mercoledì 13 aprile 2011

LIVE REPORT - “Sham 69 + Idol Lips” (4 marzo 2011, Roma, Locanda Atlantide)

Stasera sono molto curioso di vedere questi Sham 69. Incuriosito perchè con loro non è piu' della partita l'istrionico Jimmy Pursey, già da tempo allontanatosi dal gruppo per variedivergenze. Al suo posto un corposo (fisicamente) e allegrone Tim V. Me li ero persi non molto tempo fa' nel corso di un Road to ruins, ma chi li aveva visti non me ne aveva parlato molto bene. La Locanda Atlantide è un grande locale nel cuore di San Lorenzo, zona pulsante e piena di locali, in cui io non avevo mai avuto la fortuna di andare. Entrando si respira un'atmosfera retrò, complice forse il primo gruppo, un duo chitarra e contrabbasso a cui si aggiungono poi un secondo chitarrista e una bella ragazza, che si esibirà in uno spettacolino burlesque. 
Dopo questa  piacevole parentesi si comincia sul serio con gli Idol Lips, che hanno da poco sfornato un gran bel disco,  “Scene Repulisti” di cui  Distorsioni  ha parlato  ampiamente e che vi invito a recuperare. Punk rock 77 di matrice newyorkese, gli  Idol Lips,  figli putativi di Heartbreakers  e Dead Boys, ci sparano una raffica di pezzi killer, Hey  Baby,  T.D.K.,  Don't Want You Around, inframmezzate da una manciata di cover, di  Heartbreakers, Stooges e The Boys tanto per ricordarci il loro background. Il locale è strapieno,  come da previsione skin  e punk si accalcano sotto il palco. Eccoli che arrivano:  e se non erro della formazione originale è rimasto solo il chitarrista Dave Parson. Il buon Tim saluta bonariamente tutti  e  dispensando amore fraterno tra i vari skinhead, punk e rocker si comincia. Come era prevedibile  (e non avremmo voluto nient'altro),  i nostri cari attingono a piene mani dai primi album e quindi vai con Don't Wanna, What Have We got, Ulster. Sotto il palco è qualcosa di indescrivibile, gente che vola da tutte le parti, con inevitabili accenni di rissa, anche molto dietro ne inizia una. Tim, che nel frattempo attacca  They Don't Understand  se ne accorge e stoppando il pezzo li maledice in ogni modo.
Il concerto fila che è una meraviglia con That's Life, It's Never To Late, Tell Us The Truth e Tim  che gigioneggia simpaticamente tra un pezzo e l'altro. Infine il gran finale; Borstal Breakout e l'attesa  If You Kids Are United con tutti i presenti  assieme al gruppo  sul palco cantando a squarciagola. In conclusione un concerto che non mi è dispiaciuto per niente: ok, Tim non è Jimmy,  "but I don't care".
Marco 'marcxramone' Colasanti

martedì 12 aprile 2011

DAEVID ALLEN E IL PIANETA GONG: “Viaggio nel cosmo delle meraviglie”

Daevid Allen: early Soft Machine, 1966 - 1967
“Mi apparve di fronte ad un negozio con un cappello schiacciato sugli occhi. Sembrava lo stropicciato impiegato di una compagnia
assicurativa del più misero East Side di Manhattan. Quando gli parlai dello scopo del nostro incontro mi guardò come un vecchio alligatore e biascicò un ‘can’t see wha not’. Quando gli chiesi cosa avesse in progetto di fare nell’immediato mi disse ‘ahm gonna get a haircut an’ disappear!’. In effetti non lo rividi più”*.
*Graham Bennett, Soft Machine, Out-Bloody-Rageous, SAF Publishing, London 2006.


Questa incredibile scena che sembra uscire direttamente da un film di Woody Allen si svolse nell’estate del 1966, i due anomali protagonisti che quasi per uno scherzo del destino si stanno scambiando il testimone per entrare nella leggenda sono lo scrittore William Burroughs ed uno strampalato hippie di nome Christopher David Allen - Daevid per gli amici. Daevid ha cercato l’incontro con Burroughs per avere il permesso di usare il nome di un suo celebre romanzo per poterlo dare alla sua band con la quale ogni tanto si raduna per strimpellare un po’, la band diverrà forse ancora più celebre del romanzo: stiamo parlando dei Soft Machine. Questo australiano dall’indiscutibile fascino naif arrivato nella provincia di Canterbury da Melbourne, fin da subito ammalia i suoi giovani compagni di avventura, portando con sè un bagaglio originalissimo di conoscenze letterarie, dischi e ideologie del tutto innovative per l’epoca e per il contesto serioso e impeccabile della borghese cittadina. A lui si devono quella serie di coincidenze che cambieranno la storia della musica e stravolgeranno la tranquillità e il torpore del South England. E’ lui che insegna ad Hugh Hopper la sperimentazione su nastro (tape loop) di cui si era documentato avvicinandosi alle esperienze dell’americano Terry Riley, è lui che durante un viaggio a Parigi invia un batterista (George Neidorf) a casa di Robert Wyatt per un soggiorno, in cambio del quale, egli si offrirà di dare lezioni gratuite al suo giovane compagno. E’ lui l’attivista culturale che sa mettere a frutto le connessioni tra il mondo dell’arte e della poesia contemporanea con la musica, lui a propendere verso l’esplorazione e l’espansione su cui troverà fondamento la musica progressiva, più che sulla digressione di scuola puramente jazz, ed in questo Wyatt e Mike Ratledge lo prenderanno ad esempio attraverso il loro apporto al suono Soft Machine. I Soft Machine di Ratledge, Wyatt, Allen e Kevin Ayers vengono subito accolti in Francia nel 1967 come adepti dell’avanguardia contemporanea. Per l’ennesimo caso fortuito a cui è legato il destino di Daevid Allen, sarà un problema di irregolarità del suo passaporto a determinare il suo abbandono forzato dei Soft Machine e la sua prolungata permanenza in Francia, giusto in tempo per assistere ai fervori del maggio sessantottino parigino e per iniziare con la nuova epopea Gong.

