martedì 8 febbraio 2011

WILD PALMS – “Until Spring” (2011, One Little Indian/Goodfellas)


Siamo alle solite. Ancora revival anni '80!?
Ancora una volta un disco che si rifà alle sonorità della vecchia amata new wave. Qualcuno si emozionerà ascoltando l'intero disco e qualcuno forse arriverà a stento alla quarta traccia. Il disco in questione è "Until Spring" di Wild Palms, l'ennesimo esordio discografico di una delle tante formazioni inglesi nate negli ultimi anni. La band si compone di quattro elementi: Lou Hill, Darrell Hawkins, Bobby Krilic e Gareth Jones. I più attenti avranno già notato il nome di quest'ultimo. Gareth Jones è anche il produttore della band e in passato ha lavorato e prodotto album per i Grizzly Bear, Depeche Mode, These New Puritans, John Foxx e Wire. Non è l'ultimo arrivato insomma.
Il fatto che poi sia uno dei componenti della band gioca a vantaggio dei Wild Palms.

"Until Spring" è un album godibile, sospeso tra un post-punk abbastanza patinato e un pop romantico dove la strumentazione dei quattro musicisti si fonde in un tutt'uno formando una sorta di muro del suono. La batteria di James Parish picchia duro in Caretaker, To The Lighthouse e per quasi l'intero album. La chitarra di Darrell Hawkins s’impone all’attenzione in brani come Draw In Light, Pale Fire, The (Never-Ceasing-Ever-Increasing) Cavalcade.
La voce di Lou Hill è evocativa in Delight In Temptation, Pale Fire e To The Lighthouse. Il disco uscirà ufficialmente il prossimo marzo e solo allora sapremo quanta fortuna avrà questo lavoro dei Wild Palms. Non ci resta che attendere fino a primavera.
Michele Passavanti

OH NO OH MY: “People Problems” (2011, Koenig/Molleux/Goodfellas)

Secondo lavoro a 5 anni di distanza dal debutto per la band texana che si allontana dal twee pop solare che aveva caratterizzato l’opera d’esordio per innestare sulle melodie pop elementi inquietanti e contraddittori. Esemplare la breve So I took you che procede sommessa, dapprima con la chitarra acustica e poi col piano e il violino, come racconto d’amore per interrompersi bruscamente con la rivelazione che il protagonista ha appena sgozzato la ragazza, o Not the one che inizia con la lettura di un rapporto della polizia; del resto il titolo dell’album è chiaro, qui si parla dei problemi della gente.
Ma non sono solo i testi a turbare l’apparente spensieratezza delle canzoni, è anche l’acida voce di Greg Barkley che assume spesso sentori lontani di angoscia e di tensione e la grande varietà degli strumenti - i quattro sono tutti polistrumentisti- che contribuisce a sottolineare i vari momenti delle canzoni rendendole ricche di sfumature e di suggestioni e spostandone spesso l’atmosfera verso toni struggenti e amari; a questo esito contribuisce una produzione molto accurata che dosa con equilibrio l’uso di archi, elettronica d’antan, tastiere, chitarra acustica.
Certo nel disco si potranno trovare molte influenze, innanzitutto i Belle & Sebastian per il modo di costruire le melodie: ad esempio nell’iniziale Walking to me, ma anche la Beta Band per l’uso discreto dei sintetizzatori o gli Eels nel modo di cantare di Barkley in No time for talk o in Brians.
In conclusione un buon disco che indica una interessante possibile evoluzione del pop della band texana, con alcune canzoni ben riuscite e che potrà soddisfare gli appassionati di un pop che sappia conciliare l’inconciliabile: la solarità della melodia con l’oscurità dell’animo umano; su questa strada altri si sono mossi in questi anni con ben altra originalità, due nomi su tutti: gli Eels e il mai troppo rimpianto Mark Linkous aka Sparklehorse.

Ignazio Gulotta

lunedì 7 febbraio 2011

GREG ALLMAN : “Low Country Blues” (Jan. 18 2011, Rounder Records)


Buone notizie: Il buon vecchio Gregg (63 anni) è ancora tra noi, vivo e vegeto; e torna in studio dopo ben 14 anni di assenza ("Searching for Semplicity" - 1997, 550 Music). Questo suo nuovo lavoro coglie quasi di sorpresa, anche perché della sua Allman Brothers Band (con il grande Warren Haynes dei Gov’t & Mule) negli ultimi tempi si era sentito parlare poco: molti live nel primo decennio 2000, “Hittin’ The Note” l’ultimo album in studio (2003, Peach/Sanctuary).
A dargli una mano un decano come T. Bone Burnett, produttore sempre intelligente e rispettoso delle peculiarità degli artisti con cui lavora.

