L’ ultimo capolavoro della stagione d’ oro del rock australiano si intitola “Sour Mash” ed è nero come il bitume. Proprio mentre Nick Cave guarisce gradatamente dal licantropismo della giovinezza e i Gun Club abdicano dal ruolo di leader del revisionismo roots degli anni Ottanta, i Beasts of Bourbon escono fuori con un disco che affonda i piedi nelle latrine del blues più orrido ed osceno. Il canto di Tex Perkins è un gargarismo etilico che insudicia il corpo già sconcio di canzoni come
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sabato 31 dicembre 2011
DIAMONDS - THE BEASTS OF BOURBON: "Sour Mash" (1989, Red Eye)
L’ ultimo capolavoro della stagione d’ oro del rock australiano si intitola “Sour Mash” ed è nero come il bitume. Proprio mentre Nick Cave guarisce gradatamente dal licantropismo della giovinezza e i Gun Club abdicano dal ruolo di leader del revisionismo roots degli anni Ottanta, i Beasts of Bourbon escono fuori con un disco che affonda i piedi nelle latrine del blues più orrido ed osceno. Il canto di Tex Perkins è un gargarismo etilico che insudicia il corpo già sconcio di canzoni come martedì 13 dicembre 2011
DIAMONDS - KING CRIMSON: "Lizard" (1970, Island Records)
Dopo l'enorme successo di riscontri (che continua a tutt'oggi!) del nostro precedente articolo di Edoardo Voodoo Petricca sui KING CRIMSON , abbiamo pensato farvi cosa gradita continuando ad esplorare con effetto retroattivo il magico e tragico milieu di sua eccellenza Robert Fripp e delle varie line-up che hanno ruotato attorno al suo indiscusso regno-ruolo nel progressive prima di tutto degli anni '70. Una saga lunghissima, impegnativa e fascinosa quella di King Crimson, che giunge sino ai nostri giorni. giovedì 10 novembre 2011
DIAMONDS - CRAZY WORLD OF ARTHUR BROWN: “Crazy world of Arthur Brown” (Release Date: 1968, Polydor)
La produzione psichedelica degli anni sessanta é sempre stupefacente: “Crazy world of Arthur Brown” è un altro classico di creatività bizzarra, una delizia partorita dalla mente di un freak inglese che per un breve periodo riuscì a cavalcare l’onda del successo e i primi posti delle classifiche britanniche. Arthur Brown diventò famoso per gli eccentrici spettacoli pirotecnici, che proponeva giovedì 5 maggio 2011
DIAMONDS - SIOUXSIE AND THE BANSHEES "Juju" (1981, Polydor)
Tracklist:1 Spellbound
2 Into the light
3 Arabian Knights
4 Halloween
5 Monitor
6 Night shift
7 Sin in my heart
8 Head cut
9 Voodoo Dolly
Le continue invenzioni in termini di look e di comportamento fanno degli anni 80 un turbinio di elementi essenziali della mitologia punk; Siouxie and the Banshees ne sono l’esponenzialità acuta e oscura, un tetro e bel connubio tra E.A.Poe e oltraggioso potere, in cui la scena inglese alternativa si rotola avidamente. Dopo i necro-fasti del precedente "Kaleidoscope" (1980), e in seguito ad un forzato stop causa defezioni clamorose nella band originale, Susan Janet Dallion in arte Siouxie, John McGeoch alla chitarra, Steven Severin al basso e lo stravagantissimo Peter “Budgie” Clark – ex Big In Japan e Slits - alla batteria, danno fuoco alle micce, sotto consiglio amichevole di Robert Smith dei Cure, al quarto album della loro lugubre e fortunata carriera, "Juju", uno dei vertici assoluti dell’arte visionaria di Siouxie.
È il disco che – per la primissima volta – presenta alcuni squarci nelle atmosfere oppressive e plumbee degli esordi, mettendo definitivamente in luce una Siouxie padrona della sua voce calda ed evocativa (Spellbound); allineandosi alla nuova corrente del punk più sottomesso alle nebulose darkeggianti – che già sta portando nuovi illustrazioni sonore come giovanissimi Cure, Sister of mercy e Bauhaus – la band inglese si distende in sonorità malinconiche e tristi, depressioni stupende dettate dai Joy Division, dai quali SETB aspireranno linfa vitale per tutta la loro carriera.