Gong and Radio Gnome Invisible, la trilogia: la saga esilarante dell'invasione aliena che tutti avremmo voluto ma mai osato chiedere, 1968 - 1974
Lo aiuteranno in questo la sua fama di rappresentante della psichedelia inglese e le influenze tra jazz e beat generation molto in voga nel clima della contre-culture francese di quel tempo, oltre naturalmente al suo indiscutibile talento esuberante e istrionico. Nel 1968 riesce ad ottenere un contratto discografico con la BYG di Jean Karakos, un curioso personaggio incontrato a Maiorca durante i suoi soggiorni estivi con Ayers e Wyatt. Poi forma un entourage con la sua compagna parigina Gilli Smyth e sua sorella Tasmin, il sassofonista Didier Malherbe, Raschid Houari alla batteria, Christian Tritsch al basso e il contrabassista jazz Barre Phillips. Nel 1969 esce il primo album a nome Gong: “Magic Brother” (BYG). Da quel momento i Gong riusciranno a tessere una storia che, attraverso continui cambi e svolte stilistiche, darà vita ad un suo esclusivo e peculiare universo estetico, vasto e ramificato quanto bizzarro. Si tratta di improvvisazioni a forte tasso psichedelico con tocchi freak, giustapposte a brani dal sapore straniato, cari al mondo melodico barrettiano (Pretty Miss Titty). Rational Anthem è sicuramente vicina ai contenuti di “The Madcap Laughs”, il blues acido di Gong Song ha invece dei rimandi alla baia di San Francisco. Poi ci sono i primi interessanti abbozzi di free form con Princess Dreaming e di viaggio cosmico: Cos you got green hair, che saranno le chiavi di volta dei lavori successivi. Nel 1971 il solo Daevid Allen, con una parte dei suoi amici di avventura e Robert Wyatt, Nick Evans e Pip Pyle, realizzerà “Banana Moon”, unico esperimento vicino al rock ruvido realizzato da Allen: per l’occasione verranno riesumate dalle esperienze passate dei Wilde Flowers canzoni come l’hopperiana Memories e Fred the fish dal periodo del Daevid Allen Trio (precedente alla formazione dei Soft Machine e formato da Allen, Hugh Hopper e Wyatt cui si aggiungerà anche Mike Ratledge).
Nel 1971 la seconda prova dei Gong è senz’altro più amalgamata e matura: “Camembert Electrique” (BYG). Sono indubbi i progressi sul fronte compositivo e musicale e l’attitudine psico-progressiva che inizia a delinearsi in brani come You can’t kill me e nella trasognata Tropical fish/Selene. Poi la curiosa commistione di articolazioni jazzistiche, trasfigurazioni freak ed un roboante quanto goliardico ambiente anarchico e sballato, condiscono l’album di un’atmosfera psichedelica veramente gradevole e originale. Pip Pyle alla batteria, ancor prima di affrontare le ritmiche complesse di National Health ed Hatfield and the North, darà prova della sua proverbiale precisione in brani come Dinamite/I Am your Animal.
Nello stesso anno tra tour, uscite discografiche e colonne sonore (“Continental Circus” di Jerome Laperrousaz) (What Do you Want?) è da segnalare sicuramente il progetto "Obsolete" (Shandar) (Cielo Drive) che si lega allo scrittore underground parigino Dashiell Hedayat, cui partecipano Allen, Malherbe, Pyle, Gilli Smith, lo scrittore (ritrovato) William Burroughs e il figlio di Wyatt, Sam. In concomitanza con il fervore di un indiscusso successo commerciale per la band di Allen, inizia la crisi della loro casa discografica, la BYG: quindi subentrerà la Virgin ma senza una definitiva chiusura contrattuale con la precedente etichetta, ne conseguiranno intrigate battaglie legali per il controllo delle royalties.