Low Country Blues
"Low Country Blues" è eloquente sin dal titolo, perciò se il vostro hobby preferito è la ricerca dell’hype o del maudit
a tutti i costi nel rock, potete anche smettere di leggere questa recensione e volare verso altri lidi! Come se ‘selvaggio’ e ‘sporco’ non possa essere un artista che suona da più di 40 anni un genere irreprensibile come il ‘southern rock’, mai arresosi mai alle lusinghe di un mercato a stelle e strisce volubile quanto deleterio.
Gregg Allman è uno stagionato old ‘hero’ che ha scritto insieme al più famoso fratello maggiore Duane (morto presto, troppo presto: nel 1971, a 25 anni in un maledetto incidente motociclistico) una pagina leggendaria del rock – blues americano come "At Fillmore East" (1971, Capricorn), ma senza di lui tante altre a dignitosissime.
“Low Country Blues” è una full-immersion di Gregg nelle sue radici di sempre: blues, country e soul; in questi 12 brani dimostra di essere ancora uno dei più grandi cantanti soul e blues del rock contemporaneo. Tantissimi classici della tradizione (11 oscure cover, giura Hal Horowitz su AllMusic), di artisti come B.B. King (Please Accept My Love) e Bobby ‘Blue’ Band (Blind Man) reinterpretati con quel ‘tired and wolfy feeling ‘ vocale che lo rende unico, organo e piano (i suoi amori di sempre) in grande spolvero: un illustre collega, David Fricke, sul titolato Rolling Stone ha elogiato l’"austera e coscienziosa produzione antica" del disco.
Ascoltate le variazioni jazzy e soul/gospel (con tanto di cori femminili e horns) sul tema blues dell’appassionante terna Tears Tears Tears (Amos Milburn), My Love Is Your Love (Magic Sam Maghett), Checking On My Baby (Otis Rush), con Allman coadiuvato dall’ottimo chitarrista Doyle Bramhall 2 , che si produce in alcuni ‘solo’ davvero vibranti, e dalla leggenda Dr. John – ospite d’onore - al piano.
Se volete risalire ancor di più alle radici dovete ‘farvi’ assolutamente la toccante cover acustica di Devil Got My Woman, un classico di Skip James: puro ‘dirty Delta Blues’. Ed ancora: una stravolta Rolling Stone e la saccheggiatissima I Can’t Be Satisfied, ambedue di Muddy Waters, il country di Floating Bridge (Sleepy John Estes) e I’ll Believe I’ll Go Back Home (tradizionale).
Non ci basta ancora: ottima e grintosa la resa di Little By Little (Junior Wells), toccante quella di Blind Man del grande Bobby ‘Blue’ Bland, leggermente inferiore forse all’indimenticabile versione live di Steve Winwood nel “Last Exit” dei Traffic. Unico brano autografo (a 4 mani con Warren Haynes) Just Another Rider, seguito ideale – forse qualcuno dirà - dell’indimenticata, epica Midnight Rider ("Idlewild South", 1970, Mercury)? Il mood è quello, e a me piace tanto pensare di sì!
Wally Boffoli
GreggAllmanOfficialWebsite

JAZZ-ROCK - "A Story - Second Part": Ian Carr & Nucleus, John McLaughlin & Mahavishnu Orchestra, Jean Luc Ponty

First Part

L'Europa: Ian Carr & Nucleus

Dopo aver trattato delle origini del Jazz-Rock negli Stati Uniti, e di qualcosa di non proprio 'canonico, è ora di tornare nella vecchia Europa, per interessarci di alcuni gruppi e musicisti che, nel loro periodo di maggior fulgore creativo, non hanno avuto alcunchè da invidiare agli acclamati artisti statunitensi. Partiamo da un personaggio chiave di quella scena: il trombettista e scrittore Ian Carr, purtroppo scomparso di recente, attivo fin dal 1961 e titolare di una notevole produzione discografica jazz, in particolare con il Carr-Rendell Quintet, a cui dava il nome assieme al sassofonista Don Rendell. Nel 1969 fonda i Nucleus, sposando la causa del jazz-rock, che, come abbiamo visto, a quell'epoca iniziava la sua epopea.
Il gruppo è rimasto attivo fino al 1989, pubblicando una ventina di dischi, ma ha avuto il suo momento d'oro in particolare con i primi tre lavori, “Elastic Rock”, “We'll Talk About It Later” e “Solar Plexus”.
La prima formazione era composta, oltre che da Carr, dal tastierista Karl Jenkins, anche impiegato all'oboe e al sax baritono, dal sassofonista e flautista neozelandese Brian Smith, dal chitarrista Chris Spedding, stimatissimo session-man, dal bassista Jeff Clyne e dal batterista John Marshall, poi nei Soft Machine. Il gruppo proponeva un'interpretazione estremamente personale del jazz-rock, forse più vicina al jazz, anche di ascolto impegnativo, in cui spiccano la chitarra mai distorta di Chris Spedding e l'oboe di Karl Jenkins.
Nei due album seguenti, alla formazione si aggiunsero i trombettisti Kenny Wheeler, un grande del jazz, in particolare di quello improvvisato, Harry Beckett, musicista di grande versatilità, in grado di spaziare tra il free jazz e il drum'n'bass, ed altri musicisti. Per esemplificare il suono raffinato e 'notturno' dei Nucleus, consiglio questo estratto da “Elastic Rock”, chiamato Torrid Zone, questo dissonante, splendido Medley: 1916-Persephone's Jive , tratto dall'album “Hemispheres”, uscito nel 2006, ma registrato dal vivo tra il '70 e il '71, Changing Times, dal terzo album “Solar Plexus”, che inizia con uno splendido tema retto dalla sezione fiati e prosegue con vari assolo di qualità e, per finire con uno dei classici della band, Song For The Bearded Lady, da “The Pretty Redhead”, uno dei tanti dischi dal vivo usciti molti anni dopo la registrazione, che infatti risale al 1971 (il pezzo è su “We'll Talk About It Later”). Chi avrà la pazienza di continuare a leggere le prossime puntate di questo special sul jazz-rock, troverà qualcosa di più di qualche assonanza tra questo pezzo e Hazard Profile dei Soft Machine.
Devo confessare di essere un grande fan dei Nucleus (si sarà capito dalla quantità di aggettivi), e spero di fare proseliti!

