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domenica 13 novembre 2011

SPECIAL – Indie is not an attitude. Viaggio alla scoperta delle ‘vere’ etichette indipendenti italiane: MIACAMERETTA RECORDS


VISITA IL NUOVO SITO DI DISTORSIONI: 



Siamo in un periodo in cui tutto ci viene proposto come alternativo. Dilaga la moda delle schiere ribelli che sventolano la bandiera del non allineamento ma che in realtà finiscono per confluire in gap abilmente studiati e previsti dal mercato. Il paradosso più rimarcabile è che la volontà di essere ‘inclassificabile’ viene recepita dagli abili venditori di controcultura e a cadere nella rete sono in molti, moltissimi.

venerdì 15 aprile 2011

LABELS: BOSS HOSS RECORDS - THE MONOLITHICS – THE KAAMS: “Choose Your Coffin’” LTD ED (2010, Boss Hoss Records/Area Pirata)

"Choose Your Coffin!": ovvero ancora un ottimo sette pollici in rigoroso vinile (edizione limitata: 300 copie numerate) per la label garagista pesarese Boss Hoss Records, dopo il pregevole “Wildest Things In The World” del 2009, che vedeva all’opera quattro bands disseminate per il pianeta (Italia, Inghilterra, Argentina, Messico) e l’altrettanto validissimo cd “God Save The Fuzz” degli italiani Barbacans, due incisioni dedite appunto incondizionatamente al culto fuzz!


The Kaams
Mentre nuove uscite di questa cosmopolita etichetta nostrana sono già alle porte continuiamo a goderci "Choose Your Coffin!" questo pezzo di vinile uscito nella seconda metà 2010 contenente quattro brani divisi equamente tra due bands italiane: i brianzoli The Kaams ed i milanesi The Monolithics. Stiamo parlando naturalmente di garage e di quello più killer, soprattutto per quanto riguarda The Kaams, un trio esplosivo che non si perde in salamelecchi: sferra con So Bad (titolo significativo) un autentico pugno nello stomaco dell’ascoltatore sfregiandolo con sadica sporcizia. Carmi, il lead
vocal potrebbe essere assolutamente scambiato peril front-man di una qualsiasi noise-garage band americana targata Estrus o In The Red, e questo la dice lunga su quanto sia cresciuto qualitativamente questo genere in Italia negli ultimi anni pur restando fondamentalmente di nicchia.
Carmi oltre ad essere il cattivissimo chitarrista dei Kaams suona anche l’armonica: ci fa sentire cosa diavolo riesce a fare con i due strumenti nel secondo brano Why Don’t You Love Me Anymore?, una sfrontata zompettante track Chicago blues-garage che sembra una cover ‘inacidita’ uscita da “Gloria”, il primo album degli Shadows Of Knight.

The Monolithics
Il primo brano dei Monolithics Head Or Tail demanda invece all’organo criptico di Johnny Mago l’assumere un ruolo fondamentale nel climax morboso che si respira in questi solchi. E’ il coté più sotterraneo dell’etica garage ad essere scomodato qui, quello che affonda le radici negli oscuri Music Machine di Sean Bonivell di nero vestiti. Daelectro, chitarrista e lead vocal della band sa blandire in Head Or Trail con ambigua ed insidiosa dolcezza, sino a servirci un inciso fascinoso ed avvolgente che si insinua nelle sinapsi. Più aggressivi The Monolithics appaiono invece nel secondo brano Take The Time You Need, una più ortodossa garage song che ci serve l’altro volto della band milanese. Siamo a questo punto morbosamente curiosi di ascoltare un saggio più articolato delle capacità di queste due bands italiane; un plauso ancora una volta va alla Boss Hoss Records augurandoci continui questa lodevole esplorazione degli anfratti più nascosti della scena garage nostrana.
Wally Boffoli



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lunedì 11 aprile 2011

La POSTCARD RECORDS e il sound della giovane Scozia: ORANGE JUICE e JOSEF K (1980-84)

Il periodo è quello del post-punk inglese, la collocazione geografica decisamente più a Nord: Glasgow. Gli Orange Juice del cantante e chitarrista Edwyn Collins guardavano però in direzione New York: Velvet Underground, Television, Talking Heads. Il punk li ha appena sfiorati, quel tanto che basta per accelerare i tempi medi (la chitarra ritmica spesso a velocità doppia rispetto alla batteria), per renderli guizzanti (gli inglesi Subway Sects sono qui molto apprezzati, così come un certo suono e stile affine ai mods), ma di distorsione e rumore non ne vogliono (quasi) sentire parlare. La voce di Edwyn è a suo modo melodica, adolescenziale, un giovane Holden in musica, mutuata dal pop 60's e filtrata attraverso la wave americana.
Il sound è fresco e frizzante, pensando al nome della band verrebbe quasi da dire dissetante, decisamente agli antipodi rispetto alla tipica claustrofobia post-punk. Non disdegnano affatto la dance, il funk, i ritmi ballabili. Non soltanto il suono è limpido e scintillante, ma anche lo stile, il modo di vestire, l'approccio è molto ingenuo.
Anti-rock per eccellenza, misurati in tutto, la critica li battezza come i "nuovi puritani", ma senza malizia, qualcosa che ha più a che fare con la purezza che non con pesanti costrizioni. E parlano d'amore, con leggerezza ed ironia, anche qui in netto contrasto con i testi criptici e tormentati di gente come Joy Division, Fall e PIL. Una ventata d'aria fresca sopra una scena ed un genere che inizia a ripiegarsi su sé stesso. Il suono Postcard (l'etichetta comprende anche Aztec Camera, i Josef K, gli australiani Go Betweens, giusto per citare i gruppi più importanti) contribuisce al ritorno verso un pop romantico, vagamente decadente ma positivo nei sentimenti, magari un po' rassegnato ma non disperato, quello che vedrà gli Smiths primeggiare per buona parte del decennio.
I Josef K potrebbero essere gli Orange Juice più introspettivi, i classici topi da biblioteca molto amati da critica e dai fans intellettuali per i continui riferimenti letterari (a partire già dal nome). Il suono resta pulito e asciutto, ma molto più nervoso, il chitarrismo è quello nevrotico e urbano dei Talking Heads e non mancano alcuni episodi più sperimentali. Musicalmente più interessanti rispetto agli Orange Juice, mancano però di quella leggerezza pop che potrebbe renderli davvero irresistibili. Resteranno una band di grande culto ma pur sempre di nicchia. La caratteristica più evidente è rappresentata dalle evoluzioni della batteria nel tentativo di seguire la ritmica delle chitarre e non del basso. Più volte mi sono chiesto se l'effetto fosse volontario o meno, ecco la risposta fornitaci dagli stessi protagonisti: "All'inizio la band era composta da due soli elementi: chitarra e batteria". La forza dell'abitudine!
Andrea  Fornasari



