martedì 9 novembre 2010

APPLIANCE: "Re-Conditioned" (2010, RROOPP)

Radiohead prima dei Radiohead.
Peccato i media fossero rimasti con la bocca sigillata lasciando che nessuno si accorgesse di loro. Il rock era morto. Da mesi si parlava della sua lenta agonia.
Poi, quando era successo, nessuno aveva avuto il coraggio di dare la notizia.
Meglio posticipare tutto al nuovo secolo, quando un Ragazzo A sarebbe arrivato a dare il triste annuncio.
E invece il nuovo covava già da un po’.
Trans Am, Tortoise, Godspeed You Black Emperor spingevano dagli Stati Uniti.
Gli Appliance dall’ Inghilterra, affondando i denti nel suono del kraut rock.
Dalle terre scure dei Neu! attraverso le autostrade in fibra ottica dei Kraftwerk fino agli approdi ambient di Klaus Schulze.
Un tocco elettronico che permea ogni traccia, ogni angolo del suono del terzetto fino a renderlo algido come un pezzo dei Freur (ascoltate il minimalismo cosmico di Milkrace) ma che spesso lambisce i territori di elevazione trancedelica di bands come Mogwai, Loop e Spacemen 3.
E’ il post-rock, signori miei.
Ovvero quello che dovrebbe esserci dopo il rock, e che invece morirà subito dopo essersi seduto al trono, come un Papa Luciani qualsiasi.
Ora, è il momento delle lapidi.
Ma anche delle lussuose cappelle di famiglia, come questa della famiglia Appliance: tre CD che raccolgono le quattro Peel Sessions incise dalla band e una valanga di estratti dai singoli ed EP del terzetto di casa Mute.
Agli angoli è accatastata una piccola montagna di modernariato anni Settanta. Tastiere vintage, bobine, Casio portatili, mangiadischi, serpentine di freon divelte, rubinetteria arrugginita, valvole fuori uso.
E dentro si sta di un fresco che a volte (Slow Drive) sembra di stare nel bel mezzo di una tempesta stellare.
Eppure continuo a pensare che la # 3 Channel is clear pubblicata nel 1998 sull’ ultima uscita indipendente del gruppo valga per il post rock, anche ventidue anni dopo, quanto The Waiting Room per l’ emocore.
Se non sapete di che sto parlando, questa è l’ occasione per capirci qualcosa.


Franco “Lys” Dimauro


Appliance-Pacifica
Appliance - John Peel session 2001
"A gentle cycle revolution" Appliance, Mute Records
"FLF" (Faster, Longer, Further) Appliance, Mute Records
"Personal Stereo", Appliance, Mute Records

lunedì 8 novembre 2010

ENDLESS BOOGIE – Full House Head (2010, No Quarter)

Vi bastano cinquanta secondi.
Cinquanta secondi per capire che, se non amate le chitarre, siete finiti nel posto sbagliato, ovvero dentro il secondo album degli Endless Boogie.
Un boogie senza fine, come quello di John Lee Hooker.
Chitarre che avanzano a testa china come un gregge di montoni su un ciottolato di distorsioni blues figlie dei Canned Heat e lunghissimi viottoli di scale pentatoniche sfiancanti.
Nessuna concessione alla sorpresa.
Tutto "Full House Head" ruota attorno a questa formula, all’ infinito, fino allo stordimento.
Anche il ritornello, il gancio melodico è bandito cosicchè nonostante qui dentro ci sia tanto Hendrix (Pack your bags discende direttamente da Voodoo Child), tanto Black Oak Arkansas, tanto Blue Cheer, tanto Mountain alla fine di questa ora di chitarre fumanti non vi resterà nessuna Foxy Lady, nessuna Summertime Blues e nessuna Mississippi Queen da cantare.
Impossibile, se non siete degli ultras della sei corde, arrivare in fondo ai ventidue minuti di A life worth leaving.
Difficile pensare di cavarsela con pochi fastidi per i dieci minuti di Empty Eye o Slow Creep.
In mezzo a questo effluvio di chitarre sparate e di voci sguaiate soffre vedere una Tarmac City costretta nei suoi slippini di appena cinque minuti proprio durante quella che potrebbe essere la miglior erezione del disco con le sue chitarre slide che vanno a cozzare sul muso di Mick Jagger costringendolo una volta per tutte a tirar dentro la linguaccia.
Endless Boogie.
Quando si dice scegliere il nome giusto

Franco “Lys” Dimauro

Mighty Fine Pie
Tarmac city
Coming Down The Stairs
ENDLESS BOOGIE live Smoking figs in the backyard
Endless Boogie live @ Tunnel, Paris


EndlessBoggieMySpace

DISCHI STORICI - JOHNNY CASH: "At San Quentin" (1969, Sony Music)

