martedì 23 novembre 2010

MADE IN ITALY – Marco Ongaro: “Canzoni per adulti” (2010, Freecom)

In tempi in cui il rapporto uomo/donna sembra esaurirsi nel binomio ‘escort’ o ‘bunga bunga', ovvero nell’edulcorato da un lato e nel triviale dall’altro, è un sollievo imbattersi in chi, con musica e parole, riporta la materia in questione ai suoi termini corretti e soprattutto poetici.
E’ il caso di Marco Ongaro, cantautore veronese di lungo corso, che ha appena dato alle stampe questo “Canzoni per adulti”. Lo diciamo subito: se siete amanti di una certa canzone d’autore, questo lavoro fa per voi.
E’ un piacere sottolineare i momenti salienti del disco, a partire dall’iniziale Il Salvatore delle donne tristi, uno spoken word dedicato all’amico pittore Pioquinto (Ongaro non è nuovo a tratteggiare ritratti di amici artisti/anime affini, valga ad esempio Il Conte Max di Genova, dedicata a Max Manfredi, contenuta in "Dio è altrove” del 2002). Vivace Il sostegno delle massaie e perla di rara bellezza La donna col pugnale, un brano che ci ha catturato al primo ascolto.
Prendete nota di D. J., sigla sotto cui si cela l’archetipo maschile per eccellenza, l’eterno Don Juan (o Don Giovanni, detto all’italica maniera), che regala versi costruiti con finezza come: “E chi viene risparmiata / E’ stizzita costernata / Ma si finge sollevata / Portatrice di virtù / Mentre si ripete muta / Perché mai non m’ha voluta / Forse per l’età avanzata / Oramai non piaccio più”.
Da segnalare La scorta, dedicata a Giovanni Falcone, impreziosita da una coda strumentale in cui dialogano serrati il sax soprano di Marco Pasetto e quello baritono di Bruno Marini.
Particolarmente gustose risultano La ballata della cavalla assente (Ballad Of The Absent Mare) e Ricordi (Memories), due riletture dal canzoniere di Leonard Cohen con testo adattato dallo stesso Ongaro, più che appropriate vista la tematica del disco.
In ultima analisi, un album elegante intriso di profonda leggerezza.

Ruben

Il salvatore delle donne tristi

Marco Ongaro al Premio Tenco 2008

MADE IN ITALY - Nokeys: "The Regency" (2009, SFEM - The Lads Production)

“Welcome to the Regency” recita una frase posta nel frontespizio del libretto del disco dei Nokeys, benvenuti nella reggenza: il tempo dove le cose sono sospese tra ieri e il domani. Lo spirito che pervade il disco, infatti, sembra quello di un posto senza tempo né spazio dove i nostri 4 musicisti si trovano a suonare i brani dell’album. Darkwave e post punk scandiscono i tempi, e sembra di tornare ora ai Joy Division, ora ai Depeche Mode più maturi e vicini ai nostri giorni. I Nokeys non fanno nulla per nascondere questo percorso musicale che anzi accentuano permeando
la confezione cartonata del disco con il bianco e il nero, come ai tempi di "Unknown Pleasures" e "Closer", due dischi che hanno fatto epoca.
Inoltre c’è una audace fusione di testi in italiano e inglese che solleva ancor di più un alone di curiosità intorno ad una band che ha comunque tanta esperienza e che con questo disco ha voluto spingere in avanti la voglia di sperimentazione.
Aiutati alla consolle da Stefan Boman (Kent, Hellacopters) la band ha dapprima registrato al Mulino S. Genesio di Parma e ha ultimato i brani a Stoccolma, dove il fatto che alle 2 del pomeriggio il sole fosse già tramontato ha accentuato la voglia di oscurità nella musica.
Rock’n’roll Pistolero è molto Depeche Mode, dove la voce ipnotica di Rico viene sovrastata dalla chitarra distorta di Luca, in un clima claustrofobico e oscuro. Eyes of Riot è stato scelto come primo singolo (e videoclip girato a Stoccolma) e presenta il tipico pulsare del basso darkwave alla Joy Division, e luci ed ombre si intersecano lungo il brano . Pretty Girl è un brano da noir moderno, sostenuto da una chitarra in vibrato e dalle classiche ritmiche post punk, ancora una volta con mentori i Depeche mode (e il fantasma di Johnny Cash che aleggia).
C’è spazio anche per la riflessione con Slow, ballad desolata alla maniera degli U2, prima di immergersi nella claustrofobia controllata di The Trivial Captivity, tra desolazione e synth nel sottofondo.
C’è poco spazio, insomma, per qualcosa di luminoso, ma non si ha mai la sensazione di cadere nel buio profondo. Produzione impeccabile e sound maturo di respiro internazionale ne fanno un album di qualità che piacerà e non poco agli appassionati del genere.

