giovedì 9 novembre 2006

Recensioni / From The Past ; NICK CAVE /BAD SEEDS:The First Born is Dead (1985) -- Kicking Against the Pricks (1986) --- Your Funeral, My Trial (1986)


Negli ultimi anni e nelle ultime sue opere NICK CAVE si é come dire ' regolarizzato', avvicinandosi ad una forma-canzone canonica e dai tratti lirici inconfondibili, estremamente penetranti.
Mi piace quindi rispolverare alcune mie vecchie recensioni di tre dei suoi albums degli anni '80 tra i più 'incontinenti', slabbrati e in alcuni casi informali.
Ma forse il termine più appropriato è 'VISIONARI' .
Ve li racconto ex-novo sperando di mettere la classica 'pagliuzza' nell' orecchio di qualcuno, affinché li vada a riscoprire in tutta la loro potente unicità.
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THE FIRST BORN IS DEAD (1985 / Mute )
Registrato agli Hansa Studios di Berlino, The Firstborn Is Dead é un disco importante per Cave perché sviscera compiutamente per la prima volta il suo immaginario musicale americano.
Il blues del delta del Mississippi prima di tutto, ma anche il gospel/spiritual ed il rock&roll, il tutto filtrato perfidamente dalla sua vena esasperata e da liriche maledette.
L'espressionismo strumentale sulfureo e minimale della slide di Blixa Bargeld, Barry Adamson e Mick Harvey, un combo perfetto per materializzare gli incubi di Nick.
Un australiano con base a Londra e Berlino che rivisita le sacre radici dei neri schiavizzati nell'America guerrafondaia... più totalizzante di così!
Il fantasma di Elvis 'the king' é così di nuvo omaggiato nella tempestosa Tupelo, il blues lancinante di Knockin' On Joe e quello schizzato di Black Crow King, le paludi insidiose di Blind Lemon Jefferson, l'ansia patologica di Train Long Suffering...versione psicopatica del classico rockabilly Mistery Train.
Wanted Man, cover chirurgico/seriale di Bob Dylan.Un disco che sublima la disperazione in potenti, visionari e stridenti scenari metallici.
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KICKING AGAINST THE PRICKS (1986 / Mute / Elektra)
Un'opera che letteralmente saccheggia traditional-songs al 90% americane, e il culmine da parte di Cave di un processo ortodosso di riappropriazione artistica delle radici blues, gospel, pop, rock che nei Birthday Party si intravvedevano solo confusamente, annaspanti nello splendido caos anarchico sonico del gruppo australiano.
Le covers crudeli di I'm Gonna Kill That Woman di John Lee Hooker e del superclassico Hey Joe sono visionarie ed allucinate; in All Tomorrow's Parties Cave ed i semi cattivi serializzano mirabilmente la reiterazione velvetiana ampliando il concetto di tradizione rock senza forzature.
Questi gli apici creativi di Kicking… con i Bad Seeds che girano a mille, strumentisti assolutamente scarni, essenziali, improntati ad un espressionismo quasi pittorico: Bargeld gratta e tormenta la sua chitarra senza requie, Harvey sfoggia la sua immensa tavolozza cromatica dividendosi tra pianismi martellanti, archi classici.....
L'intimismo noir di The Folksinger di Johnny Cash, i commossi fiotti spiritual/gospel di Jesus Met The Woman At the Well e Long Black Veil sono poi dei vestiti su misura per un Nick impegnato a trasfigurare la lezione dei padri con carisma immenso.
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YOUR FUNERAL, MY TRIAL (1986 / Mute / Elektra)
Il disco più sottovalutato e trascurato di Nick ed i suoi semi cattivi, dopo l'eclettico Kicking Against The Pricks.
Nato dalla fusione di due e.p. separati e da un periodo travagliato in seno ai Bad Seeds, in realtà ancora oggi conserva un maledetto fascino dark berlinese... la produzione morbosa di Flood ed un suono placentale/velato di vizio... insomma, davvero il 'Berlin' di Cave!
Archetipi femminili tra il sacro e profano. Torbide e meravigliose ballate decadenti come Sad Waters, Your Funeral... My Trial e la febbricitante Stranger Than Kindness.
The Carny...la surreale sagra brechtiana da cabaret berlinese dell'imbonitore, del ronzino e di una carovana di 'freaks'.
Il furore di Jacks Shadow, Hard On For Love e She Fell Away si stempera nella sentita cover di Tim Rose, Long Time Man.


PASQUALE BOFFOLI

http://www.nickcaveandthebadseeds.com/

due piccoli estratti audio dall'ultimo AbattoirBlues /The Lyre of Orpheus..tanto per gradire!

http://exodus.interoutemediaservices.com/deliverMedia.asp?id=7FBD900F-3BEC-4A51-B7F2-2F585B243A6D

http://exodus.interoutemediaservices.com/deliverMedia.asp?id=085F3EAC-C7F9-44BF-B3BA-456574BEEC4B

lunedì 6 novembre 2006

Collaborations; Anniversari : Ricordando PIER PAOLO PASOLINI, by Tony Face


Anche Tony Face, noto appassionato studioso ed esperto di Cultura Mod e Sixties, nonché blasonato batterista di rock-bands nostrane come Not Moving e Link Quartet ha accettato di apparire con i suoi scritti in http://musicbx.blogspot.com .

E debutta alla grande con un bel pezzo sull'anniversario della tragica morte di Pier Paolo Pasolini, che già proprio dai profondi sixties, da tutti incompreso ed isolato, ci lanciava inquietanti premonizioni sulla società contemporanea in cui noi ci dibattiamo.
Riflettiamo !
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Il 2 novembre 1975 PIER PAOLO PASOLINI fu zittito per sempre.
Uno degli intellettuali , artisti , scrittori più significativi e "avanti", una delle menti più lucide e impegnate nella storia della cultura italiana , chiudeva tragicamente un'esistenza controversa ma sempre decisamente e coerentemente controcorrente.
Sulla morte di Pasolini sono state ipotizzate diverse implicazioni: dall’estremismo di destra alla banda della Magliana (all’epoca fu rubato il negativo degli ultimi giorni di girato di Salò e Novecento e chiesto un riscatto di due miliardi di lire, come confermato da SergioCitti ) dai servizi segreti italiani ai discepoli di Evola, ai politici infastiditi dai suoi elzeviri al vetriolo apparsi sul Corriere della Sera, alla P2 fino al tacito coinvolgimento dei borgatari stessi dell’Idroscalo (tutti sordi quella notte) e alle tesi di Giuseppe Zigaina, secondo le quali Pasolini avrebbe inscenato la propria fine in un contesto religioso-simbolico preannunciato da alcune sue poesie e da passi di Petrolio (cfr. Pasolini e l’abiura, 1994 e Hostia, 1995). Una summa di tutte le ipotesi è contenuta nel film Pasolini, un delitto italiano (Marco Tullio Giordana, 1998) e nel primo capitolo di Vita di Pasolini, biografia scritta da Enzo Siciliano ed edita da Rizzoli nel 1979.
Di sicuro non morì come è sempre stato sostenuto.
Personalmente Pasolini ha segnato pesantemente la mia adolescenza e mi ha insegnato tanto (lo portai come autore italiano all'esame di maturità e la commissione presieduta da un prete non ne fu contenta)
A casa mia in un quadro c'è la pagina del Corriere del 14 novembre 1974 scritta da Pier Paolo Pasolini