Dopo il clamoroso successo di “At Folsom prison” del 1968 che aveva permesso a Johnny Cash di ritornare in auge a fronte di anni duri passati tra droga (anfetamine soprattutto) e nottate in prigione (arrestato 7 volte se l’è sempre cavata con una notte in guardina).
Il produttore Bob Johnston vuole bissare questo successo e decide di registrare un live nel penitenziario di San Quintino in California, prigione che Cash conosce benissimo in quanto si era già esibito lì nel 1958 e precisamente nel suo cortile prima che l’amplificatore del suo chitarrista Luther Perkins venisse a contatto con la pioggia torrenziale e finisse per esplodere. Nel 1969 Luther Perkins non fa più parte del gruppo di Cash, é morto l’anno prima per droga e forse questo spinge Johnny a dire basta con quella robaccia. Il matrimonio con June Carter, la donna che lo aveva amato al tal punto da aiutarlo ad uscire dalla tossicodipendenza sopportando molto, lo ha reso più sereno ma non meno combattivo.
I concerti nelle prigioni fanno parte della routine per la formazione di Johnny Cash, dato che in tutti questi anni ne ha dati tanti, al punto che Folsom Prison Blues era divenuto l’inno per tutti i carcerati americani. San Quintino ha la fama di carcere durissimo, il più vecchio degli States, quello dove esiste ancora la camera a gas e dove sono rinchiusi i peggiori delinquenti d’America.
Il resto si chiama storia: la recente riedizione integrale di "Johnny Cash at San Quentin" uscita nel 2006 in Legacy Edition (due cd e dvd) con qualità audio ottima restituisce un’atmosfera elettrica da brividi e un repertorio assolutamente di prim’ordine che parte con brani quali I Walk the line (richiesta dai carcerati) e un duetto con June Carter su Darlin’ Companion. Terminato il set applauditissimo su brani tradizionali country inizia la fase più ribelle di Johnny Cash, quella in cui si trasforma in un autentico teppista che gioca con il fuoco.
Chiede un po’ di acqua e alla fine schiaccia il pentolino offerto da una guardia carceraria, salutato dall’applauso della folla, per poi intonare Starkville City Jail. Poi è la volta del brano San Quentin, scritto su ispirazione di una domanda fatta da un detenuto a Cash sulle sue sensazioni di fronte ad un simile inferno. La risposta non si fece attendere e i primi versi letteralmente mandarono in boato i galeotti: “San Quintino, che tu possa bruciare all’inferno … signor politico , che cosa vuoi fare di buono per questa cosa?". Il delirio fu tale che trasportato dall’entusiasmo ripartì di nuovo a cantarla. Alla fine tutti i detenuti si alzarono in piedi sui tavoli; fu allora che il produttore Bob Johnston pensò “dannazione, chi me lo ha fatto fare di portare qui Johnny Cash?” e in quel momento chiuse la porta dello stanzino dove era situato con i fonici.
Le stesse guardie caricarono i fucili e chiusero tutte le uscite di sicurezza. Cash di quel momento ricorda: “avevo un pubblico a cui avrei potuto dire: Ribellatevi! . L’avrebbero fatto" .
La potenza e il carisma di un simile artista fa venire la pelle d’oca pensando a questo momento e fotografa più di una istantanea il carattere fuori dagli schemi e dalle regole del rude musicista dell’Arizona, un vero alternativo ante litteram. Il repertorio era stato monitorato dalla tv britannica (che filmò l’evento per un speciale montato davvero male) e dalle guardie carcerarie, per disegnare un percorso di redenzione del detenuto.
Nonostante Cash dica di fregarsene delle disposizioni le ultime canzoni aprono alla speranza e alla felicità, dopo l’inferno dei sentimenti: He turned the water into wine è stata scritta da Cash dopo il viaggio di nozze con la moglie in Israele e parla del miracolo delle nozze di Cana e Peace in the Valley trasmette un senso di ritorno alla normalità. Il medley di chiusura vede tutto il carrozzone esibirsi assieme con la leggenda del rock’n’roll Carl Perkins e la Carter Family per una chiusura ad effetto assicurata.
Un album davvero leggendario da riscoprire (o forse già riscoperto) non solo per il valore storico ma, curioso, nell’epoca di Woodstock e del rock giovane al potere raggiunse il primo posto e vi rimase per moltissimo tempo.