Orange Juice: Rip It Up
Orange Juice: Falling and Laughing
Orange Juice: Consolation Prize
Josef K: Sorry for Laughing
Josef K: It's Kinda Funny
Josef K: Change Meeting

Scottish Sound: Orange Juice, Josef K

Postcard Orange Juice LP Discography:
 You Can't Hide Your Love Forever (UK No.21) - March 1982
Rip It Up (UK No. 39) - November 1982
Texas Fever (UK No.34) - March 1984
The Orange Juice - November 1984
Coals To Newcastle (7 cd, Domino 2010)


Postcard Josef K Discography:
 Sorry For Laughing (1980 inedito, 1990 incluso nella ristampa di "The Only Fun In Town")
The Only Fun In Town (1981)
Young and Stupid/Endless Soul (compilation dei singoli 1979-1981, pezzi tratti dalle "John Peel Sessions" e da "Sorry For Laughing", 1987)
Crazy To Exist (live del 1981, 2002)
Live Valentinos (live del 1981, 2003)
Entomology (antologia, 2006)

lunedì 6 dicembre 2010

LABELS - MOONJUNE RECORDS : Leonardo Pavkovic, Soft Machine Legacy, Dennis Rea, Thopati Ethnomission

Leonardo Pavkovic e la MoonJune Records

E’ dal 2001 che Leonardo Pavkovic insegue con la sua label/organizzazione MoonJune Records un sogno, valorizzare artisti e realizzare dischi in cui confluiscano meticciandosi alla stregua di intrigante meltin’ pot i generi musicali che ama da sempre: jazz, jazz-rock, fusion, progressive, musica sperimentale, etnica, Canterbury Sound sopra tutti. Pavkovic è produttore, tour manager, promoter ma prima di tutto un grandissimo appassionato dei generi suddetti: nativo della Bosnia ha vissuto in Italia per ben vent’anni, nella mia città per la precisione, Bari, ma intanto è divenuto un indefesso cittadino del mondo viaggiando continuamente, alla perenne ricerca di stimoli musicali sempre nuovi e di musicisti ‘creativi’.
Già: Musica Creativa, Jazz-Rock, Progressive, Progressive Jazz, Psichedelico-Sperimentale, sono concetti/etichette che conobbero nella fine anni ’60 e per tutti i ‘70 il loro massimo splendore grazie ad artisti europei meravigliosi quali i britannici Soft Machine sopratutti che sperimentarono, contemporaneamente all’incredibile Miles Davis di In A Silent Way e Bitches Brew sull’altra sponda dell’Atlantico, nuovi affascinanti connubi cerebrali di jazz e rock colmi di acidi slittamenti para-psichedelici; e poi Matching Mole (creatura del transfuga S.M. Robert Wyatt), tutta la scena progressive-jazz di Canterbury, Hatfield and the North, Keith Tippett, Cantipede, gli sperimentalismi di Henry Cow e di lucide ‘crazy heads’ come i lisergici Gong di David Allen.
Spostandoci su un coté prettamente jazz tardi ‘70 non possiamo per amor di verità cronologica non ricordare che agirono in quegli stessi anni con furore ‘sperimentale’ il chitarrista (!?) inglese Derek Bailey, la scena tedesca free jazz di musicisti incredibili quali Peter Brotzmann, Alex Von Shlippenbach, Han Bennink, sino al loft-jazz creativo avant-garde newyorkese di ‘fiori selvaggi’ come Sam Rivers, Leo Smith, Julius Hemphill, Oliver Lake, David Murray.
Se si pensa anche che in quegli stessi anni sbocciavano gli estremismi ‘africaneggianti’ e militanti di Art Ensemble of Chicago (mentre incidevano ancora jazzisti fieramente outsider come Albert Ayler), gli sperimentalismi astrusi di Eugene Chadbourne, si può avere una vaga idea di quale esaltante decennio furono gli anni ’70 (dello scorso millennio!) per l’avanguardia europea ed americana.
Leonardo Pavkovic, figlio legittimo musicalmente e stilisticamente degli accadimenti e degli artisti suddetti, dando vita nel 2001 a MoonJune Records ha molto probabilmente voluto esprimere (a cominciare dalla ragione sociale mutuata dall’indimenticabile brano di Robert Wyatt immortalato dai S.M. in Third, 1970) la sua incommensurabile riconoscenza a questa scena ed ai suoi artisti gloriosi, di cui molti hanno continuato a ‘sperimentare’ nelle decadi successive, diventando pigmalione di alcuni di essi, raccogliendone il testimone ed assicurandogli continuità estetica e culturale attraverso una quarantina di lavori MoonJune Records realizzati dal 2001 ad oggi; solo un’altra etichetta può fregiarsi di tanto , la Cuneiform Records..