TERRIBILMENTE ATTUALE

IO SO.
' Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato golpe (e che in realtà è una serie di golpes istituitasi a sistema di protezione del potere). Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969. Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974. Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di golpes, sia i neofascisti autori materiali delle prime stragi, sia, infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969), e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci e della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il 1968, e, in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del referendum.
Io so i nomi di coloro che, tra una messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neofascisti, anzi neonazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine ai criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista) .
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killers e sicari. Io so tutti questi nomi e so tutti questi fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che rimette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il "progetto di romanzo" sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere.
Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il 1968 non è poi così difficile... '
TONY FACE

sabato 4 novembre 2006

Recensioni / From The Past (2002); THE SMALL FACES : First Immediate LP, 35th Anniversary Edition ( Castle Music - Sanctuary Records / 2002 )




The SMALL FACES sono uno di quei gruppi che sembrano aver fatto con il diavolo un patto d'eterna giovinezza ed indefessa attualità : nel corso delle decadi successive il loro scioglimento per un verso o per l'altro se ne é sempre parlato e tessute le lodi , soprattutto a proposito di alcune antologie / ristampe, ma anche grazie ai vari mod-revivals ed al loro fan britannico più incallito, il grande Paul Weller . Pensate che ne parla con affetto anche nell'intervista contenuta nel suo bellissimo recente DVD As Is Now !
E poi, cosa più importante, THE SMALL FACES sono una delle mie timeless-bands preferite in assoluto; STEVE MARRIOTT a mio parere uno dei più grandi lead-singers della storia del rock.
Vi ripropongo qui un mio articolo uscito in rete nel 2002, che prima di volgere al termine fa registrare la ristampa ad opera della Castle Music / Sanctuary Records del loro album di debutto per la Immediate Rec. uscito 35 anni prima;
l'avvenimento viene quindi così degnamente festeggiato: 35th Anniversary Edition First Immediate LP e la doppia confezione della Castle prevede nel primo cd la versione stereo dell'original UK album e nel secondo quella mono. In entrambi i cd poi sono comprese molte bonus tracks con versioni mono e stereo di alcuni famosi singoli degli Small Faces del periodo Immediate, come Tin Soldier,I Can't Make It, Here Comes The Nice, Itchicoo Park, alternative versions e chicche varie.
Completismo maniacale ? Può darsi, ma vi assicuro.... ne vale proprio la pena: prima di tutto per il prezzo al pubblico assolutamente ragionevole ma soprattutto perché l'occasione é davvero speciale: l'album, uscito il 23 Giugno 1967, é un primo tentativo abbozzato di STEVE MARRIOTT e c. di concept-album e di soffice psichedelia attraverso le melodie accattivanti e dilatate di Feeling Lonely, Become Like You , Eddie's Dreaming, Up The Wooden Hills To Bedforshire, Green Circles.
Nel 1967 The Small Faces stanchi dei clichés di 'mods scapestrati' in cui la Decca li aveva ingabbiati e dei dissapori/incomprensioni con i managers della potente etichetta Don Arden e Tito Burns firmano per la nascitura Immediate fondata e gestita da Mick Jagger, Keith Richards ed Andrew Loog Oldham... sulla scia di altri artisti come Chris Farlowe ed Amen Corner.
SMALL FACES, uscito in America con il titolo There Are But Four Small Faces é davvero, come dicevo prima un giro di boa nella visione musicale violenta tipicamente mod-r&b con cui i quattro avevano raggiunto il successo nel periodo Decca '65-'66: un 33 giri pieno di chitarre acustiche ma soprattutto di clavicembali, mellotron, pianoforti ed organi chiaroscurali, ovvero il tastierismo immenso ed innovativo di Ian McLagan, un maestro in tutti i sensi...ma non mancano neanche i fiati!
La foga compositiva ed interpretativa degli esordi é temperata a favore di brani tristi, ballate malinconiche e bagliori psichedelici..in perfetta adesione alla nuova estetica rock che stava maturando e che sarebbe esplosa l'anno successivo.
E' il poderoso bassista Ronnie 'Plonk' Lane a coadiuvare vocalmente STEVE MARRIOTT con piglio delicato e sardonico in molti brani (quelli succitati), sebbene la vecchio insana passione mod di Steve per il r&b emerga ancora prepotentemente in Have You ever Seen Me e Talk To you ; il suo inconfondibile ardore rock sigla poi degli autentici classici come My Way Of Giving, Get Yourself Together ripresi nelle decadi successive da bands essenziali quali Only Ones e Jam.
Ma il fascino, il carisma discreto e prepotente nello stesso tempo, l'influenza di questo album giunge sino a tempi recenti ed é chiarissima persino in alcune produzioni americane anni '90 In The Red ( Now Time Delegation) ed Estrus...esempio lampante l'efficace cover del Total Sound Group di Tim Kerr dello strumentale Happy Boys Happy con l'hammond felice di McLagan protagonista assoluto,
'...una dichiarazione di rinnovato feeling positivo dopo la depressione che aveva attanagliato la band alla fine del rapporto artistico con la Decca, degli Small Faces rivitalizzati e di nuovo con tutti i cilindri che girano a mille ',

così scrive David Wells nelle preziose note dell'esauriente booklet di questa ristampa imperdibile.

PASQUALE BOFFOLI

http://www.thesmallfaces.com/

http://www.italiamod.com/articles.php?lng=it&pg=56

Collaborations; NEIL YOUNG : American Stars'n Bars, 9° LP (Reprise- 1977) by Michele Ballerini



NEIL YOUNG é una delle 'guide spirituali' da sempre dei Flowers, gli attempati titolari del sito in cui questo blogspot é contenuto; il suo ultimo lavoro, l'apocalittico e polemico Living With War ha portato l'artista di nuovo prepotentemente alla ribalta internazionale!
Neil, il canadese, é il ROCK&ROLL in tutte le sue sfaccettature a partire dai magnifici BUFFALO SPRINGFIELD (ne parleremo molto presto) e da quel primo timido album solista in cui comparivano già capolavori senza tempo come Last Trip To Tulsa, The Loner e Old Laughing Lady. Il nostro Michele Ballerini ci parla qui di uno dei suoi album meno conosciuti....mai troppo tardi per riscoprirlo...grazie Michele ! (W.B.)