Dunque linee di basso compresse, chitarre drogate d’acido e anfetamina, i menzionati Joy Division che barcollano visionari in Sin in my heart. Magnifico disco che tocca sperimentazioni innovative e prende ancora risorse dai terreni malsani del punk, un banco di prova che consolida il marchio Siouxie and the Banshees tra i favori di un pubblico vastissimo e amante del nero come colore primario delle destrutturate asocialità della vita. Percussioni ossessive che cingono strette Halloween, Monitor ed Head cut; l’ombra della poetessa noir Patti Smith volteggia nell’aria, dove anche un sensoriale groove orientale padroneggia nelle retrovie sonore dell’intera track list, ma principalmente nella traccia Arabian knights, anticipazione “mediorientale” di un fermento che guarderà oltre confine dalla metà degli anni 80 fino alla fine.Massimo Sannella
DIAMONDS - SMALL FACES: " Ogden’s nut gone flake" (1968, Immediate)
Tracklist:1 Ogden’s nut gone flake
2 Afterglow of your love
3 Long agos and worlds apart
4 Rene
5 Song of a Baker
6 Lazy sunday
7 Happiness stan
8 Rollin’ over
9 The hungry intruder
10 The journey
11 Mad John
12 Happy days toy town
“Anni ruggenti” quelli dal 68 in poi: oltre le grandi rivoluzioni musicali e delle grafiche, anche la forma geometrica delle confezioni dei dischi si stranirono a josa. Tra i primi ad adottare la new packaging philosophy gli Small Faces per "Ogden’s nut gone flake". La versione in vinile 33 giri era contenuta in una colorata riproduzione di una scatola tonda di tabacco, e il disco è puro distillato psichedelico diviso in due parti: nella prima la
concettualità, nella seconda la florealità imperante lungo quei versanti controculturali. Steve Marriott e Ronnie Lane, rispettivamente chitarra e voce, basso e voce, stanno fiutando nuovi percorsi sonori e vogliono lasciarsi alle spalle un groove troppo spigoloso e pieno di insidie elettriche, preferiscono mirare un suono che si avvicini il più possibile alla loro Inghilterra, ai loro istinti cockney –Lazy sunday ne è il vessillo maximo – ma è anche un disco che fa trasparire le molteplici incomprensioni tra i membri della band, lasciando nuovamente campo libero ad un incerto futuro. Dentro questo stupendo album girano tutte le più raffinate espressioni che in quei anni si avviluppavano come visioni quadruple di genialità, tutti gli ingredienti giusti di un panorama sonico complessivo interloquiscono e sgomitano per rimanere – come del resto hanno fatto – nell’immaginario collettivo; la psichedelia Ogden’s nut gone flake, The
journey, il tocco folkyes Mad John, The hungry intruder, il rock Song of a Baker, Afterglow of your love e Rollin’ over. Ma sarà anche l’ultima occasione per sentirli tutti insieme, infatti, per quelle incomprensioni che nel frattempo si sono indurite a dismisura tra i due leader, la band si scioglie dividendosi le rispettive strade, Marriott – il prepotente delle liriche – va negli Humble Pie, Lane e il resto della band inseriscono nelle file Rod Stewart e Ron Wood e andranno a chiamarsi Faces. Chi ha quella tonda confezione di tabacco con dentro Ogden’s nut gone flake ha un piccolo tesoro.Massimo Sannella
mercoledì 4 maggio 2011
DIAMONDS - CREAM: "Disraeli Gears" (1967, Polydor, Atco, Reaction Rec.)
1 Strange Brew (Clapton, Collins, Pappalardi)2 Sunshine of Your Love (Bruce, Brown, Clapton)
3 World of Pain
4 Dance the Night Away
5 Blue Condition (Baker)
6 Tales of Brave Ulysses
7 SWLABR (Bruce, Brown)
8 We weren't Going Wrong
9 Outside Blues Woman
10 Take It Back
11 Mother's Lament
L'after-beat inglese si contamina sempre più, perde quella leggerezza sonora e si imbatte in un cannone che sputa fiori in una Los Angeles calda, fraterna e piena di Harley pronte a ruggire dentro ad un sole carota che scalda le braccia e le chitarre. La lezione del vecchio blues fatto di verande e Mississippi, sigari e puttane, coltelli e finti indirizzi, cotone e stradine polverose, bettole e Ku Klux Klan è diventata anche cintura di sicurezza dei bianchi, di quei bianchi sbarbatelli che sotto la cura psicologica e paterna di un volenteroso John Mayall, il padre del blues bianco e britannico, hanno fatto breccia e arso cromosomi psichedelici di lampade al petrolio sotto la forza funesta di una pentatonica minore. Il blues è diventato anche bianco. Il bianco urla
e difende la parte debole, combattendo in un vecchio amplificatore e sputando profezie analoghe al gioco del duello filosofico e storico dentro ad un microfono emancipato e ricco di virtù. "Disraeli Gears" esce nel novembre del 1967 facendo gridare al miracolo. Psico-blues,heavy-riff, in una decina di canzoni e mangia cervelli elegantemente sporchi e senza tempo, involucri di sottili ragnatele nell'anticamera delle nostre speranze. I sir, Jack Bruce, Ginger Baker ed Eric Clapton fanno lotta libera con un altro power trio importantissimo dell'epoca, i Mountain del gigantesco, incazzato e gibsoniano Leslie West. I Cream in ogni caso, hanno quella contaminazione nera, hendrixiana e valvolare che fanno del suono inglese del periodo un vero e proprio must. Clapton è
profondamente ispirato e riffaiolo, la sua Gibson les paul sg del 62 verniciata a festa assieme alla sua Gibson 335 cherry ci regalano uno dei riff più copiati, amati, evocati e tribali della storia del rock. La psichedelia entra prepotente e invasata come un demone sull'acquasantiera nella musica del power trio inglese, che dal look, alla copertina, alla musica, dipingono affreschi floreali e lasciano ombre di zampe di elefante sulla tela del tempo. Strange Brew (firmata anche da Felix Pappalardi bassista e produttore dei Mountain) apre questo disco storico e innovativo. Crudele,