John McLaughlin, Mahavishnu Orchestra
Sempre nel 1969, esce il primo album ascritto a un personaggio che è stato estesamente citato nella prima puntata di questa retrospettiva. Sto parlando del chitarrista John McLaughlin, un virtuoso del suo strumento, un altro dei protagonisti della stagione di cui ci stiamo occupando, e il disco in questione è “Extrapolation”.
Si tratta di un lavoro le cui atmosfere (sarà il clima delle isole britanniche!) si avvicinano a quelle dei Nucleus, nel quale oltre al bassista Brian Odgers e al batterista Tony Oxley, suona (e si sente!) il prodigioso sassofonista John Surman, il cui orientamento free rende l'ascolto tanto stimolante quanto non estremamente intuitivo. Ho reperito, per dare l'idea di cosa stamo parlando, questa Binky's Beam, nella quale il possente sax baritono di Surman la fa da padrone. L'anno dopo esce un altro album, “Where Fortune Smiles”, non originariamente a nome di John McLaughlin, ma di tutta la band, composta da Dave Holland al contrabbasso, Stu Martin alla batteria, Karl Berger al vibrafono e ancora dai due 'soci McLaughlin e Surman. Onestamente, il disco ha più a che fare con il free jazz che non con il jazz rock: i pezzi lasciano ampio spazio alle lunghe improvvisazioni dei solisti. Sarà un po' fuori tema, ma vi consiglio di dare un'ascolto a questa Glancing Backwards, per prepararci all'incipiente stagione della Mahavishnu Orchestra. Nel 1970 uscirà un altro ottimo album 'sperimentale' di McLaughlin, "Devotion" (Douglas Records, settembre 1970) in compagnia di una formazione di 'colore', Billy Rich al basso, Buddy Miles alla batteria e soprattutto Larry Young all'organo: il lavoro, dalle atmosfere torride ed avvolgenti, vira decisamente verso atmosfere jazz-rock ed addirittura 'psichedeliche' (Dragon Song). Potremmo definirlo il disco più 'hendrixiano' di John McLaughlin: i cromatismi 'caldi' dell'organo di Larry Young si amalgamano 'perfidamente' alle penetranti escursioni wah-wah/distorte dell'avventurosa chitarra di McLaughlin. Un disco che conserva oggi inalterato un grande fascino! (Marbles) McLauglin, non dimentichiamolo, aveva collaborato con Jimi Hendrix poco prima che dipartisse: furono anche pubblicati alcuni nastri incisi dai due agli studi Record Plant di New York il 25 Marzo 1969 (anche con la dicitura "Nine To Universe" - Polydor) in compagnia di Dave Holland al basso e Buddy Miles alla batteria.
Detto che il nome esotico Mahavishnu Orchestra (pare significhi 'compassione, potere e giustizia divina') deriva dalla adesione del nostro John alla setta del guru indiano Sri Chinmoy, parliamo di musica. Il gruppo si formò nei primissimi anni '70 e comprendeva all'inizio, oltre ovviamente a McLaughlin alla chitarra elettrica e acustica, Billy Cobham alla batteria, Rick Laird al basso elettrico, Jan Hammer alle tastiere e Jerry Goodman (ex Flock) al violino. Va detto che McLaughlin aveva in mente un gruppo che comprendesse il violino, e aveva come prima scelta per lo strumento Jean Luc Ponty, collaboratore di Frank Zappa e virtuoso nonché innovatore dello strumento, ma la collaborazione si concretizzò solo più tardi.
Con questa formazione la band licenziò due album in studio, “The Inner Mounting Flame” e “Birds Of Fire” e uno dal vivo, (“Between Nothingness And Eternity”, tra il 1971 e il 1973. In questi è evidente il peculiare stile del gruppo, che coniugava il suono fortemente elettrificato di chiara influenza rock, i ritmi pluricomposti che rivelavano l'interesse del leader per la musica indiana e certo funk, e influenze armoniche provenienti dalla musica classica. Da notare è l'uso, da parte di McLaughlin di una chitarra a doppio manico (uno a 6 e uno a 12 corde). Un buon esempio di quanto sopra detto, e anche della superlativa qualità degli strumentisti, possiamo trovarlo in questa One World, un'esecuzione dal vivo di un pezzo da "Birds Of Fire” e in questa You Know, You Know, da “The Inner Mounting Flame”, che denuncia qualche influenza progressive (d'altronde, era l'epoca).
A questo punto la prima formazione della Mahavishnu collassa, sotto i colpi del formidabile ego del suo leader, il quale procede ad una totale rifondazione del gruppo, nel quale finalmente riesce ad includere il violinista Jean Luc Ponty, oltre a Gayle Moran alla voce e alle tastiere, Ralphe Armstrong al basso e Narada Michael Walden alla batteria. È interessante notare come lo stesso McLaughlin abbia identificato questa come la 'vera' Mahavishnu Orchestra.
Nel 1974 esce quindi “Apocalypse”, al quale partecipa la London Symphony Orchestra, e, l'anno dopo, “Visions Of The Emerald Beyond”. Nuovi cambi nella formazione (via Gayle Moran e Jean Luc Ponty, dentro solo il tastierista Stu Goldberg) per l'album del 1976 “Inner Worlds”, canto del cigno della Mahavishnu Orchestra.
Personalmente ritengo che la creatività del nostro fosse già in fase ampiamente calante dopo i primi tre dischi, sostituita da un'overdose di prosopopea. Non volendo però cassare questa produzione senza proporvene neanche un estratto, vi segnalo Eternity's Breath, (titolo quanto mai modesto) che rimane comunque un dignitoso esempio di quella che stava iniziando a chiamarsi 'fusion' invece di jazz-rock.
Infine, da non tralasciare assolutamente é il disco che John McLaughlin incise nel 1972 (Columbia) con Carlos Santana: "Love Devotion Surrender". Accomunati dalle medesime aspirazioni spirituali i due chitarristi realizzano (in compagnia di Larry Young, Ian Hammer, Buddy Miles) un lavoro ispiratissimo, molto influenzato dalla spiritualità jazz 'totalizzante' di John Coltrane, di cui reinterpretano attraverso lunghissime 'metafisiche' improvvisazioni incrociate ben due brani: A Love Supreme e Naima. (The Life Divine)