Il primo vinile serio che comprai in vita mia (avevo 12 anni) fu il doppio Live Rust by NEIL YOUNG & THE CRAZY HORSE.
Prima di questo mi avevano regalato solo perle tipo: Sandokan degli Oliver Onions; Capito dei Gatti di vicoli dei miracoli, goldrake e Le Avventure Di Provolino.
Perciò sono un grandissimo fan di Neil Young da sempre; in terza media avevo addirittura incollato una sua foto sulla mia cartella.
Da alcuni giorni sto ascoltando incessantemente il suo 9° lp (escludendo Journey Through The Past, soundtrack dell'omonimo film del 1972 diretto da NEIL stesso, che raccoglieva perlopiù vecchie live versions di brani di BUFFALO SPRINGFIELD o C.S.N. & Y e un solo inedito).
American Stars'n Bars è considerato generalmente dalla critica come uno dei 'weakest' albums del Neil dei 70s. Nonostante ciò il disco contiene alcune canzoni di grandissimo valore.
Su tutte la straordinaria Like A Hurricane, la eterea Will To Love (capolavoro assoluto...ascoltatela e capirete dove i Dinosaur Jr. più sognanti hanno preso ispirazione); Star Of Betlehem (un fantastico duetto con EMMYLOU HARRIS) ; le countryeggianti Saddle Up The Palomino ,Hold Back The Tears(grandiosa) e The Old Country Waltz(con LINDA RONSTADT e NICOLETTE LARSON ai cori), il puro Young elettrico di Homegrown.
Solo Bite The Bullet è onestamente, bruttissima.
Anyways sarà anche uno dei dischi meno riusciti del Genio Neil ma vale pur sempre 1.000 volte di più dell'intera opera omnia di certi indie-pagliacci osannati dalla critica nowadays.
Un consiglio: sparatevi a tutto volume l'asolo di Like A Hurricane e mandate a cagare il vostro vicino che vi smadonna dietro perchè non riesce ad ascoltare la puntata serale di Gara di Ballo e/o....si crede un grande rocker perchè va a dondolare l'accendino ai concerti di LIGABUE.

MICHELE BALLERINI
longryders@gmail.com

http://popartx.blogspot.com
http://www.youtube.com/watch?v=7KxiEjPCXA8

www.neilyoung.com

venerdì 3 novembre 2006

Collaborations ; OUTSIDERS " Lying All The Time / Thinking About Today" 3° 7" (Relax , 1966 ) by Michele Ballerini



Questo articolo segna l'inizio delle collaborazioni a questo blogspot, che mi auguro numerose.
Nella fattispecie l'inizio di quella di Michele Ballerini, una figura chiave negli ultimi anni per il recupero della memoria storica rock italiana, a partire dagli anni ' 70, ma Michele é ora attivo anche per quanto riguarda i Sixties.
Vi ricordo il primo storico cd di Proiettili Punk-Waves da lui curato, esplorazione a lungo progettata e sofferta del punk italiano dei '70. Ora é al lavoro sul secondo volume ...chissà quali sorprese ci riserva !
Debutta nel mio rock-blogspot con un piccolo flash sui sixties-garagers olandesi THE OUTSIDERS.

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Assolutamente fantastico. Meraviglioso. This is one of the greatest 7" ever recorded in the history of r'n'r...e Den Harrow ci fa 'na pippa.
3° 45 giri della grande dutch band (from Amsterdam) di WALLY TAX (purtroppo scomparso nel 2005), conteneva, sul lato A "Lying All The Time" (poi coverizzata dai CYNICS), un jingle-jangle folk rock assolutamente splendido.
Sul lato B "Thinking About Today", straordinario punk-r'n'b . Grandiosi.Extremely adviced

."Love is blind and my love was too blind to see. /Love is blind and you put your hands out to me./ And then I, I felt for you. 'Cause I thought that you loved me too ... But you were lying, yeah lying, all the time./ Love is blind and it changed the man I used to be ..." (by W. TAX /Ronald SPLINTER).

Ha scritto Ben (Nederland),vecchio fan degli OUTSIDERS: "Wally, can't listen to you without tears in my eyes".

I agree.Pure truth.

MICHELE BALLERINI longryders@gmail.com

http://popartx.blogspot.com

lunedì 30 ottobre 2006

Recensioni / Italiani; TRINITY: Vacancy CD ; Blues Canero Mini DVD ( autoprodotti 2004)





Sono un po’ imbarazzato nel recensire questo secondo cd del trio blues-rock barese TRINITY, registrato nell’autunno del 2003 ma balzato alla nostra attenzione praticamente nel 2004 .
Imbarazzato perché conosco da tempo il leader, il chitarrista Bob Cillo, abbiamo molte passioni musicali in comune, non solo il blues; quindi la paura di non essere obiettivo nel parlare di VACANCY non è poca. Ma i fatti sono fatti e questo nuovo lavoro li conferma come la punta di diamante di una seconda generazione di indefessi bluesmen baresi, in una città in cui sin dalla prima metà dei sixties questo genere conta su un numero notevole di fedeli seguaci.
I Trinity eseguono un blues a forte tinte rock, a tratti noise…niente tempi swinganti o tastiere tanto per intenderci; da sempre hanno sposato l’estetica essenziale del trio che tanti musicisti hanno portato nei ’70 a prodigiosi risultati.
Vacancy spinge brutalmente il piede sull’acceleratore in tal senso rispetto al precedente Smell Of Burning ( 2002) , non solo grazie alle ormai proverbiali torrenziali performances chitarristiche di Bob Cillo ma anche grazie all’accresciuta grinta interpretativa dei due d’Erasmo, soprattutto il bassista-cantante Gianni, molto più personale ed aggressivo dal punto di vista vocale rispetto al passato.Ascoltate come è sfrontato nella cover Done Somebody Wrong, sembra un Rory Gallagher alticcio trapiantato in terra di Puglia, o in Don’t Kick Me, celeberrimo brano di Mayall che qui subisce da parte sua un trattamento più intenso e sofferto che in Smell of Burning.
Cinque sono le composizioni originali nuove di Vacancy ( Cillo è l’autore di quasi tutto il materiale originale, sia liriche che musiche ) se si escludono Dance Floor, Ready Cash e Sweet Talking Woman già incise in passato ; anche da questo punto di vista la crescita è notevole: Saturday Night Disaster, Your Room Is Empty, Waiting All The Time, Crawling At Your Backdoor rafforzano lo stile asciutto e scarno che contraddistingue i Trinity da sempre, con Bob Cillo che ciserve su un piatto d’argento soli grondanti cieco furore esecutivo : senza ombra di dubbio uno dei più entusiasmanti chitarristi in circolazione, con i piedi ben piantati nella tradizione british-blues ma anche in quella del delta-blues americano; addirittura travolgente in Crawling At Your Backdoor , Saturday Night Disaster, Dance Floor forse gli episodi più notevoli di Vacancy.
Forse avrebbe potuto risparmiarci l’ennesima versione di The Stumble, esercizio chitarristico ormai tra i più scontati. Si cimenta con risultati lusinghieri anche alla slide ad al dobro , come in Rain in My Shoes, pensoso episodio a sé stante nell’economia del disco nel quale c’è la piacevole sorpresa della voce eterea di Mariangela Cagnetta che mi ha riportato alla mente curiosamente una certa Christine Perfect di tantissimi anni fa.
I Trinity hanno prodotto nel 2004 anche un interessante mini-dvd , BLUES CANERO, arruffata ma divertente testimonianza di tre concerti tenuti in Spagna nel novembre 2003.Ci sono tante maniere di fare blues: i Trinity non saranno tra i più tecnici, main quanto ad adrenalina non sono secondi a nessuno.