Gianluca Merlin

Produzione : Stefan Boman & Nokeys

Studio di registrazione : Mulino S. Genesio , Parma

Rico Bocci (Voce)
Luca Lanza (Chitarra elettrica)
Stefano Gatti (Basso)
Gianluca Gatti (Batteria, Synth)

Tracklist:

1. Rock’n’roll Pistolero
2. Eyes of riot
3. Dolore dolcissimo
4. Pretty Girl
5. Another step
6. Slow
7. The trivial captivity
8. The lads
9. Underwater
10. Morning


Eyes of riot
Pretty Girl

Myspace
Nokeys

lunedì 22 novembre 2010

LIVE REPORT -- Los Explosivos + White Pagoda (Sinister Noise, Roma, 9 Novembre 2010)

Arrivati in ritardo al Sinister Noise in questa serata piovosa giusto in tempo per veder partire gli aretini White Pagoda, autori di un gran bell'album appena uscito su Tornado Ride, "Chair Evolution (Not Design)" che vi consiglio caldamente di reperire. I quattro killer toscani sparano raffiche di punk rock sulle nostre povere orecchie masochisticamente felici. Una bella sorpresa.
In sala assistono molto divertiti i Los Explosivos che tra una canzone e l'altra scambiano qualche battuta con gli altrettanto divertiti ragazzi della pagoda bianca. Punk rock nervoso, psicotico, stile Dirtnap record etichetta dei Briefs e The Spits. C'è anche il tempo per una bella versione di Abra Cadaver dei The Hives.
Il loro set durera' una mezz'oretta coronata alla fine di una classica versione di I Want Hold Your Hand dei Beatles.
Ed ecco che si accingono a calcare il palco i quattro chicos: signore e signori, LOS EXPLOSIVOS.
Attaccano furiosi con A Toda Velocidad, Fuego, e No Fres Para Me cover in spagnolo del classico dei Them I Can Only Give You Everything .
I ragazzi ci sanno fare.
Furioso rock'n'roll, garage punk degno dei migliori Sonics, e i quattro chicos si divertono da matti, amano l'italia e ce lo dicono in tutti i modi.
L'atmotsfera si fa' incandescente e i ragazzi decidono di mettersi a torso nudo, partendo subito dopo con Luie Luie cover in spagnolo del classico di Richard Berry dedicata dal batterista Ernesto a tutte le ragazze presenti in sala.
Ci faranno dimenare non poco per tutto il loro set.
Alla fine si scambiano i ruoli e si presenta l'occhialuto bassista, personaggio che pare uscito da un film di Scooby Doo per un gran finale, una divertente versione di The Crusher degli indimenticabili Cramps(in realtà un brano inciso per la prima volta dai Novas nel 1964).
Usciamo, fuori ancora piove, ma con in testa ancora le note del classico di Lux Interior e soci, nemmeno ce accorgiamo.
Finalmente una gran bella serata.

Marco Colasanti
Foto e video di Marco Colasanti

LOS EXPLOSIVOS-miedo-lo que me exita!!!-???-the crusher-sinister noise-09-11-2010
LOS EXPLOSIVOS-bailando!!!-???-???-sinister noise-09-11-2010
LOS EXPLOSIVOS-se apago-luie luie-creo que esto-hey mostro!-sinister noise-09-11-2010
LOS EXPLOSIVOS-enfermedad-moscas y aranas-???-sinister noise-09-11-2010
LOS EXPLOSIVOS-a toda velocidad-fuego-no fres para me-sinister noise-09-11-2010

INTERVISTA -- Luigi Maria Mennella from Furvus, F.ormal L.ogic D.ecay, En Velours Noir

Intro
E' innegabile che cercando nei meandri più infimi dell’underground musicale ogni tanto si possa trovare qualche piccolo genio: questo artista mi è capitato tra le mani puramente per caso, ma non appena mi sono avvicinato al suo piccolo universo musicale, ho sentito il mio bagaglio personale di ascoltatore crescere un pochino.
L’ascolto della musica firmata Luigi Maria Mennella non è semplice, infatti ogni singola track della sua enorme produzione contiene qualcosa di nuovo, sia a livello stilistico che di contenuti.
I suoi progetti non sono le solite one-man-band ‘, né tanto meno la proposta pseudo musicista/malato mentale, che effettivamente poteva risultare interessante nelle prime vere sperimentazioni alla Diagnose: Lebensgefahr, ma che ormai risulta una dimensione già assimilata.
Con queste affermazioni non si vuole assolutamente degradare quella dimensione
artistica riservata ai pluristrumentisti, bensì si cerca di spronare le nuovo proposte di questo ambiente ad essere sinceri e cercare di innovare senza utilizzare avanguardie che tali non sono più.
Luigi Maria Mennella è il creatore di 3 one-man-band puramente made in Italy.

En Velours Noir, che riesce a far passare molto più di alcune note in successione, ma che porta nella mente di chi ascolta colori e profumi nostalgici e malinconici, tramite filtri teatrali e sfumature Goth.