Gianluca Merlin





Johnny Cash - I Walk The Line (Live From Prison)
Johnny Cash-San Quentin at san quentin
June Carter & Johnny Cash - Darlin' Companion (San Quentin)
Johnny Cash, Live@ S.Quentin - Folsom Prison Blues
Johnny Cash - He Turned The Water Into Wine (San Quentin)
Johnny Cash - san Quentin+( Starkville jail experience )

JohnnyCashTheOfficialWebsite

domenica 7 novembre 2010

BOOK REVIEWS - PAMELA DES BARRES: "Let’s Spend The Night Together – Stanotte stiamo insieme” (Castelvecchi, 2007)

I nostri eroi musicali li vediamo sul palco e li sentiamo in quella fantasmagorica dimensione che emerge dall’ascolto di un impianto stereo.
Grazie a Pamela Des Barres, regina delle groupie (se non sapete di cosa stiamo parlando è strano che stiate leggendo un web-magazine dedicato al rock …), possiamo vederli (beh, immaginarli …) in azione nel loro aspetto più terra terra, quello più ‘animalesco’. E il divertimento è assicurato.
Non potete perdervi le scorribande degli dei del rock, fra lenzuola e non, contenute in questo massiccio tomo della ex (con molte certezze e qualche nostalgia) groupie Pam che, non paga di averci in precedenza deliziato con i propri racconti autobiografici in materia in “Sto con la band” (1987) e “Take Another Little Piece Of My Heart, a groupie grows up” (1993), si è presa la briga di rintracciare (cosa non facile: molte si sono date a vite più che borghesi!) ed intervistare molto amabilmente le sue colleghe d’avventure.
Ne escono ritratti più che spassosi, a cominciare dalla prima groupie della storia (chiaramente non intervistata, ma a cui si deve un giusto tributo), quella Maria ‘Maddy’ Maddalena che, in quanto a rockstar, seguì di certo una delle più carismatiche del periodo!
Venendo a tempi più recenti, Pam tesse le lodi di Tura Satana (il nome è tutto un programma), groupie nipponica niente popò di meno che del King (Elvis, of corse). Quasi anomala la presenza nel volume di Gail Zappa, grandissima amica di Pam, qui ritratta in quanto moglie del celebre Frank, ed il capitolo che la riguarda è molto interessante per saperne di più sul lato domestico del celebre musicista.
L’episodio è senz’altro il più romantico del libro, laddove il termine ‘romanticismo’ per le altre pagine è da usarsi con grande larghezza di vedute!
Patty D’Arbanville, dal canto suo, ci illustra il suo love affair con Cat Stevens e di come lo abbia incontrato dopo la sua conversione all’Islam. L’eleganza di Catherine James ci cattura, laddove Cynthia Plaster Caster ci riporta un po’ al sodo di tutta la questione (da antologia l’espressione maliziosa/sognante in cui è ritratta in una foto mentre tiene in mano il calco del membro del grande – pure il calco … - Jimi).
Da sogno hippie Michele Overman, che svolazza da Steven Tyler degli Aerosmith a Robert Plant degli Zeppelin (d’altronde mai farsi mancare nulla!).
Presente anche Lori Lightning, a fianco di Jimmy Page (e così possiamo chiudere il capitolo Zep!).
Sarebbe poi ingiusto non menzionare Sweet Connie, quella che – parole sue – fece sesso con non meno di una trentina di musicisti in una sola nott e… (grande Connie!), la quale poi, a differenza di tante ‘colleghe’, non disdegnava anche i membri (vabbé, mi è scappato …) della crew, e quindi vince anche la palma della groupie più democratica! Giustamente è stata immortalata nel brano We’re An American Band dei grandissimi Grand Funk Railroad, e cosa potrebbe volere di più una groupie se non finire in una canzone del suo artista preferito (beh, prima nel letto, però!)?
Non poteva poi mancare l’aristocratica Bebe Buell, di cui Pam riporta integralmente l’intervista concessale. Le altre eroine del libro? Le lascio alla vostra curiosità di lettori.
Sono stati fatti studi su studi sociologici sul fenomeno delle groupie.
“Ragazze a perdere” (e cito il libro di Barbara Tomasino a loro dedicato)?
Mi pare che queste ragazze grossi danni non ne abbiano fatti…
Anzi, vista la questione ai meri fini dell’arte, sono state anche muse per molti musicisti. Chissà che fine ha fatto quella che ispirò a Jimi l’immortale Little Wing… Tutti noi le dobbiamo qualcosa.
Ma oggi il fenomeno che dimensioni ha? Beh, secondo Pam, “Finché ci sarà un palco con degli strumenti, dei musicisti e un backstage, ci saranno sempre delle groupie in circolazione”. Quindi, cari colleghi musicisti, speranzosi continuiamo a riempire il palco di strumenti (chissà che non ci scappi nel mentre … anche della grande musica!).


