martedì 5 aprile 2011

MUSICAL BOOK REVIEWS - “Pink Moon- Nick Drake” di Amanda Petrusich - Trad. Antonio Puglia (Gennaio 2011, No Reply -Tracks, pg. 160, euro 12)

“A partire dal 15 novembre del 2000, sul sito web della Volkswagen America era possibile guardare in streaming il nuovo spot della Cabrio, l’ultima decappottabile della compagnia”.

Il filmato, intitolato ‘Milky Way’, aveva come colonna sonora il brano Pink Moon di Nick Drake; fu realizzato dall’agenzia pubblicitaria Arnold Communications, scritto ed ideato da Shane Hutton, Tim Vaccarino e Lance Jensen , girato dai registi Valerie Faris e Jonathan Dayton. Perché vi faccio i nomi di tutti questi signori? Perché sono stati (in America, come sopra detto, sul declinare del 2000) i fautori attraverso quello spot della più incredibile ‘resurrezione’/rivalutazione che si ricordi a memoria d’uomo di Nick Drake ed in particolare del suo terzo album-capolavoro “Pink Moon”; qualche dato:

“Una settimana dopo (l’uscita sul web), il 22 novembre 2000, la pubblicità fu infine trasmessa in televisione. Gli spettatori incuriositi cominciarono a cercare informazioni online su ‘Milky Way, ritrovandosi sul sito della Volkswagen e, di conseguenza, su Amazon. Dopo pochi giorni le vendite di Pink Moon schizzarono alle stelle. Secondo Nielsen Soundscan, l’agenzia che registra le vendite di dischi presso i maggiori rivenditori del Nord America, nelle settimane successive alla messa in onda le vendite del disco si sono raddoppiate (e, alla fine, quasi quadruplicate). Durante le prime dieci settimane del 2000 le vendite degli album di Nick Drake sono salite del 500%: più di 4.700 copie di Pink Moon a fronte delle 815 rilevate nello stesso periodo del 1999”. Ed ancora: “E’ bastato un piccolo adesivo sul cd recante la scritta ‘incluso nello spot della Volkswagen’ e le vendite annuali sono balzate da 6.000 a più di 74.000”.


Lo spot Milky Way ha fatto la straordinaria fortuna postuma del timido e solitario cantautore nato a Rangoon in Birmania nel 1948 e morto a Tanworth-in-Arden, England nel 1974 a soli 26 anni, due anni dopo l’uscita del suo terzo album Pink Moon per la Island. Questa parte curiosa della storia del disco è sviscerata dall’autrice di “Pink Moon- Nick Drake”, l'americana Amanda Petrusich nel 5° capitolo (‘Pink Moon Gonna Get You All’) con una dovizia di particolari davvero notevole, riuscendo a convincere il lettore (e sconfiggendo alcune sue legittime resistenze) che nel terzo millennio la fortuna/fama degli artisti contemporanei e passati è legata ormai indissolubilmente alle tecniche pubblicitarie, televisive e non: nell’era poi del download solo grazie ad esse le case discografiche possono e potranno (almeno in parte) recuperare i clamorosi deficit di vendite registrati, che non sono un mistero per nessuno . “Di cosa stiamo parlando in realtà? Negli anni ’70 Marshall McLuhan ha detto che alla fine del Novecento avremmo riconsiderato la pubblicità come la più grande forma d’arte del secolo”. Lo stesso Joe Boyd, seminale agitatore culturale e produttore nel circuito psichedelico e folk-rock londinese ’60-’70 (nonché produttore di Pink Moon ed amico di Drake), cancellò definitivamente ed autorevolmente (fa dire la Petrusich a Shane Hutton) in un’intervista per Entertainment Weekly i sensi di colpa dei realizzatori dello spot per aver profanato l’opera di Drake e

“lo sgomento dei discepoli recenti. Joe spiegò, semplicemente, che Nick aveva sempre desiderato essere famoso. E che una delle cause della sua infelicità era proprio l’insuccesso della sua musica, il fatto che passasse completamente inosservata. Disse anche che Nick avrebbe trovato molto buffo ritrovarsi famoso grazie ad una pubblicità televisiva. Lo avrebbe trovato divertente. Ho pianto, se devo essere sincero. Joe non ha idea di quanto gli sia grato per quelle parole”
.