assassino, maniaco e lisergico il suono che i tre regalano al via. Sunshine of Your Love è storia, didattica, studio, eleganza, rock, acidume e spensieratezza. Uno dei riff più importanti e belli della storia del rock, per facilità di esecuzione, maleducazione e permalosità. Anche Hendrix, il signore di Seattle si è divertito a risuonarla in versione più veloce e ancora più tritata. World of pain, Blue condition, Outside Blues Woman, insomma un disco da odorare e far evaporare nei pensieri e negli ingranaggi di un cervello attivo e autostoppista. Disraeli Gears, un tributo e un impasto di tante cose che fanno bene alla speranza, alla salute e al fegato. Un album e un pezzo di storia animale, primitivo, innovativo e sempre forte e virale come un iniezione di colore.Patrizio Maria
domenica 17 aprile 2011
THE FLESHTONES – "Roman Gods / Up-Front E.P....Plus" (1982, I.R.S. -2011, Raven)
Cosa si può dire di un disco e di un gruppo così? Non lo so, ma ci provo lo stesso, facendo un po’ di storia. I Fleshtones nascono a New York nel 1976, muovendosi dentro la scena punk della città e dividendo la sala prove con i Cramps che, fuggiti dall’ Ohio, avevano trovato rifugio dentro il CBGB‘s col loro spettacolo depravato di sesso e rock’ n roll. Con i Cramps i Fleshtones condividono l’ amore per il rock degli anni Cinquanta e Sessanta, ma l’ approccio delle due band è totalmente antitetico.Dove i primi inscenano uno spettacolo dove la trasgressione viene raffigurata da una crepitante successione di vibrati da catacomba e trucchi splatter, gli altri mettono in vetrina uno spettacolo pieno di energia positiva, coretti surf, barriti di sax, organetti Farfisa, ciuffetti ciondolanti e camicie Paisley. Dove i Cramps portano sul
palco un circo di personaggi dalla carne macilenta e putrefatta, il gruppo newyorkese si mette in gioco facendo brillare carne sana e rosea, usando i colori che i pittori usano per rappresentarne la vitalità: i fleshtones, appunto. Il passaggio alla I.R.S., l’ etichetta appena messa in piedi da Miles Copeland avviene subito dopo la pubblicazione del primo singolo e inaugurato da un E.P. di cinque pezzi che ruota a 45 giri al minuto intitolato "Up-Front". Il suono è il festoso american sound che loro stessi hanno annunciato al mondo l’ anno prima, figlio dell’ energia contagiosa di band come Sir Douglas Quintet, Dave Clark Five, ? and The Mysterians, Coasters, Kingsmen, Standells.
Due scattanti college songs cariche di fiati come Cold, cold shoes e Feel the heat, un psicotico beat come The girl from Baltimore, una strampalata versione di Play with fire degli Stones e un saltellante strumentale (un pallino che costituirà una costante nella discografia e nei live set del gruppo, NdLYS) intitolato Theme from “The Vindicators” sono il bottino che la I.R.S. si garantisce per dare inizio alla favolosa storia dei Fleshtones. E’ il preludio al capolavoro, anche se ancora nessuno lo sa. Forse neppure Peter Zaremba e Keith Streng, malgrado le nuove canzoni che stanno mettendo su insieme o separatamente e che infilano nelle scalette dei concerti a fianco dei primi pezzi (molti dei quali destinati al disco di debutto per la Red Star che tuttavia verrà pubblicato postumo dalla ROIR col titolo di "Blast Off!") e ad una sterminata sequenza di covers, fanno sempre maggior presa sul pubblico.
Ed invece nel 1982 il capolavoro arriva e rappresenta, assieme al debutto dei Chesterfield Kings, al primo Dream Syndicate e ai mini di Unclaimed e Green on Red, il disco cardine del revival retro rock di quell’ anno. Nessuno di questi dischi suona uguale all’ altro ma tutti rappresentano in maniera diversa l’ inizio della restaurazione in atto in tutti gli angoli dell’ America e che farà da detonatore per le scene del Paisley Underground, del roots-rock, del cow-punk, della neo-psichedelia e del neo-garage. "Roman Gods" si apre con uno schiacciasassi intitolato The Dreg che cresce attorno a un efficace giro di chitarra, ma è quando entra il basso fuzzato di Jan Marek Pakulski che ti accorgi che i Fleshtones hanno teso la loro trappola e che tu non riuscirai a liberarti prima che il disco sia finito.
Da lì in avanti infatti i Fleshtones sciorinano una serie di brani beat al cardiopalmo, sapientemente miscelati con handclapping, call and response, fuzz guitars, tastiere vintage, fiati, armoniche a bocca, cembali, mettendo in piedi quello che da “american beat” si appresta a diventare il “super-rock” filtrando le polveri del frat rock, del beat, del northern soul, del surf, del punk, del R'n'B. Scorie, polveri, detriti e particelle che passano dal setaccio del gruppo e mettono su questo piccolo mucchio di cristalli che generano pepite come Hope come back, Let ‘s see the sun, R-I-G-H-T-S, Shadow-line, Stop fooling around!, The world has changed, I ‘ve gotta change my life, Chinese Kitchen e Roman Gods, i due strumentali di turno che circondano Ride your pony di Lee Dorsey, unica cover presente in scaletta. Un disco che, se esistesse la giustizia terrena, dovrebbe spalancare le porte del successo ma che invece serve solo ad accrescere lo status di cult-band e poco di più, soprattutto in Europa. E infatti è lì che Miles li spedisce, dopo il fiasco
commerciale dei primi due album, per realizzare i due volumi di "Speed Connection". In questa ristampa viene inclusa un’ ampia selezione dal secondo volume, con i due medley dedicati a Kingsmen e al “super-rock” di casa e qualche bella cover come Wind Out dei R.E.M. e When the night falls dei grandi Eyes suonate entrambe con la comparsata di un Peter Buck inaspettatamente legnoso alla seconda chitarra. Non è uno spettacolo memorabile quello documentato dal disco registrato a Parigi nel 1985 (soprattutto per la voce sottotono di Peter) e non impreziosisce la teca di "Roman Gods". Che del resto non ha bisogno di altre suppellettili. Tutto l’oro dei Fleshtones stava già lì dentro, li avremmo continuati ad amare fino ad oggi anche solo per quel disco lì.Franco Lys Dimauro