F.ormal L.ogic D.ecay, la freddezza assordante che ricorda i cultori dell’atmospheric nordico rientra in patria con elementi avantgarde e ammiccamenti neoclassical che finalmente porta una certa poesia in questi territori cosi ancora poco compresi.

Furvus, l’ultimo tassello che mancava nell’Italia nata degli Jacula cresciuta dai loro figli rigorosamente illegittimi, un viaggio tra l’immortale cultura pagana che conta molti nostalgici, e una foschia malevola e affascinante che non potrebbe nonfar sorridere la consolidata tradizione goth tedesca.
Tutto questo in un unico artista Italiano, che se pur non dotato né di un pubblico enorme né di introiti da capogiro vuole offrirci comunque musica vera e personale facendoci uscire, almeno per qualche momento, da quel mondo maniacale, mondo provocatoriamente definibile come ‘mainstream underground’.




L'Intervista a Luigi Maria Mennella

Ciao Luigi, innanzi tutto vorrei ringraziarti per averci concesso un pò del tuo tempo. Per iniziare presentiamo il tuo personaggio a chi ancora non ti conosce, chi è Luigi Maria Mennella?
Grazie a voi. Mi considero un artista mal integrato in questo tessuto socio-temporale. Quello che produco (a prescindere dal mezzo espressivo) rappresenta la mia priorità esistenziale e ho sempre preferito esser snobbato da chi non mi capiva (o semplicemente mi riteneva troppo ‘pesante’ da ascoltare), che prendere per i fondelli la massa con prodotti pre-confezionati e di facile assimilazione, ma che non mi rappresentassero. In altri termini il più grande carnefice e vittima di se stesso…


Come è nata la tua passione per la musica?
Lo sai che non lo ricordo?

Presumo sia una questione genetica: mia madre cantava e suonava la batteria da ragazza e comunque io verso i 6 anni mi sono avvicinato al pianoforte.
E’ diventata la mia ragione di vita nel preciso istante in cui ho drasticamente abbandonato la pittura e ho compreso che solo una forma d’arte così eterea poteva aiutarmi a comunicare gli impercettibili mutamenti della mia emotività.
Il conservatorio indubbiamente mi ha dato la giusta infarinatura per comprenderne meglio alcune sfumature, ma sono state esperienze anarcoidi come la sperimentazione vocale che ho appreso tramite lo studio di Stratos o il nichilismo sonoro delle stratificazioni Industrial più Japan-Noize-Oriented che mi hanno fatto capire quanto la musica sia qualcosa che arriva oltre la stessa percezione intellettiva ed emotiva.


Tu sei di origine toscana vero?
Non esattamente.
Sono nato in una città del sud (Avellino), il giorno dopo trasferito a Bressanone e verso i due anni di nuovo trasferito a Livorno.
Lì ho trascorso una buona parte della mia vita ed è qui che sono tornato oggi, dopo quasi dieci anni, per ricominciare da capo


Per quanto riguarda il tuo ambiente musicale, che possiamo forse inquadrare nella scena Goth/Ambient, come la vedi l’attuale situazione italiana?
Non mancano ottimi musicisti (sia canonici che non-convenzionali), né label che si danno da fare. Il problema principale è piuttosto costituito dalla distribuzione (che spesso snobba le piccole produzioni), la mancanza di strutture per esibirsi (e che spesso preferiscono i più facili introiti apportati da inutili cover-band o demoralizzanti cloni musicali).
La politica produttiva è poi ancora legata all’editoria degli anni ’60 e fa perno sul miraggio mainstream. Tutto questo è aggravato dalla mancanza di originalità, l’attitudine emulativa come mezzo di affermazione e la pessima media di buone voci in alcuni settori musicali, incoraggiato da un pubblico sempre meno attento e schiavo dell’immagine o di un pensiero politico ruffiano.
Paradossalmente, a livello statistico, è molto più facile trovare in generi ritenuti ‘rumorosi’ come il metal voci educate ed armoniose che in altri ufficialmente più atmosferici e melodici dove invece tocca sorbirsi stonate vocals post-punk, lo stridore singhiozzante dell’ennesimo fan di Smith nell’ultimo inutile gruppo foto-dark-copia. Fino quelli che si definiscono cantanti e poi oscillano tra la retorica atonale (un modo elegante per dire che fanno finta di cantare) e abusano di effettistica per mascherare le proprie lacune (...).
Ecco su questo argomento credo di aver raggiunto il livello zero di tolleranza…
L’espressività è importante, ma non deve mai umiliare la tecnica per fini narcisistici.


Furvus, F.ormal L.ogic D.ecay, En Velours Noir...
Fatta eccezione per qualche collaborazione sono tutte one-man-band, cosa ti ha portato a lavorare da solo e non in una band?