Jean Luc Ponty
A questo punto, dopo averlo citato ampiamente, ci tocca occuparci di Jean Luc Ponty, violinista francese con ottimi studi classici, convertito per scelta al jazz e a musiche meno 'colte. L'artista vanta collaborazioni con una folla di personaggi importanti, tanto per dire John Lewis (Modern Jazz Quartet), Stephane Grappelli, George Duke. L'incontro fatale è però con Frank Zappa, che lo arruola prima nelle Mothers Of Invention e poi in alcuni dei suoi acclamati album solisti a cavallo tra i '60 e i '70, tra cui è d'obbligo citare almeno “Hot Rats” (1969, Reprise), da alcuni ritenuto, assieme a “Bitches Brew” di Miles Davis, origine stessa del jazz-rock. Personalmente non sono di questo avviso, non per scarsa stima del vecchio Frank, che, anzi, idolatro, ma perchè non ritengo che la musica di Zappa possa essere confinata in un genere ben preciso.
Perciò non mi sono addentrato nell'illustrazione della sua produzione, nemmeno di quella più vicina all'argomento di questo articolo. E anche perchè ci vorrebbe un articolo non basterebbe! Tuttavia non posso non evidenziare almeno una composizione e, non volendo essere banale e piazzare la solita (sacrosanta, peraltro) Peaches En Regalia, scelgo It Must Be A Camel.
Ma torniamo a Ponty: la sua più interessante produzione solista si dispiega tra il 1972 e il 1978. Il 1972 è l'anno del paradigmatico “King Kong – Jean Luc Ponty Plays The Music Of Frank Zappa”, uscito per l'ortodossa Blue Note, suonato con una specie di big band di cui fanno parte personaggi del calibro, appunto, di Frank Zappa (chitarra, of course), George Duke (tastiere), Buell Neidlinger (basso), Ian Underwood e Ernie Watts (sassofoni). Il risultato è notevole, ancora molto vicino al jazz. Tutte le composizioni sono di Zappa, che spesso funge anche da direttore d'orchestra. Propongo la 'title track', che trovo fantastica: King Kong.
Il nostro è un lavoratore indefesso, quindi, oltre a partecipare a vari progetti con altri artisti, dà alle stampe, tra il '74 e il '79, “Upon The Wings Of Music”, “Aurora”, “Imaginary Voyage”, “Enigmatic Ocean”, “Cosmic Messenger” e “Live”. Non si tratta di una serie di capolavori imperdibili, sinceramente. Il suono ricorda abbastanza da vicino la Mahavishnu Orchestra, e spesso ne condivide i difetti: la magniloquenza, la tendenza a voler fare sfoggio della propria, indiscutibile, perizia, purtroppo non sorretta dall'originalità dell'ispirazione. Da “Aurora”, ho scelto Aurora Part 2, con un bell'assolo del bassista Tom Fowler, e, da “Enigmatic Ocean”, la title track. Si tratta di una versione piuttosto recente, non ho trovato granchè di originale, ed è un peccato, perchè del gruppo che incise il disco faceva parte il sensazionale chitarrista Allan Holdsworth. Ma di lui ci occuperemo a breve, e nel farlo so di addentrarmi in un ginepraio.
Luca Sanna

domenica 6 febbraio 2011

MusicBox cambia denominazione e diventa DISTORSIONI

MusicBox ha cambiato denominazione ed e' diventato DISTORSIONI. Resta invariato al momento l'indirizzo internet http://musicbx.blogspot.com/, mentre cambia la pagina su Facebook, che diventa quella di DSTN - Distorsioni Signal-To-Noise Club . La vecchia pagina MB - Fan Club musicbox al momento resta visibile ma non piu' attiva.
DISTORSIONI e la nuova pagina su Facebook DSTN Club  riprenderanno gli aggiornamenti e potranno ospitare contributi a partire da martedi' 8 febbraio. 
Grazie a tutte e tutti coloro che hanno supportato MusicBox e che vorranno ancora supportare DISTORSIONI e la pagina DSTN Club.

Da MusicBox a Distorsioni

Eccoci giunti a rendere effettiva la nuova denominazione del nostro amato (si spera!) rock magazine, frutto di una elaborata e appassionata discussione tra coloro che contribuiscono a dargli vita. 
MusicBox non era più, ormai, adatto a identificarlo ‘BENE’, anche se tanti lettori a quel nome sono ormai affezionati. Ma qualcuno di loro ci ha pero' anche fatto riflettere sul fatto che per più di un motivo, ma soprattutto per focalizzare meglio la direzione da percorrere, una nuova denominazione, meno vaga e usata, era necessaria. 
Sarebbe stato facile costruirla abbinando qualcosa d'altro al termine “rock”: ma facendo così non si sarebbe resa giustizia alla variegata natura musicale dei contenuti del web magazine, che gia' nella precedente dicitura veniva richiamata con quel “e altri innamoramenti musicali”. 
Questo resta essenzialmente un web magazine di rock, ma come avete potuto constatare negli ultimi mesi, il suo raggio d’azione si e' ampliato e i suoi appetiti musicali (e non solo) sono aumentati ‘mangiando’, man mano che nuovi “chef” si sono aggiunti alla sua cucina. Serviva quindi un nome chiaro e forte, nella nostra lingua e non necessariamente “piacevole”, che stigmatizzasse le nostre inquiete “torsioni” di tronco, testa ed anima: guardando sì “avanti”, ma anche alle tante epifanie rock/musicali passate e seminali, ai fenomeni artistici trasversali e non ben etichettabili, a una molteplicità di “suoni” che possono nobilitare e “motivare” la nostra permanenza in questo mondo. 
Ecco perché “DISTORSIONI - WEB MAGAZINE DI ROCK E ALTRI SUONI”. BENVENUTI!
Wally Boffoli e i collaboratori di Distorsioni

P.S. Un  ringraziamento particolare va' a Antonino Varsallana, nostro grafico di riferimento, che ci aiutati  in questo cambiamento realizzando la  testata  di DISTORSIONI e  il logo  di DSTN Club  per Facebook

La pagina su Facebook MB Fan Club - musicbox cessa di funzionare e viene sostituita da "DSTN - DiSTorsioNi Signal-To-Noise Club"

Wikipedia definisce il Signal-To-Noise come "una grandezza numerica che mette in relazione la potenza del segnale utile rispetto a quella del rumore in un qualsiasi sistema di acquisizione, elaborazione o trasmissione dell'informazione". Il rapporto segnale-rumore, quindi, indica anche quanto il suono origininario e' disturbato dalle distorsioni che introduce il mezzo che lo diffonde. Ma le distorsioni e i disturbi sono anche una qualita' del suono medesimo: Distorsioni diffonde i suoni creati da altri introducendovi, per definizione (e non solo) rumore. Distorsioni Signal-To-Noise Club su Facebook e' uno strumento per misurarne il livello, con la partecipazione di tutti.