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Soft Machine Legacy: “Live Adventures” and others S.M. MoonJune records

Se si pensa che i Soft Machine si sono riformati nel 2002 proprio su ‘istigazione’ di Pavkovic , prima come Soft Works e poi con la sigla Soft Machine Legacy, si può capire da quale spirito quest’uomo sia stato sempre animato; i suoi rapporti con musicisti come Hatfield &The North, Allan Holdsworth sono fraterni.
Di Soft Machine Legacy sono usciti per MoonJune cinque lavori più due live dei Soft Machine: uno del 1975, “Floating World” con il grande chitarrista Allan Holdsworth, Roy Babbington al basso, Karl Jenkins tastiere-sax, John Marshall drums ed il decano Mike Ratledge organ/electric piano/synth; l’altro, “Drop”, del 1971 con Elton Dean.
Dei cinque S.M.Legacy tre sono registrati prima della morte di Elton Dean nel 2006: “Live at the New Morning” (2 CD e DVD, Inakustick Records, 2006), “Live in Zaandam” (2005) e “Soft Machine Legacy” con una fantastica formazione a 4, che comprendeva oltre il già citato membro storico John Marshall, sopraffino strumentista , lo spettacolare John Etheridge alla chitarra (‘esorcista’ viene definito nelle info M.June) più i due ‘seminali’ musicisti Hugh Hopper, bassista e compositore geniale (nei Soft già dal 1969, anno di uscita del secondo album) e l’ineguagliato sassofonista Elton Dean operativo poco più tardi dal doppio vinile “Third” del 1970, quello della virata clamorosa dal dada-psyche-pop dei primi due albums con R.Wyatt e Kevin Ayers al seminale psyche-prog-jazz che sarà poi esplorato nei visceri più profondi da Ratledge e c. (attraverso creature sonore sempre mutanti) sino al 1974 in “Fourth”, “Five”, “Six” e “Seven”.
Dopo la morte di Dean i S.M.Legacy realizzano l’ottimo “Steam" “nel 2007, con la ripresa di Chloe & The Pirates di M.Ratledge originariamente inciso nel Six del 1973.
Theo Travis è chiamato da Steam in poi ad assolvere l’ingrato compito di rimpiazzare Elton Dean: il ‘suono’ e la liricità del sassofonista di Nottingham difficilmente saranno eguagliati da qualcuno, ma Travis ad ogni modo dispone di tantissime frecce al suo arco; è sax tenore e soprano dal linguaggio fluido e creativo, flautista evocativo ed armeggia anche ai loops.
Dopo la triste dipartita anche di Hugh Hopper nel giugno 2009, Legacy proseguono nel glorioso sentiero jazz-rock fusion tracciato quarant’anni fa dagli antesignani S.M con il bravo Roy Babbington al posto di Hopper (era già stato dal ‘73 al ’76 bassista dei Soft, in album come Seven) e lo fanno con spirito mai stanco o fiaccamente emulativo, guardando in avanti non verso colonne d’Ercole estetiche già abbondantemente varcate, ma con l’intento (ampiamente raggiunto) di dispiegare nel nuovo millennio un jazzismo fusion sempre avventuroso e ricco di sorprese.
Ne è cartina al tornasole il recentissimo “Live Adventures” (registrato magnificamente) uscito nel 2010, realizzato durante il tour europeo dell’ottobre2009 tra Austria e Germania, al Posthof di Linz e al The Village di Habach, disco dedicato a Hugh Hopper ed Elton Dean.
Che il dna S.M. sia sempre ben presente nei Legacy è dimostrato dalle riprese/rivisitazioni di brani ormai storici come quella da brividi di As If (da Five) rinominato Has Riff II: quasi nove minuti di incredibile tensione ‘atmosferica’ che vede protagonisti il ‘misterico’ flauto shakuhachi di Theo Travis e la chitarra spettrale/avvincente di John Etheridge; superlativo biglietto da visita di un’ora di performances strumentali coinvolgenti, mai noiose che raggiungono vertici espressivi proprio nelle altre riprese: quella Gesolreut (sempre di Ratledge, come As If) che appariva nel Six del 1973, Facelift (firmata Hopper, da Third), The Nodder e Song Of Aelous di Karl Jenkins. In questi due ultimi episodi si afferma il lato più pastorale, intimista e fascinoso del suono di S.M.L., mentre altrove nei brani autografi (Grapehound, In The Back Room, The Last Day) a condurre le danze son sempre gli intricati solismi intrecciati di Travis ed Etheridge, solo a tratti un po’ stucchevoli.
In conclusione dell’argomento Soft Machine va detto che per la Moon June Records sono anche usciti in una decade di vita anche due cd a nome Elton Dean: "Bar Torque" con il chitarrista Mark Hewins e "The Unbelievable Truth" con Wrong Object; e due di Hugh Hopper: "Numero D’Vol" e "Dune" con Yumi Hara.

SOFT MACHINE LEGACY Facelift London 2007
Soft Machine Legacy, The Nodder,Live Roma 2009
Soft Machine Legacy.(John Etheridge SOLO)-Two Down.~Kite Runner.

SoftMachineLegacyMySpace
Hulloder
AllAboutJazz



Dennis Rea: “Views From Chicheng Precipice”