PASQUALE BOFFOLI

http://www.trinityband.it/ Posted by Picasa

http://www.trinityband.it/italiano/download.htm
http://www.myspace.com/httpwwwmyspacecomtrinitybluestrio

Recensioni / Italiani; THE ROOKIES: Out of Fashion (Teen Sound 2005)

La prima cosa che mi ha colpito dei ROOKIES all'ascolto di OUT OF FASHION é il loro modo passionale e lirico di porgere la ' ballata garage ' .L'interpretazione ad esempio di Giovanni Orlandi di YOU, cover dei Bumble Bees, mi ha preso a primo ascolto alla gola già dalle prime parole '..Listen baby....'.
Il suo timbro vocale al bivio tra l'adolescenziale e l'adulto ricorda molto il Jim Sohns degli Shadows of Knight degli anni d'oro.Ballate garage dicevo : e cosa sono le loro composizioni in Out of fashion se non stupende e smaglianti timeless garage-ballads ?
La triste e darkeggiante I WALK ALONE, la grintosa YOU BETTER GO HOME ( con l'armonica di Andrea Modicatore), la dinamica e sfaccettata ASTRID (con le tastiere di Paolo Negri), la marziale e lancinante OUT OF FASHION, tutte scritte dal lead-vocalist Giovanni Orlandi con i chitarristi Federico Zanotti e Simone Modicamore, instancabili dispensatori per tutto il disco di distorsioni e folate fuzz, ma anche di suadenti e folkeggiantitimbri chitarristici.
Ma anche le covers di garage-bands talvolte oscure disseminate lungo quest'opera prima dei piacentini sono eseguite con approccio e perizia davvero ineccepibili: si va dalla perentoria e fascinosa WHAT'S WRONG WITH YOU degli Outsiders del compianto Wally Tax alla lisergica CAN'T EBENEZER SEE MY MIND dei Klubs, dal rock & roll di BACKDOOR BLUES dei Lost alla byrdsiana ONE TIME AROUND ( bravissimi Zanotti e Modicamore negli intrecci chitarristici ! ) dal refrain contagioso, un finale di disco folksy davvero prezioso ;
dalla beat e martellante I'VE WAITED SO LONG ( Motions) alla spasmodica I WANT TO LIVE ( Mascots), sorta di incrocio tra Sorrows e Quicksilver, dall'epica ALWAYS WITH HIM ( Living Daylights) alla contagiosa e crepuscolare YOU dall'inizio dannatamente Modern Lovers sino all'entusiasmante I DON'T CARE ( Thor's Hammer) posta all'inizio del disco, dotata di un tiro chitarristico power-pop (...Real Kids ) .
L'inevitabile gioco di citazioni cui rimanda Out of Fashion dei Rookies, band dall'immaginario garage e rock&roll sontuoso giunge ad includere anche i gloriosi Miracle Workers ;
i piacentini ricordano a più riprese il garagismo appassionato e strascicato di Jerry Mohr e c. negli anni '80 .
Una band ed un'opera prima quindi miracolosamente in equilibrio tra purezza sixties, l'enfasi del garage-revival degli eighties e gli accenti malati del primissimo punk/power pop americano.
Ineccepibile e freschissima infine la produzione di Massimo del Pozzo per la sua Teen Records, dinamica e vitale divisione della Misty Lane Records.
Senza di lui il garage in Italia sarebbe ridotto al lumicino.
PASQUALE BOFFOLI
posted by Pasquale Wally Boffoli at 7:28 PM
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Recensioni / Esteri; COME N' GO: " 2 " ( Voodoo Rhythm Rec.- 2006)



I COME N'GO si confermano a distanza di quattro anni da Rhythm n’ blood band d’assalto della scuderia Voodoo Rhythm, con un disco violento molto più ‘prodotto’ del primo, che era puro caos trash&roll in studio, contraddistinto da un sound che definire grezzo e sporco sarebbe un eufemismo.
"2” suona molto più definito e lucido nelle strutture, rivelando le molteplici influenze dei Come N’go, guidati dall’esaltato cantante Alain, autore di tutti i testi. Improntati ad una semplice ed a volte misera quotidianità (John Chet, Beerland ) , anche se nelle iniziali The Fight e Golden Shower affilano le lame e parlano confusamente di rivoluzioni personali e di resistenza in un mondo ormai del tutto accecato ed impazzito.
La forza d’urto punk di questi svizzeri pare sfatare una volta per tutte l’immagine rassicurante e stereotipata della loro terra: ascoltate le chitarre stordenti, ipnotiche e dolorose di Felipe e Benu in John Chet, Golden Shower, The Fight, percorse da una serialità quasi velvetiana, la convulsa cover degli Oblivians, There’s no butter for my bread, il vocalismo stridulo di Alain (novello David Thomas?) nella robotica Manual Information, con tanto di theremin impazzito, ma anche l’alienata e cangiante Beerland paiono outtakes dei Pere Ubu di Dub Housing.
La corposa Don’t Matter invece si apre con uno spudorato riff alla Keith Richards, risplende del vocalismo sguaiato ed offensivo di Alain, per poi sforare in un lungo boogie caratterizzato da una solista lancinante. Piuttosto noiosa invece la lunga cover dei C.C.Revival, Commotion.Per fortuna, i Come n’go si riscattano ampiamente con I Wanna Be, puro Oblivians trash-style e la farneticante Golden Shower, un’estasi in crescendo di energia anfetaminica, a metà strada tra Modern Lovers e Pere Ubu.
Una lunga ghost-song, puro divertissment blues rural-acustico con tanto di fisarmonica e banjo completa a sorpresa il disco, poco più di mezz’ora.Con "2" The Come n’go si affermano una delle più conturbanti bands europee.
Grazie con tutto il cuore Reverend Beat-Man: la tua crociata a favore del rock’n’roll più selvaggio e incontaminato ha prodotto altri due capolavori, questo e Because of women di Roy & The Devil's Motorcycle.