JAZZ-ROCK - "A Story - Third Part": Soft Machine, Gong, Brand X

First Part

Second Part

Soft Machine

La questione Soft Machine é controversa quant'altre mai. Per evitare problemi, dico subito che lasceremo da parte il periodo iniziale del gruppo, quello, per capirci, fino al seminale doppio LP “Third”, che la critica giudica di maggior valore. La scelta è dovuta non certo al mancato apprezzamento per quei lavori, ma perchè quei Soft Machine in quei primi due albums suonavano qualcosa che non ha niente da spartire con l'argomento che stiamo trattando e furono proprio le divergenze musicali tra Robert Wyatt e gli altri membri del gruppo a provocarne l'abbandono, dopo la registrazione di “Fourth”, nel 1971. La felicissima vena creativa di Robert Wyatt partorisce comunque in "Third" un' incredibile composizione di quasi 20 minuti che occupa un'intera facciata dell'allora vinile, Moon In June, composta sviluppando dei demos che Wyatt aveva realizzato con il produttore Giorgio Gomelsky agli inizi del 1967. Si tratta di un' 'opera' che sfugge ad etichette castranti, e che 'sfrutta' strumentalmente alcuni stilemi del jazz-rock solo per estrinsecare una vena 'visionaria' e 'psichedelica' assimilabile senza riserve all'estetica del 'Canterbury sound'. In "Third" compare per la prima volta ai saxes il grandissimo Elton Dean.
"Fourth", inciso con una formazione composta, oltre che da Wyatt, alla batteria, da Mike Ratledge alle tastiere, Hugh Hopper al basso e Elton Dean ai sassofoni, non comprende alcuna composizione del geniale batterista, già dimissionario dal gruppo, ma ci propone brani lunghi ed articolati, che risentono ancora del suono dei 'vecchi' Soft Machine. Sentite questa versione live, registrata nel 1971, di Teeth.
L'album seguente, “Fifth” (1972), vede la sostituzione di Wyatt con Phil Howard e John Marshall, rispettivamente nei primi tre pezzi e nei secondi tre, e vira verso un più ortodosso stile jazz, sia pure con sonorità elettriche influenzate da reminiscenze free, di cui è testimone questa As If.
Il disco seguente, “Sixth” (1973) viene votato miglior LP jazz dell'anno nella classifica di Melody Maker, periodico all'epoca assai influente, e si presenta con una copertina piuttosto vistosa. John Marshall diventa il batterista stabile e il sassofonista Elton Dean viene sostituito da Karl Jenkins, reduce dalla militanza nei Nucleus, che fornisce, oltre al suono stridulo e spiazzante del suo oboe, anche un significativo apporto nella composizione dei pezzi. Vi propongo 37 & 1/2, in cui è presente, appunto, un assolo di tale strumento.
La direzione presa dal gruppo è ormai piuttosto chiara, e i dischi che seguono non la modificano più di tanto, pur mantenendo un sempre alto livello qualitativo e un suono riconoscibile, come per questo pezzo da “Seven” (1974), intitolato Day' Eye.
Il disco seguente, “Bundles” (1975) ci mostra la funambolica abilità del neoassunto chitarrista Allan Holdsworth, uno che ha ispirato personaggi come Eddie Van Halen, Joe Satriani, John Petrucci e che sua maestà Frank Zappa ha definito 'uno dei più interessanti ragazzi alla chitarra del pianeta'. Proveniente da esperienze musicali di tutt'altra fatta (rock, progressive) egli è in grado di modificare parecchio il sound compassato del gruppo, come accade in questo lungo pezzo, di cui mi limito a proporvi le prime due parti, registrate al festival di Montreux nel luglio 1974: Hazard Profile Part 1 e Part 2.
Quanto accade dopo l'uscita di “Bundles” non aggiunge più nulla a quanto di buono i Soft Machine ci avevano fatto sentire in precedenza. L'intenzione di limitare questo articolo a quella che possiamo chiamare ''età dell'oro del jazz rock, mi sconsiglia di spingermi temporalmente fino al 2004, anno di formazione della Soft Machine Legacy, con molti dei membri originale della band, ma posso assicurarvi che non si tratta affatto di un'operazione nostalgica, anzi. Se ne avrò l'opportunità tratteremo l'argomento.

Gong

È adesso il momento di occuparci di un altro gruppo che ha iniziato la propria fulgida carriera producendo musica piuttosto diversa dal jazz-rock. In qualche modo i Gong hanno infatti una storia parallela a quella dei Soft Machine, oltre ad avere in comune uno dei membri fondatori, Daevid Allen, stralunato chitarrista e cantante, nonché inventore di tutta la mitologia alla base della famosa trilogia chiamata “Radio Gnome Trilogy”, la loro opera più conosciuta. La presenza di Allen mantiene il timone musicale del gruppo in una direzione psichedelica e onirica, fino al suo abbandono prima di un concerto a Cheltenham (dichiarò che un “muro di forza” gli impediva di salire sul palco).
A quel punto le redini del gruppo vengono prese dall'unico superstite della band originale, il sassofonista e flautista francese Didier Malherbe e dal batterista suo connazionale Pierre Moerlen.
Nel 1976 esce “Gazeuse!”, (negli Stati Uniti con il titolo “Expresso”). La formazione, oltre che dai due sopra citati, è composta dal solito Allan Holdsworth alla chitarra, da Benoit Moerlen al vibrafono, Mireille Bauer ancora al vibrafono, alla marimba e al glockenspiel, Francis Moze al piano e al basso e Mino Cinelu alle percussioni. Come si può notare da Expresso il disco è piacevole, suonato in modo egregio, ma non è certo una pietra miliare. Tale giudizio si può estendere senza troppi patemi alla produzione degli anni seguenti. Mi piace citare Heavy Tune, dal disco “Expresso 2”, del 1978, perchè alla chitarra compare un mito misconosciuto del rock, il reduce dei Rolling Stones (e forse il miglior chitarrista che ne abbia fatto parte) Mick Taylor. Personalmente ho avuto l'occasione di vederli proprio in questa formazione, a Torino, senza purtroppo rimanere eccessivamente impressionato.

