che abbraccia un più ampio gamut di sperimentazioni, oscillando tra la musique concrète alla power electronics, con tutto quello che è tra esse racchiuso.



I tuoi progetti musicali si svolgono principalmente tra la fine degli anni 90 e la seconda parte degli anni 00'con una produzione discografica veramente prolifica, possiamo contare più di 30 pubblicazioni, quanto dura quindi la creazione di un tuo album?
Ti confesso che il materiale composto sarebbe stato molto di più, ma un grosso guasto al mio sistema di hd recording (5 anni di registrazioni distrutte con relativo backup), il deterioramento di alcuni supporti analogici (che ho comunque in parte restaurato) e la latenza imposta dai miei continui spostamenti ha sempre rallentato tutto.
Solitamente compongo tantissimo e ugualmente scarto o dimentico.
Quello che ritengo alla fine sufficientemente espressivo lo rielaboro maniacalmente fino al giorno in cui qualcuno o qualcosa mi costringe a registrarlo.
La creazione in realtà non si arresterebbe mai, ma diciamo che è solo per buon senso che ogni tanto decido di fermarmi e congelare un momento della mia emotività.



Nel video A Monster Nearby dell'album "Else" del progetto En Velours Noir possiamo vedere subito un omaggio al film "Il Gabinetto Del Dottor Caligari" ed al movimento cinematografico conosciuto come espressionismo tedesco.
Da ciò posso dedurre che anche il cinema è una tua passione...

Assolutamente sì.
Tutta la produzione compresa tra i fratelli Lumière e la fine degli anni ’80.
Con quel che è uscito dopo sono diventato maggiormente selettivo, a causa dell’inalienabile sensazione di deja-vu che mi hanno procurato molte pellicole.
Ovviamente ci sono registi ancora attivi che adoro, come Greenaway, Cronenberg, Lynch, Gilliam o lo stesso Tarantino (a cui dobbiamo la rivalutazione di quel che già era nostro). Tutti autori ben consapevoli del patrimonio cineastico ereditato.



Un altro omaggio curioso l'ho trovato nel brano Silent Love di F.ormal L.ogic D.ecay, una breve intro con l'evergreen ‘that's amore’ di Dean Martin.
Come mai questo omaggio? Un apprezzamento all'artista o agli anni ‘50?

Entrambe le cose.
Ho gusti molto eterogenei e posso serenamente asserire di aver ascoltato tutto e suonato quasi tutto. Anche per questo motivo ho sempre avuto problemi a integrarmi nelle band. Ho sempre odiato le etichette di genere: sentivo sempre l’irrefrenabile desiderio di apportare il mio personale, forse arrogante, ma sincero contributo a un linguaggio comune dove spesso era già stato detto quasi tutto.
E così mi sono sempre mosso: hanno storto il naso quando usavo l’italiano per il thrash, quando mescolavo il jazz con il death, registravo le urla notturne di una vicina di casa psicopatica o campionavo e rielaboravo il rumore dei fornelli del gas; o anche anni fa quando ho unito la musica dark con il tango orchestrale.
Eppure tempo dopo usciva sempre un disco di qualcuno ‘famoso’ che faceva lo stesso e veniva acclamato come genio.
Tutto questo è avvilente e si lega con il discorso che più avanti affronteremo…


Furvus, un'altro progetto interessantissimo.
Lingua latina, atmosfere gregoriane, strumentistica rinascimentale e cultura pagana, tutto in un unico mix: che cosa ti ha ispirato a creare questa musica?

Una spiccata coscienza pagana e una forte avversione per l’istituzione ecclesiastica e tutti gli errori/orrori perpetrati dal post-cristianesimo a oggi.
Forse il mio progetto meno compreso, ma è anche vero che quando un recensore si lamenta perché non ci sono chitarre elettriche o doppia cassa…o un altro non comprende le valenze esoteriche di alcune scelte comunicative, fino alle esilaranti storpiature del monicker (sul mio vecchio sito raccolgo le più divertenti) puoi solo sorridere e lasciar discorrere.


