lunedì 1 ottobre 2007

Recensioni / Esteri : BABY WOODROSE : Chasing Rainbows, Bad Afro Records - Ottobre 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli

I Baby Woodrose di Chasing Rainbows hanno lo stesso sound sfavillante ed inconfondibile di Money for soul, Blows your mind, Dropout! e Love Comes Down, ma il recente side-project Dragontears del leader Lorenzo Woodrose li ha marchiati a fuoco!
La psichedelia liquida ed ossessiva che lì strabordava dai limiti angusti della song tradizionale, in Chasing Rainbows è splendidamente imbrigliata ed organizzata in 11 brani intrisi di misticismo e chiaroscuri crepuscolari, nei quali l’aggressività hard è sacrificata a favore di una vena acida più riflessiva, a volte onirica nella sua lentezza accentuata: insomma i 13th Floor Elevators (band seminale cui mi riesce più naturale accostare i B.W.) ed il Roky Erickson mistico-acidi di We sell soul piuttosto che quelli disperati di You’re gonna miss me! .
Che i Baby Woodrose siano cambiati è chiaro anche dalla ricerca palese di valori di vita più positivi ed introspettivi che traspare già dai titoli dei brani: la ricerca dell’amore di Someone to love, I’m gonna make you mine, la ricerca della luce interiore di No more darkness, la liberazione psichica e sensuale di Let yourself go, In your life, ma anche l’anelito alla bellezza cosmica di Chasing Rainbows, l’estasi lisergica di Twilight princess, Madness of your own making e delle oscure Dark twin, Renegade soul, i due brani più complessi e ‘drogati’ di Chasing Rainbows, dove i tre B.W. riescono a scavare con mesmerica intensità gli anfratti più angusti del nostro inconscio.
Ecco, il fascino incomparabile di Chasing Rainbows è la coesistenza perfetta tra i suddetti episodi ‘profondi’ e brani smaccatamente poppish come Someone to love, I’m gonna make you mine, Let Yourself go, Lilith, No more darkness, sottolineati da ricorrenti riffs all’80 % tastieristici di Lorenzo, a volte maestosi, altre mistici.
La prevalenza dell’organo negli arrangiamenti non impedisce sue fugaci ed energiche sortite chitarristiche come quella aggressiva tutta wah-wah di Let yourself go.
Affascinante la fusione chitarre elettriche/acustiche-keyboards messa in atto; geniali le numerosi intuizioni strumentali: la steel guitar delicata che permea interamente la fascinosa Lilith, sitar in grande evidenza, tambura e glockenspiel nell’orientaleggiante In your life, dalla fascinosa lunga coda strumentale.
La morbida ed omogenea successione di brani tutti mid-tempo pare rivelare l’intenzione di una concept-opera di planante psichedelia nella prima parte, più incisiva a partire dalla vitale Chasing Rainbows, sempre più introspettiva, dark ed acida giù giù attraverso Dark twin, Renegade soul sino alla conclusiva Madness of your own making, tre episodi impagabili, tre preghiere sospese tra inferno e paradiso.
Lorenzo le interpreta con intensità quasi religiosa, dilatando sorprendentemente il suo mood vocale soprattutto in Dark Twin .
Renegade soul é ricca di un flauto fatato e si dipana sulla tenebrosa seziona ritmica di Fuzz Daddy (drums) e Moody Guru (bass), tra antiche tentazioni pinkfloydiane ed abbacinanti rifrazioni 13th Floor Elevators.
Madness of your own making conclude con ispiratissima pacatezza atmosferica e conturbanti riflessioni esistenziali un’opera pressoché perfetta, che lascia presagire ulteriori mature sorprese artistiche per il futuro della band danese e della psichedelia scandinava.





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