Brand X

Prima di trasferirci sulla nostra penisola per occuparci di alcuni dei nostri talenti, interessiamoci ancora di un gruppo britannico, i Brand X, attivi dal 1976 al 1980 e in seguito per un paio di album negli anni '90, nei quali ha militato il batterista Phil Collins, meglio noto per le sue gesta nei Genesis e come solista. Glissiamo su queste ultime esperienze, e restiamo sul tema: i nostri, nel 1976 pubblicano il primo LP “Unorthodox Behaviour “, in quartetto, con Collins alla batteria, John Goodsall alla chitarra, Robin Lumley alle tastiere e il grande Percy Jones al basso. Le sonorità della band non mancano di originalità, c'è molto funk, ma soprattutto spicca la stupefacente abilità di Jones, al quale Les Claypool dei Primus dovrebbe pagare le royalties. Provate ad ascoltarlo con attenzione nel pezzo che vi propongo: Boorn Ugly .
Il disco seguente è del 1977 e si chiama “Moroccan Roll”. A Phil Collins, spesso occupato in altre faccende, si affianca l'ottimo Morris Pert, per il resto le cose non cambiano chissà quanto, come dimostra questo pezzo tratto dallo show di John Peel alla BBC, chiamato Malaga Virgin.

Luca Sanna

venerdì 4 febbraio 2011

THE SLITS: La New Wave al femminile!

La ormai sconfinata Spoon River del rock dal 20 ottobre scorso comprende anche Ariane Forster, meglio nota come Ari Up, fondatrice delle Slits. Ari era cresciuta letteralmente nel mondo del rock: Ion Anderson era stato il suo padrino di battesimo e sua madre Nora, amica di Hendrix, aveva sposato John Lydon. A soli 14 anni aveva fondato le Slits (le “fessure”) insieme ad altre tre ragazze, Tessa Pollitt (basso), Viv Albertine(chitarra) e Paloma Romero(batteria), che Mick Jones ribattezzò Palm Olive. L'inquieta Paloma lasciò il gruppo per formare un'altra all girls band, le Raincoats e per le incisioni del disco fu sostituita da un batterista maschio, Budgie, già coi Big in Japan e poi con Siouxsie and the banshes. Il loro unico album, “Cut” (1979, Koch Rec.), che colpisce fin dalla copertina, con le tre ragazze vestite, o meglio svestite, da selvagge, è una coinvolgente miscela di punk, reggae e funky, che non ha i consueti toni cupi dell'epoca ma è invece molto allegro e pieno di ritmo. Brani come Ping pong affair e New town in un mercato musicale meno asfittico sarebbero stati 'hits'.
Una cover di I heard thru the gravepine
di Marvin Gay chiude il disco, a mostrare come la new wave non era poi così drastica nei confronti della musica del passato.
Dopo uno split EP a metà col Pop Group, "In the beginning there was rhythm" (1980, 3D), nell'81 le ragazze pubblicano un nuovo album “Return of the Giant Slits” (Sony), di cui ricordo la tremenda stroncatura su una rivista dell'epoca. In realtà il disco non è così terribile, ma è meno ispirato rispetto a "Cut", i brani sono più lunghi e lenti.
Quindi la band si scioglie e Ari vive in giro per il mondo, salvo collaborare coi New Age Steppers, gruppo reggae con cui collaborano anche musicisti di estrazione jazz come Steve Beresford e coi grandissimi Rip rig + panic. Qualche anno fa Ari Up e Tessa Pollitt avevano riformato le Slits, con la figlia di Paul Cook dei Sex Pistols ed altre nuove entrate, incidendo un paio di singoli, "Revenge of the giant Slits", e "Grown Ups", un ritorno al punk dalle origini.
Poi la morte di Ari ha messo la parola fine. Certamente le Slits non sono state il più grande gruppo dell'epoca, ma la loro musica suona ancora fresca.
Fecero parte di un nutrito movimento di new wave al femminile (Prag Vec, Raincoats, Pink Industry, Martha and the muffins e molti altri), che visto nel suo complesso appare fondamentale per capire la musica degli anni '80 e l'alternative dei decenni seguenti.


Alfredo Sgarlato

QUATTRO GRANDI DISCHI DALL' ARCIPELAGO ROCK ITALIANO ANNI '70: Claudio Rocchi, Alan Sorrenti, Franco Battiato, Juri Camisasca

CLAUDIO ROCCHI: "Volo magico n. 1" (1971, Ariston)
ALAN SORRENTI: "Aria" (1972, Harvest)
FRANCO BATTIATO "Sulle corde di Aries" (1973, Bla Bla)
JURI CAMISASCA: "La finestra dentro" (1974, Bla Bla)


Intro
Quella che vi racconto è una bella favola dell'epoca d'oro del Rock Italico, in piena epoca Progressive, con milioni di appassionati che ascoltano Genesis, VDGG, Gentle Giant, Yes e naturalmente Pink Floyd, quelli dei primi anni '70, di "Atom Heart Mother" e "Meddle" per intenderci. Tra i tanti personaggi che hanno segnato questa magica era italiana anni '70, quattro a mio avviso hanno lasciato il segno più di altri, chi più chi meno: Claudio Rocchi, Alan Sorrenti, Franco Battiato e Juri Camisasca.
Bisogna sottolineare come le carriere dei 4 hanno preso direzioni future assai differenti e il solo Battiato ha avuto negli anni il riconoscimento che merita: tutt'ora regolarmente pubblica uno se non due dischi all'anno, mentre gli altri si sono persi in carriere solistiche non proprio entusiasmanti, Alan Sorrenti in particolare. Qui voglio parlarvi di 4 dischi: sì dischi, mi piace chiamarli così perchè sono un vinile-dipendente e perché questi album hanno splendide confezioni nelle loro edizioni originali.