Non solo, il baricentro geografico della band sarà ora decisamente riportato sotto l’asse britannico. Sarà Giorgio Gomelsky (Yardbirds ...) il produttore del loro capolavoro “Flying teapot” (Virgin/BYG 1973). Lo stesso Gomelsky che anni prima aveva tenuto nascosti una serie di demo dei primi Soft Machine con Daevid Allen, resi poi pubblici come demo Gomelsky in modo del tutto autonomo nel 1971. In questa fase entreranno nell’organico il chitarrista Steve Hillage (che aveva suonato per i Khan, gli Egg e Kevin Ayers), il bassista dei francesi Magma Francis Moze e il batterista Charles Hayward (anch’esso di nobili militanze - tra le quali This Heat). "Radio Gnome Invisibile part I", sottotitolo di Flying Teapot, è la prima parte di una trilogia enigmatica quanto eclettica e allucinata che ha un bizzarro tema monografico come epicentro: il pianeta Gong, popolato da strani ometti verdi chiamati Pot head Pixies che volano su un’astronave ‘teiera’, appunto la Flying teapot, e che comunicano attraverso una radio pirata telepatica ‘Radio Gnome’. Un viaggio lisergico, visionario quanto conturbante, che sembra coinvolgere con la stessa intensità tutta la band di Allen, tutti si immedesimano in questa parodia surreale popolata da personaggi incredibilmente originali: il Grande Yogi Banana Amanda, i grandi Saggi, i sapienti GooRoos o dottori dell’Ottava, Zero the hero, la maga Yoni. Una fuga dalla realtà collettiva e certamente indotta dall’uso di sostanze psicotrope ma con la potenza straordinaria di saper dirottare un affresco mentale e un ideale parallelo verso una sfera percettiva di pura arte. Radio Gnome Invisibile si ripartisce in più episodi, da una simil-polka iniziale ad una progressione di accordi che sfociano in una melodia orientaleggiante e poi in un ponte (il famoso mantra banana-nirvana-manana) che finisce per dilagare in un vuoto spazializzato di sintetizzatore. Flying teapot ha una forma-canzone assimilabile ad una suite, con un funk lunare tessuto dal basso che va ad intrecciarsi con il declamato di Allen fino a raggiungere un’armonia calibratissima tra base ritmica, trame jazzistiche e sovrapposizioni. In questo lavoro l’inserimento dei sintetizzatori di Tim Blake riesce a produrre una dilatazione dello spazio che gioca un ruolo chiave nella creazione armonica e nelle fasi di riempimento, più che sul piano esclusivamente timbrico: viene usato l’effetto sfumatura a mò di cambiamento delle prospettive ambientali e tutto questo è sicuramente caratterizzante del suono Gong. Brani come The Octave doctors & the Cristal Machine sono interamente costruiti sulla piattaforma tecnologica messa in piedi da Blake e assolutamente innovativa per l’epoca.
Nel 1973 esce “Angel’s Egg” (Virgin): la crescita musicale del gruppo è al suo apice, Daevid Allen mette a punto la sua tecnica chitarristica di glissato mutuata da pionieri del calibro di Syd Barrett e Gilli Smyth riprende con più enfasi gli space whispers in parte già presenti in lavori come Camembert Electrique che diverranno una caratteristica distintiva del marchio Gong. La forza di questo lavoro è la grande capacità di controllo e l’equilibrio raffinatissimo che riesce a fondere in un enseble ipnotico e trascinante una quantità immane di suoni e commistioni. L'assenza di virtuosismo fine a sè stesso é totale e ciascun membro riesce a dare alla scatola musicale della confezione finale i suoi curati contributi stilistici Other side of the sky è un esempio sublime di unione tra tappeti sintetici, sussurri filtrati e chitarre acide, un misticismo pop esclusivo (hare hare supermarket). Poi c’è il solido ma non piatto blues-rock di Sold to the highest Buddha in cui spicca il sax soprano di Malherbe e il Prostitute Poem con i languidi e allusivi mugolii della Smyth. Altro momento di folle convivialità post- bevuta è la ballata Givin’ my luv’ to you e il siparietto di I never glid bifore che cita Teeth dal 4 dei Soft Machine. Nel terzo episodio della trilogia, “You” (1974, Virgin), alcuni equilibri vengono meno, si segnala l’evergreen Magic mother Invocation/Master Builder e la trama ironica di A PHP’s Advice. In You-Gong is one and one is you- la dose di elettronica è forse eccessiva ed il rischioso accostamento di eclettismo e poliedricità non porta ai precedenti esiti positivi. Inoltre subito dopo l’uscita del disco iniziano degli scismi incontrovertibili che porteranno addirittura al ripudio del leader Daevid Allen. Da qui una serie di alternanze e cambi formativi che semplicemente si aggrapperanno alla scenografia del nome Gong ma che porteranno ad orizzonti jazz-rock vaghi e dispersivi, senza più scalpori e colpi di genio.