In realtà ho avuto almeno 7 band in passato, ma la difficoltà maggiore che ho sempre incontrato è stata quella di amalgamare musicisti sufficientemente open-minded e che suonassero per motivazioni un po’ più profonde dello svago, mania di protagonismo…o fini copulativi… A cavallo del 2000 ho deciso di abbandonare l’attività live e concentrarmi –senza alcuna ingerenza- sui miei tre progetti.
Lavorando da polistrumentista aumentano ovviamente le responsabilità, si dilatano i tempi di produzione, ma finisce per sempre l’angoscia di ricevere una stroncatura per colpa di un arrangiamento non adeguato o qualche idea non perfettamente amalgamata nel concept.
Ed è stato meraviglioso ritrovarsi improvvisamente a essere completamente responsabile dei propri meriti o demeriti.


Quali sono le differenze fondamentali fra questi progetti musicali?
Molto schematicamente, ciascuno risente degli influssi di diversi periodi/background della storia della musica e incanala la propria espressione attraverso canoni correlati a queste influenze.
Pertanto Furvus è strettamente legato alla musica antica e neopagana.
En Velours Noir predilige le sonorità retrò più avanguardistiche e teatrali del gothic.
F.ormal L.ogic D.ecay è il progetto meno facilmente classificabile, ma in sostanza è quello che abbraccia un più ampio gamut di sperimentazioni, oscillando tra la musique concrète alla power electronics, con tutto quello che è tra esse racchiuso.



I tuoi progetti musicali si svolgono principalmente tra la fine degli anni 90 e la seconda parte degli anni 00'con una produzione discografica veramente prolifica, possiamo contare più di 30 pubblicazioni, quanto dura quindi la creazione di un tuo album?
Ti confesso che il materiale composto sarebbe stato molto di più, ma un grosso guasto al mio sistema di hd recording (5 anni di registrazioni distrutte con relativo backup), il deterioramento di alcuni supporti analogici (che ho comunque in parte restaurato) e la latenza imposta dai miei continui spostamenti ha sempre rallentato tutto.
Solitamente compongo tantissimo e ugualmente scarto o dimentico.
Quello che ritengo alla fine sufficientemente espressivo lo rielaboro maniacalmente fino al giorno in cui qualcuno o qualcosa mi costringe a registrarlo.
La creazione in realtà non si arresterebbe mai, ma diciamo che è solo per buon senso che ogni tanto decido di fermarmi e congelare un momento della mia emotività.



Nel video A Monster Nearby dell'album "Else" del progetto En Velours Noir possiamo vedere subito un omaggio al film "Il Gabinetto Del Dottor Caligari" ed al movimento cinematografico conosciuto come espressionismo tedesco.
Da ciò posso dedurre che anche il cinema è una tua passione...

Assolutamente sì.
Tutta la produzione compresa tra i fratelli Lumière e la fine degli anni ’80.
Con quel che è uscito dopo sono diventato maggiormente selettivo, a causa dell’inalienabile sensazione di deja-vu che mi hanno procurato molte pellicole.
Ovviamente ci sono registi ancora attivi che adoro, come Greenaway, Cronenberg, Lynch, Gilliam o lo stesso Tarantino (a cui dobbiamo la rivalutazione di quel che già era nostro). Tutti autori ben consapevoli del patrimonio cineastico ereditato.



Un altro omaggio curioso l'ho trovato nel brano Silent Love di F.ormal L.ogic D.ecay, una breve intro con l'evergreen ‘that's amore’ di Dean Martin.
Come mai questo omaggio? Un apprezzamento all'artista o agli anni ‘50?

Entrambe le cose.
Ho gusti molto eterogenei e posso serenamente asserire di aver ascoltato tutto e suonato quasi tutto. Anche per questo motivo ho sempre avuto problemi a integrarmi nelle band. Ho sempre odiato le etichette di genere: sentivo sempre l’irrefrenabile desiderio di apportare il mio personale, forse arrogante, ma sincero contributo a un linguaggio comune dove spesso era già stato detto quasi tutto.
E così mi sono sempre mosso: hanno storto il naso quando usavo l’italiano per il thrash, quando mescolavo il jazz con il death, registravo le urla notturne di una vicina di casa psicopatica o campionavo e rielaboravo il rumore dei fornelli del gas; o anche anni fa quando ho unito la musica dark con il tango orchestrale.
Eppure tempo dopo usciva sempre un disco di qualcuno ‘famoso’ che faceva lo stesso e veniva acclamato come genio.
Tutto questo è avvilente e si lega con il discorso che più avanti affronteremo…


Furvus, un'altro progetto interessantissimo.
Lingua latina, atmosfere gregoriane, strumentistica rinascimentale e cultura pagana, tutto in un unico mix: che cosa ti ha ispirato a creare questa musica?