The FleshtonesN.B.: I commenti a questo articolo che non recheranno nome e cognome, per dar la possibilità all'autore della recensione (che si é firmato) di non rispondere ad un Anonimo, non saranno presi in considerazione e non saranno moderati (Gli Amministratori)
venerdì 11 marzo 2011
FRANK ZAPPA - "THE EARLY SOLO YEARS" Second Part : "CHUNGA'S REVENGE" (1970, Bizarre/Rykodisc)
First Part: "HOT RATS"
After "HOT RATS"
Siamo giunti al 1970, Frank Zappa esordisce nel nuovo decennio pubblicando a Febbraio “Burnt Weeny Sandwich”, ad agosto “Weasels Ripped my Flesh” ed organizzando a maggio un concerto per gruppo rock e orchestra, la Los Angeles Philarmonic Orchestra, sotto la direzione del Maestro Zubin Mehta. Nonostante il successo ottenuto, Zappa è insoddisfatto della performance degli orchestrali, a suo parere insufficiente rispetto alle energie fisiche ed economiche da lui profuse (il reperimento di fondi per nuovi dischi, attrezzature e progetti musicali è un problema ricorrente nella sua carriera). Dopo questa parentesi, egli decide di allestire una nuova formazione delle Mothers of Invention, denominate definitivamente Mothers, che vede Ansley Dunbar alla batteria, George Duke alle tastiere, Ian Underwood come polistrumentista, Jeff Simmons al basso e alla chitarra ritmica e introduce tre membri dei Turtles, Mark Volman e Howard Kaylan
alla voce e Jim Pons al basso, quest'ultimo in alternanza con Jeff Simmons.
Gli ex-Turtles, non potendo usare il loro nome per una causa legale in corso, vengono ribattezzati da Frank Flo and Eddie.
Con questa nuova incarnazione delle Mothers Zappa si appresta a realizzare “200 Motels”, un film e relativo doppio album musicale (che uscirà in seguito ad ottobre del 1971) riguardante la vita e relative bizzarrìe ed eccessi di una rock band in tournée, nel cui cast, oltre alla Royal Philarmonic Orchestra, le Mothers e Keith Moon figura Ringo Starr, nel ruolo di Frank.
Il titolo prende spunto dal fatto che tutta la musica presente nel film viene composta in camere d'albergo, così come nelle camere d'albergo il resto della band vive la vita selvaggia fatta di sesso e rock'n'roll!
Difatti è un particolare curioso che Frank, alla stregua di un pensoso signore rinascimentale, dopo i concerti faccia vita separata dal resto dei musicisti, alloggiando persino in sistemazioni diverse e pensando a comporre ed organizzare tutti i dettagli tecnici delle esibizioni, salvo poi all'indomani farsi raccontare aneddoti bizzarri e licenziosi per trarne ispirazione e comporre canzoni!
Ma a tutti gli effetti la prima uscita discografica con questa nuova formazione delle Mothers è “Chunga's Revenge"(ottobre 1970).
"Chunga's Revenge"
Il disco, realizzato tra il luglio 1969 e l'agosto 1970, è in realtà una sorta di collage di elementi musicali provenienti dalle sessions di “Hot Rats”(1969) o quelle immediatamente successive,unite a canzoni ironiche e bizzarre con linee vocali debitrici alla doo-wop music tanto
amata da Frank Zappa a tematica prettamente sessuale, difatti i testi narrano di incontri con groupies e non è un caso che nelle note di copertina Zappa stesso dichiari l'album una sorta di “preview” di “200 Motels”!
Apre l'album la grintosa Transylvania Boogie, tratta dalle session di fine 1969, è caratterizzata da un jam
chitarristica di stampo rock, enfatizzata dal sapiente uso del pedale wha wha da parte di Frank, che fa assumere alla chitarra qualità vocali a volte umane a volte feline! Segue il brano Road Ladies, un torrido e sudaticcio blues con armonie vocali debitrici al gospel, inserite in un contesto tutt'altro che sacro, narrando dei servigi di gentili signorine che si incontrano in tour!
Twenty Small Cigars, risalente alle session di “Hot Rats", è ammantato di atmosfere sognanti e jazzate conferite dal contrabbasso, dalla batteria suonata con le spazzole e suoni di spinetta abbinati a liquidi passaggi di chitarra.
The Nancy and Mary Music, suddivisa in tre parti e fortemente debitrice della musica classica contemporanea e d'avanguardia, costituita da una performance improvvisativa live “guidata” tra rumorismi feroci, atmosfere sospese, virate rock, vocalismi onomatopeici e ritmiche tra il funk ed il tribale si lascia ascoltare con lo stesso spirito con il quale si sale su di un ottovolante!
A seguire Tell Me You Love Me (il link è relativo alla versione eseguita dal figlio Dweezil nel progetto Zappa plays Zappa), dal possente incedere
quasi hard-rock, con riffs e fraseggi aggressivi di chitarra, testi sexy ed incorniciato da un passaggio di fiati strepitoso!
Il brano successivo è Would you go all the Way?, una breve canzone caratterizzata da linee vocali di stampo anni '60, con passaggi funk,una linea di trombone caricaturale e corredata da immancabili testi allusivi (neanche tanto velati!). A seguire Chunga's Revenge, fantomatico aspirapolvere industriale mutante partorito dalla fervida mente di Frank Zappa (!) (N.B.: il video è relativo al brano più quello successivo, The Clap!), jam chitarristica affine a Transylvania Boogie, anch'essa appartenente al periodo delle session del 1969 post-”Hot Rats”, che si snoda tra sonorità di piano elettrico e gemiti quasi umani generati dai fiati di Ian Underwood filtrati con il Wha Wha, irresistibile! E' la volta di The Clap, breve intermezzo di percussioni e batteria dall'impronta tribale, anch'esso relativo alle stesse sessions della title-track.