Senza Daevid Allen: 1976 - 1991
Il primo disco senza Allen è “Shamal” (1976, Virgin) prodotto da Nick Mason, seguirà “Gazeuse!” nel ’77 ed “Espresso II” nel ’78. Le vendite andranno bene ma il mondo degli gnometti verdi svanirà per lasciare spazio ad un manifesto progressivo piuttosto sbiadito, con richiami alla fusion dei Soft Machine e alle aperture melodiche dei Caravan, più alcune incursioni dal sapore andino e sciamanico non sempre ben amalgamate, volute dalla visione estetica di Malherbe. Lavori che risultano freddi e macchinosi e che lasciano il sapore di qualcosa di già esplorato e artificiosamente ritoccato come puro esercizio di tecnica strumentale. Agli inizi degli anni ’80 prolifereranno una serie di progetti paralleli additabili a qualche ex membro del gruppo che si riallaccerà al nome Gong nelle maniere più fantasiose: Planet Gong, New York Gong, Gongmaison, Mothergong, Acidmothergong.

Il ritorno di Daevid Allen e della cosmogonia Gong: 1992 - 2011
Nel 1992 però arriva “Shapeshifter” (Celluloid) che rimette in pista Allen, Pip Pyle e Didier Malherbe e inaugura un lungo tour americano. Nel 2000 con “Zero to Infinity” (Snapper Music) si è avuto il rientro di Gilly Smyth e la musica ha ritrovato i vecchi fasti dei primi tempi. Gli episodi: The invisible temple e Infinitea sono caratterizzati da tocchi ambient e spirituali molto ben armonizzati. Nel 2009 con “2032” (A-wave) è arrivata addirittura la quarta saga di Radio Gnome ed i PHP e le loro teiere volanti hanno letteralmente invaso il pianeta Terra in concomitanza con un enigmatico allineamento astrale. Steve Hillage rientra nella band e l’album è fresco, attuale, ricco di humor e idee a profusione. In We come from an Alien Nation to the city of self fascination avviene l'incontro ravvicinato tra Pixies e terrestri, poi c'è How to stay alive accompagnato da un video di animazione davvero geniale. In Dance with the pixies l'ugola di Allen si cimenta con un mystic rap davvero sorprendente. Poi la grandezza di Hillage emerge in Escape Control delate che omaggia i Neu! Ascoltando questo album è inevitabile non pensare alla zampata di un leone finalmente risvegliatosi dopo una ferita. E che dire poi dell'energia punk che Allen tira fuori da Wacky Baccy Banker, come a dire: credevate fossi un vecchio hippy eclissato ma ora ve la suono io? Dal vivo lo spettacolo è trascinante ed emozionante, uno dei pochissimi casi di retroattività temporale perfettamente riusciti. Ce ne hanno dato un godibilissimo assaggio nelle tappe italiane del tour del 2010 a cui ho avuto il privilegio di assistere. Un’emozione senza eguali di pieno coinvolgimento. Due giovanissimi ultrasettantenni, un sassofonista e un chitarrista dai trascorsi "da sballo" che sul palco esibiscono una forma invidiabile e che si "sballano" di sano e mai sopito divertimento per ciò che da oltre quarant'anni amano fare con un entusiasmo senza fine. A dimostrazione di come a certa musica appartiene il segreto dell'eterna giovinezza. E c'è da giurarci che gli omini verdi torneranno ancora a stupirci, guidati dal loro inossidabile guru, l'eroe mago che custodisce il segreto del sapersi reinventare sempre.
Romina Baldoni

Daevid Allen Interview
GongScaruffi

discography:1967 - 1969: Je ne fume pas des bananes, demo registrati come Bananamoon band, Gong e Daevid Allen pubblicati nel 1993 da Legend Music (LM9013)
1969: Garçon Ou Fille, unico 45 giri dei Gong da Byg Records (129 021)
1969: Magick brother, mystic sister, 
BYG Actuel Records (529.305)
1970: Camembert Eclectique, demo e prove pubblicate come Gong nel 1995 da Gas records (GAS1CD)
1971: Bananamoon (inizialmente accreditato ai Gong ma in seguito a Daevid Allen), BYG Records (529 345)
1971: Continental Circus, Philips (6332 033)
1971: Camembert Electrique, BYG Actuel Records (529.353)
1973: Flying Teapot (Radio Gnome Invisible part 1), Virgin (V2002)
1973: Angel's Egg (Radio Gnome Invisible part 2) Virgin (V2007)
1974: You (Radio Gnome Invisible part 3) Virgin (V2019)
1974: Live at Sheffield (live)
1976: Shamal Virgin (V2046)
1977: Floating anarchy live 1977 (Charly) (live)
1977: Gong est Mort (live)
1977: Live Etc... (live)
1980: New York Gong
1988: The mistery and history of planet Gong (inediti)
1989: Gong Maison
1990: Live on TV (Demon)
1992: Shapeshifter (Celluloid) (Radio Gnome part 4)
1995: 25th birthday party (Voiceprint) (live)
1998: Family jewels
2000: Zero to infinity (Snapper Music Group)
2000: Live 2 infinitea (Snapper Music Group)
2004: Acid Motherhood (Voiceprint)
2009: 2032 (G-Wave)

THE LA’ S: "The La's" (Nov 1990, Go! Discs/London)

