giovedì 17 febbraio 2011

THE CURE Story - " First Part" : Gli Inizi, Three Imaginary Boys, Boys Don't Cry, Seventeen Seconds, Faith

Gli inizi

Come accade sovente è la scuola il posto giusto, la palestra dove impari a riconoscere gli spiriti affini, le anime che possono condividere i tuoi stessi sogni oppure i tuoi incubi. Un setaccio naturale di giovani vite. Per Robert Smith quel setaccio è la scuola media Notre Dame di Crawley, nel Sussex occidentale. Lui ha solo tredici anni, le altre anime appena qualche mese più di lui. Decidono di condividere sia i sogni che gli incubi, nell’ unico modo che l’ adolescenza ti regala: mettendo su una band. Suonano qualche pezzo di Bowie, qualche irriconoscibile brandello di Hendrix, qualche pezzo della Alex Harvey Sensational Band, stranite versioni di classici del beat. Stanno chiusi in cantina rinnovando formazione, nome e repertorio. Gli Obelisk diventano Malice, poi Easy Cure (unica testimonianza, un anonimo singoletto che vede alla 'voce' un improbabile postino locale). Infine The Cure. Di tanto in tanto aprono la finestra dello scantinato e si accorgono che ogni volta là fuori non è mai lo stesso. Ci sono vestiti sempre più eccentrici, acconciature sempre più disordinate, un avanzare di scarponi che corrono. Non è la Terza Guerra Mondiale ma è come se lo fosse.

Three Imaginary Boys (Fiction, 1979), Boys Don't Cry (1980, Elektra)

Robert Smith si innamora del punk sbarazzino dei Buzzcocks e soprattutto dell’ estro pop di Elvis Costello che diventa il suo modello, tanto da comprare una chitarra identica alla sua cui potersi aggrappare durante i primi timidi concerti. Smith, Laurence Tolhurst e Michael Dempsey mettono a fuoco il loro stile essenziale, ben delineato dalla copertina del loro primo album che inaugura il lunghissimo sodalizio con la Fiction interrotto solo venticinque anni più tardi.
Un frigorifero, una piantana, un aspirapolvere: "Three Imaginary Boys".
L’ immagine da salici piangenti dei Cure è ancora tutta da costruire e il disco viene avvolto in questa copertina pop voluta da Chris Parry dove tutto viene lasciato all’ immaginazione, perfino il titolo delle canzoni. Che spesso sono solo embrioni, abbozzi, schizzi scomposti di pezzi che tutti dimenticheranno in fretta (Meathook, So What, la cover di Foxy Lady) o che sono diverse opinioni su un’ unica idea (le 'gemelle Object e
It ‘s not you). Un disco da cui la band non si sente rappresentata e del quale si vendica parzialmente l’ anno successivo, in occasione della stampa americana del disco:
"Boys don’ t cry" ne fu la versione riveduta e corretta che in parte guarì la delusione di Robert Smith per una scaletta, quella del disco di debutto, che non lo soddisfaceva in pieno già a poche settimane dall’ uscita sul mercato. E io non mi sentii di dargli torto, ne’ allora ne’ dopo: "Boys don ‘t cry", architettato per ficcarci dentro i tre singoli (Killing an Arab, 6 Febbraio ‘79, Boys don ‘t cry, 12 Giugno ’79 e Jumping Someone Else ‘s Train, 20 Novembre 1979) e sdoganare la band in America è una spanna sopra l’ album originale. Dentro c’ è già il “carattere” della band seppure manchino i “tratti distintivi” (diciamo pure i cliché) di quello che sarà il suono dei Cure negli anni immediatamente successivi e poi, tra bilanciamenti e aggiustamenti vari, svolte repentine e improvvisi flashback, lungo una carriera ormai più che trentennale.
Ci sono già dentro le idee che frullano nella mente di Robert Smith e che i Cure recupereranno e approfondiranno col tempo: Three Imaginary Boys ha questa chitarra “molle”, annegata nel delay, che caratterizzerà il suono chitarristico di Smith per la famosa “trilogia” dark, la prepotente marcia di World War (successivamente esclusa, assieme ad Object, dalla versione CD, NdLYS) è invece, in tutto e per tutto, il prototipo hard su cui i Cure scriveranno la Shake Dog Shake che segnerà il loro ritorno al rock dopo le divagazioni dance di The Walk e "Japanese Whispers". Il romanticismo funereo e onirico tipico di molta scrittura di Robert alita invece su Another Day, perla melodrammatica del disco. Ma l’ appeal dell’ album, così come la musica dei primi Cure, si poggia su altre coordinate: c’ è innanzi tutto un minimalismo quasi osceno, figlio non tanto del punk che li ha appena attraversati ma del glam rock di Bowie e di Marc Bolan, riveduto in chiave decadente e surrealista e che genera piccoli mostri come 10:15 Saturday Night, Grindig Halt ed Object.Ci sono richiami alla letteratura colta di Camus che fanno di Killing an Arab uno dei singoli più scomodi della storia della musica contemporanea (i Cure saranno costretti a tenerla fuori dai concerti dopo l’ 11 Settembre 2001 salvo poi ripresentarla sotto il titolo di Kissing an Arab, NdLYS).
C’ è il gusto noir non ancora raffinato che qui produce il jazz-horror con tanto di atroce urlo finale di Subway Song, ci sono i tratti vagamente medio-orientali che si muovono in tracce come Accuracy, Fire in Cairo e, soprattutto Killing an Arab (e che daranno il via, soprattutto in ambito wave italiana, a una serie infinita di richiami alle musiche di origine araba) e c’ è la chitarra di Robert Smith, essenziale ma totalmente innovativa, a tratteggiare un suono imitatissimo ma inimitato e che negli anni diventerà ancora più ricercato e personale. Ma soprattutto, quello che c’ è qui e che non ci sarà in nessun altro album dei Cure è un suono adolescenziale, ancora poco scalfito dal dolore (spesso simulato ed estetizzato fino al parossismo ma altre volte vissuto in tutta la sua atroce disperazione) eppure imbevuto di un esistenzialismo pateticamente votato all’ autocommiserazione.

