mercoledì 18 maggio 2011

THE DONKEYS: “Born With Stripes” (2011, Dead Oceans Records/Goodfellas)

Il sito internet dei nostri Asini (donkeys, in inglese) li certifica come “rock'n'roll band di base nelle vicinanze di San Diego, California”. Definizione senz'altro generica, ma si sa, le categorie troppo ristrette rischiano di limitare a priori l'interesse di chi legge, quindi va bene così. Anche perchè questo lavoro, assai interessante già a partire dalla splendida copertina, opera del fumettista Tony Millionaire, sfugge a una catalogazione di genere più accurata. Possiamo dire sicuramente che il suono del quartetto ha le radici nella “summer of love” californiana: i pezzi sono molto rilassati, le atmosfere calme, ma nonostante questo si viene colpiti da un flusso energetico, morbido quanto insinuante, che cattura l'attenzione. Nessun assalto sonoro, quindi, ma canzoni costruite su tappeti di chitarra acustica e, spesso, organo molto sixties, con ritmica mai aggressiva, semmai in secondo piano, e riff elettrici a sottolineare i punti cruciali. Il disco si apre con l'interlocutoria Don't Know Who We Are (domanda scomoda), per mollarci subito un colpo al cuore con la rarefatta I Like The Way You Walk, esempio molto chiaro di quanto dicevamo poco sopra. L'uno-due arriva con la splendida Bloodhound, una ballatona in settima con un quintale di blues, che varrebbe da sola l'acquisto del disco. Si continua con un numero quasi “garage”, la breve title track, che ci proietta indietro di alcuni decenni, verso il 1965, seguita da due episodi molto psichedelici: Kaleidoscope, lunga e ipnotica e West Coast Raga, in cui chitarra, organo e sitar dialogano in modo calibrato. Ancora suoni dai sixties con la breve, swingante New Blue Stockings, così piacevole che mi piacerebbe durasse qualche minuto in più. Il dispiacere viene però subito guarito da un altro dei miei pezzi preferiti dell'album, la sorprendentemente “anglosassone” Ceiling Tan, con la chitarra elettrica in primo piano. I due pezzi seguenti, Oxblood e Bullfrog Blues, non colpiscono in modo particolare, pur mantenendo piacevole l'ascolto del disco, che ci riserva ancora due colpi di coda: la lunga ballata Valerie, che inizia a ritmi bassi, per poi stupirci con un interludio elettrico a base di feedback e terminare rientrando nel tema e la strumentale East Coast Raga, che riprende e sviluppa quanto abbiamo ascoltato nell'altro “raga” presente nel disco, quello della West Coast. In conclusione, The Donkeys sono stati una sorpresa estremamente piacevole e questo loro lavoro è senz'altro meritevole di un giudizio positivo.
Luca Sanna

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