Che suono ha il mattino? Il mattino ha il suono degli La ‘s. Non tutte le mattine sono uguali, ma quelle con la musica dei La ‘s sono straordinarie. E’ il suono di campane a festa e il profumo di passeggiate in bicicletta tra gli schizzi delle pozzanghere ancora colme delle acque della sera prima e il rumore croccante delle foglie pestate dalle gomme. E’ il fragore della risata di Roger McGuinn ad un palmo dagli occhialini fumè, il sogghignare di Brian Jones dentro la cornice del più bel caschetto d’ Inghilterra, lo sbuffare di Roddy Frame e Paul Simon stretti sotto i parka, il ridacchiare beffardo e perfido di Ray Davies e quello un po’ snob di Andy Patridge. Un disco che Lee Mavers ci mette anni per perfezionare. Anni spesi in sala trucco, tra eyeliner e fondotinta, per poi scoprire che la cosa migliore era uscire così come ci si era alzati al mattino, un po’ arruffati e con l’ alito amaro della sera prima. Registrano, litigano, registrano di nuovo, litigano. Alla fine affidano il lavoro a Steve Lillywhite perché Lee vuole un suono che sia moderno ma classico allo stesso tempo, deliziosamente retrò ed irresistibilmente catchy, moderno, giovane.
Vuole che sia pieno di pop songs perfette ma che abbia la spontaneità ingenua e sfrontata degli esordienti. E alla fine ci riescono. "The La ‘s" è una finestra che si apre e lascia entrare il profumo di Liverpool. Lo senti salire subito, non appena parte il riff sordinato di Son of a gun e ti avvolge mentre le tapparelle si alzano una ad una: I can ‘t sleep, Timeless melody, There she goes, Doledrum, Feelin’, Way Out, I.O.U., Failure. Cantate con quell’ aria strafottente da teppistello di periferia e avvolte da questo scampanellio di chitarre che pare tintinnare tra i Who di Can ‘t explain (I can ‘t sleep), i Pretty Things di S.F. Sorrow (Liberty Bells), i Troggs di Jingle Jangle (Doledrum) ed echi di Byrds e Buddy Holly. Ma i La ‘s sono inaffidabili e lunatici. Fanno concerti terribili e altri in cui sembrano, sono, la miglior band del mondo. E in ogni concerto non c’ è mai la stessa band del concerto precedente. Credono in quello che fanno e credono che possono farlo ancora meglio. Così, con questa presunzione, finiscono per non farlo affatto. Ma quell’ occhio che ci fissa dalla copertina rimarrà per sempre a ricordarci che la bellezza è possibile. E che a volte abbiamo la fortuna di poterla toccare con mano. O di sentirne il suono.

Franco Lys Dimauro

Feelin'
I Can't Sleep
Doledrum
Failure

The La's


The La's Discography:

The La's (1990, Go! Discs/London)
BBC in Session (2006, Universal Internaional)
The La's Deluxe Edition (2008)

Callin' All:Box Set 4cd (2010, Polydor)

lunedì 11 aprile 2011

La POSTCARD RECORDS e il sound della giovane Scozia: ORANGE JUICE e JOSEF K (1980-84)

Il periodo è quello del post-punk inglese, la collocazione geografica decisamente più a Nord: Glasgow. Gli Orange Juice del cantante e chitarrista Edwyn Collins guardavano però in direzione New York: Velvet Underground, Television, Talking Heads. Il punk li ha appena sfiorati, quel tanto che basta per accelerare i tempi medi (la chitarra ritmica spesso a velocità doppia rispetto alla batteria), per renderli guizzanti (gli inglesi Subway Sects sono qui molto apprezzati, così come un certo suono e stile affine ai mods), ma di distorsione e rumore non ne vogliono (quasi) sentire parlare. La voce di Edwyn è a suo modo melodica, adolescenziale, un giovane Holden in musica, mutuata dal pop 60's e filtrata attraverso la wave americana.
Il sound è fresco e frizzante, pensando al nome della band verrebbe quasi da dire dissetante, decisamente agli antipodi rispetto alla tipica claustrofobia post-punk. Non disdegnano affatto la dance, il funk, i ritmi ballabili. Non soltanto il suono è limpido e scintillante, ma anche lo stile, il modo di vestire, l'approccio è molto ingenuo.
Anti-rock per eccellenza, misurati in tutto, la critica li battezza come i "nuovi puritani", ma senza malizia, qualcosa che ha più a che fare con la purezza che non con pesanti costrizioni. E parlano d'amore, con leggerezza ed ironia, anche qui in netto contrasto con i testi criptici e tormentati di gente come Joy Division, Fall e PIL. Una ventata d'aria fresca sopra una scena ed un genere che inizia a ripiegarsi su sé stesso. Il suono Postcard (l'etichetta comprende anche Aztec Camera, i Josef K, gli australiani Go Betweens, giusto per citare i gruppi più importanti) contribuisce al ritorno verso un pop romantico, vagamente decadente ma positivo nei sentimenti, magari un po' rassegnato ma non disperato, quello che vedrà gli Smiths primeggiare per buona parte del decennio.
I Josef K potrebbero essere gli Orange Juice più introspettivi, i classici topi da biblioteca molto amati da critica e dai fans intellettuali per i continui riferimenti letterari (a partire già dal nome). Il suono resta pulito e asciutto, ma molto più nervoso, il chitarrismo è quello nevrotico e urbano dei Talking Heads e non mancano alcuni episodi più sperimentali. Musicalmente più interessanti rispetto agli Orange Juice, mancano però di quella leggerezza pop che potrebbe renderli davvero irresistibili. Resteranno una band di grande culto ma pur sempre di nicchia. La caratteristica più evidente è rappresentata dalle evoluzioni della batteria nel tentativo di seguire la ritmica delle chitarre e non del basso. Più volte mi sono chiesto se l'effetto fosse volontario o meno, ecco la risposta fornitaci dagli stessi protagonisti: "All'inizio la band era composta da due soli elementi: chitarra e batteria". La forza dell'abitudine!
Andrea  Fornasari