Seventeen Seconds (1980, Elektra)

Seventeen Seconds è il primo vertice del triangolo delle Bermude in cui i Cure vengono risucchiati all’ alba degli anni Ottanta e da cui usciranno con un autentico e sorprendente guizzo da delfini alla fine del 1982. Il più minimale e impalpabile album dei Cure esce nell’ Aprile del 1980. Un autentico disco di transizione dal suono secco e asciutto di "Three imaginary boys" a quello scuro e claustrofobico di "Faith", un disco sfocato come l’ immagine di copertina dove le idee sembrano afflitte da un senso di incompiutezza creativa accentuata dalle complicazioni economiche e logistiche che ne ridurranno ulteriormente lo sviluppo come nel caso limite di The Final Sound concepita come traccia lunghissima e ridotta paradossalmente a un abbozzo che non tocca neanche il minuto di durata a causa della banale interruzione della bobina analogica su cui Mike Hedges sta registrando la musica della band.
"Seventeen Seconds" è invaso da soffi di aria gelida, scrosci di pioggia, gocce di condensa che avvolgono la voce di Robert, letteralmente soffocata dagli strumenti, fino a diventare eterea ed impercettibile (Secrets).
Ad accentuare il senso di alienazione contribuisce pure Lol Tholurst che utilizza la batteria senza alterazioni, battendo metronomicamente cassa e rullante come una drum machine. I pezzi però sono perlopiù inconcludenti reiterazioni su idee banali
(In your house), furbe rimasticature su modelli già usati (Play for today ricalca lo schema di Jumping someone else ‘s train), volgari siparietti horror (A reflection, Three,
17 Seconds
). Unico pezzo memorabile e imperituro rimane la corsa affannosa di
A forest, incalzante e tetra fuga attraverso il nulla sottolineata dal basso rutilante di Simon Gallup e dalle tenebrose note di synth dell’ altro nuovo acquisto Matthieu Hartley fino al finale destinato a diventare un classico archetipo del nuovo suono dei Cure e di tutto l’ immaginario gotico dei primi anni Ottanta. ("M")

