lunedì 18 ottobre 2010

LIVE REPORT: SHELLAC, 6 Ottobre 2010 Torino, Spazio211

Shellac su disco presentano i risultati ottenuti nel tentativo di arrivare alla scheletratura comune a vari percorsi seguiti dal rock. In concerto invece partono da quello scheletro e ci costruiscono attorno, pezzo dopo pezzo, un corpo che prende le sembianze di tutto quello che prima avevano eliminato: e lo fanno suonando con energia e fisicità. Il folto pubblico di Spazio211 se ne accorge e la parte che sta davanti al palco fin da subito salta e si spinge, rispondendo con altra corporeità a quella tirata fuori sul palco dal trio. Certo, i brani sono comunque quelli loro, spigolosi, che già si conoscono, ma in generale sono eseguiti con piu' dinamica e linearità che non nelle registrazioni, con esplosioni di suono o passaggi rarefatti, giri ipnotici e in alcuni casi ritmiche addirittura regolari (Steady as she goes a tratti sembra pure un hard-blues-rock). 

Steve Albini suona la chitarra in modo preciso e rumoroso, “canta”, parla o declama con voce sporca e impeto, fino ad arrivare all'urlo. Star della serata per i trascorsi in Big Black e Rapemen e come produttore (attivita' che svolge ancora, così come anche il bassista Bob Weston, già suo assistente), Albini ogni tanto si concede anche di gigioneggiare con i presenti, invitando a fare domande alla band (che si trasformano anche in dialoghi improbabili sulle t-shirt del merchandising e sulle relative taglie). Il motore del concerto e' pero' il batterista Todd Trainer, che non risparmiando le forze (e si vede) costruisce un sostegno continuo, forte, articolato e preciso ai pezzi, non tralasciando pero' di esibirsi in numeri da palco: come in The end of radio, quando, lasciato al basso il compito di tenere il ritmo con blocchi di accordi distorti, passa 2/3 del tempo in piedi suonando solo il rullante, tenuto in mano e anche sollevato sulla testa. 

Le esecuzioni che escono dall'approccio 'live' degli Shellac risultano piu' ricche e meno fredde che non quelle sui dischi e finiscono per presentarli, nonostante una resa a volte “ìnquietante”, come rock-band non ortodossa per stile e premesse ma dotata di forte disponibilità a comunicare con chi li ascolta.

Claudio Decastelli

fotografie di  Enrico Laguardia
video di  Gustavo Boemi


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