PASQUALE BOFFOLI

www.voodoorhythm.com

Official Web Site:
http://www.voodoorhythm.com/comengo.htm

Audio ascolta "Manual Information"

sabato 28 ottobre 2006

Recensioni / Italiani; ARMANDO ADONINO : Immagini ( A&R 2006)


Negli ultimi 20 anni e passa il cantautore barese ARMANDO ADONINO ha contribuito a nobilitare con le sue canzoni il concetto di ‘ artista di strada ‘ .
Esse, scaturite con gentile minimalismo naif, senza forzatura alcuna, dalle sue numerose traversie esistenziali dimostrano come proprio grazie ad esse un’artista possa partorire e stigmatizzare una purezza lirica cantautorale assolutamente scevra da quegli aristocratici intellettualismi che oggi vanno tanto di moda, con testi a volte fatalistici (E’ un circo la vita, Uomo solo) a volte amari ( Clown, Ballata nel tempo) , altre attraversati da nobili aneliti di riscatto (Robin Hood , Nuovi orizzonti) .
In Innamorato di te ed Io che volevo è l’amore idealizzato invece ad essere protagonista .
Quelle di IMMAGINI sono canzoni nate e cresciute per le strade di quella ‘town without a pity‘ che Bari è da sempre , un grande ‘paese’ del sud decisamente malvagio verso chi ha il difetto di non essere un mercante !
Come in una bella favola l’etichetta nascente A & R ed il Tom Tom Studio di Rosario De Gaetano ed Angelo Pantaleo, note figure della scena musicale barese, hanno deciso di restituire alle canzoni peregrine di Armando Adonino quella dignità artistica ed espressiva che meritano da sempre .
IMMAGINI, il primo positivo parto dell’A & R ha più di un merito: prima di tutto produzione e mixaggio essenziali che valorizzano lo stile vocale scarno ed il dinamico chitarrismo acustico d’estrazione folk-blues di Armando ( uno Ian Anderson d’annata docet…ed anche un certo Nick Drake, ma lui non lo sa ! ), poi gli apporti strumentali discreti ma funzionali di alcuni amici musicisti (Roberto Piccirilli, Pasquale Boffoli, Piero Di Bari, lo stesso produttore Rosario De Gaetano…) , ma soprattutto l’aver riattualizzato e nobilitato il repertorio di colui che tranquillamente si può considerare il padre spirituale storico dei novelli cantautori baresi.

PASQUALE BOFFOLI

Contatti: degaetano@iazzoproject.com
tomtomstudio@fastwebnet.it

mercoledì 25 ottobre 2006

Live / Esteri; NICK CAVE 'Solo Performance', Music Village, Parco Novi Sad, Modena 7 Luglio 2005


La dicitura “Solo Performance” attribuita al minitour italiano di NICK CAVE ha dato adito a qualche equivoco: in realtà Re inchiostro si è presentato a Modena, nell’affollato padiglione del Music Village con una formazione ridotta dei Bad Seeds comprendente i fedeli gregari Martyn P.Casey al basso, Warren Ellis al violino e strings varie, Jim Sclavonous alla batteria. La formula adottata dall’artista australiano in questa occasione ha avuto il grande pregio di porre maggiormente in risalto quegli incredibili chiaroscuri e magistrali sbalzi di umore che costituiscono ormai da tempo la collaudatissima materia palpitante della sua arte.
Il Cave del 2005 visto a Modena è performer ormai maturo, poliedrico e carismatico al di là di qualsiasi scala di valori, sia quando, seduto al pianoforte, si è concentrato nelle soffuse nebbie mistiche di timeless ballads ripescate oculatamente dai suoi lavori degli ultimi venti anni - People Ain’t No Good, Nobody’s Baby Now, Lucy, Loom Of The Land, Into My Arms, The Ship Song, God In The House, classiche ormai come può esserla una piéce pianistica di Chopin - sia quando, confortato magistralmente da Warren Ellis - invasato violinista posseduto da “romantica” passionalità e gestualità spiritata - ha strapazzato la tastiera percuotendola ossessivamente ed abbandonandola a scatti ripetuti per inscenare tumultuose versioni teatrali delle storiche apocalittiche Tupelo e The Mercy Seat, torturando in lungo e largo le assi estreme del palcoscenico in preda ai suoi fatidici sconvolti deliri espressivi, sfiorando o stringendo le mille mani protese verso di lui.
Al di là di questa ortodossa dicotomia la spiazzante positiva impressione in alcuni episodi è stata di un metodico ribaltamento del mood primigenio, esperimento probabilmente ispiratore della formula a quattro: brani originariamente abrasivi come Red Right Hand, Stagger Lee ed addirittura in alcune fasi The Mercy Seat trasfigurati in sontuosi inediti arrangiamenti pianistici, sono risultati (orfani della grattuggiante e gracchiante chitarra di Blixa Bargeld ) mirabilmente interiorizzati; al contrario il combo di Cave dal vivo ha tirato fuori da brani come The Weeping Song, Henry Lee, Hiding All Away (dall’ultimo Abattoir Blues) un’energia che in studio appariva soltanto potenziale.
A Modena Nick ci è apparso comunque uomo ed artista estremamente comunicativo, positivo, ed a suo modo pacificato con se stesso, capace già dopo i primi tre-quattro brani di schiodare dalle sedie tre quarti dell’audience invitandola/obbligandola (come resistere ad un invito tanto seducente?) a raggiungerlo sotto il palco per un contatto fisico molto più diretto.
E ad alternarsi sono sorrisi , estemporanee ed esilaranti battute individuali con la band (a causa di piccoli fraintendimenti sul repertorio) e il pubblico (soprattutto con un certo Antonio, cui finalmente dedicherà una chilometrica liberatoria Tupelo, ossessivamente richiesta dall’inizio dello show). Verso la fine dello spettacolo non si dimentica certo di moglie e figli sottolineando, non senza un pizzico di ironia, il suo status di marito e padre: a lei dedica Babe, You Turn Me On (un po’ melensa ?), uno dei brani forse meno riusciti di The Lyre Of Orpheus… ma si fa perdonare subito dopo con una feroce Jack The Ripper.
Richiamato a gran voce concede due lunghi bis ad un pubblico che copre trasversalmente una fascia dai diciassette-diciotto anni ai cinquanta e passa… Cos’altro dire: che è meraviglioso incrociare per caso (?) lo sguardo di una diciottenne e sorridersi, scoprendo che state cantando conoscendo entrambi a memoria i versi di Nobody’s Baby Now mentre Nick Cave ne sta eseguendo una stupenda versione…

PASQUALE BOFFOLI

www.nickcaveandthebadseeds.com

martedì 24 ottobre 2006

Recensioni / Esteri ; ROY & THE DEVIL'S MOTORCYCLE : Because of women ( Voodoo Rhythm - 2006 )