Faith (1981, Elektra)

L’ impressione è che qualcosa stia per succedere, anche se non è ancora chiaro cosa. Tuttavia basteranno pochi mesi per scoprirlo. Poche, decise, angoscianti note di basso. E quando, al rintocco di campana che introduce la batteria, ti accorgi che difficilmente uscirai vivo da quel mulinello di acque blu petrolio è già troppo tardi: sei sprofondato in quel pozzo angoscioso che è la musica dei Cure del biennio 1981/1982. Se Seventeen Seconds, a un passo dalla balbuzie adolescenziale di Boys Don ‘t Cry lasciava presagire una svolta dai toni decadenti, nessuno si aspettava che ergessero una cattedrale gotica come quella di "Faith", versione dark e romantica del "Back in Black" degli AC/DC uscito l’ anno precedente. Anche là delle campane a morto, per celebrare l’ ingresso all’ Inferno di Bon Scott. Quelle che invece qui risuonano fino all’ ultimo secondo di The Holy Hour accompagnano l’ ultimo viaggio di Ian Curtis. Un’ assenza che pesa come un macigno sulla produzione inglese di quegli anni e che in tanti sentono di dover esorcizzare.
New Order, U2, Josef K, Orchestral Manouvres in the Dark, Durutti Column. Ma i Cure superano tutti. I Cure prendono l’ 'helter skelter' per il nulla assieme a Ian. Perché è così che suona The Holy Hour, con quel suono liquido di chitarra che Robert ha iniziato a sperimentare, la batteria asciutta, meccanica, quel giro di basso che è un collasso del miocardio: una scivola vorticosa e lunghissima che tutti percorrono una sola volta, e senza divertirsi granchè. Ma non è l’ unica canzone che i Cure scrivono con il ricordo di Ian impresso come uno stampo a caldo.
Primary, il pezzo che la segue, nasce ancora prima, col titolo sperimentale di Cold Colours, proprio come omaggio a Ian. Ma è solo ora che diventa il colosso che è rimasto. I Cure in comune accordo con l’ etichetta la scelgono come singolo e la portano in giro per il mondo, fino all’ Australia. Qui sono ospiti di Countdown, sulla rete ABC. Devono suonare in playback. E Gallup se ne esce fuori con l’ idea di allentare le corde del basso simulando con le dita un’ immersione dentro uno stagno piuttosto che una coerente mimica da bass-player. Anche su disco Simon è al massimo della forma. Ha un ego fortissimo, capace di non piegarsi al carisma di Robert Smith e un basso a sei corde che spesso sostituisce del tutto la chitarra del leader. All cats are grey e soprattutto The Funeral Party sono ballate plumbee e incolori, distese glaciali dove la lentezza sembra veicolata da un’ astenia parossistica certamente memore dei mari artici dei Joy Division di The Eternal.
Un’ angoscia che torna prepotente sulle ultime due lunghe ed esanimi tracce del disco dove l’ acqua torna alta e minacciosa, ad occluderti le vie respiratorie.
"Faith", come il disco che lo seguirà, è una scatola vuota dove è rimasta solo qualche piccolissima molecola di ossigeno. Ti costringe all’ apnea e allo stordimento. E’ il prezzo da pagare per uscirne fuori vivo. Di certo non felice, ma vivo.

Franco Lys Dimauro

TheCureOfficialWebsite

mercoledì 16 febbraio 2011

GRIZZLY BEAR: 'Creating Landscapes' from America!