Orange Juice: Rip It Up
Orange Juice: Falling and Laughing
Orange Juice: Consolation Prize
Josef K: Sorry for Laughing
Josef K: It's Kinda Funny
Josef K: Change Meeting

Scottish Sound: Orange Juice, Josef K

Postcard Orange Juice LP Discography:
 You Can't Hide Your Love Forever (UK No.21) - March 1982
Rip It Up (UK No. 39) - November 1982
Texas Fever (UK No.34) - March 1984
The Orange Juice - November 1984
Coals To Newcastle (7 cd, Domino 2010)


Postcard Josef K Discography:
 Sorry For Laughing (1980 inedito, 1990 incluso nella ristampa di "The Only Fun In Town")
The Only Fun In Town (1981)
Young and Stupid/Endless Soul (compilation dei singoli 1979-1981, pezzi tratti dalle "John Peel Sessions" e da "Sorry For Laughing", 1987)
Crazy To Exist (live del 1981, 2002)
Live Valentinos (live del 1981, 2003)
Entomology (antologia, 2006)

JAZZ-ROCK - "A Story - Fifth Part": Miles Davis, Weather Report, Jaco Pastorius, Herbie Hancock, Chick Corea degli anni '70 ed '80

All'inizio della prima puntata, l'intenzione era quella di fare una specie di bignami del jazz-rock, segnalando solo il meglio del meglio, perdipiù limitandomi ad un ristretto arco temporale. Col proseguire della stesura è diventato chiaro che le scelte da fare erano troppo difficili e avrei finito per tralasciare dischi e musicisti meritevoli di attenzione, quindi mi è sembrato opportuno, dopo la breve digressione relativa a Chicago, B.S.& T. e If, affrontare la scena europea in modo, spero, esaustivo, per poi ritornare oltreoceano, dove c'era ancora parecchia trippa per gatti. Ecco allora che ci trasferiamo nuovamente negli Stati Uniti, per continuare il viaggio che avevamo interrotto, innanzi tutto riprendendo e allargando la trattazione relativa agli artisti di cui ci eravamo occupati prima, per poi esaminare altri musicisti e allargare l'ambito temporale di riferimento.

Il Miles Davis dei '70 ed '80

La produzione di Miles Davis, forse il vero iniziatore del genere, dopo le grandiose opere dei primi anni '70, perde di interesse: escono una serie di dischi dal vivo (“Dark Magus”, “Agartha” e “Pangaea”, il primo nel 1974 e i secondi due nel 1975) e tre in studio, (“Big Fun”, “Get Up With It” e “Water Babies”) con dentro più che altro pezzi recuperati durante le sessions del periodo precedente. Si tratta comunque di materiale di qualità, anche se Miles, quando il produttore Teo Macero decise di pubblicarlo, non fu affatto contento, non ritenendolo all'altezza. Sentiamoci Calipso Frelimo, un pezzo che uscì nel 1974 sul disco “Get Up With It”, in questo estratto da un concerto alla Stadthalle di Vienna datato 1973. Non c'è tutto il pezzo (durava 32 minuti), ma ci fa capire la direzione presa da Miles in quel periodo. Tra l'altro, nessuno dei musicisti della formazione di “Bitches Brew” è presente in questo concerto, né nelle registrazioni in studio. Oltre al trombettista suonano Dave Liebman al sax, Peter Cosey e Reggie Lucas alla chitarra, Michael Henderson al basso, Al Foster alla batteria e James “Mtume” Forman alle percussioni. Dopo questi dischi Miles si prende una pausa di riflessione, di cinque annetti, durante la quale non tocca la tromba, preda di problemi di salute e dipendenze varie. Con l'aiuto di quella che diventerà sua moglie, l'attrice Cicely Tyson (quella di “Radici”), si risolleva da queste difficoltà e ritorna alla musica.
Nel 1981 dà alle stampe “The Man With The Horn”, accolto con il solito pollice verso dalla critica, ma con un certo favore dal pubblico. Nella formazione sono presenti almeno due pezzi da novanta, il bassista Marcus Miller e il chitarrista Mike Stern e, inoltre, Al Foster alla batteria e Bill Evans (non Quello) al sassofono. La banda, in ogni caso, ha un gran tiro, più per il micidiale, funkissimo slapped bass di Miller e per la chitarra “storta” di Stern che per i rarefatti interventi di Davis. Un esempio lo abbiamo in Fat Time, il pezzo che apre il disco, in cui spicca il potente assolo del chitarrista.
Il “nuovo” suono davisiano viene immortalato dal vivo nell'album “We Want Miles”, dell'82, poi escono “Star People”, in cui compare per la prima volta il chitarrista John Scofield, un altro fuoriclasse, e “Decoy”, al quale partecipa nientemeno che Branford Marsalis, sassofonista molto “à la page” e in cui Darryl Jones sostituisce Marcus Miller al basso. Come potete vedere Davis si circonda sempre di musicisti di estrema qualità. Per documentare questo periodo ho scelto Come And Get It, dove la chitarra creativa di Scofield si sbizzarrisce, e Decoy, molto funk. Il suono è quello parecchio di moda verso la metà degli anni '80, piuttosto “facile”, anche se gli interpreti sono senz'altro all'altezza. Sorvolo su “You're Under Arrest”, con un paio di agghiaccianti covers di Michael Jackson e Cindy Lauper, mentre rimane degno di nota “Tutu”(1986), anche se dobbiamo annotare come, in effetti, il disco sia ascrivibile più che altro a Marcus Miller, che ne cura buona parte della produzione, ne scrive quasi tutti i pezzi e provvede anche a suonare quasi tutti gli strumenti, con qualche collaborazione illustre come George Duke e Michal Urbaniak.
Siamo veramente alla fine della carriera di Miles, che fa ancora uscire un album trascurabile, “Amandla”, e alcune colonne sonore, e ci lascia per una polmonite, aggravata dal diabete e altri acciacchi, nel 1991. Anche noi lo lasciamo, con questa esecuzione dal vivo (al David Letterman Show) di Tutu, che ce lo mostra ancora in buona forma, circondato da una band alla sua altezza, in cui spicca il basso di Marcus Miller, che ritroveremo in seguito.