Quali sono le band e gli artisti che prendi come esempio?

Per quanto detto prima, comprenderai che non è il genere di domanda a cui posso
rispondere facilmente. Quel che è certo è che ascolto la musica con devozione (al punto da non fare altro nel frattempo, come ad es. guidare) e mi sforzo sempre di comprendere quello che sta dietro le forme d’onda.
E parte di questo automaticamente entra a far parte del mio bagaglio culturale.
In ultima analisi, onde evitare di subire troppe influenze, quando sono in un periodo in cui sto lavorando a qualcosa di nuovo, sto senza ascoltare musica anche per mesi, senza sentirne affatto la mancanza: è come se già la custodissi dentro di me; al punto da associare qualsiasi mio gesto quotidiano a un suono che nello scorrere del tempo genera pattern ritmici o melodici.



La tua musica è colma di citazioni culturali ma credi che in Italia ci si preoccupi di più di aspetto o di contenuto?

In Italia, come nel resto del mondo, l’aspetto visivo ha sempre un’enorme importanza.

Soprattutto per buona parte del pubblico giovane (presenti esclusi ☺). Al punto che puoi anche essere il compositore più dotato e prolifico del mondo (e non è certo il mio caso), ma se non fai concerti, hai il look giusto e sei dentro canali promozionali adeguati puoi anche crepare nel dimenticatoio o – peggio – esser trattato con sufficienza, come l’ultimo arrivato.
Ed ecco che allora la regola diventa: produci sempre, anche ca##te, e falle circolare, perché “(…) chi si ferma è perduto”.


Cosa si dovrebbe fare allora per cambiare le cose?

Non c’è assolutamente niente da fare.
Le ultime generazioni sono più o meno consapevolmente succubi della videocrazia e di un’estetica prettamente esterofila. La noia dilaga.
La musica è diventata un prodotto merciologico alla portata dei più e conseguentemente il livello qualitativo si è abbassato e quello fruitivo si è adeguato.
Si parla di crisi discografica, ma in realtà tra progetti fatti a tavolino e auto-produzioni imbarazzanti si produce molta più spazzatura che in passato.
Diventerà sempre più netto il confine tra ascoltatori di nicchia e grande pubblico.



Di cosa ti stai occupando in questo momento?
Sto ultimando il box celebrativo dei 20 anni di attività di F.ormal L.ogic D.ecay (conto di partire con i pre-ordini entro dicembre, appena sarà ultimata da Andrea Savelli la cover, particolarmente complessa) e terminare gli arrangiamenti di uno dei nuovi album di En Velours Noir che sono certo segnerà una svolta decisiva per il progetto.
Credo (e spero che la mia ristretta audience mi confermerà questa mia sensazione) di aver finalmente trovato il giusto compromesso tra delicate sonorità demodè e una struttura compositiva più orecchiabile, senza per questo scadere nel commerciale.



Per terminare, cosa hai in mente per il futuro?
Finire di registrare tutto quello che per motivi personali è rimasto in sospeso (stiamo parlando di diversi album dei vari progetti) durante questi ultimi anni e riprendere l’attività live; da solo o con qualche collaboratore, se troverò musicisti abbastanza motivati. E a tal proposito – se me lo permetti – approfitto di questo spazio per invitare le persone interessate a contattarmi. Sto cercando soprattutto programmatori di ritmiche/esperti di synth vintage; meglio se anche voci femminili. Per info: luigi@mennella.info



Grazie ancora di averci concesso questa intervista e buona fortuna per il futuro!

Grazie a voi per il tempo concessomi.

Francesco Castignani


En Velours Noir - A Monster Nearby
En Velours Noir - About Love and Masks
En Velours Noir - Requiem to Flesh

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