L’etichetta svizzera di Reverend Beat-Man, la Voodoo Rhythm records, è divenuta negli ultimi anni, e cioè i primissimi del nuovo millennio, una label di culto internazionale attenendosi strettamente al verbo garage, blues-trash e primitive rock’n’roll.
Ma già dagli anni ’90 con bands e produzioni estreme ed a volte bizzarre come Dead Brothers, Monsters, aveva dimostrato di essere interessata unicamente al lato più oscuro e meno ortodosso del rock, ed in alcuni casi ad incesti contro natura tra generi molto diversi, polka, zydeco, punk, cabaret, come nel caso dei Watzloves, coerentemente con la ragione sociale che si era data ed alcuni sottoragioni: ‘Records sto ruin any party…..He’s monsters voice'.
E’ diventata poi nel nuovo millennio una sorta di amorevole ed accogliente ovile europeo ma cosmopolita.Devo dire che con questa produzione recentissima, Because Of Women degli svizzeriMotor Roy & The Devil’s Motorcycle, tre chitarristi (3 Brothers) più un batterista, Oliver, la Voodoo Rhythm si è davvero superata. Il sound prodotto dalle tre chitarre e da Oliver travalicano l’abusato concetto di trash-blues che si rivela limitativo nel loro caso.
Da un lato si ricollegano a certo ‘decostruttivismo‘ blues di mitiche bands come Chrome Cranks, Bassholes e Cheater Slicks; come in brani oppiacei I Had A Dream, l’acustico-folkeggiante Winding Up (con tanto di onde che si rifrangono e grida di gabbiani) e l’informale Dust Ball Flashback iniettano nella matrice nera del blues alcolizzati ed onirici umori esistenziali di bianchi alla deriva, di vite allo sbando, mutandone per fatale inerzia e trasfigurandone le trame originarie.Un mood che ricorda molto gli abbandoni drogati degli Spaceman 3.
Ma, a differenza dei nomi succitati, Roy & The Devil’s Motorcycle rinunciano ad urgenza ritmica e deflagrazioni soniche per dar vita ad una psichedelica blues decelerata ed inquietante in cui sono gli obliqui e visionari téte-a-téte delle tre chitarre e la voce trasandata ed occasionale a farla da padrone .
Autentici monumenti al ‘cuore nero’ di questo blues posseduto da un incredibile nichilismo bianco sono Dark Sunday Evening ( qui i 13th Floor Elevators sembrano essersi dati appuntamento con i Joy Division ), la cover di Junior Kimbrough, Don’t Leave me (strascicata ed alcolizzata) e quella di Elmore James, It Hurst Me Too, che come Johnny Be Good iniziano canoniche per poi inerpicarsi perfidamente su stravolti ed imprevedibili sentieri sonori .Omaggi alla tradizione quindi , anche se devastati da una seriale dedizione alla profanazione ed ad un’innata trascendenza sonica.
Sono comunque episodi come Illumated Cowboy, spiritata ed inclassificabile, che non offre il fianco ad alcuna etichetta musicale ‘umanoide’, e poi Dark Sunday Evening, e la tormentata e densa When We Were Young che senza ombra di dubbio mettono a fuoco la visionarietà straripante e potente di una band rimasta troppo a lungo nell’oscurità di un piccolo villaggio delle montagne svizzere, oggetto di un rito per pochi adepti.

PASQUALE BOFFOLI www.voodoorhythm.com

Official Web Site
www.roydmc.ch

Audio Extra
ascolta "Dark Sunday evening"

venerdì 20 ottobre 2006

Recensioni / Esteri ; NEW YORK DOLLS - One day it will please us to remember even this (roadrunner records 2006)

Vi risparmierò nel recensire ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS quei quesiti triti e ritriti che certamente avrete già incontrato negli articoli usciti di recente sulla stampa nazionale sulla reunion delle NEW YORK DOLLS : quelli circa il senso di un nuovo disco delle bambole a 32 anni da Too Much Too soon, delle bambole senza Johnny Thunders, e cosa Johansen, Sylvain ed i loro nuovi soci possano ancora dire nel contesto attuale del rock internazionale.
Tutte masturbazioni critiche : le Dolls erano tornate già nel 2004 sotto l’egida del loro super-fan inglese Morrissey con un cd ed un dvd ottimi registrati al Royal Festival Hall di Londra durante il Meltdown Festival quando ancora l’originario bassista Arthur ‘Killer’ Kane era vivo anche se agli sgoccioli, nei quali rivisitavano alla grande i loro immarcescibili inni di strada come se 30 anni non fossero mai passati.
DAVID JOHANSEN a 50 anni e passa si dimostra in quest’occasione il saltimbanco istrione di sempre con quel vocione imperativo e sardonico che chi si è fatto le ossa sul rock-punk degli anni ’70 conosce bene!
Ma veniamo al nuovo lavoro : chiunque ami il rock nel senso più pieno del termine capirà già dalle prime note di WE’RE ALL IN LOVE che qui c’è di che esaltarsi e gioire come ventenni in calore : l’età che avevo quando nel 1973 fu stampato dalla Mercury il primissimo NEW YORK DOLLS prodotto dal geniaccio Todd Rundgren: il primo vero album suburbano della storia del rock che anticipava quello che abbiamo oggi tutti sotto gli occhi nelle nostre città, anche se erano già usciti il primo dei Velvet Underground, degli Stooges e degli MC5; l’album delle pillole, dell’immondizia, della crisi di personalità, delle ragazze cattive.
A differenza delle bands sopra citate, nelle canzoni e nel sound delle NEW YORK DOLLS di David Johansen, Johnny Thunders e c. c’era spazio oltre che per l’impietosa chirurgia delle perversioni metropolitane anche per un sano, caotico e dissacrante senso del divertimento, trasudante blues, glam e rock& roll in un cocktail micidiale e travolgente che non avevano né i Velvet, né gli Stooges, né gli MC5 ( seminali ed unici per altri motivi ) , che annunciava gli splendori punk di lì a qualche anno :
….questo spirito rock&roll sfrontato ed irriverente andò purtroppo perduto nel punk degli anni ’70 e tanto più nel troppo irrigimentato hardcore di lì a venire...’
Non sono parole mie ma dello stesso Johansen, che, intervistato recentemente, insiste in più occasioni sui concetti di ‘swing’ e rock “for fun” che rappresentavano una componente essenziale delle N.Y.D., da lui mai abbandonata nel corso della sua carriera solistica oltre che come Johansen, sotto gli pseudonimi di Buster Poindexter ed Harry Smiths.
Ed è sempre lui con la sua armonica e quella voce che ti inchioda che dopo l’attacco fulminante di WE’RE ALL IN LOVE subito conduce le danze, perentorio, coadiuvato da Sylvain e da una band formidabile guidata dal potente chitarrista Steve Conte. Già da questo primo brano appare questione futile etichettare: punk? metal? hard? trash? glam?
No: semplicemente sporchissimo ed attualissimo DOLLS-ROCK&ROLL di strada, che ti ubriaca senza aver bevuto una goccia e cancella di prepotenza quella maledetta depressione ondivaga che ti viene a trovare un giorno sì ed uno no!Il miracolo (perché di miracolo si tratta!) si ripete in RUNNIN’ AROUND, PUNISHING WORLD, DANCE LIKE A MONKEY, GIMME LUV AND TURN ON THE LIGHT, GOTTA GET AWAY FROM TOMMY, tutte songs che ripropongono l’insolenza ed il sound stordente e pieno delle N.Y.D. originali degli anni ‘ 70 ma con una freschezza esecutiva che stupisce.Non siamo di fronte quindi ad uno sterile dejà-vu: Johansen non ha mai smesso di lavorare dopo le Dolls, ha interpretato generi diversissimi tra loro: blues, salsa, r&b, mambo, cabaret ed è diventato soprattutto un crooner efficacissimo nelle slow-ballads.
In ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS mette a frutto tutto ciò in ballate lente e mid-tempo come AIN’T GOT NOTHIN’, RAINBOW STORE, MAIMED HAPPINESS, FISHNETS AND CIGARETTES, PLENTY OF MUSIC, TAKE A GOOD LOOK AT MY GOOD LOOKS che se da un lato arginano la forza d’urto devastante delle street-songs sunnominate ( con un pò di dispiacere da parte nostra) dall’altro ammaliano per le mature capacità interpretative di David e si dimostrano essenziali nel rendere questo ritorno inaspettato delle Dolls godibile in ogni sua sfaccettatura.