Una spiccata coscienza pagana e una forte avversione per l’istituzione ecclesiastica e tutti gli errori/orrori perpetrati dal post-cristianesimo a oggi.
Forse il mio progetto meno compreso, ma è anche vero che quando un recensore si lamenta perché non ci sono chitarre elettriche o doppia cassa…o un altro non comprende le valenze esoteriche di alcune scelte comunicative, fino alle esilaranti storpiature del monicker (sul mio vecchio sito raccolgo le più divertenti) puoi solo sorridere e lasciar discorrere.


Quali sono le band e gli artisti che prendi come esempio?

Per quanto detto prima, comprenderai che non è il genere di domanda a cui posso
rispondere facilmente. Quel che è certo è che ascolto la musica con devozione (al punto da non fare altro nel frattempo, come ad es. guidare) e mi sforzo sempre di comprendere quello che sta dietro le forme d’onda.
E parte di questo automaticamente entra a far parte del mio bagaglio culturale.
In ultima analisi, onde evitare di subire troppe influenze, quando sono in un periodo in cui sto lavorando a qualcosa di nuovo, sto senza ascoltare musica anche per mesi, senza sentirne affatto la mancanza: è come se già la custodissi dentro di me; al punto da associare qualsiasi mio gesto quotidiano a un suono che nello scorrere del tempo genera pattern ritmici o melodici.



La tua musica è colma di citazioni culturali ma credi che in Italia ci si preoccupi di più di aspetto o di contenuto?

In Italia, come nel resto del mondo, l’aspetto visivo ha sempre un’enorme importanza.

Soprattutto per buona parte del pubblico giovane (presenti esclusi ☺). Al punto che puoi anche essere il compositore più dotato e prolifico del mondo (e non è certo il mio caso), ma se non fai concerti, hai il look giusto e sei dentro canali promozionali adeguati puoi anche crepare nel dimenticatoio o – peggio – esser trattato con sufficienza, come l’ultimo arrivato.
Ed ecco che allora la regola diventa: produci sempre, anche ca##te, e falle circolare, perché “(…) chi si ferma è perduto”.


Cosa si dovrebbe fare allora per cambiare le cose?

Non c’è assolutamente niente da fare.
Le ultime generazioni sono più o meno consapevolmente succubi della videocrazia e di un’estetica prettamente esterofila. La noia dilaga.
La musica è diventata un prodotto merciologico alla portata dei più e conseguentemente il livello qualitativo si è abbassato e quello fruitivo si è adeguato.
Si parla di crisi discografica, ma in realtà tra progetti fatti a tavolino e auto-produzioni imbarazzanti si produce molta più spazzatura che in passato.
Diventerà sempre più netto il confine tra ascoltatori di nicchia e grande pubblico.



Di cosa ti stai occupando in questo momento?
Sto ultimando il box celebrativo dei 20 anni di attività di F.ormal L.ogic D.ecay (conto di partire con i pre-ordini entro dicembre, appena sarà ultimata da Andrea Savelli la cover, particolarmente complessa) e terminare gli arrangiamenti di uno dei nuovi album di En Velours Noir che sono certo segnerà una svolta decisiva per il progetto.
Credo (e spero che la mia ristretta audience mi confermerà questa mia sensazione) di aver finalmente trovato il giusto compromesso tra delicate sonorità demodè e una struttura compositiva più orecchiabile, senza per questo scadere nel commerciale.



Per terminare, cosa hai in mente per il futuro?
Finire di registrare tutto quello che per motivi personali è rimasto in sospeso (stiamo parlando di diversi album dei vari progetti) durante questi ultimi anni e riprendere l’attività live; da solo o con qualche collaboratore, se troverò musicisti abbastanza motivati. E a tal proposito – se me lo permetti – approfitto di questo spazio per invitare le persone interessate a contattarmi. Sto cercando soprattutto programmatori di ritmiche/esperti di synth vintage; meglio se anche voci femminili. Per info: luigi@mennella.info



Grazie ancora di averci concesso questa intervista e buona fortuna per il futuro!

Grazie a voi per il tempo concessomi.

Francesco Castignani


En Velours Noir - A Monster Nearby
En Velours Noir - About Love and Masks
En Velours Noir - Requiem to Flesh

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domenica 21 novembre 2010

NASHVILLE PUSSY: Say Something Nasty (Axe Killer/Audioglobe, 2003) Version Collector