Il loro nuovo album, colonna sonora del film Blue Valentine è uscito il 1° Febbraio 2011 per la Lakeshore Records: Grizzly Bear sono americani, giovanissimi, ed ecco alcuni aggettivi che All Music ha usato per cercare di etichettare la loro musica: cerebral, complex, elaborate, sophisticated, ambitious, dramatic.
Vediamo di capirci di più: ecco cosa ne scrive la nostra Monica Mazzoli.

Grizzly Bear, gruppo indie rock newyorkese, formatosi nel 2004, è dedito a un mix folk/lo-fi: un connubio tra armonie vocali, chitarre folkeggianti, ghirigori elettronici atemporali elaborati al computer. Il gruppo, arguto sperimentatore di una fantasia sonora utopica, è sempre alla ricerca di nuovi emisferi compositivi. Una vera e propria attitudine esplorativa, chiamata in causa dallo stesso gruppo, in particolare dal bassista del gruppo Christopher Taylor, fulgido inventore della più che mai ambiziosa espressione ‘creating landscapes’: l’arte di immaginare paesaggi attraverso il sognante linguaggio delle note. La magica avventura musicale dei Grizzly Bear inizia sette anni fa nell’ accogliente cameretta del ‘diabolico’ Ed Droste. Con l’animo del bambino curioso, spensierato, per diletto e per gioco Droste comincia a sperimentare con i 'giocattoli' del suono nello scantinato di casa per lasciare a bocca aperta gli amici increduli del potere incantevole della musica.
Fin da subito il disco riscuote grande successo tra la combriccola di compagni di Droste, ma ben presto sarà la grande mela intera a gridare al miracolo. Nell’impervio percorso verso il successo si unisce a Droste il valoroso compagno di avventura, Christopher Bear (batterista, cantante), partecipe durante la fase di arrangiamento pre-pubblicazione del disco “Horn of Plenty”(2004). Lo scherzo di un pomeriggio diventa così un album prodotto dalla casa discografica Kanine Records. “Horn of Plenty” (Don't Ask) ottiene immediatamente un favorevole riscontro da parte del pubblico indie. Si fa dunque impellente la necessità di andare in tour, per l’occasione la line-up viene impreziosita da due nuovi componenti: Daniel Rossen (cantante,chitarrista, compositore), Christopher Taylor (cantante, bassista, clarinettista).
Dopo sei mesi di tour itinerante, rifugiatosi nella casa di infanzia di Droste in Massachuttes, il gruppo inizia a lavorare sul fatidico secondo album “Yellow House” (Knife) (2006, Warp). Il nuovo parto, frutto della eccentrica produzione di Taylor, seguito sempre nel 2006 da "Sorry For The Delay" (Audraglint) pur non traducendosi in un successo di pubblico, è ben apprezzato dalla stampa specializzata. Non potrebbe essere altrimenti: i Grizzly Bear sono nel posto giusto al momento giusto, nel periodo di stanca del british revival new wave di moda a New York (The Strokes,The Bravery, Interpol): entrano furtivamente in scena quasi in modo surreale, straniante, imbracciando chitarre acustiche, tremendamente anti-alternative-rock, sognano atmosfere sixties-pop psichedeliche ed intonano in un attimo di lucida follia leggiadri vocalismi. I tours con i Tv on the Radio (2006), Feist (2007), Radiohead (2008) e la pubblicazione del terzo disco "Veckatimest"(2009, Warp) (Two Weeks, While You Wait For The Others), gloriosa evoluzione melodica verso il pop orchestrale, permettono ai Grizzly Bear di entrare a pieno titolo nel paradiso terrestre delle armonie.
Monica Mazzoli

U.K. SUBS: news and "Crash Course" Live (1980, GEM)