Due tra le uscite più intriganti e innovative della MoonJune di questo 2010 che sta per finire rimangono “Views From Chicheng Precipice” a nome Dennis Rea e “Save the Planet” di Thopati Ethnomission, due chitarristi estremamente dotati tecnicamente e creativamente: entrambi coinvolti in un’ardita, indubbiamente molto affascinante, operazione di fusione tra jazz , rock, avant-garde e tradizioni musicali etniche.
Più sperimentale Views From Chicheng Precipice, lavoro dell’artista newyorkese Dennis Rea (già protagonista in MoonJune di dischi/progetti art-rock e free-jazz come Moraine e Iron Kim Style), nel quale traduce insieme ad un eccezionale collettivo di artisti il suo grande amore per la musica dell’Est Asiatico, Cina, Giappone, Korea e Vietnam. Rea oltre a rendersi meritevole di aver ‘iniziato’ le platee cinesi al jazz moderno, al rock ed alla musica sperimentale ha anche scritto un libro, ‘Live at the forbidden City: Musical Encounters in China and Taiwan’ dopo averci vissuto dal 1989 al 1993.
Le dinamiche/coordinate musicali attraverso le quali ci si avventura in quella che è a tutti gli effetti una sorta di East-West fusion, matrimonio trasversale tra il patrimonio avanguardistico occidentale e l’incantevole tradizione etnica orientale sono davvero inusitate: anche negli episodi più minimali e sperimentali (Tangabata, 15:55; Aviariations on “A Hundred Birds Serenade the Phoenix”, 6:51) tonalità ed armonie degli antichi e delicati temi etnici cinesi, taiwanesi e vietnamiti sono ben salvaguardati e godibili; suggestivi strumenti tradizionali e rituali come koto (Elizabeth Falconer) , shakuhachi (John Falconer), dan bau-Naxi jaw harp (Dennis Rea), baliset (Kevin Millard) convivono in uno spazio aritmico profondo con i volatili schizzi timbrico/cromatici di bamboo flute- bass clarinet (James Dejoie), trombone (Stuart Dempster), con le chitarre elettriche e resonator di Dennis Rea, cello (Ruth Davidson), violino (Alicia Allen) sino alle incursioni free di batteria e percussioni. Il tutto ha il raro sapore di un’inedita ricetta: essa contiene ben amalgamati spinte in avanti di jazz free contemporaneo ed esili, fascinosi stupori esotici.
Da assaggiare e nutrirsene, decisamente: irrorerà di sangue fresco le vostre sinapsi e amplificherà enormemente le onde ricettive della vostra anima!

Three Views From Chicheng Precipice (after Bai Juyi)
Tangabata

DennisRea


Tohpati Ethnomission: “Save The Planet”

Thopati é un chitarrista indonesiano di fusion e jazz-rock non meno abile ed eclettico di Dennis Rea, e va davvero riconosciuto a Pavkovic e MoonJune l’avere avuto ottimo fiuto nell' averlo incluso nella sua scuderia. Thopati con "Save The Planet" gioca in casa, nel senso che (a differenza di Rea) lavora su un materiale etnico, quello indonesiano, che fa parte del suo bagaglio/dna musicale.
Thopati Ethnomission (il collettivo che lo accompagna) con questo pregevolissimo “Save The Planet”, carico anche di positivi messaggi ‘ambientalisti’, conferma che quella delle commistioni jazz-etnica è una delle tendenze privilegiate della MoonJune Records.
Brani come Selamatkan Bumi, Ethno Funk, Perang Taning mettono molto in rilievo (Demas Narawangsa: drums, indonesian percussion, rebana, kempluk; Endang Ramdan , kendang, gong, kenang ) l'accentuata dimensione percussiva tipica della tradizione indonesiana ‘tagliata’ dai dinamici arrangiamenti jazz-rock di Tohpati. Save The Planet è opera, come dicevo, meno sperimentale di Views From Chicheng Precipice ma molto intrigante, attraverso le sue dinamiche agili e poliritmiche, nel saper veicolare al pubblico europeo ‘mood’ etnici praticamente sconosciuti.
Nei fraseggi eleganti e complessi della chitarra di Thopati ritroverete qualcosa di John McLaughlin, Terje Rypdal e tantissime altre influenze di jazz europeo/americano, ben piegate armonicamente all’urgenza di diffusione del patrimonio musicale indonesiano.

Save The Planet
TOHPATI - ETHNOMISSION

MySpaceTohpati
ProgArchivesTohpati

Wally Boffoli

giovedì 21 ottobre 2010

GROOVIE RECORDS: "A Garage Vinyl Explosion from Portugal": Os Haxixins, Jess & James, Los Explosivos, Hangee V


Che il garage d’estrazione sixties abbia un respiro internazionale, anzi planetario, era già noto.
Ascoltando le produzioni dell’etichetta portoghese Groovie Records, con sede a Lisbona, se ne ha un’ennesima conferma: ad avvicendarsi sono band brasiliane, messicane, spagnole, portoghesi, che non adottano l’inglese, come sarebbe lecito pensare, per offrirci la loro versione ‘garage’ nuovo millennio ma esattamente la loro lingua madre.
La Groovie Records,in vita dal 2005 e specializzata in garage e psichedelica d’estrazione sixties, soul, beat si pone come etichetta principe di un revival che pare inossidabile, anzi sembra rafforzarsi con gli anni. La Groovie R. registra in analogico ed in perfetta coerenza poi stampa solo dischi in rigoroso vinile non mancando di apostrofare ‘Fuck CD’s !’.
Un catalogo ricco di 33 giri, 45 ed E.P.: band come Os Haxixins, Los Explosivos, Los Mustang 66, The Cavestompers, Black Needles, The Dadds, Autoramas, The Knights of the New Cruzade, Act-Ups, Paralleles, Paralelles, Hangee V, tutte agguerrite e pronte per conquistare il mondo a colpi di fuzz-guitar e tastiere rigorosamente vintage.