Ruben


Elvis Presley: All Shook Up
Grand Funk Railroad: We're an American Band
Jimi Hendrix: Little Wing
Aerosmith: Back in the Saddle
Led Zeppelin: Babe i'm Gonna Leave you

L’ ALTRA EUROPA : Elettronica, Chill Out, Alternative Pop, Progressive da un pianeta sconosciuto / Polonia: Smolik, Novika, Myslovitz, Futro

Non abbiamo mai saputo molto della vita e della produzione musicale dell'Europa dell'Est: é quindi davvero una piacevole sorpresa il contributo informativo in tal senso che Roberto Melfi porterà a Music Box, a partire già da questo primo appuntamento, con la nuova inedita rubrica L'ALTRA EUROPA.
Questi iniziali 6 brani selezionati da Roberto danno una prima idea delle atmosfere squisite create e care ad artisti sconosciuti quali Andrzej Smolik, Novika, Myslovitz. Ma si tratta solo dell'inizio: Roberto mi ha spiegato che il panorama artistico é quanto mai variegato e multiforme; ne 'sentiremo' delle belle! Buon ascolto! (Wally)



Smolik - Missed (Smolik 2: 2003/Sissy Records)
Compositore, polistrumentista polacco Andrzej Smolik dopo una lunga 'gavetta' che data a due decenni fa con diverse formazioni, dà vita a partire dagli anni 2000 a un progetto del tutto innovativo per il panorama musicale nazionale, con numerose collaborazioni di artisti alternativi polacchi, che fanno di Smolik uno fra i musicisti più interessanti della scena musicale locale.





A.Smolik & A.Rojek - 50 tysięcy 881 (Smolik: 2001/Sissy Records)
Dall'album debutto di Andrzej Smolik che in Polonia ha suscitato fin dalla sua uscita commenti entusiastici fra i critici e gli addetti ai lavori.
Sonorità che rimandano agli anni '70/'80, ampi sprazzi di chill out per un disco che venne accolto in Polonia con viva sorpresa. Di gran pregio le collaborazioni artistiche tra cui Artur Rojek (qui al cantato) già voce della band di culto Myslovitz.





Andrzej Smolik - Alili (Smolik: 2001/Sissy Records)
Ancora il polacco Andrzej Smolik dall'album di debutto. Il cantato questa volta è opera di Larry Ugwu, nigeriano trapiantato in Polonia, poeta, musicista, attore, uomo di cultura.




Myslovitz - Chłopcy (Miłość w czasach popkultury: 1999/Sony Music Polska)
Band polacca di culto, suoni brit pop permeati di una profonda vena di malinconia e testi che toccano spesso tematiche difficili...
Dal loro quarto, osannato album "Miłość w czasach popkultury" (L'amore ai tempi della pop cultura), disco d'oro e di platino in Polonia ...






Novika - Home Made (feat. Smolik)(Trip hop/Lounge)(Smolik 2: 2003/Sissy Records)
Ancora un ritorno al musicista polacco Andrzej Smolik con in primo piano la voce di Novika, una fra le artiste più vicine ai progetti di Smolik.






Futro - Someway (feat. Novika)(Futro: 2002/Sissy Records)
Band polacca il cui progetto nasce alla fine degli anni '90 con l'intento, quasi pionieristico, di diffondere suoni che vanno dall'elettronica ad un pop di pregio. Elemento di spicco della band rimane Kasia Nowicka aka Novika nota per le eccelse qualità vocali e le collaborazioni con grandi artisti polacchi.

Roberto Melfi

sabato 6 novembre 2010

"Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni": artisti e brani scelti e commentati da Walter Pasero

Search Party - Speak To Me (Montgomery Chapel: 1969/Century)
Americani. Un grande esempio di acid-folk psichedelico, introdotto e sostenuto
da una sezione ritmica palpitante e frenetica. La canzone rimane perennemente su ritmi indiavolati e 'disordinati’.
A destare l'attenzione dell'ascoltatore è inizialmente la voce solista; atipica e squillante, nell'invocare il suo messaggio forsennato e contornata da uno sfondo cupo e ricco di distorsioni strumentali. La seconda parte del brano esplode definitivamente in un tripudio di anarchia sonora; organo impazzito, tastiere allucinate e una batteria cavernosa creano un andamento dissestato e metallico.


Arthur Gee - Tea Gardens (Arthur Gee: 1968/n/n)
Svizzero. Rarissima e preziosa testimonianza di cantautorato acid/folk. Una delicata passeggiata tra magici giardini contornati da immagini fantastiche. Chitarra e voce accarezzano l'ascoltatore, rendendo 'famigliari’ quei cieli primaverili. Una melodia immaginaria che intende restituire alle nostre esperienze intime bellezza e innocenza in opposizione al predominio di uno sguardo privo creatività.
Alla fine di questa poetica passeggiata musicale ci sentiamo restituire quella dose di innocenza che mai dovremmo smarrire.
Poesia acid/folk di limpida bellezza.