News
'Waiting for 'UK-SUBS/VIBRATORS' Marcxramone live-report from Rome' di ieri sera, nell'attesa spasmodica (sottolineata anche da qualche nostro lettore!) vi offro per restare in tema un 'aperitivo' altamente alcoolico: un mio vecchio articolo su "Crash Course" (live), senza ombra di dubbio tra i migliori dischi di sempre dei grandissimi, indimenticati-indimenticabili U.K. Subs di Charlie Harper (oggi 66enne), una delle punk-band inglesi storiche più inossidabili ancora in giro ad insanguinare i palchi di mezzo mondo. Da pochissimo é uscito per la Captain Oi! Records "Work In Progress", il loro nuovo lavoro, contenente anche una cover della classica Strychnine dei Sonics.
Circa cinque anni fa si esibirono anche qui a Bari, dove vivo, e per ragioni che non ricordo quella sera non c'ero! Mi mordo ancora le mani. Spero che le riprese che Marco squisitamente (come sempre) ci offrirà nei prossimi giorni possano far rimarginare almeno in parte questa mia ferita ancora aperta! L'articolo fu pubblicato sul numero di dicembre 1980 - gennaio 1981 della mia fanzine cartacea BLACKS/RADIO. Rileggerlo (per poi trascriverlo per Distorsioni) mi ha suscitato, a distanza di 31 anni, ancora tanta emozione! Spero sia lo stesso per voi. (Wally Boffoli)

"Crash Course" Live
Un disco come "Crash Course", alla stregua di un vecchio Animals o Yardbirds, ci scatenerà adrenalina anche tra vent'anni . Ed invece "Crash Course" é stato letteralmente insultato su alcuni mensili in carta patinata. Gli U.K. Subs sono un gruppo punk-rock inglese della penultima generazione, quella dei Cockney Rejects, dei Ruts, degli Angelic Upstart, che hanno sostituito nel cuore dei fans più agguerriti bands della prima ora quali Buzzcocks ed Adverts. Poi ci sono Crass, Poison Girls, più radicali e politicizzati, sino agli ultimissimi U.K.Decay, Discharge, Exploited!
"Crash Course", registrato al Rainbow il 30 Maggio 1980, é il tipico disco da 'sudare' dalla prima nota all'ultima, 20 brani live carichi di una potenza strumentale immane, ed un'aggressività vocale incredibile. Nelle prime 30.000 copie c'é un e.p. live con altri 4 brani live (registrati al Lyceum il 15 Luglio 1979) ed a noi é capitata una giusta. Il luogo del misfatto (dicevamo) é il Rainbow di Londra. Alcuni brani risalgono al primo album della band, "Another Kind Of Blues" (1979, Diablo): C.I.D., I live in a car, Killer, Blues, Young Criminals, altri a quello successivo "Brand New Age" (1980,Captain Oi!), come la title-track, Warhead, Rat Race. Giunti alla seconda incisione 'live', questo album esplora sino in fondo il potenziale sonoro degli U.K. Subs; se alcuni episodi (Telephone number, Left for dead, Kicks, Killer) rispondono al concentrato shokkante di un minuto e pochi secondi tipico del punk più frenetico (Dirty Girls, The Same Thing), in altre occasioni il suono si dilata e colpisce per la sua consistenza: é il caso di New York State Police, attraversato da un epico riff chitarristico e di Warhead, il brano più corale e corposo dell'album, un vero capolavoro nel suo genere, una di quelle cose che ti si conficcano a fondo nella carne!
Charlie Harper: una voce non eccezionale ma il suo merito maggiore sta proprio nello sfruttare sino in fondo quel timbro sporco, naturalmente sciatto, riuscendo memorabile in diverse occasioni: Rockers, Teenage, Left for dead, Brand new age, Tomorrows Girls. Ti stende letteralmente con le sue urla isteriche, dosati effetti d'eco fanno il resto. Nicky Garratt osa trasgredire l'odio del primissimo punk per i solo chitarristici con calibratissime ed assassine sortite che provocano l'effetto di accrescere la densità rockistica dei brani. Occorre sottolineare anche la compattezza di Pete Davies (bass) e Paul Slack (drums): alcuni brani in particolare lo testimoniano, Emotional Blackmail, Kicks, Couldn't Be You, con scariche ritmiche parossistiche a mozzarti il fiato!
Gli U.K. Subs non hanno il senso della sperimentazione dei Crass, o la visceralità delle Poison Girls ma incarnano al 100 % 100 il lato più 'stradaiolo' e sfrontato del punk, con il loro tiro 'sbandato' ed i botta e risposta tra lead vocal e strumentisti. In Warhead e N.Y.State Police sconfinano nondimeno nella denuncia sociale gridata con vero odio anarcoide verso le istituzioni. Un grande gruppo, di quelli che ti scombussolano dentro, una 'testa di serie' del punk inglese più immarcescibile di ogni tempo!
Wally Boffoli