giovedì 19 ottobre 2006

Recensioni / Esteri; PAUL WELLER - CATCH-FLAME! (2CD) Live at the Alexandra Palace ( 2006 / Yep Roc )



CATCH-FLAME ! Doppio live registrato all’Alexandra Palace di Londra in una sola notte, quella del 5 dicembre 2005, rischia di diventare nella più che trentennale carriera di PAUL WELLER una vera e propria consacrazione, nonché di essere annoverato in prospettiva tra i più grandi ‘live’ rock di tutti i tempi.
A cominciare dai fumiganti e frenetici dieci minuti di In The Crowd (ripresa dal repertorio Jam) che aprono il secondo cd: sembrano un’appendice dell’epico Live At Leeds degli Who; un fiero ribadire del grande Paul in età più che matura le sue profondissime ascendenze mod, così come nella finale Town Called Malice, ancora Jam sugli scudi, di sfacciatissima matrice ritmica Tamla Motown, che si trasforma in un vero coro da stadio. Terzo gioiello Jam l’indimenticabile That’s Entertainment (i fedelissimi in sala si fanno ancora sentire…), una delle ballate più intense scritte da Paul in quegli anni intensi e gloriosi, qui in versione ruspante ed indurita.
Essa è posta all’interno di una sequenza di ballate da brividi tratte dai suoi album solisti degli anni ’90 e del nuovo millennio ( Heavy Soul, Stanley Road, Wild Wood, Illumination, Studio 150, As Is Now ) nei quali Weller ha forgiato ed approfondito attraverso versatili sfaccettature rock, soul, r&b, folk e country un inconfondibile pop moderno ma al tempo stesso ricchissimo di sapori antichi, di straordinaria intensità ed emozionante come pochi altri, sia nel coté febbrile e duro che in quello lirico e più introverso.
Si va dalla decadente ed elegiaca You do something to me ( dalla saccheggiata Stanley Road, 1995) ) alla romantica e sognante Wishing on a star (Studio 150, 2004) , dal folk intrigante ed interiorizzato di Wild Wood che ad un certo punto Paul lascia cantare all’audience, all’evocativa e trascendentale The Pebble & the boy, dall’ultimo lavoro in studio del 2005 As Is Now ( come l’urgente Come on let’s go), attraversata da un’ispiratissima solista che pare disegnare la curva di un arcobaleno; dal r&b attendista di Broken Stones, dove il carisma soul di Weller è quantomai vicino a quello dell’indimenticabile Steve Winwood, alla lirica Foot of the mountain, trasfigurata qui da un’implacabile progressione elettrica.Ma Paul e la sua formidabile band, puntuale e travolgente macchina rock ( Steve White, Steve Cradock, Damon Minchella e Seamus Beaghan ) non tralasciano all’Alexandra Palace nemmeno gli stilosi trascorsi Style Council, oggetto per alcuni fans di qualche perplessità. L’ipnotica e sonnolenta Long Hot Summer e la disinvolta gioiosa Shout to the top, dimostrano essere dei tasselli di passaggio gustosi anche se non imprescindibili nell’economia creativa trentennale di questo eccelso songwriter.
Raccontato praticamente tutto il secondo cd di CATCH-FLAME ! andiamo a dire delle altre meraviglie elettriche contenute nel primo cd : innanzitutto i palpitanti estratti di As is now, Blink & you’ll miss it e From the floorboards up, nervosi e percorsi da un’urgenza mod-punk quasi di matrice Jam.L’ineffabile beatlesiana Savages con tanto di mellotron, nuovo gioiello dell’ispirazione più pacata di Weller; quindi lo swing perentorio e notturno di Paper Smile, una sorta di intrigante blues dai fascinosi risvolti armonici.Si torna al materiale Stanley Road con l’inossidabile inno epico The Changingman, quasi un autoritratto umano ed artistico, immancabile nei suoi shows.
La delicata elettro-acustica Up in Suzes’ room (ancora mellotron-graffiti) resuscitata dal formidabile Heavy Soul, 1997, come la torbida Peacock Suit.Culmine esecutivo del primo cd la lenta e liquida epopea hard di Porcelain Gods eseguita in medley con il torrido classico I Walk on gilded splinters di Dr.John /Creaux (qualcuno ne ricorda la versione di 24 minuti degli Humble Pie dell’amato Steve Marriott, sul doppio Performance Rockin’ the Fillmore del 1971?) : in questi 11 minuti ritroviamo l’anima rock più bollente del Weller anni ’90, rivolta al recupero in chiave pop delle sonorità più hard della band inglesi anni ’70 ed americane di matrice southern.
Sempre da S.Road la rocciosa ed indianeggiante Out of sinking, anch’essa greve di smagliante energia live Who come la già citata Peacock suit.Infine l’oasi serena e poetica di Going Places (Illumination, 2002), giocata su morbidi chiaroscuri Style Council e l’estasi flower-power in salsa mod dell’energica The Weaver, dal capolavoro Wild Wood (1993).Credo che di carne al fuoco ce ne sia davvero tanta nei quasi 110 minuti di CATCH-FLAME ! da soddisfare i fruitori più ingordi.Ma si sa, Weller non si è mai risparmiato in tutti questi anni, rifiutando fieramente lo status di icona rock acquistato sul campo, e continua in tale direzione senza cedimento alcuno.
PASQUALE BOFFOLI www.paulweller.com

Recensioni / Esteri; BRUCE SPRINGSTEEN - We Shall overcome the seeger sessions (Columbia / Sony – 2006 )