Weather Report '70

Nella prima parte di questa retrospettiva abbiamo parlato dei Weather Report, e ho espresso la mia perplessità sulla loro produzione seguente a “Mysterious Traveller”. Non mi sono pentito, ma, avendone lo spazio, mi è sembrato giusto sottoporre alla vostra attenzione almeno i tre album principali del loro secondo periodo. Rieccoci dunque nel 1976, anno in cui i nostri danno alle stampe il loro sesto album in studio, “Black Market”. Dei membri fondatori restano soltanto Joe Zawinul e Wayne Shorter, il basso è quasi sempre nelle capaci mani di Alphonso Johnson, che però è in via di rottamazione a vantaggio di Jaco Pastorius, che suona il suo fretless in due dei sette pezzi, alla batteria si alternano Chester Thompson e Narada Michael Walden, che abbiamo conosciuto nella Mahavishnu Orchestra e, alle percussioni, Don Alias e Alex Acuna. Vediamo la band alle prese con Cannon Ball, al famoso festival di Montreux. Nel 1977 esce “Heavy Weather”, l'album in cui l'influenza di Pastorius si fa sentire di più e che consegna il gruppo al grande successo commerciale, in particolare con il pezzo Birdland. Il brano è conosciutissimo, anche grazie alle innumerevoli covers, tra cui è notevole quella “vocalese” dei Manhattan Transfer, ma ce lo sentiamo eseguito durante un concerto del 1978 alla Stadthalle di Offenbach, in Germania. Nel 1979, quasi a bilancio dell'attività del decennio che volge al termine, esce il “live” “8:30”, che ufficializza l'assunzione del fantastico batterista Peter Erskine, noto, oltre che per la sua rimarchevole abilità, per suonare praticamente “sotto” la batteria, quasi sepolto da una selva di piatti e tamburi. Il doppio LP contiene, oltre all'inflazionata Birdland, molti dei pezzi dei precedenti due albums e, della vecchia produzione, solo Scarlet Woman e Boogie Woogie Waltz. Ho scelto, come finale della parte dedicata alle “Previsioni del Tempo”, proprio quest'ultima, in medley con Badia.

Jaco Pastorius

Visto che ne abbiamo parlato poco sopra, dedichiamo ora qualche attenzione al celebrato bassista Jaco Pastorius e alla sua produzione solista. Nato nel 1951, con un padre batterista, vorrebbe seguirne le orme, ma, a causa di un incidente al polso, deve accontentarsi dell'altro strumento fondamentale della sezione ritmica, il basso. Incomincia con il contrabbasso, ma ben presto si converte al basso elettrico, pur utilizzando il manico “fretless”. Questo influenza parecchio il suo stile morbido e pastoso, assai diverso da quello “di moda” all'epoca, lo “slapped bass” di cui gente come Alphonso Johnson, suo predecessore nei Weather Report, e Stanley Clarke, il bassista di Chick Corea avevano fatto una bandiera. Proprio questo suono peculiare fa si che Joe Zawinul, nel 1976, lo chiami nei Weather Report, di cui farà parte fino al 1981. Jaco, purtroppo, è affetto da problemi psichici, acuiti da dipendenze varie. La figura per lui paterna di Joe Zawinul, per il periodo in cui fa parte dei Weather Report, lo aiuta a mantenere sotto controllo la malattia e, infatti, nonostante la sua carriera sia in grande ascesa, è proprio l'abbandono del gruppo a segnare l'inizio di un declino che lo porterà ad una prematura morte nel 1987 in circostanze davvero tragiche. Nella sua carriera collabora con molti artisti, anche al di fuori del jazz: l'elenco è lungo, ma almeno citiamo Joni Mitchell, a cui presterà il fretless nei dischi “Hejira”, “Don Juan's Rackless Daughter” e nel celebratissimo “Mingus”. Proprio da questo, un gran disco, vi propongo A Chair In The Sky, che, concorderete con me, a buon diritto può far parte della nostra rassegna.
La sua produzione solista, invece, è ridotta a tre albums, il primo, omonimo, del 1976, “Word Of Mouth”, del 1981, e un live dell'anno dopo, “The Birthday Concert”. Personalmente non li trovo imperdibili, anzi, ma questo pezzo, molto “groovy”, con alla voce addirittura i mitici Sam & Dave, chiamato Come On, Come Over è molto piacevole.