La penultima traccia del disco è una canzone assolutamente grottesca, dall'incedere di fanfara, Rudy wants to Buy yez a Drink, con cori, versacci e fiati dal tono fortemente parodistico e dall'effetto esilarante! Chiude il disco Sharleena, canzone che sembra uscita dalla colonna sonora di un film porno-soft dell'epoca, volutamente caricata nei coretti e nei sospiri di sottofondo, dall'impianto musicale funky-soul punteggiato dal piano elettrico e dalla chitarra, resa liquida dall'uso dell'effetto vibrato, sicuramente un omaggio alle musiche dei b-movies!
Questo album, per via della sua natura e della sua realizzazione ha suscitato pareri contrastanti, riviste musicali blasonate a suo tempo lo hanno giudicato negativamente: personalmente lo ritengo un album molto valido, piacevole da
ascoltare, eclettico ma non fuorviante, e con il senno di poi è da considerarsi una specie di “blob”, o se volete bignami, di Frank Zappa, rivelando molte sfaccettature dei suoi interessi compositivi. A mio parere si potrebbe citare questo album o consigliarlo a chi vuole approcciarsi ai dischi di Zappa, certi di non mancare di rispetto o di non rendere sufficiente giustizia al grande Frank!
Musicisti coinvolti nella realizzazione dell'album:
Frank Zappa - chitarra, harpsichord, percussioni, batteria e voce;
Max Bennett - basso;
Ansley Dunbar - batteria e tambourine;
John Guerin - batteria su Twenty Small Cigars;
Don Sugarcane Harris - violino elettrico ed organo;
Howard Kaylan e Mark Volman - voci soliste;
Jeff Simmons - basso;
Ian Underwood - organo, piano, chitarra ritmica, piano elettrico, sax alto, sax tenore.
Un grandissimo ringraziamento a Sandro Oliva per la gentilezza e le preziosissime informazioni e precisazioni storiche!
After "HOT RATS"
Siamo giunti al 1970, Frank Zappa esordisce nel nuovo decennio pubblicando a Febbraio “Burnt Weeny Sandwich”, ad agosto “Weasels Ripped my Flesh” ed organizzando a maggio un concerto per gruppo rock e orchestra, la Los Angeles Philarmonic Orchestra, sotto la direzione del Maestro Zubin Mehta. Nonostante il successo ottenuto, Zappa è insoddisfatto della performance degli orchestrali, a suo parere insufficiente rispetto alle energie fisiche ed economiche da lui profuse (il reperimento di fondi per nuovi dischi, attrezzature e progetti musicali è un problema ricorrente nella sua carriera). Dopo questa parentesi, egli decide di allestire una nuova formazione delle Mothers of Invention, denominate definitivamente Mothers, che vede Ansley Dunbar alla batteria, George Duke alle tastiere, Ian Underwood come polistrumentista, Jeff Simmons al basso e alla chitarra ritmica e introduce tre membri dei Turtles, Mark Volman e Howard Kaylan
alla voce e Jim Pons al basso, quest'ultimo in alternanza con Jeff Simmons.
Gli ex-Turtles, non potendo usare il loro nome per una causa legale in corso, vengono ribattezzati da Frank Flo and Eddie.Con questa nuova incarnazione delle Mothers Zappa si appresta a realizzare “200 Motels”, un film e relativo doppio album musicale (che uscirà in seguito ad ottobre del 1971) riguardante la vita e relative bizzarrìe ed eccessi di una rock band in tournée, nel cui cast, oltre alla Royal Philarmonic Orchestra, le Mothers e Keith Moon figura Ringo Starr, nel ruolo di Frank.
Il titolo prende spunto dal fatto che tutta la musica presente nel film viene composta in camere d'albergo, così come nelle camere d'albergo il resto della band vive la vita selvaggia fatta di sesso e rock'n'roll!Difatti è un particolare curioso che Frank, alla stregua di un pensoso signore rinascimentale, dopo i concerti faccia vita separata dal resto dei musicisti, alloggiando persino in sistemazioni diverse e pensando a comporre ed organizzare tutti i dettagli tecnici delle esibizioni, salvo poi all'indomani farsi raccontare aneddoti bizzarri e licenziosi per trarne ispirazione e comporre canzoni!
Ma a tutti gli effetti la prima uscita discografica con questa nuova formazione delle Mothers è “Chunga's Revenge"(ottobre 1970).
"Chunga's Revenge"
Il disco, realizzato tra il luglio 1969 e l'agosto 1970, è in realtà una sorta di collage di elementi musicali provenienti dalle sessions di “Hot Rats”(1969) o quelle immediatamente successive,unite a canzoni ironiche e bizzarre con linee vocali debitrici alla doo-wop music tanto
amata da Frank Zappa a tematica prettamente sessuale, difatti i testi narrano di incontri con groupies e non è un caso che nelle note di copertina Zappa stesso dichiari l'album una sorta di “preview” di “200 Motels”!Apre l'album la grintosa Transylvania Boogie, tratta dalle session di fine 1969, è caratterizzata da un jam
chitarristica di stampo rock, enfatizzata dal sapiente uso del pedale wha wha da parte di Frank, che fa assumere alla chitarra qualità vocali a volte umane a volte feline! Segue il brano Road Ladies, un torrido e sudaticcio blues con armonie vocali debitrici al gospel, inserite in un contesto tutt'altro che sacro, narrando dei servigi di gentili signorine che si incontrano in tour!Twenty Small Cigars, risalente alle session di “Hot Rats", è ammantato di atmosfere sognanti e jazzate conferite dal contrabbasso, dalla batteria suonata con le spazzole e suoni di spinetta abbinati a liquidi passaggi di chitarra.