BRUCE SPRINGSTEEN non finirà mai di stupirci ! Perché ? Perché nonostante sia da tempo un artista affermato che certamente non deve dimostrare niente a nessuno, si lascia ancora consumare come un giovincello di primo pelo da una passione di autentico rocker .
Con tale fuoco sacro rimasto intatto attraverso gli anni ha affrontato a più riprese anche la materia ‘roots ‘, folk e country, americana . Già gli scarni ‘Nebraska’ e ‘The ghost of Tom Joad ‘ pur vivendo di uno stile asciutto ed ombroso erano corroborati da iniezioni vitali di rock inquieto. Nel recente ‘Devils and Dust ‘ uscito poco più di un anno fa Springsteen aveva ripreso alla grande la strada sempreverde della tradizione musicale americana : si trattava di un disco eclettico ma particolarmente vibrante proprio in alcune ballate folk/country crepuscolari che giganteggiavano sugli altri pur efficaci episodi del disco.
A questo punto i soliti criticoni e malpensanti hanno pensato che Bruce con questo nuovo WE SHALL OVERCOME – THE SEEGER SESSIONS abbia voluto cavalcare la tigre buttandosi a corpo morto, magari dietro indicazione di qualche discografico, sul revival dei padri del folk americano ; questa premeditazione sarebbe confermata dalla vendite lusinghiere che sta facendo We Shall Overcome, a differenza di quelle non proprio esaltanti di Devils and Dust .
Ragazzi, questi umori e maldicenze, che purtroppo ho avuto modo di tastare anche di persona, sono tutte balle, perché le Seeger Sessions di Springsteen sono verosimilmente il tributo più vitale, intenso e disincantato che l’artista potesse dedicare al maestro Pete Seeger, insieme a Woody Guthrie, padre putativo delle american roots e della clamorosa rinascita della traditional music in atto .
Al di là di sterili e tendenziose ragioni di mercato .
E questo si respira e percepisce sin dai primi due brani, OLD DAN TUCKER e JESSIE JAMES, scoppiettanti e festaioli . C’è di tutto in questi solchi nei quali Bruce è accompagnato da un generoso stuolo di strumenti e strumentisti ( banjo, violino, fisarmonica, fiati a iosa e cori) : folk, country, bluegrass, zydeco, blues , dixieland, il tutto affogato e shakerato in modo arruffato e ruspante in un grande pentolone, speziato alla grande da un’urgenza espressiva decisamente figlia dei giorni nostri ed addirittura punkoide Pogues-style in qualche caso (OLD DAN TUCKER, PAY ME MY MONEY DOWN) .
E’ Bruce che non reinterpreta il Seeger di MY OKLAHOMA HOME, JOHN HENRY o JACOB’S LADDER pedissequamente ma lo rivitalizza con il suo tipico piglio di rocker caciarone; si fa dolente al contrario in EYES ON THE PRIZE, la gemma più rilucente della raccolta, SHENANDOAH e OH, MARY, DON’T YOU WEEP, con i fiati strabordanti che ricordano antiche funeral-marchs di colore .
Per non parlare della delicata e tenera versione di WE SHALL OVERCOME, nella quale Bruce aggira alla grande il pericolo dell’enfasi che era dietro l’angolo .
Il tutto suona dolorosamente in sintonia con un’America che non è decisamente più orgogliosa di chi siede nella stanza dei bottoni .
Riportare alla ribalta (ed invogliare a (ri)scoprire) il passato artistico di un gigante del passato come PETE SEEGER dai ‘sani’ valori decisamente alternativi a quelli del sign. Bush può suonare più punk del punk stesso !

mercoledì 18 ottobre 2006

Recensioni / Esteri ; DAVE ALVIN – “ West Of The West “ (YepRoc / I.R.D. 2006 )




Ne è passato di tempo da quando DAVE ALVIN, insieme al fratello Phil, già rivisitava con i BLASTERS il rock&roll ed il r&b degli anni ’50, caso più unico che raro all’interno della scena californiana degli anni ’80, dominata dal punk dei Germs, degli X, dei Flesheaters , Slash Records sugli scudi. Ricordo un loro live in particolare, Over There – Live At The Venue, London ( Slash, 1982) , davvero incandescente nel quale Dave Alvin sfoggiava eloquenti qualità di chitarrista caldo ed incisivo . Ma la sua carriera solista già iniziò nel 1987 con Romeo’s Escape (Epic) e con essa la sua preziosa ed instancabile opera di riscoperta delle ‘roots’ della traditional music americana .
Anche i suoi shows degli anni ’90 erano divisi nettamente in una prima parte unplugged e fascinosamente country/folk ed una seconda elettrica ed arroventata . Su tutto un vocalismo vibrante e personale . Ebbi modo di vederlo in azione verso la metà degli ’90 in una sua data italiana, all’epoca dell’ottimo live Intestate City ( 1996/ Hightone ) .
Non mi stupisce quindi questo suo ultimo lavoro WEST OF THE WEST, nel quale Dave con piglio vocale da perfetto crooner rivisita songwriters e songs delle ultime quattro generazioni della sua terra, quella California che dai ’60 in poi è stato crogiuolo inesauribile di calde vibrazioni rock .
Alcuni autori coverizzati sono famosi : Jackson Browne, John Fogerty, Tom Waits, Jerry Garcia, Brian Wilson , Los Lobos ; altri molto conosciuti presso gli aficionados del country americano : Jim Ringer, Merle Haggard, John Stewart ; altri ancora meno conosciuti : Kate Wolf, Richard Berry, Blackie Farrell .
Alcune delle ballate più suadenti e corpose di West Of The West sono opera propria di questi ultimi : Here in California, I’m Bewildered, Sonora’s death Row . Ma tutto il disco si attesta su livelli molto alti : dalle pulsanti Redneck Friend ( J.Browne), Don’t Look Now (J.Fogerty) alle notturne Blind Love ( T.Waits) e Down on the Riverbed ( Hidalgo/Perez ), entrambe sapidi blues interpretati alla grande.
Dalla pastorale e bellissima California Bloodlines (J.Stewart) all’altrettanto evocativa Kern River (M.Haggard).
L’unico brano a firma Dave Alvin ( con Tom Russell) è Between The Cracks (in origine su Blackjack David, 1998 / Hightone), dal forte sapore tex-mex. Discorso a parte per Loser (J.Garcia / R.Hunter), contenuta sul primissimo disco del leader dei Greatful Dead.
Dave la coverizza interiorizzandola alla grande e giocandola su diversi livelli strumentali : finalmente in Loser sfodera senza riserve per la prima volta nel disco le sue smaglianti ed eclettiche doti chitarristiche.
Unica riserva personale per la finale Surfer Girl, ballatona di Brian Wilson & Beach Boys dei primi anni ’60, qui resa un po’ melensa. Ma è un piccolo neo in un disco che si può considerare un piccolo prezioso manuale ed un sentito tributo di Dave Alvin alla fertilissima vena musicale della sua terra natia, la California.
PASQUALE BOFFOLI http://www.davealvin.com/