Stone Angel - Stone Angel (1974/n/nSSLP 04)
Stupendo brano di acid folk che intreccia magnificamente atmosfere gotiche con essenze dark-folk.
La matrice acida è stupendamente sostenuta dalla sezione ritmica del pezzo, che evoca sensazioni fuori dal tempo e inquietanti.
La voce possente e sicura lascia nell'ascoltatore un senso di disagio e attrazione che procedono parallele entro un tessuto strumentale dal fascino misterioso. Una chitarra graffiante e acida insieme a una batteria nervosa producono echi folk ipnotici ispirati a un tempo antico.
Capolavoro di psych-folk, assolutamente imprescindibile.



Dawnwind - Canticle (Looking Back on the Future: 1976/ Amron ARN 5003 )
Inglesi. Pezzo da ascoltare in religioso silenzio. Questa canzone comunica la necessità di viaggiare alla ricerca di noi stessi, ma con la mente sempre rivolta al passato, all'infanzia; alle terre verdi in cui eravamo cresciuti e al vento che spirava tra gli alberi.
Malinconia e desiderio si intrecciano in questo brano dal sapore vagamente folk-mistico. Un cantico che narra e suggerisce come la sostanza dei nostri sogni e del nostro futuro è ineludibilmente radicata nei luoghi della memoria.
La voce solista diventa così il narratore ideale di una song nella quale davvero le immagini evocate scorrono nella mente dell'ascoltatore una dopo l'altra come tanti tasselli di un mosaico naturale. Pezzo altamente raccomandato.




Just Others - Close Your Eyes To The Sun (Amalgam: 1974/ n/a Goodwill Records WS1)
Inglesi. Struggente pezzo psych-folk intriso di una linea melodica semplice, che giunge diritta al cuore. Questo duo ci accompagna teneramente in un ’sogno’ musicale. La prima voce invita a chiudere gli occhi sotto il sole, immaginando così la figura amata. Un suono dalla consistenza di un battito d'ali di farfalla: fragile e delicato, la stessa delle terre e sabbia da esso evocate.
Infine s’intreccia, lontana, la seconda voce, eco e memoria perenne di quell'esperienza. Song indimenticabile.

Walter Pasero

LIVE REPORT : "SONGS WITH OTHER STRANGERS" - Torino, Hiroshima Mon Amour 22 ottobre 2010


Songs with other strangers non e' un gruppo, ne’ tantomeno un 'supergruppo', ma invece l'occasione che (cant)autori e musicisti con percorsi e passaporti diversi colgono, da qualche anno a questa parte, per condividere pezzi della propria creativita' individuale, tra di loro e con chi li va ad ascoltare ai concerti, senza operazioni discografiche alle spalle e con un approccio libero nell'imbracciare gli strumenti. 

Marta Collica
L'idea iniziale di Marta Collica (autrice, componente dei Sepiatone e della band di John Parish) è del 2004 e nello stesso anno viene raccolta da Hugo Race (con lei pure nei Sepiatone, fondatore con Nick Cave dei Bad Seeds oltreche' frontman dei True Spirit), Cesare Basile (cantautore, già in Candida Lilith e Kim Squad, di lui collaboratrice storica), John Parish (autore, strumentista, partner musicale di PJ Harvey e suo produttore, ruolo in cui vanta collaborazioni con Eels, Sparklehorses e Giant Sand) e Manuel Agnelli, leader degli Afterhours. Con l'aggiunta di Giorgia Poli al basso (già tra i fondatori degli Scisma e poi nella band di Parish), di un batterista e di una violoncellista il progetto prende vita e nel 2005 si arricchisce della collaborazione di Stef Kamil Carlens, co-fondatore dei dEUS e ora componente di Zita Swoon.
Basile, Agnelli, D'Erasmo, Race, Carlens
Sono questi stessi musicisti a presentarsi sul palco dell'Hiroshima Mon Amour di Torino, senza pero' un batterista vero e proprio, con Rodrigo D'Erasmo degli Afterhours e il suo violino al posto del violoncello e con in piu' Steve Wynn, già leader dei Dream Syndacate
La line-up cosi’ composta durante il concerto varia però di assetto a ogni pezzo: infatti tutti passano dalla chitarra alla tastiera (e viceversa), si scambiano il ruolo di voce solista e si impegnano alle seconde voci o nei cori. Parish e Basile in piu’ a turno siedono anche dietro la batteria.

John Parish
L'inizio e' affidato alla voce di John Parish, con Baby’s coming, scritta da lui appositamente per il tour. Quindi tocca a Hugo Race con High in love, dei True Spitrit, seguito da Marta Collica che presenta la sua Anger. Con il brano “urlato” da Basile, Strofe della guaritrice e l'entrata sul palco di Steve Wynn alla chitarra, il concerto s'infuria: e prende poi fuoco con Manhattan fault line di Wynn medesimo, seguito da Stef Kamil Carlens in una versione blues-psichedelica di This is love di PJ Harvey.