The Nancy and Mary Music, suddivisa in tre parti e fortemente debitrice della musica classica contemporanea e d'avanguardia, costituita da una performance improvvisativa live “guidata” tra rumorismi feroci, atmosfere sospese, virate rock, vocalismi onomatopeici e ritmiche tra il funk ed il tribale si lascia ascoltare con lo stesso spirito con il quale si sale su di un ottovolante!A seguire Tell Me You Love Me (il link è relativo alla versione eseguita dal figlio Dweezil nel progetto Zappa plays Zappa), dal possente incedere
quasi hard-rock, con riffs e fraseggi aggressivi di chitarra, testi sexy ed incorniciato da un passaggio di fiati strepitoso!Il brano successivo è Would you go all the Way?, una breve canzone caratterizzata da linee vocali di stampo anni '60, con passaggi funk,una linea di trombone caricaturale e corredata da immancabili testi allusivi (neanche tanto velati!). A seguire Chunga's Revenge, fantomatico aspirapolvere industriale mutante partorito dalla fervida mente di Frank Zappa (!) (N.B.: il video è relativo al brano più quello successivo, The Clap!), jam chitarristica affine a Transylvania Boogie, anch'essa appartenente al periodo delle session del 1969 post-”Hot Rats”, che si snoda tra sonorità di piano elettrico e gemiti quasi umani generati dai fiati di Ian Underwood filtrati con il Wha Wha, irresistibile! E' la volta di The Clap, breve intermezzo di percussioni e batteria dall'impronta tribale, anch'esso relativo alle stesse sessions della title-track.

La penultima traccia del disco è una canzone assolutamente grottesca, dall'incedere di fanfara, Rudy wants to Buy yez a Drink, con cori, versacci e fiati dal tono fortemente parodistico e dall'effetto esilarante! Chiude il disco Sharleena, canzone che sembra uscita dalla colonna sonora di un film porno-soft dell'epoca, volutamente caricata nei coretti e nei sospiri di sottofondo, dall'impianto musicale funky-soul punteggiato dal piano elettrico e dalla chitarra, resa liquida dall'uso dell'effetto vibrato, sicuramente un omaggio alle musiche dei b-movies!
Questo album, per via della sua natura e della sua realizzazione ha suscitato pareri contrastanti, riviste musicali blasonate a suo tempo lo hanno giudicato negativamente: personalmente lo ritengo un album molto valido, piacevole da
ascoltare, eclettico ma non fuorviante, e con il senno di poi è da considerarsi una specie di “blob”, o se volete bignami, di Frank Zappa, rivelando molte sfaccettature dei suoi interessi compositivi. A mio parere si potrebbe citare questo album o consigliarlo a chi vuole approcciarsi ai dischi di Zappa, certi di non mancare di rispetto o di non rendere sufficiente giustizia al grande Frank!Vincenzo Erriquenz
Musicisti coinvolti nella realizzazione dell'album:
Frank Zappa - chitarra, harpsichord, percussioni, batteria e voce;Max Bennett - basso;
Ansley Dunbar - batteria e tambourine;
John Guerin - batteria su Twenty Small Cigars;
Don Sugarcane Harris - violino elettrico ed organo;
Howard Kaylan e Mark Volman - voci soliste;
Jeff Simmons - basso;
Ian Underwood - organo, piano, chitarra ritmica, piano elettrico, sax alto, sax tenore.
Un grandissimo ringraziamento a Sandro Oliva per la gentilezza e le preziosissime informazioni e precisazioni storiche!
venerdì 7 gennaio 2011
SPIRIT: story and selection, by Wally Boffoli
SPIRIT: Randy California (guitar, vocals, bs) - Ed Cassidy (drums) - Jay Ferguson (keyboards, vocals) - John Locke (keyboards) - Mark Andes (bass, vocals)Nel ricco,variegato e rivoluzionario panorama rock californiano della seconda metà dei '60 gli Spirit (si formano a Los Angeles nel 1967) si distinsero per un'ispirazione talmente originale ed eclettica che non é mai stato facile 'costringerli' sotto un'etichetta. Se attribuiamo al termine 'sixties psychedelia' un'accezione estremamente elastica, che comprenda oltre l'uso acido di chitarre e tastiere quello di archi, fiati ed influenze jazz, allora potremo dire che gli Spirit furono una band psichedelica: estremamente raffinata però, come nessun'altra nel panorama 'alternativo' di quegli anni, tanto da guadagnarsi nel vademecum musicale online AllMusic etichette come 'Prog-Rock' ed 'Art Rock'. Nei loro brani sono presenti anche componenti folk, soul-rock (I Got A Line On You) di musica classica e contemporanea, riferimenti alla tradizione ebraica(Jewish).
Giusto per capire: il batterista Ed Cassidy ed il tastierista John Locke, ad esempio, prima degli Spirit avevano suonato insieme nel New Jazz Trio. Cassidy suonò anche nei Rising Sons.