Herbie Hancock '70

Ritorniamo ora indietro di qualche anno, per incontrare di nuovo un personaggio di cui abbiamo trattato all'inizio: si tratta di Herbie Hancock, tastierista emerito, entrato nella storia del jazz molto prima di entrare in quella, certo più modesta, del jazz-rock. Abbiamo trattato di “Head Hunters”, album fondamentale nella produzione di Hancock e dell'intero movimento, ma è opportuno ricordare che già in precedenza, nel solco tracciato dal solito, seminale “Bitches Brew”, al quale, peraltro, aveva partecipato, il nostro Herbie aveva dato alle stampe tre album, “Mwandishi” (1970), “Crossings” (1972) e “Sextant” (1973), con una formazione composta, oltre che, ovviamente, da lui, dal bassista Buster Williams, dal batterista Billy Hart, e da tre fiati: Eddie Henderson alla tromba, Julian Priester al trombone e Bennie Maupin, poi anche negli Head Hunters, ai sassofoni. Al gruppo collaborava anche Patrick Gleeson, addetto al sintetizzatore Moog. Si tratta di roba abbastanza ostica, diciamo che siamo dalle parti dei primi Weather Report, il free jazz a quell'epoca era in pieno fiorire, e si sente, soprattutto nell'uso dei fiati. Ho scelto un brano per ognuno dei dischi citati, cominciando con questo pezzo eseguito dal vivo a Molde, in Norvegia, e tratto dall'album “Mwandishi”, chiamato You'll Know When You'll Get There. Da “Crossings”, ho scelto Quasar, in cui Hancock si cimenta anche con il mellotron, e da “Sextant” Hornets (parte uno) e (parte due), un pezzo molto “groovy”, dai tempi assai dilatati, con grande uso di suoni puramente elettronici. Dopo questi tre ponderosi dischi, e dopo il successo del più orecchiabile “Head Hunters”, Hancock abbandona gradualmente la causa del jazz-rock, per ritornare a un approccio più tradizionale. Parallelamente, però, tiene in piedi la sua carriera di intrattenitore, sia pur raffinato, e raggiunge un gigantesco successo commerciale con il pezzo con cui lo abbandoniamo, che avrete senz'altro sentito in qualche radio, o intravisto su MTV, visto che il video ha fatto epoca: si tratta di Rockit, pezzo all'avanguardia, per l'epoca (1983), con tanto di drum-machine e scratching, con il basso e la produzione di sua maestà Bill Laswell.


Chick Corea '70 ed '80

Per concludere con i riesami degli artisti trattati nella prima parte, ritorno brevemente su Chick Corea: avevamo detto che, dopo il 1974, la sua parabola creativa si è avviata verso una progressiva discesa, e confermo la mia affermazione.
Tuttavia mi piace segnalare almeno due dischi più recenti, meritevoli di attenzione per motivi diversi: il primo è “My Spanish Heart”, del 1976, un doppio LP piuttosto particolare, dedicato ad una rilettura della musica tradizionale spagnola, nel quale Corea e la sua solita congrega di fenomeni (Stanley Clarke, Steve Gadd, un grande della batteria, Jean Luc Ponty, Gayle Moran, Don Alias) si mostrano particolarmente ispirati. Dal disco, che, lo confesso, è uno dei miei preferiti, ho scelto la strepitosa Armando's Rhumba, suonata splendidamente da Chick al pianoforte, con un grande Stanley Clarke al basso acustico e un quartetto d'archi. Il disco in effetti non è tutto così, vi compaiono gli usuali strumenti elettrici ed elettronici tipici della produzione di Corea, ma sono innamorato di questo pezzo.
Il secondo è il disco del ritorno di Corea a sonorità elettriche, con un gruppo, chiamato programmaticamente "Elektric Band", composto ancora una volta da “all stars” del calibro di Dave Weckl alla batteria, John Patitucci al basso (a sei corde!), Frank Gambale alla chitarra, poi sostituito dall'altrettanto funambolico Scott Henderson, ed Eric Marienthal al sassofono. Il lavoro, omonimo, esce nel 1986 e provoca nei fans del jazz-rock, in crisi d'astinenza da novità, brividi di piacere. In effetti non c'è niente di nuovo, ma la strepitosa qualità dei musicisti e una vena compositiva tutto sommato all'altezza lo rendono assai interessante. Ho avuto la fortuna di vedere la formazione all'opera dal vivo a Torino, al teatro Colosseo, e vi assicuro che quello che facevano i musicisti sul palco aveva dell'inspiegabile. Ho trovato questo video giapponese, con l'ouverture del concerto e il pezzo Side Walk, uno dei migliori del disco. Non mi prolungo su Corea perchè, nonostante Chick prosegua la sua carriera sia in studio che dal vivo, non ha più aggiunto nulla a quanto di buono abbia già prodotto.

Luca Sanna