Steve Wynn
Poi è la volta di Race con Shallow tears e quindi di John Parish con Rachel, dopodiché il microfono principale passa all'attesissimo Manuel Agnelli: che esegue Pelle, degli Afterhours, naturalmente accompagnato da Rodrigo D'Erasmo (alle prese, durante il resto del concerto, anche con chitarra, tastiera e cori). Ritorna quindi alla voce Basile per L'orvu, in dialetto siciliano e prosegue Carlsen in una cover della dylaniana Big city sorretta da eterei pizzicati di chitarra elettrica. Tocca poi a Marta Collica duettare con John Parish in Just water, di sua composizione, giusto prima della versione inglese di Ballata per la mia piccola iena, sempre degli Afterhours, cantata da Agnelli e sorretta da D'Erasmo con solidi e avvolgenti tappeti di violino.
Kamil Stefen Carlens
Resolution, song recente di Wynn, ipnotica e tirata nella tradizione Dream Syndacate, chiude poi ufficialmente la scaletta: ma dopo i saluti e il solito richiamo da parte del pubblico, non intenzionato ad andarsene subito, arrivano ancora il dark-blues Mida's touch di Race, l'altrettanto scura To speack of love di Basile, cantata con Race all'unisono e, per ultima, una versione corale ed energetica della Everybody knows di Leonard Cohen. Che nonostante le apparenze non conclude pero’ ancora  la serata: perché, dopo essere usciti nuovamente dal palco, i musicisti rientrano ed eseguono, passando dallo psichedelico allo psicotico, tra vuoti e pieni, una Black eyes dog di Nick Drake che si conclude con un crescendo noise strumentale.
Giorgia Poli
La sequenza di canzoni, ognuna frutto delle differenti individualità artistiche presenti sul palco, ha trovato un comune denominatore nelle sonorità costruiteci attorno dal lavoro dei musicisti, lavoro che ha  ridotto le differenze stilistiche tra un brano e l’altro dando al tutto un senso di assieme. Forse risultati ancora diversi (e ancora migliori), nell’opera di condivisione delle singole creatività, avrebbe dato il far cantare i brani non dai rispettivi autori, aggiungendo così anche nuovi punti vista non solamente strumentali.

Cesare Basile
Songs with other strangers non è sembrata pero’ una jam session a cui ognuno contribuiva sul momento: le singole parti sembravano strutturate e studiate per essere funzionali le une alle altre, con margini per l’improvvisazione limitati e individuati. Per ottenere questo si sarà reso un lavoro preparatorio adeguato, che andrebbe ulteriormente esteso se coinvolgesse altri aspetti delle esecuzioni: ll 2010 ha visto solo quattro date, in Italia, ma per il 2011 si è sentito parlare di tour europeo e chissà che questo non possa voler dire altri e più ampi sviluppi nel repertorio e nelle esecuzioni.
Rosalba Guastella e Claudio Decastelli


fotografie di Rosalba Guastella


John Parish e Manuel Agnelli
con Rosalba Guastella e Claudio Belletti (Rubbersouldischi, Torino)


"Songs with other strangers: un progetto fatto da - e - di gente vera, alla mano e semplice, di persone che non se la tirano affatto e credono in quello che fanno ... con l'amore per la musica e per la condivisione"
  (Rosalba Guastella)


Songs With Other Strangers live in Ravenna 20ott2010 - My Little Hyena
Songs With Other Strangers - Everybody Knows (Leonard Cohen) - Roma - 24 Ottobre 2010
Songs With Other Strangers - This is Love (PJ Harvey) - Roma - Teatro Palladium - 24 Ottobre 2010


venerdì 5 novembre 2010

"Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni": artisti e brani scelti e commentati da Marcello Rizza

Vashti Bunyan - Train Song (side B 45 giri “Train Song”, Columbia Emi, 1966)
Splendida canzone che può giustamente introdurre questa nuovo appuntamento con Acid Folk e dintorni. Amo la voce di Vashti Bunyan e la sua delicatezza artistica. Alcuni singoli e un solo album, non subito capiti, sono poi assurti a must del panorama folk. Da poco ha composto un nuovo album.
Meraviglioso e bucolico, di più … sognante invece, l’album di esordio, "Just Another Diamond Day" del 1970. La ritroveremo alla fine di questa selezione.


Meg Baird - Maiden in the Moor Lay (Dear Companion CD/LP: 2007/Drag City/Wichita/P-Vine)
Meg Baird è un’artista che introdusse elementi nuovi nel folk, stante che ha suonato già nel nuovo millennio. Ad ascoltare questo splendido brano, però, non possiamo che ricordare una meravigliosa interprete dei sixties, ovvero la magica Linda Perhacs ed il suo capolavoro acid folk "Parallelograms". Splendida voce di questa cantante che co-fonderà un altro gurppo folk molto interessante: gli Espers. Conoscete gli Espers?