Video/brani Groovie Records
Los Explosivos: Ya No Puedes Escapar
Black Needles: Mind Shot
Autoramas: Voce Sabe
Os Haxixins: Onde Meditar


Os Haxixins: "Under The Stones/Debaixo Das Pedras" (Groovie Rec., 2010)
Non possiamo non iniziare questo primo panorama sull’etichetta portoghese parlando dei brasiliani Os Haxixins, che nelle note del loro vinile "Under The Stones /Debaixo Das Pedras" scrivono " … giusto per esser chiari siamo un gruppo di ragazzi pazzi che cercano di ritrovare la loro sanità mentale da lungo tempo dimenticata. Attraverso le nostre visioni raggiungiamo ciò che è in armonia con la nostra natura. Prima della redenzione. Tornando indietro a quei tempi oscuri quando l’uomo non pensava di lasciare un segno del suo passaggio. Quando i sensi contavano davvero. Un idea per il futuro ed una dal passato!"
Con queste parole Alex Romera & c. sembrano teorizzare e stigmatizzare la loro idea di psichedelia, quella plasmata dai solchi del loro recentissimo album di debutto "Under The Stones", che si staglia decisamente come la miglior produzione a tutt’oggi della Groovie R.: a marchiare a fuoco brani come Peregrino Estelar, Marujo, Noites Brancas è proprio il Diatron Organ di Romera, coi suoi timbri tenebrosi, dark, che paiono rimandare l’ascoltatore alla sua essenza psichica più profonda; nonché rievocare il mood psiche di tastieristi come Ray Manzarek (Doors), Dave Greenfield (Stranglers), Question Mark (Mysterians). A coadiuvarlo costantemente l’efficacissima e penetrante powerfull-fuzz guitar di Mr. Fiuza.
Os Haxixins cantano senza aggressività, con inquietante lamentoso incedere, in rigoroso idioma brasiliano e riescono decisamente a catturare i sensi attraverso i 14 clamorosi brani di "Under The Stones": Que Nem Diamante, Ainda Nao, Meu Bem, sino a due covers di oscuri combos anni ’60, Ain’t it a Shame (The Wave Riders) e la palpitante Hey Conductor (Sonny Flaharty & Mark V). Sono stati di passaggio anche in Italia, al Sinister Noise di Roma, durante il loro primo tour europeo, ancora in svolgimento mentre scrivo.

Video/brani Os Haxixins 
Peregrino Estelar
Meu Bem
Ain't it a Shame


Jess & James: "The 3rd LP and after" (Groovie Records, 2010)
La Groovie Records è molto interessante anche per la politica di ‘ristampe’ adottata da sempre: dischi e band pop-garage sconosciute prevalentemente sixties riportate alla luce, con molte piacevoli scoperte.
E’ il caso di Jesse & James (fratelli, all’anagrafe Tony e Wando Lameirinhas), duo belga-portoghese, rispettivamente bassista e chitarrista ed entrambi cantanti; autori (apprendiamo dalle liner-notes di Joao Carlos Callixto) tra il 1968 ed il 1969 di ben quattro album pochissimo conosciuti. I primi due (“Move” e “Revolution, Evolution, Change!”) all’insegna di un deciso soul-pop, il terzo “A New Exciting Experience” realizzato col compositore sperimentale Arsène Souffriau all’insegna di un avventuroso Free Pop Electronic Concept, un anno prima dell’esperimento "Ceremony" degli Spooky Tooth con Pierre Henry.
E’ il loro quarto omonimo album del 1969 invece ad essere stato ristampato dalla Groovie: ed è un disco davvero sorprendente, lontano da sonorità psichedeliche e garage, vicinissimo a quelle elaborazioni soul/jazz rock che in quegli anni sperimentavano band come Blood Sweat & Tears e Chicago, pur senza (nel caso di Jess & James) la presenza di fiati.
E’ impressionante come la voce grintosa di Wando Lam ricordi quella di David Clayton-Thomas dei B.S.& Tears; e brani come Straight Man, Mr.Davis, Lip Service, Skathing, avventurosi e ricchi di corposi arrangiamenti nonché corroborati dall’ottimo organo di Scott Bradford, rivelano le enormi doti vocali e strumentali dei fratelli Lameirinhas.
Siamo in presenza di un blue-eyed soul, latino solo di origine, perché le atmosfere, molto cangianti anche all’interno dello stesso brano (il lungo James Stuff sulla seconda side), transitano dal british-blues d’estrazione sixties a densi ‘ambient’ jazzati americanofili di memoria addirittura ‘Davis-iana’, soprattutto per i cromatismi liquidi delle keyboard di Bardford. Ci si trova così ad essere galvanizzati dalle dense e pensose atmosfere di A Passing Car, Perdition Again, vicine anche ai recuperi barocchi e progressivi di formazioni coeve come Vanilla Fudge: l’arrangiamento bizzarro ma efficacissimo riservato alla beatles’iana’ She’s a Woman, quasi irriconoscibile, ne è lampante cartina al tornasole.
Notevoli anche i due singoli finali incisi da Jess&James tra il 1970 e 1971, inclusi in questa ristampa: The Naked/High, ancora colorate di soul corroborante e A Man’s Symphony Part 1, col cello espressivo di Denis Wallace, a riprova dell’eccezionale eclettismo artistico di questo duo sconosciuto ai più prima di questa preziosa ristampa Groovie.


45 giri: Los Explosivos, Os Haxixins, Hangee V
Passando ai 45 giri targati Groovie: due sfrontati brani di ruspante ed aggressivo garage eseguiti dai messicani Los Explosivos, Hey Monstro!!! e Largate de Aqui!!! (Groovie R., 2009) ed un singolo di Os Haxixins (Groovie R., 2008), Depois de um Lsd ed Espelho Invisivel, due episodi precedenti l’album "Under The Stones", ma già messaggeri di quel suono organistico quasi mistico e del vocalismo dolente che distingue i brasiliani dalle altre garage-bands contemporanee.
Anche gli Hangee V hanno inciso recentemente per l’etichetta portoghese un 7’’ (Groovie, 2010) con due brani di surf-garage dal sapore squisitamente criptico, lo squadrato strumentale Minus One e la concitata Old Shadow, caratterizzata dai vocals sguaiati di Piergiorgio e dall’organo di Marcello.

video/brani
Os Haxixins: Depois de um Lsd
Hangee V : Martian Pyramid Stomp

La Groovie Records é attivissima: in uscita
Dara Puspita (Indonesia) - The Garage Years (1966 - 1968),
A Bolha (Portogallo) - Um passo A' Frente
Brazilian Nuggets Back From the Jungle!!
The Phantom Surfers & Dick Dale - Conquer Your World
Parallelés (Brasile) - Vocé Sò Corre / Juan Mirò - 7"