Randy California, grandissimo chitarrista, ebbe la ventura invece d'incontrare Jimi Hendrix a New York quando era ancora semisconosciuto e si faceva chiamare Jimmy James; con lui California suonò per una breve stagione, in Jimmy James & the Blue Flames, poco prima che Hendrix fosse scoperto dal manager ex-bassista degli Animals Chas Chandler e 'teletrasportato' a Londra, dove successe ciò che tutti sappiamo!Anche il bassista Mark Andes ed il tastierista Jay Ferguson venivano da precedenti esperienze, tra cui i Red Roosters con gli stessi Cassidy e California; Andes e soprattutto Ferguson furono in possesso di una
notevole vena compositiva coadiuvando California e Locke, e siglando alcuni tra i migliori episodi degli Spirit (Animal Zoo, When I Touch You, Cold Wind, Dream Within A Dream, Silky Sam, Fresh Garbage). Gli album seminali degli Spirit furono quattro: "Spirit" (1968, Sony), "The Family That Plays Together" (1968, Epic/Legacy), "Clear" (1969, Epic/Legacy), "Twelve Dreams of Dr. Sardonicus" (1970, Epic/Legacy), con una profusione di geniali intuizioni compositive (scrivevano tutti e cinque) e strumentali talmente sbalorditiva da lasciare senza fiato; una concezione trasversale ed 'universale' del rock, marchiata così a fuoco dalla tendenza per le contaminazioni da risultare assolutamente 'contemporanea'.
Gli Spirit continuarono ad incidere conservando un'alta qualità musicale per tutti gli anni '70 (ottimo rimane "Feedback", 1972 / London Sinfonietta Label), anche dopo l'abbandono di Randy California, che inciderà notevoli album solisti, e di Mark Andes e Jay Ferguson, che formeranno i validi Jo Jo Gunne; della formazione originale in Feedback rimangono i soli Ed Cassidy e John Locke. Usciranno albums degli Spirit sino a secondo millennio iniziato, quasi sempre 'compilation' e live risalenti agli anni '70.
Nella seguente Selection ho scelto alcuni tra i brani più rappresentativi ma anche più eclettici della produzione degli Spirit, sperando di introdurvi adeguatamente alla (ri) scoperta dell'immensa eredità artistica lasciataci da una delle più sottovalutate (e poco presenti in sede critico/informativa) bands di ogni epoca.
Wally Boffoli
From "Spirit" (1968)Fresh-Garbage (Ferguson)
Mechanical World (Andes, Ferguson)
Elijah (alternate take, 1967) (Locke)
Taurus (California)
From "The Family That Plays Together" (1968)I Got A Line On You (California)
It Shall Be (California, Locke)
Silky Sam (Ferguson)
Dream within A Dream (Ferguson)
From "Clear"(1969)Dark-Eyed Woman (California, Ferguson)
Apple Orchard (Andes, California, Cassidy)
Cold Wind (Ferguson) Give A Life, Take A Life (Adler, California) 1984 (California)
From "Twelve Dreams of Dr. Sardonicus" (1970)Nature's Way (California)
Mr. Skin (Ferguson, Spirit)
When I Touch You (Ferguson)
Why can't i be free (California) / Love has found a way (California-Locke)
Prelude - Nothin' to Hide (California)
giovedì 6 gennaio 2011
'80s CALIFORNIAN PUNK - "Hell come to your house", vol. 1 var .art. 1981, rec. date: Jul 1981 - Sep 1981 (1981, Time Bomb Recordings/Bemisbrain)
Alla luce del successo che ha avuto la prima Californian Punk Selection pubblicata, by Marco Colasanti, mi ha fatalmente rapito la psicosi di rispolverare (é proprio il caso di dirlo!) e proporvi dalla fanzine cartacea che curavo nei primissimi anni '80 alcuni dei miei articoli scritti in quella stagione incredibile e irripetibile di grande punk americano: creatività e furore esecutivo elargito a piene mani. Il primo articolo riguarda una delle migliori compilation uscite nel 1981, "Hell Comes to Your House". Vi confesso che m'intrigano tantissimo questi 'trapianti' dalla carta in Internet, soprattutto perché si tratta di materiale mai apparso prima d'ora; custodisco da trent'anni gelosamente tutti gli originali cartacei: si sono 'violentemente' ribellati alla polvere che li intasava ed ora gridano vendetta!
Naturalmente confido nei vostri feedbacks, come sempre! Solo da essi dipendono ulteriori pubblicazioni di preziosissimi 'reperti' punk/new-wave che probabilmente voi 'pischelli' in ascolto ignorate! (wally)
Articolo tratto dalla punk - fanzine cartacea Blacks/Radio (supplemento Stampa Alternativa,1981)
"Se la Posh Boy, SST e New Alliance Rec. sono attivissime, le altre piccole etichette punk californiane non stanno certo a guardare! "Hell Comes to Your House" per la Bemisbrain e "Keats Rides a Harley" per l' Happy Squid sono due tra le raccolte più riuscite ascoltate di recente. "Hell Comes to your House" esprime in modo esauriente lo stato d'animo delle frangie giovanili più esasperate di Los Angeles e dintorni. Cover rosso-nightmare, foto raccapriccianti di zombies da 'Notte dei morti viventi': sentirsi degli zombies significa la estrema rinuncia nichilistica a qualsiasi cambiamento della realtà?
I TSOL si rivelarono profeti con il loro "Dance With Me" e le band di quest'antologia affondano ancor più i bisturi nella piaga producendo brani che trasudano un pesante ed orrido suspence; potrebbero essere la colonna di 'horror movies'! Super Heroines ad esempio, forse i più abili nel forgiare piccoli capolavori 'horror comics'; la loro capacità di creare atmosfere articolate ed estremamente dinamiche si riscontra in Death On The Elevator ed Embalmed Love. Capacità comune ai Christian Death, che con Dogs, lenta ed immersa in un cupo senso di panico, siglano uno degli episodi più inquietanti dell'album.
