giovedì 24 giugno 2010

DISCHI STORICI (1) by Gianluca Merlin = DEEP PURPLE (1969) -- SMALL FACES: Ogden's Nut Gone Flake -- NIRVANA : All Of Us

Music Box inaugura una nuova rubrica: DISCHI STORICI, curata da Gianluca Merlin, conduttore radiofonico e grosso appassionato di rock. Tre dischi alla volta da un passato più o meno prossimo verranno presi in esame e raccontati sinteticamente. Spero sarà un'occasione ed uno stimolo, soprattutto per i più giovani, per riscoprire importanti ma anche inedite pagine rock affinché non cadano in un ingiusto dimenticatoio.
Sicuramente integrerò le scelte di Gianluca Merlin con quelli che io ritengo dischi 'indimenticabili', la rubrica comunque é aperta a contributi. (Pasquale 'Wally' Boffoli)


DEEP PURPLE (1969/Spitfire Rec.)-
Deep Purple. So già che sgranerete gli occhi e la domanda sarà scontata...ma con tutti gli album dei Deep Purple proprio questo ci vai a proporre?. Sì, semplicemente perchè quelli della Mark II li conoscono tutti. Della Mark I, invece, si conosce poco. Questo, il terzo e ultimo disco della line up con Rod Evans voce e Nick Simper al basso è forse il più maturo per songwriting e idee. A partire da una copertina in cui degli sprovveduti Purple sono stati inseriti da un collage in un dipinto di Jeronimus Bosch, "il giardino delle delizie", scelta alquanto discutibile ma di effetto, si ha la sensazione di una certa classicità, cosa ribadita in alcuni brani, dove le redini sono ben salde in mano a Jon Lord.
Chasing Shadow è un brano fulminante, dove una serie di percussioni esotiche fanno da crescendo ad un ritmo rock incalzante intriso di psichedelia e canali di bilanciamento che saltano da una parte all'altra dell'orecchio generando stordimento, seguita da Blind, un rock in stile classicheggiante dove si sente il clavicembalo e sembra di essere alla corte di Re Sole.
Nastri contrari per The Painter, brano tra i più rock del disco, dove troviamo il grande dualismo Blackmore-Lord venire fuori negli assoli, cosa ripresa più avanti nella Purple Mark II. Finale a suite con April, preludio a Concerto for Group and orchestra e sfogo classico di Lord, che orchestra anche gli archi. Da riscoprire...

SMALL FACES: OGDEN'S NUT GONE FLAKE (1968/Originals)
Il manifesto psichedelico degli Small Faces. A partire dalla meravigliosa copertina che in versione 33 giri era tonda e riproduceva una scatola di tabacco, è un concentrato di brani meravigliosi uniti per metà da una trama concettuale tenuta assieme dal comico inglese Staney Unwin. Pesante accento cockney per tutto il disco e un singolo nella top ten inglese, quella Lazy Sunday che 10 anni dopo ci ritornerà costringendo gli Small Faces a riunirsi anche se per solo 2 anni.
Tutte le sfumature musicali possibili si trovano in questo disco : rock (Afterglow of your love, Rollin' Over, Song of a Baker), psichedelia (Ogden's nut gone flake, The Journey) folk (The Hungry Intruder, Mad John) e atmosfere da Music hall inglese (Happydays Toy Town)
Purtroppo sarà anche il canto del cigno della prima fase degli Small Faces. Quasi imposibilitati a portare dal vivo questo disco e divisi da contrasti interni tra i due leader, la band si scinde in 2 tronconi con da una parte l'inquieto Steve Marriott negli Humble Pie e il resto della band che arruola Ron Wood e Rod Stewart per ribattezzarsi Faces...ma queste sono 2 altre storie.....

NIRVANA : ALL OF US (1968/Edsel)
20 anni prima che tre ragazzi di Seattle avessero idea di chiamarsi così, un'altra band ha pensato bene di adottare questo nome, in altro genere musicale più vicino al significato mistico - psichedelico. Alla base di questa band le due menti e membri stabili della formazione , Patrick Campbell- Lyons e Alex Spyropulos. Insieme, radunano musicisti di studio per realizzare il secondo lavoro della band attingendo ancora una volta dalla pesante influenza dei Beatles di Sgt. Pepper, ma anche dai Traffic di Mr Fantasy. C'è la sensazione che i due oltre ad essersi ascoltati i dischi tantissimo se li siano anche fumati o tirati su a mo' di polverina... Arrangiamenti curati, uso di archi, pianoforte, poca chitarra, tanti cori e qualche fiato.
L'iniziale Rainbow Chaser è la canzone che è rimasta nella storia, con quel phasing che pervade la musica, ma sono da citare anche All of us per il ritornello accattivante , Trapeze con il pianoforte predominante e c'è anche spazio per una canzoncina per bambini come Everybody Loves The Clown, dove i bambini sono anche protagonisti al canto.
Tante idee, molta creatività e brani che conquistano anche al primo ascolto. Copertina stile Ben Hur, forse a testimoniare la magniloquenza della musica.