Da quanto tempo Blaine Cartwright era sulla strada all’epoca di questo ‘dì qualcosa di sudicio'? Difficile dirlo, di certo dai tempi dei terribili costipati Nine Pound Hammer (cercate il "Live At The Vera" del 1998) che violentavano Train’ Kept a Rollin’ e Keep A Knockin’ già incarnava il prototipo di rocker senza compromessi per cui non esiste frattura tra rock&roll e la sua stessa esistenza: personaggio schietto, senza fronzoli né peli sulla lingua appartiene a quella scuola americana di 'kerouac'iana memoria secondo la quale le uniche certezze vengono solo dalla strada e dalla sua implacabile realtà.
Possono sembrare dei luoghi comuni, per esempio agli asettici seguaci dell’indie-rock ma esistono ancora bands come i Nashville Pussy che continuano indefessi ed arroganti una tradizione maledetta che viene da molto, molto lontano, che ha infiammato i ’60 ed i ’70 e che ha sopravvissuto nelle decadi successive a fasi alterne.
Nulla a che vedere con lo stoner, con l’heavy o la psichedelia tout-court quanto una miscela esplosiva la loro di hard-heavy a muso duro, blues in minime dosi ed approccio punk caratterizzata dalla voce–cartavetro cattivissima di Blaine Cartwright e dalle chitarre incendiarie di Blaine e della sua provocante sensuale compagna Ruyter Suys, una che non lesina nel mostrare i suoi notevoli attributi fisici.
Le assi dei palchi ed i clubs sono per i Nashville Pussy il luogo ideale per dare in pasto la loro esplosiva energia, i loro concerti sono quanto di più coinvolgente possa esserci grazie anche alla carica erotica on stage di ben due donzelle, Ruyter Suys e la bassista Katielynn Campbell ma anche in studio i quattro si rivelano dei veri serial-killers: "Say Something Nasty" ne è cartina al tornasole, più del precedente pur ottimo "High As Hell" e di certo allo stesso livello dell’eccelso "Let Them Eat Pussy".
Prendete gli AC/DC più sanguigni e nevrotici, i Motorhead più speed e brutali, un certo tocco southern –rock e avrete solo una pallida idea della forza penetrativa dei Nashville Pussy e di brani come Say Something Nasty, You Give Drugs A Bad Name, I’m going to hitch hike down to Cincinnati and kick the shit out of your drunk daddy (slang praticamente intraducibile), Beat Me Senseless (cover dei Circe Jerks), Slow Moving Train, nei quali si avverte chiaramente un avvicinamento sempre maggiore alle radici di cui sopra, al southern-rock, all’hard dei seventies, al blues-rock dei maestri: non a caso eseguono ed incattiviscono nel disco anche una famosa cover di Rick Derringer, Rock&Roll Hoochie Koo, cavallo di battaglia tanto tempo fa di un certo Johnny Winter...do you know?
C’è bisogno che vi dica di cosa parlano i loro testi? Le fisse di sempre: storie on the road, alcool, droghe, soprattutto sesso e tanta … 'pussy', con numerosi espliciti riferimenti a quanto di più attraente c’è per noi maschietti in mezzo a due cosce del gentil sesso!
Poi, quasi a tracciare un fil-rouge tra certo suono duro di decadi e scene diverse, nella Version Collector del disco tre covers (bonus-tracks) entusiasmanti e come al solito incattivite, sono sempre stati generosi con le covers i Nashville Pussy: The Kids Are Back di Twisted Sisters (1983), Flirtin’ With Disaster(1979) dei southern-rockers Molly Hatchet ed Age Of Pamparius degli scandinavi Turbonegro (1998).

Wally Boffoli

Say Something Nasty
Age Of Pamparius
Nashville Pussy (Im Gonna Hitchhike)12/05/08
The Kids Are Back
You Give Drugs A Bad Name


Nashville Pussy

SHORT REVIEWS - PAN AMERICAN: "For Waiting For Chasing" (Kranky/Goodfellas, 2010)

Dei Pan American mi occupai per un magazine online nel 2002, a proposito dell’ album “The River Makes No Sound”: 'Mark Nelson, cantante, chitarrista e compositore del trio basato a Chicago dei Labradford con i quali lavora da cinque anni ad una sorta di indie/space rock (dicevano le info della Ideal/Vertical Form), con Pan American dà vita ad un’estetica di sound alternativa ai Labradford; Techno Project nel vero senso della parola, la macchina che produce la musica dell'anima’.
Scrivevo ‘… musica che funge da discreto sottofondo ad azioni quotidiane, in apparenza velleitaria ed incolore: può però rapire i sensi e lasciarti in bilico sul filo del rasoio, costringendoti a fermarti, ad ascoltarla e penetrarla’.
Posso tranquillamente veicolare questi concetti di otto anni fa (allora collegati all’elemento acqua), a corredo dei Pan American di questo recentissimo "For Waiting, For Chasing", uscito su vinile nel 2006 per la Mosz ed ora per la Kranky: elettronica-ambient cerebrale, introspettiva, vicina alle opere più concettuali e rarefatte del maestro/precursore Brian Eno; talora glaciale (The Penguin Speaks), evocativa (Love Song), delicata ed assorta (Amulls).