U.K.Subs

SHORT REVIEWS: The See See, “Late morning light” (2011, Dell'Orso/Goodfellas)



Dopo il successo di vendite del promettente EP “The See See” (2008) e di publlico negli elettrizzanti live-set, esce finalmente “Late morning light”, album di debutto del monicker beat-folk-psichedelico londinese The See See. Inglesi di nascita, americani per indole e adottati dallo zio Jack White (Raconteurs), i See See sono così vicini ad atmosfere seventies (Pretty Things, Buffalo Springfield) ma ricordano solo a tratti il sound della terra di Albione (Deceiver Retriever, And I wonder). Più spesso nei loro brani riecheggiano, inaspettatamente, riverberi di banjo e armonica, come nella miglior tradizione country-folk americana (Powers of ten, Half man and a horse's head, Late morning light). Un buon esordio, all’insegna del folk ma non solo, disco dalle mille sfaccettature permeato, impreziosito, da tenui venature inconsapevoli, ingenue, spontanee, di deliziosa psichedelica (Tomorrow come today, Keep your head). Come al solito niente di nuovo si profila all’orizzonte, ma fortunatamente i See See non suonano stucchevoli o derivativi, tutt’altro: “Late Morning Light” sarà un piacevole ascolto, sotto i bagliori della tardiva luce mattutina del cielo sopra il vostro giardino.
Monica Mazzoli

martedì 15 febbraio 2011

GRAHAM PARKER: “Imaginary Television” (Mar 16 2010, Bloodshot) ... and the past !