CLAUDIO ROCCHI, "Volo magico n. 1" (1971)
Dopo l'eccellente album d'esordio "Viaggio" del 1970 il milanese Claudio Rocchi pubblica l'anno seguente il suo disco capolavoro, il magnifico "Volo magico n. 1", uno dei dischi cantautoriali più intensi ed emozionanti di tutto il panorama rock nostrano. Avvalendosi di una band con i controcazzi, tra cui Alberto Camerini (chitarre), Donatella Bardi (voce) e Ricky Belloni (chitarre, voci) Claudio mette su un
disco stupendo con soli 4 brani; anche qui presente una lunga suite, cosa molto frequente in tempi di progressive rock. La copertina del disco originale, molto bella, ha un apertura a finestra di un muro ed una bella foto di Claudio Rocchi sul retro. La title track Volo magico n. 1 parte I" (18:33) apre in maniera straordinaria l'album, chitarre acustiche e belle percussioni di Lorenzo Vassallo introducono la bella voce di Claudio "Mente, cuore, mani, occhi, braccia, bocca, gambe, nome"
Poi "C'e' sempre tempo per cantare, il cielo, l'acqua, un corpo, tutti; poi puoi andare dove vuoi, poi puoi essere come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi, poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare" davvero bellissimi versi.
Pianoforte in sottofondo e cori celestiali, qualcuno adesso lo chiamerebbe
folk-psichedelico, e chitarre di Camerini e Belloni in un crescendo fantastico che porta a conclusione questa suite capolavoro (Volo Magico n. 1 parte 2). Il secondo lato si apre con la canzone forse più nota di Rocchi, la bellissima e intimistica La realtà non esiste (2:11), il pianoforte magico di Eugenio Pezza poi la voce di Claudio fa la differenza: "Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio, quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente e' fuori da tutto" per poi concludere quasi con un invocazione "Quando gridi la realta'non esiste hai deciso di essere Dio e di creare. Quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa".
Davvero una canzone che mi lascia senza fiato tutte le volte che l'ascolto pur nei suoi soli 2 minuti di durata, un gioiello.
Il terzo pezzo è ancora un lunga song Giusto amore (10:59) ed è segnata dalla chitarra 'californiana' di Alberto Camerini, e la voce gentile di Claudio Rocchi.
"Io, io che un giorno sono nato imparando nel respiro la mia vita; poi tu, lei, bimba, magica d' incenso che mi porti dritto in fondo, dritto, fino a me; sole occhi al centro di ogni fronte, quattro simboli segnati, la tua fine no, non e' in te. Dio passa sopra, lo puoi pensare uomo,lo puoi pensare uomo con la faccia di un maestro di saggezza Dio".
Un brano che forse senza volerlo anticipa la svolta mistica del nostro che avverrà a breve. Chiude l'album la dolce nenia di Tutto Quello Che Ho Da Dire (4:06) altra gemma purissima con un testo da ninna nanna psichedelica: "Lascia volare chi vedi sopra di te, lascia che vada a ritrovarti piu' in su, tu qui, che adesso stai cantando".
Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di "Volo Magico n. 1" e solo adesso grazie anche alla passione e l'interessamento degli appassionati del genere, oltre alla diffusione facilitata dal web, sta ottenendo finalmente i riconoscimenti che merita.


ALAN SORRENTI, "Aria" (1972)
L'appellativo di Tim Buckley italiano, Alan Sorrenti lo deve principalmente a questo stupefacente disco d'esordio "Aria" (1972), uscito addirittura su etichetta Harvest, quella dei Pink Floyd tanto per citare i più famosi, con una bella copertina apribile tipica della label inglese con Alan Sorrenti in versione viandante. Nel disco Alan si avvale della partecipazione di grandi strumentisti, tra i quali Tony Esposito alle percussioni e il grande Jean-Luc Ponty, dal giro di Frank Zappa fra gli altri.
Il disco si apre alla stessa maniera di quelli di Battiato e Rocchi,con una lunga suite che dà anche il nome al disco Aria (19:45): in questo pezzo in splendida evidenza lo straordinario violino di Ponty ma ovviamente è Alan che fa la differenza, un crescendo vocale straordinario che si dipana lungo i quasi venti minuti di durata del pezzo. Qui davvero non è improprio il paragone col grande Tim Buckley, Shawn Philips, ma anche e soprattutto con Peter Hammill dei Van Der Graaf.
"Aria, in ogni angolo della mia stanza io ti sto cercando Aria, nei labirinti della mia mente io ti sto inseguendo.
Principessa della mia carrozza resta con me,
dormi nella pace di questa sera dentro di me,
bianca la tua pelle, bianca la tua veste, danza, canta per me,  il tuo viso brilla come una candela aprendo la mia finestra nella sera."

Aria ovviamente è il nome di una donna, il nostro sembra rincorrerla per tutto il brano con la voce, qui usata come vero e proprio strumento alla maniera dei grandi improvvisatori free del tempo.Capolavoro!
Cambiando lato si viene colpiti dalla dolcezza della stupenda Vorrei Incontrarti (4:56) un brano intimista con la magica voce di Alan: "Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica.
Vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India
Vorrei incontrarti ma non so cosa farei
Forse di gioia io di colpo piangerei"
Che dire? Commovente!
Seguono due lunghi brani La Mia Mente (7:34) ancora con vocalizzi buckleyani, fiati ed il piano di Albert Prince, che arrangiò anche il disco, e la finale Un Fiume Tranquillo (7:57) aperto da una linea di basso, di Vittorio Nazzaro, che sembra uscito da un disco dei Soft Machine, le tastiere di Albert Prince e la voce di A.S.che si libra altissima: "È solo il fiume di un paese morto,
riporta nel suo letto tranquillo il mio povero scrigno,
un fiume tranquillo che cancella i ricordi, una verde barella
dove un corpo stracciato si dichiara un fallito"

Bella anche la tromba di Andrè Lajdli anche se è sempre Sorrenti che conduce le danze in altro inarrestabile delirio vocale: "Amore ti amo, non voglio dormire, amo la notte con il tuo cuscino amo le sue stelle con il tuo sorriso, amo i fiori del nostro giardino"
"Aria" avrà anche un valido seguito nel seguente "Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto"(1973) sempre su Harvest anche se la magia stava già svanendo.