Wally Boffoli

ZEUS : "Say Us" (Arts & Crafts/Goodfellas, 2010)

Della Arts & Crafts, etichetta dei Broken Social Scene, Feist e Los Campesinos esce "Say Us", primo album dei canadesi Zeus.
Nati come backing band dei concerti di Jason Collett (Broken Social Scene) il quartetto di Toronto si cimenta in un disco che mostra sin da subito una band capace di scrivere belle canzoni pop con notevoli arpeggi di chitarra, pianoforti da fumosi locali newyorkesi, cori sognanti e pulite linee di basso.
“All I wanna do is clap/all i wanna do is sing” cantano in Kindergarten ed è proprio la sensazione che si ha ascoltando questo disco, la voglia di battere le mani e cantare in gruppo e gli Zeus sin dall’inizio (How does it feel) non sembrano voler nascondere il fatto che “Say Us” è un disco pop.
Certamente, ha momenti rock’n’roll (You gotta Teller) venature country-gospel (River by the garden) o a combustione lenta (Heavy on me) in cui si capisce la loro capacità di scrivere anche pezzi più complicati ma è certamente quando danno sfogo alla loro vena dream-pop (I Know) o come nel singolo Marching through your head che il disco prende una sferzata vibrante con la capacità di entrarti subdolamente dentro, come nei passaggi vocali dagli arpeggi al falsetto di Fever of the Time del cantante O’Brien o nella chitarra tremolante della intro-song Greater times on the Wayside.
“Say us” ha un approccio sorridente che mi ricorda il sound di bands degli anni’70 (certamente, a volte, il suono ha un pò troppo marcata l’idea del già sentito di gruppi come Kinks, Beatles, The Band e Beach Boys o dei più attuali Arcade Fire) ma con un tono più muscolare che personalmente me li eleva rispetto alla media di molte delle bands della scena di Toronto e aggiunge un’altra piccola gemma nel giardino della Arts & Crafts.
Dal loro sito, gli Zeus parlano di un “desiderio di toccare un anima ed elevare uno spirito: direi missione compiuta!

Ubaldo Tarantino

Zeus - "Marching Through Your Head" Arts & Crafts
How Does It Feel
Fever Of The Time
Greater Times On The Wayside

sabato 20 novembre 2010

SHORT REVIEWS - PIETER NOOTEN: "Here Is Why" (Rocket Girl/Goodfellas, 2010)

Pieter Nooten si é fatto le ossa nell’ambiente rock a partire dai tardi anni ’70: batteria, basso, keyboards. Negli anni ’80 suona con gli Clan Of Xymox (dark wave, goth-rock) registrando due album dove affina la sua concezione trascendentale della musica; nel 1990 incide con Michael Brook l’acclamatissimo "Sleep With The Fishes".
Vent’anni dopo "Here Is Why": come definire quella che viene chiamata Nooten’s music, contenuta in questo album davvero inclassificabile, dal fascino laptop/tastieristico sfuggente e struggente, ricco di mille malie, di seducenti voci femminili transumanti (Yvette Winkler), di celli profondi (Lucas Stam) che accarezzano le nostre provate sinapsi? Minimalismo, ambient, elettronica, dream-pop secondo etichette di comodo di volta in volta usate: c’è tutto questo in pillole in "Here Is Why" di Pieter Nooten, Amsterdam, intriso di un austero amore tutto nordico per la musica barocca del 17° secolo (Coldwater): Nooten afferma di essere influenzato più che dal pop moderno, dalla profondità e dalla bellezza di una semplice fuga di Bach.
Wally Boffoli

venerdì 19 novembre 2010

LIVE REPORT : The Fuzztones + Sonic Daze @ Istambul Cafè, Squinzano (Lecce), 16 Novembre 2010