Wally Boff

Groovie Records
GroovieRecordsMyspace

mercoledì 1 settembre 2010

New Releases from Screaming Apple: The Attention ! --- Miss Chain & The Broken Heels: On The bittersweet Ride


THE ATTENTION!: The Attention! (Screaming Apple-2010)
Grandi vibrazioni dall’Austria!!! Li aspettavamo al varco, dopo le ottime impressioni al concerto di inizio anno allo Shindy di Bassano ed ora eccoli qui col loro primo full-length.
Il nome è già un avviso da non prendere sotto gamba.
Beppe Badino, che è un artista della parola, vi parlerebbe di iridescenze freak e argentee vibrazioni soul dentro un sommergibile giallo che naviga nel mare psichedelico. Io che non ho questa abilità vi dico che il disco di esordio degli Attention! è una delle migliori raccolte di beat moderno ascoltate quest’ anno.
Un disco superlativo, con le radici ficcate nelle zolle di Animals, Los Salvajes, Eyes e Primitives e i rami che sfiorano le fronde sempreverdi dei primi Creeps e dei primi Mainliners, tanto per restare col culo in Europa.
Un sound ispido e capellone. Una di quelle robe che, se hai un cuore, se lo compra. Con un suono fitto fitto di handclapping, armoniche blues e cembali che scorazzano su questi rigogliosi cespugli di beat con un piede nel blues, uno nello yè-yè e uno nel soul. Cosa dite? Ho sbagliato a contare i piedi? Non direi. Voi provate a mettere su il disco, vedrete che una terza gamba spunta pure a voi.

MISS CHAIN & THE BROKEN HEELS: On the Bittersweet Ride (Screaming Apple-2010)
Fermi! Nessuno compri delle scarpe nuove a Miss Chain!
Malgrado i tacchi rotti la missione della bella Astrid non accusa cedimenti.
E qui c’è il power-pop da salvare, per Dio.
Milioni di dischi di cui nessuno di ricorda più ma che ci hanno infilato il buonumore su per il buco del culo quando tutti sembravano latrare come dobermann inferociti. Corvettes, Catholic Girls, Pandoras, le giovani, enormi e bellissime Bangles. I “forati” dei cataloghi per corrispondenza, quelli che trovavi dentro le buste sorprese a fianco di improbabili dischi di elettronica casalinga e country da bovari. Solo che la signorina Catena e i tre ragazzotti che l’accompagnano non vengono dalla California o dalle coste australiane ma dall'asse Veneto-Lombardo anche se infilano un disco con armonizzazioni fresche come un salvaslip (splendide quelle di Flamingo e Sun Goes Down) e una chitarra che veleggia limpida dal jingle-jangle al surf e che spacca il culo a tante band che civettano col female-pop. Discone dell’estate, se mi permettete.
Franco Lys Dimauro
The Attention!: Ace Face
The Attention: Gloria
The Attention!: Shake!

Miss Chain: Last Song
http://www.youtube.com/watch?v=YvTYC4PaYcY&feature=related
http://www.myspace.com/misschainandthebrokenheels
Miss Chain: Flamingo
http://www.youtube.com/watch?v=2vTw4XJhC2w&feature=related

mercoledì 18 agosto 2010

SLOVENLY 2010 SAMPLER (Slovenly Recordings)

SLOVENLY 2010 SAMPLER - THE ANOMALYS - THE RIPPERS: quando la Bassa Fedeltà diviene ragione di vita
Avevo avuto già nel 2001 contatti con bands della Slovenly Recordings, quando si chiamava 702 Records ed era una piccola etichetta americana nata nel 1994 dall’intraprendenza di Pete Menchetti, appassionato giramondo alla ricerca di bands da mettere sotto contratto e che rispondessero alla sua concezione di rock sporco, primitivo e punkoide. A questo punto non me ne vorrete se intreccerò questa recensione con alcuni avvenimenti musicali della città in cui vivo perché il destino lo esige.
Nella seconda metà anni ‘90 ed inizio nuovo millennio a Bari esisteva un manipolo di ragazzi appassionati davvero coraggioso che organizzava (anche a costo di perderci) concerti delle bands più di nicchia in ambito indie, hardcore, garage ma soprattutto lo-fi: era l’associazione 8 Pecore Nere di Corrado Massari che non ringrazierò mai abbastanza per quello che allora hanno fatto, svecchiando un ambiente musicale cittadino incartapecorito.
Senza Creanza era una loro filiazione gestita da Mario La pecorella che andò ancora più in là: dopo aver fatto venire da Chicago il combo Sweep The Leg Johnny con il loro post-rock iperurbano si assicurò l’esibizione di due bands olandesi sconosciute, Dexter e Lo-Lite: durante il loro Garagepus 2001 Tour. Fu un piccolo ‘grande’ avvenimento a Bari perché molti, tra cui chi scrive, presero coscienza grazie all’esibizione di individui provenienti dalle fogne di Amsterdam di un approccio rock esecutivo che a livello internazionale aveva già fatto molti proseliti (Bassholes, ’68 Comeback, Gories), cioè la ‘bassa fedeltà’ o lo-fi (già esistente da tempo nel garage) che dir si voglia e che negli anni successivi ed a tutt’oggi avrebbe preso piede in modo massiccio tra i giovani musicisti dediti soprattutto al blues. Furono due live-acts sporchi, assordanti, primitivi.
Qualche giorno dopo li contattai on-line e li intervistai per la fanzine cartacea che realizzavo allora, My Own Desire. Un anno dopo, nel 2002, la 702 Records mutò ragione sociale in Slovenly Recordings; anche il suo boss divenne Pete Slovenly ma non cambiò le sue ‘fisse’ artistiche, anzi le esasperò dando vita ad un catalogo sterminato non secondo a mio parere ad altre etichette dedite agli stessi sotto-generi di nicchia, come la Voodoo Rhythm di Reverend Beat-Man (di cui parlerò presto in questo rock-blog): in questi ultimi anni la Slovenly Rec. ha pubblicato una miriade di vinili 45 giri, E.P., LP e CD di bands provenienti da ogni angolo del mondo, tutte con la medesima selvaggia attitudine lo-fi nel seviziare rock&roll, punk, garage, blues.
Ottima quindi l’idea di (DJ) Pete Slovenly di sintetizzare in un sampler di ben 44 brani (…un’ora e mezza) il suo catalogo denso ed un po’ dispersivo: ad inizio estate mi giunge da lui per posta (e poi per e-mail) un codice per download(arlo) free dal sito dell’etichetta: nulla di più gradito come caveau estivo.. Se esplorate www.slovenly.com potrete farlo anche voi. Il sampler è uno strepitoso manifesto di estetica lo-fi che rappresenterà un prezioso quotidiano compagno di vita per chi il genere già lo conosce e ne apprezza le compagini più spigolose: gli altri non avvezzi sono pregati di tenersene cautamente alla larga perché potrebbe sverginare pericolosamente le loro orecchie troppo delicate e pregiudicarne le funzioni.
Le bands più conosciute presenti nel sampler sono anche le più ‘normali’ e ortodosse: vale per il mod-garage squisito ed orecchiabile degli Insomniacs (Switched On) custodi del primigenio furore Who, i Reigning Sound dell’ex-Oblivians Greg Cartwright (Your Love), il decano garage-rocker inglese Billy Childish & The MBE (It Should be me), ma anche gli spagnoli Wau & Los Arrrghs!!!(It’s Great – Piedras) che si attestano su due brani non più che simpatici d’estrazione sixties.
Si comincia a far sul serio con il loro ex compagno di scuderia Voodoo Rhythm, King Automatic che con Closing Time sigla un episodio accattivante che definire garage è limitativo.
Prima di lui i Black Lips (anche loro tra i più noti) e Magnetix ci introducono con Stoned e Positively Negative in un ambito noise vizioso e corrosivo dove il rock appare cadavere violato da condors aggressivi, ridotto a qualcosa di non facilmente etichettabile.
Ape City R&B (Dynamite) non sono da meno stordendo con un attacco sonico micidiale.