FRANCO BATTIATO "Sulle corde di Aries" (1973)
Dopo due dischi molto sperimentali come "Fetus"(1972) e "Pollution" (1973) ancora acerbi e nonostante tutto molto belli e molto avanti rispetto alla scena nazionale, Franco Battiato nello stesso anno dà alle stampe per l'etichetta di culto Bla Bla, il suo capolavoro, "Sulle corde di Aries" (1973), contenente 4 brani di cui uno, la suite Sequenze e frequenze Part 1, Part 2 occupa l'intera prima facciata. In questo disco l'artista siciliano giunge a piena maturazione, citando a piene mani i maestri della musica contemporanea che tanto ama, da John Cage, Stockausen, passando per Terry Riley e con frequenti richiami al Kraut Rock.
"Aries" si apre con la suite Sequenze e frequenze (16:22), suoni sinistri da film dell'orrore spiazzano inizialmente l'ascoltatore, poi subentra come per magia il bellissimo refrain del brano con il piano VCS3 modificato in evidenza e la voce di Franco che canta:
"La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare. Ogni tanto passava una nave. Ogni tanto passava una nave".
Dopo entrano le tablas dentro un mare di sintetizzatori vorticanti molto rileyani che portano il brano alla sua lunga conclusione.
Il secondo lato si apre con Aries (5:27), nome dettato sembra dal segno zodiacale di Franco, ariete appunto; ancora suoni percussivi e soffici tastiere e un bell'assolo molto free jazz di Gianni Bedori, recentemente scomparso nel 2005 a 74 anni. Il brano che segue è sicuramente il capolavoro del disco, la bellissima Aria di rivoluzione (5:02), uno delle perle più scintillanti del rock italico di sempre.
Un breve giro di synth introduce l'etereo canto di Battiato "Quell'autista in Abissinia guidava il camion fino a tardi, e a notte fonda si riunivano. A quel tempo in Europa c'era un'altra guerra e per canzoni solo sirene d'allame."
Quindi lo spettrale recitativo in tedesco di Jutta Nienhaus, cantante degli Analogy, (chi se li ricorda?). "Passa il tempo, sembra che non cambi niente. Questa mia generazione vuole nuovi valori e ho già sentito aria di rivoluzione. Ho già sentito chi andrà alla fucilazione" Un testo che forse sembrerà ingenuo e utopistico a qualcuno(non a me) ma che purtroppo è terribilmente attuale anche in questi nostri(tristi) giorni.
Il disco arriva così a conclusione con Da Oriente ad Occidente (6:33), altro magico pezzo abbastanza simile al precedente con la voce di F.B. che narra "Riduci le stelle in polvere e non invecchierai, mi appare in sogno Venere, tu padre che ne sai?".
Il cantato è qui arricchito da begli effetti di eco e sovrapposizioni, poi suoni di oboe e mandoloncello chiudono alla grande un capolavoro senza tempo.


JURI CAMISASCA "La finestra dentro" (1974)
Personaggio schivo, sempre ai margini della scena nazionale Juri (vero nome Roberto) scuote l'ambiente musicale italiano pubblicando, con l'aiuto dello stesso Franco Battiato lo sconvolgente album "La finestra dentro" ovviamente per la Bla Bla di Franco Massara. Quello che colpisce fin dall'iniziale Un Galantuomo sono la crudezza dei testi,(inclusi nell'edizione originale del vinile):
"Nel mio corpo ci sono delle fognature, tutti quanti le chiamano vene ma dentro ci sono dei topi che corrono, ma dentro ci sono dei topi che corrono. E come un cane che ha le pulci io mi gratto continuamente, mi gratto la schiena mi gratto la pancia."
La voce ha intonazioni particolarissime, frequenti richiami ed echi del Buckley più sperimentale quello di "Lorca" e "Starsailor" per intenderci. Dopo la quasi normale Ho un grande vuoto nella testa molto bella è la seguente Metamorfosi, omaggio kafkiano, in evidenza qui anche le percussioni del grande Lino Capra Vaccina, un altro 'giusto' del giro Battiato:
"Mia madre entra nella stanza ed io salgo sulle pareti, mi nascondo tra i fiori tappezzati per non farmi vedere in questo stato animalesco", con quell' 'animalesco' tirato allo spasimo.
La seguente intensa Scavando col badile, vede il bel piano di Pino Massara e il synth di Battiato oltre al solito testo allucinato:
"C'era un bove seduto all'ombra di un ciliegio che fumava la pipa" e poi "I maiali tritavano la carne umana per fare i salami, le bistecche ed i roastbeef.", semplicemente pazzesco! Il quinto brano John si apre con la magica voce di Juri, con belle chitarre e tastiere 'krautiane' di Battiato:
"Portava le calze d'argento però non luccicavano, ma i capelli biondi lunghi fino ai seni finti gli stavano bene."
Un fiume di luce e Il regno dell'Eden chiudono degnamente questo incredibile album d'esordio di Camisasca, a livello vocale sullo stesso piano di "Aria" di Alan Sorrenti: notevoli spesso le similitudini fra le 2 voci; lavoro purtroppo rimasto senza un seguito immediato a parte altri 2 singoli sempre per la Bla Bla nel 1975, contenenti le inedite La musica muore e Himalaya , visto che Juri interruppe la sua carriera musicale per ritirarsi in convento, prima di riemergere 14 anni dopo con "Te Deum"(1988) ed altri 2 dischi, "Il Carmelo di Echt" (1991) e "Arcano Enigma" (1999)sempre nell'indifferenza generale. Questo disco chiude meravigliosamente un poker di dischi che hanno segnato e marchiato a fuoco una stagione bellissima del rock di casa nostra.
Ricardo Martillos