Concerto sold-out quello di stasera, pur essendo martedì, per l'arrivo dei Fuzztones,unica data in Puglia inserita nel lungo tour europeo.
Loro a festeggiare i 30 anni di attività e a presentare il nuovo disco "Preaching to Perverted", personalmente a gustarmeli per la decima volta dal vivo. Tanta era l'attesa, si respirava l'aria del grande evento e, grazie anche all'ottima organizzazione, così è stato.
Temperatura bollente all'interno del locale con tanta gente, pochi i semplici curiosi e molti gli estimatori di garage punk, stipata in ogni angolo.
Ad accendere la miccia ci pensano già in apertura i baresi Sonic Daze capaci di tirar fuori in una mezz'ora scarsa di set un ottimo suono alla DMZ risultando così degli ottimi e adeguati apripista.
E poi la deflagrazione, il momento tanto atteso da una regione di tanti appassionati e, purtroppo, pochi concerti. The Fuzztones.
Si parte con la classica 1,2,5 degli Haunted con Rudi Protrudi all'armonica che dimostra subito buona forma a dispetto delle 58 primavere e qualche acciacco fisico patito nei mesi scorsi.
Da subito il pubblico risponde alla grande, scatenandosi sotto il piccolo palco a stretto contatto con la band, che tira fuori il meglio di sè sviscerando il loro sound, massiccio e ipnotico al contempo, ben rodato dalle numerose date del tour.
E così si continua tra originali e covers, da sempre facenti parte del Dna del gruppo: Ward 81, Bad News Travel Fast, Gotta Get Some, Highway 69, Romilar D e She's Wicked alternatesi ai nuovi brani dell'album in uscita.
Fra questi ultimi di particolare impatto mi sono sembrati Invisible, brano molto psych, Between the Lines, elettrizzante cavalcata garage e quello che si propone come uno dei nuovi classici della band fin dal titolo, This Game Called Girl.
Avanti per un'ora e mezza senza respiro con Rudi al solito padrone della scena con al collo una PWG a goccia, Rob Louwres, ex Q65 e Link Wray, a percuotere selvaggiamente le pelli, Vince Dante ottimo finisseur ad incidere sui suoni con la sua Vox Phantom, un Fez Wrecker molto divertitosi, come mi ha confermato alla fine (ma si vedeva), a riempire con le sue linee di basso (anche questo Vox) e poi Lei, la dominatrice assoluta ormai del suono dei Fuzztones, Lana Loveland all'organo Vox Continental.
Alla fine, stremato e soddisfatto, il pubblico non si è quasi accorto dell'assenza delle Sonics songs (Cinderella, Strychnine,The Witch) dalla scaletta e anche se almeno una dose di Strychnine è stato l'unico desiderio non esaudito per l'ora oramai tarda, mi piace pensare che ciò ha permesso a tutti di rimanere con la voglia di ascoltare ancora e prima possibile certi suoni dal vivo.
Un'ottima serata quindi, passata con una band che raramente delude e che impersonifica al meglio i tratti salienti di un genere musicale immortale e che annovera estimatori e aficionados in tutto il mondo.
Garage o Muerte !!!

Aldo Galiandro
Foto di Aldo Galiandro

The Fuzztones - Dendermonde 2010-10-01 - Ward 81
Fuzztones Strychnine
FUZZTONES Halloween - Don't Speak Ill Of The Dead
FUZZTONES Halloween 2010 - Black Lightnin' Light
Fuzztones live, Monaco, 3 Novembre 2010
The Fuzztones - Cinderella - Helldorado (Spain)

giovedì 18 novembre 2010

STRANGLERS: "Rattus Norvegicus" (United Artists, 1977)

Nessuno parla più degli Stranglers. Ne’ nel bene ne’ nel male.
Così è molto plausibile pensare non manchino a nessuno.
Proprio ora che tutti provano a suonare come loro, come i Sound o come i Chameleons, delle loro ombre non c’è quasi traccia sulle riviste, nemmeno quelle online. Curioso.
Certo curiosi gli Stranglers lo sono stati anche loro e per niente simpatici.
Forse addirittura la band meno simpatica della storia della new wave inglese.
Razzisti e sessisti non solo a parole ma anche a fatti, tanto da mettere le mani sulle tette delle femministe che spesso manifestavano ai loro concerti e molestarle fino a vederle scappare. E per farsi rappresentare non scelgono una linguaccia come gli Stones e nemmeno un dirigibile come i Led Zeppelin ma un sorcio. Un "Rattus Norvegicus".
Che detto così ha pure un suo sapore epicamente nobile da saga nordica, ma che altro non è se non un topo di fogna. A lui dedicano il loro primo album, nel 1977.
Un disco strano, che suona come nessun altro uscito in quell’ anno lì.
Perché, al di là dell’ immagine pubblica sinistra ed oltraggiosa, gli strangolatori suonano come i Doors. Che nell’anno del doppio sette non è proprio un complimento. Per gli standard dell’epoca un assolo sovrapposto di chitarra e tastiere come quello di Sometimes che parte dopo appena 1 minuto e mezzo dal primo solco è noioso quanto quello di Light my fire.
Difficile dar loro torto ma è su questo barocchismo ricercato ma un po’ pacchiano che gli Stranglers costruiscono il proprio stile, più avanti rappresentato dalla terribile ballata Princess of the streets, dalle smaniose scale di synth e di sax che affollano Grip o dagli otto minuti convulsi di Down in the sewer. Le cose migliori restano Goodbye Toulouse suonata coi nervi a fior di pelle e cantata da Hugh Cornwell con un’ insolenza amorevole, il reggae balordo di Peaches, la succinta London Lady che Peter Perrett in parte userà come canovaccio per l'inarrivabile Another Girl, Another Planet e le boccacce beefheartiane di Ugly.
Gli Stranglers di Rattus Norvegicus volevano essere odiati da tutti, anche dai punk.
E il tempo darà loro ragione.
Franco Lys Dimauro



Hangin' Around
Down In the Sewer
Goodbye Toulouse
Sometimes
Princess of the Streets
London Lady
Peaches
Get a Grip on Yourself
Ugly

Stranglers Official Website