Espers - Travel Mountains (Espers: 2004/Locust)

Gruppo U.S.A. formato dal trio Brooke Sietensons, Greg Weeks e Meg Baird che è molto influenzato dal sound sixties dei Fairport Convention e dei Pentangle, ma anche qui parliamo di un album recente. Le arie risultano dark e ricordano anche la trilogia folk-oriented dei Current 93. Già, i Current 93, ma questa è un'altra (bella) storia!




Trader Horne (Judy Dyble) - Velvet To Atone (Morning Way: 1970/Dawn)

La splendida voce di Judy Dyble ci trascina nella dimensione onirica dove volano i suoi pensieri e dove si esprime la sua poesia. Notare il finale col pianoforte che impreziosisce ancor più il brano. Tutte le song di quest'album terminano con arricchimenti preziosi musicali, veri elementi psichedelici, messi lì come un invito o un preludio al piacevole ascolto del brano successivo. Grazie, Judy!



Pearls Before Swine - Translucent Carriages (Balaklava: 1968/Esp-Disk)
Qui ci troviamo più su arie che, nemmeno poi vagamente, ricordano l'opera meravigliosa di Tim Buckley. Voce e chitarra non possono che ricondurre al compianto menestrello mentre in alcuni tratti sovviene qualcosa dell'opera di Neil Young. Tutto l'album dei Pearls Before Swine si caratterizza per l'intensità e la bellezza dei brani.





Bellissima questa favoletta che ci porta in un paesino nordico all'interno di un negozio che vende menta e chissà quali altre erbe e zuccheri filati! I Sunforest li abbiamo già incontrati in questa rubrica, e confrontando i due brani, che provengono dallo stesso album, si capisce cosa s'intende quando viene definito l'album come colmo di brani molto diversi uno dall'altro. Andare a riascoltare anche l'altro, please ... e confrontare!


Karen Dalton - Something on your mind / How Sweet it is (It's So Hard to Tell Who's Going to Love You the Best: 1969/Capitol)
Una grande musicista con una voce stupenda e condotta con maestria. Un repertorio, il suo, che ammicca romantico e pervaso da una malinconia contagiosa.
E' stupendo il CD con annesso DVD della Megaphone Music. Questa proposta include due suoi brani, ma il primo è quello che più sinceramente mi coinvolge.
Non può comunque che essere, tutto, un ascolto raffinato e buono.


Vashti Bunyan - Love Song (side A 45 giri “Train Song”: 1966/Columbia Emi)
Come promesso, chiudo la mia rassegna di proposte folk-oriented ancora con Vashti Bunyan che, nei primi suoi cimenti musicali, ci recita, accompagnata dalla chitarra, una dolce canzone d'amore. Ho fatto la scelta di fornire pochissime informazioni tecniche, affidandomi più alle sensazioni che questi brani mi danno. Ai maestri le considerazioni specialistiche. Agli altri ... buon ascolto.


Marcello Rizza

MADNESS: "One step beyond" (1979), "Absolutely" ('80), "7" ('81), "The Rise & Fall" ('82), "Keep Moving" ('84), "The Madness" ('88), "Wonderful" ('99) (Salvo 2010)