THE ANOMALYS Self Titled (Slovenly Rec / 2010)
Dopo questi primissimi brani ecco gli olandesi ANOMALYS (con Memme, ex Dexter, drums), una delle brucianti rivelazioni di questo sampler: il loro Black Hole Blues è un ammasso di suoni e feedback fuori controllo sorretto da una batteria poco incline a normalizzare il tutto che sfugge a qualsiasi catalogazione.
Esattamente lo stesso incubo sonoro si respira nel primo omonimo cd degli ANOMALYS, recentissima uscita Slovenly d’inizio estate 2010: le note dell’etichetta li etichettano come l’unico ‘negative tequila rock’n’roll sex’ trio olandese in circolazione; in effetti l’umore di questi 9 brani parossistici è quello di un rockabilly sfigurato da una sbronza pesante e cattiva, disossato (come quello dei Dexter sunnominati) e privo di basso. Dall’iniziale, ancora disponibile Anomalys Now!, strumentale posto all’inizio, il sound s’incattivisce man mano attraverso Rock’n’roll World e Kiss’n’run con su gli scudi Bone, vocalist perverso ed esasperato e percussioni out of control.
La lenta Ain’t got a lot to give rivela il pathos interpretativo crudo e tragico di un grande Bone.
Le danze riprendono più frenetiche di prima con See me bleed (Darby Crash…do you remember?): grande esasperata song, da tempo non ascoltavo qualcosa del genere..fidatevi!
E’ sangue e linfa punk quella che percorre le corde di Potlood e c.: Soul Saver ne è fremente depositaria mentre a sorpresa Sorry State mette in scena un attacco garage dal riff chitarristico quasi sixties, degenerando magnificamente nel finale. Gli Anomalys non si fanno mancare nulla: dopo un’assatanata Fatal Attraction che avvince visceralmente si lanciano in Sex, un grezzo boogie-blues con tanto d’armonica che va a finire in un sabba di voci ed oggetti battuti sui tavoli: solo in una cantina adibita a locale rock potrete godere di tanta spontaneità ed eccitazione.
Grande disco.
http://www.myspace.com/theanomalys

Ma torniamo al Sampler Slovenly 2010: impossibile sfuggire all’onda d’urto punk- lo-fi di bands pressoché sconosciute (presenti in alcuni casi anche con due brani) come Losin Streaks (Beg, Steal or Borrow), gli invasati Hollywood Sinners(spagnoli, con Little Girl) ed i messicani Los Explosivos (Miedo), Spits presenti con tre brani ma letteralmente indemoniati in Rat Face, Chimiks (Feel really good), Low Point Drains (Baby’s night out). Los Fregaplatos massacrano alla lettera la classica Ain’t got you (chissà se gli Yardbirds si stanno rivoltando nella tomba!) con armonica dissoluta e chitarre rugginose pescate in qualche cassonetto.
Subsonics riescono ad evocare fantasmi Velvet Underground (quelli di Loaded per la precisione) con A Blues you oughta get used to: tutte le sfumature possibili del garage-lo fi corrotto dalla furia eversiva del punk sono presenti in questa compilation servita su un un piatto d’argento da DJ Pete: sembra quasi di vederlo appollaiato sulla sua postazione guardare compiaciuto come riesce a frastornarci con i colpi bassi di individui privi di qualsiasi ritegno come Introducers (Wicked), Digger & The Pussycats (Night of two moons), The Sess (ABC).
L’elenco è davvero lungo e ci si perde tra tanta abbondanza di allettanti proposte soniche che non sanno il compromesso dove abita. Lascio ai più volenterosi il piacere di esplorare gli anfratti di questo documento sonoro davvero impedibile: esso ci congeda con un brano che è il picco dell’ottica torbida lo-fi nel nuovo millennio: New Wipeout dei Vex Ruffin & The Lo-Fi Jerkheads (nome che è tutto un programma), suoni/voce che si compiacciono di essere border-line!
Io invece non posso congedarmi prima di sottolineare che i due brani degli italiani-sardi The Rippers (Out of my head for a day e Right time to kill you) presenti non rallentano assolutamente il ritmo di questa maratona sonora, vi partecipano apportando anzi un palpitante contributo espressivo.
http://www.slovenly.com