Esasperati ed esasperanti Secret Hate e Conservatives con i loro piccoli medley all'insegna del parossismo e dello sconvolgimento nervoso. Cover di brani seminali da parte di Modern Warfare (una Street Fighting Man irriconoscibile più l'epica Out of my Head ) e Red Cross (una sarcastica Puss 'n' Boots).
Eccitanti ed epici come sempre i Social Distortion, che con Lude Boy e Telling Them si confermano tra i più perversi punk-groups dell'ultima onda.Si vibra morbosamente con l'allettante masochistico invito di 100 Flowers Reject yourself ! Insoliti e sarcastici i brani di Legal Weapon (Daddy's gone mad) e Rhino 39, che paiono mutuare l'ispirazione cabarettistica delle Dolls di
"Too Much Too Soon".
Infine 45 Grave, che comprendono due ex-Germs, Pat Smear alla chitarra e Don Boles alla batteria. Ancora malessere, cattiveria e necrofilia: riff taglienti come lame di toledo e passaggi strumentali killer! Tre brani per 45 Grave (Evil, Concerned Citizen , 45 Grave) che introducono in modo ineffabile 'l'inferno nelle vostre case'.E se vi sembra di ascoltare dei rumori strani provenire dal corridoio, aumentate il volume del giradischi, 'stonarvi' con il punk malsano di questo album non può farvi altro che bene! '
Wally Boffoli
domenica 2 gennaio 2011
ITALIAN ROCK CONNECTION - OSANNA: "L'uomo" (Fonit, 1971)
Il primo album pubblicato dai napoletani Osanna, nel lontano 1971, rappresenta sicuramente una delle vette più importanti del panorama rock italiano, sia storicamente, in quanto apre una stagione particolarmente felice della musica nostrana (quella che è comunemente detta del "Progressive”, ma che ai tempi era più conosciuta come Pop Italiano), che culturalmente: infatti gli Osanna furono una delle formazioni più fermamente ancorate alla nostra tradizione (in particolare a quella della loro città) e svilupparono uno stile molto personale, pur se cresciuto musicalmente nell'humus dei suoni internazionali.Si formano a Napoli proprio nel 1971, dallo scioglimento di alcuni gruppi di beat psichedelico quali i Volti di Pietra e i Città Frontale (di questi ultimi fece parte anche Gianni Leone, poi nel Balletto di Brozno) e comprendono Lino Vairetti alla voce, Danilo Rustici alla chitarra, Lello Brandi al basso, Massimo Guarino batteria ed il fiatista Elio D'Anna(ex Showmen).
La pubblicazione de "L'uomo" coincide con la partecipazione a diversi festival importanti quali Caracalla Pop e il "Festival di avanguardia e nuove tendenze" (dove arrivano in finale ai primissimi posti).L'attività live della formazione è sempre stata molto vasta,fino ad accompagnare i Genesis nel loro primo tour italiano (si dice addirittura che lo stesso Peter Gabriel venne ispirato dalle maschere e dall'impianto scenico degli Osanna). L'album in se è di una lucentezza impressionante ancor oggi a distanza di decenni, con tratti di vera sperimentazione alternati a momenti di robusto hard-rock e di free-jazz; in particolare la title-track è un mosaico di colorazioni che partono dalla chitarra psichedelica di Rustici,fino agli assoli di sax e di flauto di D'Anna, coronati dalla splendida voce di Vairetti che alterna testi in italiano e in inglese, sottolineando i diversi toni di ogni passaggio sonoro.
Altri brani immortalati nel disco si chiamano Mirror train, Non sei vissuto mai, In un vecchio cieco, L'amore vincerà di nuovo: testi ispirati dalla quotidianità, spesso disincantati e aggressivi, ma anche protesi verso una volontà di lotta che era tipica di quei primi anni ‘70.Tuttavia non è un linguaggio ‘politico’ quello che fuoriesce dalle parole: malgrado la piccola citazione di Bandiera Rossa elettrificata nelle svariate parti strumentali, il gruppo opera sulla poesia e sull'osservazione lucida della realtà: "Pensa dove vai, se vuoi farlo tu, non voltarti indietro mai, non tradire più quello che tu vuoi, hai già dato tutto di te, hai perso tutto ormai, il vuoto è intorno a te,la vita che tu hai è niente, chiudi gli occhi tuoi e vivi insieme a te un attimo di tutto e via ..." ("Non sei vissuto mai").
L'attività degli Osanna si estese per altri 4 anni, con l'incisione di altri tre LP anch'essi molto validi (in particolare l'opera POP napoletana "Palepoli" uscita nel 1973), ma alcune discordie interne al gruppo li divisero, dando poi forma ad altre formazioni quali Uno, Cervello e una seconda edizione dei Città Frontale (che nel 1975 incisero l'album "El Tor"). Vi fu anche un breve tentativo di reunion nel 1977 da cui uscì un altro album chiamato "Suddance", inferiore ai precedenti.
Negli anni più recenti si sono ricostituiti ma in veste riveduta e corretta,dando ai vecchi brani degli arrangiamenti più tendenti al funky. Continuo a preferirli nella formazione originale e credo che i primi album non possano mancare nella collezione di qualunque appassionato di rock storico, in campo nazionale come internazionale. Salvatore D'Urso
L’uomo (1971)Non Sei Vissuto Mai
Introduzione … all’Uomo
In un vecchio cieco - L’Uomo
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