Il 15 novembre 2011 Graham Parker compirà 61 anni, un sopravvissuto obietterà qualcuno senza avere tutti i torti, che è tornato però puntualmente ad allietare i nostri giorni con le sue ballate agrodolci, come fa da 35 anni a questa parte. Il suo ultimo lavoro s’intitola “Imaginary Television” ed è uscito nel marzo del 2010, una decina di songs che come suo solito non hanno pretese intellettuali né fanno la corte a trends imperanti; solo passione compositiva ed interpretativa: Passion is no ordinary word, aveva cantato proprio Graham in uno dei suoi grandi album fine anni ’70, “Squeezing out the sparks”.
Ed è proprio in quegli anni che maturano le sue opere più entusiasmanti, come altri illustri e geniali outsiders che si chiamano Elvis Costello e Joe Jackson, in pieno marasma punk, in un brodo di cottura eterogeneo che ha ingredienti piccanti nel pub-rock, il rock and roll inglese più classico (R.Stones), il rhythm and blues ed il reggae. I musicisti cui l’ex benzinaio londinese ha l’abitudine d’accompagnarsi in quegli anni gloriosi ed inquieti sono (oltre grandi pop –writers come Nick Lowe) il chitarrista Brinsley Schwarz, il bassista Andrew Bodnar, il tastierista Bob Andrews, il batterista Steve Goulding, in una parola The Rumour, eccellenti strumentisti , pub-rockers (esattamente come i Dr.Feelgood di Wilko Johnson e Lee Brilleaux) provenienti da formazioni seminali pre-punk Brinsley Schwarz, Ducks Deluxe, Bontemps Roulez, con all’attivo una dura gavetta in clubs e localacci della provincia inglese operaia e mineraria. Del resto lo stesso Parker si era svezzato musicalmente in bands del genere già dal 1975: a farlo uscire dal limbo ci pensò l’etichetta Mercury con cui l’artista incise (come dicevo all’inizio) i suoi dischi più appassionanti: “Howlin’ Wind” ed “Heat Treatment” nel 1976, “Stick To Me” nel 1977, “The Parkerilla” (dal vivo, 1978), “Squeezing Out Sparks” (1979). Sono questi i titoli che dovete assolutamente recuperare per assaggiare la miglior cruda vena compositiva di Parker: coinvolgenti inni rock (Back to Schooldays, New York Shuffle, Stick To Me, Heat in Harlem, Discovering Japan, Local Girls), sapide ed epiche ballate iper-romantiche (Watch The Moon Comes Down, You can’t be too strong, Fool’s Gold, Black Honey, Hotel Chambermaid, I’m Gonna Tear Your Playhouse Down, Gypsy Blood), reggae a serramanico (Don’t Ask Me Questions, Howlin’ Wind) ma anche cavalcate mid-tempo d’ispirazione tipicamente americana (Lady Doctor, Silly Thing, Heat Treatment).
Gli anni ’80 e ’90 vedono Parker mai seduto sugli allori, fertilissimo ed eclettico compositore attraverso opere notevoli come "The Up Escalator" (1980, American Beat, ospite Bruce Springsteen), "Another Grey Area" (1982, A.Beat), "Mona Lisa’s Little Sister" (1988, Buddha), "Human Soul" (1990, Diablo), "Struck By Lightning" (1991, Diablo), "12 Haunted Episodes" (1995, Razor & &Tie Music), "Acid Bubblegum" (1996, R.&Tie M.), nelle quali continuano a convivere felicemente fiati , ammiccanti ‘groove’ soul e rhythm and blues con la semplicità commovente di seducenti serenate chiaroscurali. E Graham, instancabile, vi instilla il soffio vitale della sua arte pulsante, mai doma. Grandi ‘live’ album poi nei ‘90: “Live From New York, NY” (1996, Razor & Tie Music), "The Last Rock & Roll tour" (1997, R.&Tie M.), con formazioni come The Figgs.
Il primo decennio del nuovo millennio purtroppo per Parker va via attraverso un pesante anonimato , nonostante la sua ispirazione non si sia mai prosciugata, altri 5 album dal vivo e 7 in studio incisi con arte certosina , ma mai saliti agli onori delle cronache, solo piccole segnalazioni sulla stampa rock specializzata.
Tornando al nuovo “Imaginary Television”: ancora piccole eleganti gemme senza tempo che attanagliano l’anima come l’iniziale Weather Report, Always Greener, 1st Responder, il Parker che preferiamo di gran lunga da sempre; i furori giovanili si sono placati ormai da tempo, lasciando il posto a composizioni fluide e rasserenanti, intrise di blues e jazz afterhours (Head On Straight, Bring Me A Heart Again) ed a calde ballate, ‘raffinate’ come vini doc (Broken Skin, You’re not Where You Think You Are). L' antica fascinazione per il reggae resiste discretamente in See Things My Way e More Questions Than Answer di Johnny Nash.
Un disco che potrà piacervi solo se siete abituati a ragionar di rock per massimi sistemi e non in termini di nuovi ‘pretenziosi’ appeal.