Ascoltare la musica dei Madness è come infilarsi in biblioteca e imbottirsi di letteratura inglese.
C’è qualcosa di così visceralmente patriottico nella musica del gruppo londinese da risultare epico. Come per i Kinks prima di loro e come per i Blur negli anni Novanta, la musica dei Madness è totalmente impregnata di gusto sassone. La metti su e il tuo merdoso appartamento si trasforma magicamente in una casa in stile georgiano con tanto di comignoli, mattoni rossi e finestre a nove lastre. Dalla cucina arriva un dolce odore di tè indiano e biscotti al burro mentre dalla strada salgono rumori di double decker bus che si spartiscono i turisti e lo strombazzare di vecchi black cabs che si fanno largo tra le auto.
Provateci da voi.
Mettetevi dentro queste incredibili sette ristampe e organizzatevi questa vacanza virtuale. E se le orecchie non dovessero bastarvi perché difettate di fantasia, aiutatevi con i video a corredo di ogni volume.
O scorrete i titoli e i testi delle canzoni dove vengono elencati posti (Victoria Gardens, Primrose Hill) e personaggi veri (Michael Caine) o presunti (Mrs. Hutchinson, Benny Bullfrog, Reverend Green) come dentro un Cluedo ambientato nella capitale inglese.
Un viaggio organizzato cui è difficile rinunciare, soprattutto se sei cresciuto negli anni Ottanta. Se eri adolescente in quegli anni non potevi sottrarti alla follia idiota dei Madness.
Cominciata con la demenza di un ballo a passo d'anatra e finita con alcune pagine classiche del pop britannico.
I primi due dischi sono quelli legati al periodo ska, e questo lo sapete.
Meglio il secondo del primo, aggiungo io. Più convincente e meno didascalico.
E poi, va be', One step beyond (il pezzo) io non l’ho mai sopportato.
Ma credo che ognuno abbia la sua canzone dei Madness da odiare.
La svolta ‘pop’ avviene con “7”, l’album del 1981.
Il gioco comincia a farsi più complesso e anche più amaro.
Sin dall’iniziale battito cardiaco che annuncia l’infarto di cui è vittima il protagonista di Cardiac Arrest alla beffarda Mrs. Hutchinson che veste coi caldi colori del calypso il freddo dramma del cancro è come stare seduti davanti alle farse cariche di umor nero dei Monty Python.
Ironia delle ironie, i Madness lo registrano nelle Bahamas eppure suona come il più inglese dei dischi che hanno registrato finora, con questi ritratti di vita ordinaria e amara come Grey Day o When dawn arrives dove la malinconia si insinua sottile a gonfiare quei baggy trousers che prima sembravano solo pieni di ritmo.
Quando tornano a Londra questa nostalgia scoppia nella consapevolezza dell’ età adulta. I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso “The Rise & Fall”, che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck. E’ un disco pieno di immagini domestiche, fino all’ apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.
“Father's wears his Sunday best,
Mother's tired, she needs a rest.
The kids are playing up downstairs.
Sister's sighing in her sleep (ahhhh).
Brother's got a date to keep.
He can't hang around.”



Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.
Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.
La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band.
Ovviamente, anche in questo caso, trovate tutto stipato qui dentro: album, singoli (compreso quella genialata per clacson ed orchestra latina di Driving my car, NdLYS), video, session radiofoniche, testi e un’ ottima prefazione stavolta firmata da Gavin Martin,
l’ideatore di Alternative Ulster (la fanze, non il pezzo) e ora collaboratore per il Daily Mirror.
“Keep Moving” torna all’idea di movimento che è cara all’ iconografia della band. Ed è un album ancora una volta ricco di intuizioni, genio e sregolatezza.
Come Victoria Gardens o Samantha che sembrano un provino dei Blur, dei Suede o dei Kaiser Chiefs. Con molti anni di anticipo. E con molto, molto più ritmo.
“The Madness” esce sotto l'egida della Virgin Records con la formazione ormai disintegrata e segna le vendite meno numerose nella carriera del gruppo, nonostante la sovraesposizione televisiva riservata ai video estratti dal precedente “Mad Not Mad”, inciso per la stessa label messa su dalla band. È un disco piatto e impersonale dove la band sembra davvero aver perso il mordente, oltre che qualche vecchio compagno.
In studio chiamano qualche turnista, dal vivo si fanno bastare una drum-machine, per i video telefonano al vecchio compare John Hasler. Era stato il loro primo batterista e poi era diventato il loro primo manager. E a lui avevano dedicato la bellissima Bed & Breakfast Man, dieci anni prima. Ma, come precisano anche loro al Friday Night Live, “for the last time ... we are not nutty!”.
Sono stanchi e cominciano a suonare di plastica. E dopo sei mesi di inutile promozione, gettano la spugna. Che non è nemmeno così piena di sudore come dovrebbe.
Il fenomeno Madness viene sfruttato all’ inverosimile: raccolte, antologie, ristampe. Insomma, le solite cose. Finchè la band decide di riunirsi per un doppio concerto londinese. L’evento assume proporzioni spaventose e One Step Beyond provoca un’autentica scossa di terremoto e parecchie telefonate ai centralini dei pompieri e della polizia di Londra.
I Madness rientrano nel mondo dorato dello star-system. E dalla porta principale.
Così alla fine del decennio decidono di entrare nuovamente in studio con la vecchia squadra. Non sarà l’ultima volta.
“Wonderful” torna a divertire pisciando anche fuori dal vasino con una canzone da battello ebbro come Drip Fed Fred dentro la quale scorazza anche, nel suo ultimo cameo, il vecchio amico Ian Dury ma pure con un pezzo straccione come Johnny The Horse, che sembra una versione da Mulino Bianco di Tom Waits o dei Popes ed è un disco di classe, malgrado i Madness siano ormai fuori tempo massimo per le aule. Ma pur sempre troppo giovani per gli ospizi.
To be continued ...
Franco “Lys” Dimauro

Baggy Trousers
Cardiac Arrest
Mrs.Hutchinson
Grey Day
When Dawn Arrives
Our House
House Of Fun
Driving My Car
Victoria Gardens
Samantha
Drip Fed Fred
Johnny The Horse



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