THE RIPPERS : Why Should I Care About You? (Slovenly Rec./ 2009)
The Rippers sono una band affermatasi ormai a livello internazionale: con Why Should I Care About You? uscito l’anno scorso su Slovenly hanno consacrato per così dire questo hype con una serie di brani all’insegna del loro proverbiale frenetico tiro e del vocalismo sempre efficace di Paolo che usa costantemente la sua armonica come un’arma impropria. Brani come This Afternoon e My Brown Friend proprio per l’uso seriale dell’harp non sono immuni da seduzioni blues e pub-rock, ma la stessa anfetamina chitarristica e ritmica di episodi come Into This Place, If You Walk Alone, Right Time to Kill You ci riporta inequivocabilmente (non so quanto consciamente da parte dei Rippers) all’energia contagiosa di indimenticabili fuoriclasse inglesi come Dr.Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Inmates, che precedettero di pochissimo l’avvento del punk; ma a ben ascoltare anche fantasmi dei primissimi Rolling Stones si aggirano nei solchi concitati di I Wanna Put You Out Of My Head, Into This Place e nei brevi ChuckBerry-ani solo chitarristici.
Quello dei Rippers e di questo ultimo cd non mi pare insomma il garage ortodosso di chi ne abbraccia con i prosciutti sugli occhi la fede, quanto il sound maturo di una band che non si sottrae alla fascinazione rock-blues di stimoli provenienti da decadi passate e non certamente e strettamente dall’ambiente garage.
www.slovenly.com/rippers
www.myspace.com/therippersinaction

PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

giovedì 15 luglio 2010

THE WILDEST THINGS IN THE WORLD 7'' (Boss Hoss Records / 2010) by Wally Boffoli


WILDEST THINGS IN THE WORLD è il secondo e più recente documento sonoro della BOSS HOSS RECORDS, novella e molto promettente etichetta pesarese diretta da Gianfranco Branchesi, focalizzata sulle nuove ‘sensazioni’ garage-punk italiane ed internazionali.
Trattasi di un 7’’ a 45 giri (per ascoltarlo ho dovuto scomodare il mio vecchio giradischi…sempre pronto a venirmi in aiuto!) che fa il paio con God Save The Fuzz, il devastante c.d. di debutto dei THE BARBACANS di cui ho parlato in Music Box proprio prima di questo articolo.
Prima di essi, mi diceva Gianfranco, c’è stata una compilation distribuita solo nel giro dei gruppi pesaresi e dintorni.
I quattro brani contenuto nel 7’’ tengono decisamente fede al titolo programmatico: quattro ‘selvagge’ bands di varia nazionalità impegnate nel professare il verbo garage pur con diversa declinazione: si comincia proprio con i marchigiani Barbacans che con Cut Your Head G.S. confermano il loro mood teso ed angosciato con l’organo ossianico di Joe Carnarelli in fatale evidenza a disegnare trame conturbanti. A trascinare l’ascoltatore in un vortice di ineluttabile furia garage la sua voce flaccida e malata.
Gli inglesi THEE VICARS, saliti alla ribalta da poco con Psychotic Beat eseguono il secondo brano della prima side Can’t See Me in perfetto crudo british-garage, ovvero basandosi essenzialmente su un serrato riff chitarristico che mi ha ricordato subdolamente (non è possibile sbagliarsi) quello della mitica You Really Got Me scolpita nella storia garage/beat nei primissimi anni ’60 dagli antesignani Kinks di Ray Davies. Il piglio esecutivo dei Vicars però è brutale, come deve essere una garage-band del nuovo millennio e come lo sono le bands di questo disco targato Boss Hoss..
A pagare pesante tributo alla tradizione sulla seconda side di Wildest Things In The World sono anche i messicani LOS EXPLOSIVOS, che compaiono anche nel recente violentissimo Slovenly 2010 Sampler, incredibile compilation (44 brani) di new-garage internazionale.
La loro No Fres Para Mi, dopo neanche un minuto si rivela non esser altro che la cover in lingua spagnola di I Can Only Give You Everything, classicissima song/seminale riff composta da Van Morrison ed incisa dallo stesso artista con i Them nei fatidici sixties, ma reinterpretata nei decenni successivi da Troggs, Mc5 ed altre bands. Los Explosivos ne offrono una rivisitazione asciutta ma estremamente calda e godibile.
Gli ultimi garagers di questo disco sono gli argentini LOS PEYOTES: Pintalo De Maron è il brano meno ossessivo dei quattro, speziato da un pizzico di power-pop che piacerà di più a chi nel garage cerca armonia e melodia.
Dopo l’estate uscirà un nuovo episodio di Wildest Things In The World targato Boss Hoss Rec.(con la collaborazione di Giuda l'Onesto Rec., distribuzione Area Pirata) che comprenderà di sicuro un’altra band italiana, una spagnola ed una brasiliana.
L’attendiamo fiduciosi…iniziativa riuscita alla grande!

www.myspace.com/bosshossrecordsitaly
http://www.facebook.com/profile.php?id=100001079734760&ref=ts
http://www.myspace.com/thebarbacans
http://www.myspace.com/peyotes
http://www.myspace.com/theevicarsuk
http://www.myspace.com/losexplosivos

Pasquale ‘Wally’ Boffol
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