Wally Boffoli

lunedì 14 febbraio 2011

SHORT REVIEWS - Kinzly & The Kilowatts, “Down Up Down” (2011, Polkadot Rec./GPees Productions /Audioglobe)

Tra Scarlett Johansonn che canta Tom Waits e Carla Bruni. Nella voce la natia Corea. Undici tracce lo-fi registrate per lo più nel salotto di casa con l’aiuto di pochi amici, un piano, un violino e un sintetizzatore. La voce sottile di Kinzly, che taluni oltre Manica avvicinano ad Anthony Hegarty, racconta le sue storie sospese fra ballate ora dolci, come Don’t Shoot, ora adrenaliniche come I read your letter. Beatles e tintinnanti Hollies in We walk for peace, Melanie incontra Suzanne Vega in Watery Air. Tra influenze jazz e profumi classici la filastrocca per ukulele, piano e percussioni di Oahu offre il passo all’interessante Star Gazing, forse il brano più convincente, speziato di Echo & the Bunnymen e/o Stereophonics, che ci lancia in The Future, gradevole gioco beatlesiano pre-”White Album” in salsa minimal. Purtroppo non basta la fisarmonica d’ordinanza a rendere appieno credibile o coinvolgente lo scherzo gitano di The Land of Il. Dopo l’esordio del 2007 l’anglo-coreana torna in veste più intimista, minimale nei suoni, sincera nei contenuti. Un buon lavoro.
Maurizio Galasso

LIVE REPORT - "The Barbacans" (Roma, Sinister Noise, 4 Febbraio 2011)

Il Sinister Noise di Roma da un po’ di tempo a questa parte ci sta viziando con le piu’ belle bands sixties-oriented. Questa volta tocca a The Barbacans.
I Barbacans iniziano a suonare nel 2006 e hanno all’attivo: "Phantom Opera" , un 7 pollici uscito nel 2007 per la Boss Hoss e distribuito Go Down Records; nel 2009 esce “God Save The Fuzz” primo vero lp sempre per la Boss Hoss e distribuzione Go Down Records. Infine nel 2010 partecipano con il brano Cut Your Heads G.S. alla compilation in formato sette pollici “The Wildest Things in the World“ assieme a Thee Vicars(UK), Los Peyotes (Argentina) and Los Explosivos (Mexico), prodotto dalla Boss Hoss records e distribuito da Area Pirata.
Il brano e’ una dedica speciale all’ex poliziotto di 68 anni, che durante un concerto dei nostri a Urbino, sparo’ alcuni colpi di carabina ad aria compressa dalla sua finestra di casa verso il palco ferendo Guescio (il bassista) e Carnarelli (il cantante). Nel locale siamo ancora in pochi ma loro se ne fregano e attaccano. Attaccano di brutto i nostri 4 cavernicoli (5 se consideriamo l’appoggio dell’armonica). Una tonnellata di fuzz ci arriva pesante come un macigno con Mad Mike-Time for the choice-White mask-Turn away (una dedica per Mike Czecaj storico drummer dei Fuzztones?) ultima traccia del loro “God save the fuzz”.
Dopo una birra rossa che mi sta pian piano stordendo, vengo improvvisamente riportato alla realta’ dai suoni malsani e devastanti dei Barbacans che mi arrivano al cervello. Fanno il loro sporco dovere a suon di fuzz e farfisa, non concedendoci attimi di tregua. Pezzi corti, psicotici, punk fino al midollo. We have the right sound, Kick The Children, Jude The Honest, praticamente ci sparano tutto il loro lp tranne la psicotica e squinternata Am I a Chicken?.
In mezzo Phamtom Opera e I Cut The Head G.S..
E le covers? Ci sono eccome! Una Melanie pesantissima degli inglesi The Prisoners, 2 tributi ai Sonics con Strychnine e The Witch, 99th Floor dei Moving Sidewalk e una Cretin Hop che piu’ garage punk non si puo’ dei mai dimenticati Ramones.
Infine dopo aver violentato le nostre orecchie vorrebbero andarsene, ma il pubblico ne vuole ancora, quindi eccoli di nuovo sul palco per riproporci di nuovo Mad Mike e Time For The Choice.
Un concerto strepitoso, che spara come una palla di cannone i Barbacans nel firmamento sixties garage punk internazionale a fianco dei Fuzztones e Morlocks . 'Dio salvi il fuzz e punisca i loro detrattori'.

Marco 'Marcxramone' Colasanti
Foto e video by Marco Colasanti