Se vi procurerete e leggerete questo agile e tascabile libretto di 160 pagine - edito dalla No Reply all’inizio del 2011 nell’interessante collana Tracks - tradotto dal bravo giornalista Antonio Puglia (Jam, Il Mucchio Extra, Sentire Ascoltare online ...) verrete a conoscenza in modo più che esauriente delle complesse e sottili stategie di marketing, improntate a sofisticati clichès giovanilisti, sottese a quello spot/filmato che ‘sfruttava’ così bene le ispirate sfumature stilistiche di un brano durante la cui registrazione Drake pare avesse addirittura problemi ad articolare le parole; l’unico brano del disco in cui appare una sovra incisione, una melodia di piano: tutti gli altri sono solo chitarra e voce, tutti frutto di un artista ormai drammaticamente isolato dalla società, con liriche improntate ad una struggente disperazione esistenziale recanti in seno subliminalità suicide più o meno velate, da Place To Be a Things Behind The Sun, da Parasite ad Harvest Breed, da Ride a From The Morning. La Petrusich dedica alla dettagliata analisi strutturale e poetica dei brani di Pink Moon il 4° capitolo (‘None of you stand so tall’), concluso come tutti gli altri da dichiarazioni d’amore in corsivo per il disco di tanti addetti ai lavori ed artisti più o meno conosciuti , che ci mettono a parte del rapporto ‘emozionale’ sviluppatosi con esso attraverso gli anni, in alcuni casi anche con due, tre decenni di ritardo rispetto il 1972, anno di concepimento: Robyn Hitchcock, Curt Kirkwood dei Meat Puppets, David Leto (Rye Coaliton), Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh), Duncan Sheik, sino agli italiani Roberto Angelini e Fabrizio Cammarata.
I primi tre capitoli sono invece dedicati alla storia d’amore della stessa Amanda Petrusich con Pink Moon, sullo sfondo di una frenetica New York inizio terzo millennio – rea confessa “Sono approdata tardi al culto di Nick Drake. A parte qualche ascolto occasionale, l’incontro vero e proprio con la sua musica non è avvenuto prima del settembre 2001” - , alla narrazione della problematica esistenza di Drake, del sofferto concepimento di Five Leaves Left, Bryter Later e Pink Moon sino all’elenco/analisi di tutte le compilations postume e degli articoli apparsi sulla stampa inglese.

Particolarmente d’interesse la postfazione di 5 pagine ‘Please, Give me a second grace’ scritta sempre da Antonio Puglia, dove si narra nei minimi particolari la storia della diffusione dell’arte e dei dischi di Drake in Italia, a partire dagli articoli dei primi anni ’70 sul settimanale rock per giovani per antonomasia, il mitico Ciao 2001 sino all’ondata di ‘drakeismo’ di metà ’80 coincisa con la pubblicazione della raccolta “Heaven in a Wildflower”, gli approfondimenti su cartacei specializzati come Rockerilla e Mucchio Selvaggio ed alcune trasmissioni radio. Poi la febbre di Drake è andata esponenzialmente aumentando attraverso la pubblicazione di alcuni libri come ‘Le dolci suggestioni della luna rosa. Genealogia di un mito rock‘ (Stampa Alternativa, 1999) scritto dallo stesso Luca Ferrari autore della primissima biografia italiana su Nick Drake ‘Un’anima senza impronte’ (1986); ‘Le provenienze dell’amore. Vita, morte e postmorte di Nick Drake, misconosciuto cantautore inglese, molto sexy‘ di Stefano Pistolini (Fazi, 1998) sino all’ottimo 'Journey to the stars - I testi commentati’ (Arcana, 2007) di Paola DeAngelis, molto più approfondito del ‘Nick Drake – Tutti i testi con traduzione a fronte’ di Antonio Vivaldi e Flavia Ferretti uscito nel 2002 per la Giunti. Esauriente Antonio Puglia si rivela poi anche nell’esposizione dei rapporti variegati ed appassionati tra l’arte del menestrello inglese, i musicisti ed i registi italiani, culminanti nella registrazione di uno spettacolo tenutosi a Roma il 2 Luglio 2006, immortalata su un cd, “Way To Blue – Sognando Nick Drake”, diffuso come allegato alla rivista Il Mucchio Extra dell’estate 2007: devote ma personali covers tra gli altri di Roberto Angelini, Songs for Ulan, Bugo, Cesare Basile, Niccolò Fabi, Giulio Casale, Simone Cristicchi, esponenti della nuova scuola romana ma non solo. L’autore della postfazione non tralascia di segnalare alcuni siti e blog (riportati qui in calce) preziosi per chi volesse approfondire la conoscenza dei Drake e dei suoi testi, concludendo saggiamente e sardonicamente, a sua e nostra rassicurazione:
“Per gli italiani Drake resta comunque una scoperta solitaria o quantomeno circoscritta ad un determinato ambito, certamente non di massa, e forse è meglio così: il pericolo di trovarsi Pink Moon affidata in prima serata a qualcuna delle effimere ugole di X-Factor, per quanto oltremodo improbabile, ce lo risparmiamo volentieri”.

Wally Boffoli

Giulio Casale : Parasite (from Way to Blue, Sognando Nick Drake)

A Skin Too Few: The Days of Nick Drake (Documentary) part 1
A Skin Too Few (Documentary) 2nd part
Part 3
Part 4
Part 5

AnimaSenzaImpronte
Nick Drake
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2 commenti:

Anonimo ha detto...

che tristezza, però!

SDH

aldo ha detto...

Non avevo idea del risultato dello spot della VW...Mi chiedo se anche loro ne hanno beneficiato tanto.
Si saranno vendute piú macchine o dischi...?
Questo mi ricorda una pubblicitá che vedevo una decina d'anni fa quando vivevo in Scozia...in realtá non ricordo se anche quella fosse di un'auto (credo pneumatici) peró aveva Venus in Furs dei Velvet Underground.
Chissá il risultato di quel particolare spot...

Comunque sia mi sembra positivo che Nick Drake abbia raggiunto cosí tanta gente.

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