GIANLUCA MERLIN

martedì 22 giugno 2010

THE FROWNING CLOUDS: Intervista a ZAK OLSEN by Franco 'Lys' Dimauro


Difficile sopportare l’ enfasi con cui il mercato musicale “pilota” le proprie uscite discografiche vestendole con la buffa e patetica immagine di evento storico.
Qualche mese fa ad esempio sono stato invitato dalla Warner per un preascolto del nuovo album dei Baustelle (quelli che scrivono le canzoni per Irene Grandi) da un bunker sotterraneo in Viale Mazzini 112, con la clausola che, oltre a portare i respiratori artificiali, le recensioni sarebbero state “embargate” a data imposta dalla stessa Warner. Capite? Di queste pacchianate ci nutrono, per illuderci che siamo i prescelti tra i Profeti. Naturalmente ho declinato l’ invito, non sono abbastanza disciplinato per stare chiuso in una camera con altri idioti che prendono appunti per poi dire cose che avrebbero detto comunque.
Mi sono invece chiuso in casa ad ascoltare qualcosa che mi salvasse da questo ciarpame. E mi sono imbattuto nei Frowning Clouds.
Li avevo già incrociati un paio di volte, a dire il vero. La prima sul # 2 di Antipodean Screams, la seconda con un singolo uscito per una piccola label spagnola che adesso stamperà la versione in vinile di questo loro album di debutto.
Che è un disco meravigliosamente fuori dal tempo.
Un disco che nessuno ascolterà, probabilmente.
E che invece, se siete delle infoiate ninfomani che sbrodolano per i primi Stones, per i Pretty Things di Get The Picture?, per i Manfred Mann del biennio ‘64/’65, per il beat storpio dei Beat Merchants, per i Crawdaddys, per il Diddley maniaco di Bring it to Jerome, per i primi debosciati Wylde Mammoths o per l’ angst giovanile dei Gravedigger Five dovreste ascoltare assolutamente.
Lontano dall’ eversione sonora di molte garage bands attuali come quelle del giro In The Red, i Clouds giocano tutto su un Sixties sound maniacale, schietto, ingenuo e selvaggio. Abbiamo incontrato per voi Zak Olsen, leader della giovanissima band australiana per prepararvi all’ ascolto di Listen Closelier, il loro disco appena licenziato dalla Off The Hip.



LYS: Ciao Zak. Dalle foto e dalla forza espressiva che emerge da Listen Closelier immagino siate giovanissimi. Qual’ è l’ età media della band?
Zak: Ciao Lys. L’ età media è di 19 anni, visto che il più giovane tra noi ha 18 anni e il più “anziano” 20.


LYS: Ovviamente troppo giovani per aver vissuto realmente gli anni Sessanta e anche fuori tempo massimo per il revival neo-garage di venti anni dopo. Come è sbocciato dunque l’ interesse per quel tipo di suono?
Zak: Dal nostro amore per la musica degli anni Sessanta e dalla nostra voglia di riprodurla.
L’ abbiamo ascoltata in maniera così radicale che, nonostante non la si sia studiata e sviscerata tecnicamente, è come sgorgata fuori dalle nostre mani. Ecco perché considero il nostro approccio realmente di natura primitiva, istintiva.
Credo si avverta in ogni canzone che facciamo.
Fondamentalmente non ci siamo mai ispirati al revival degli anni Ottanta. Abbiamo cercato di essere più autentici. Non ci interessava appiccicare quei suoni fuzz, quelle urla esasperate e tutte quelle cose di cui quei dischi erano pieni. Ci interessava esplorare altri territori.
E malgrado molta gente continui a considerarci degli imitatori dei Kinks o dei primi Rolling Stones e nonostante per noi non sia affatto un problema, crediamo che in noi si possa trovare qualcosa di diverso.


LYS: Immagino per voi ci siano state delle band attuali che vi hanno fatto da guida in questa riscoperta o vi abbiano invogliato a scoprire quel suono di cui sembrate innamorati…
Zak: Be’, si. Amiamo un sacco i Brian Jonestown Massacre e gli Oh Sees ad esempio. Entrambe le band sono esempi di come si possa fare musica ispirata agli anni Sessanta usando risorse moderne a proprio vantaggio.
Di come si possa, in sintesi, trarre qualcosa di nuovo dal vecchio e viceversa.
Anche se l’ ispirazione vera è stata quella venuta fuori dall’ ascolto di band come Kinks, Pretty Things e Stones che ci attraggono come approccio, come concezione stessa di suono.
Avevano questo sound immacolato che certamente ci ha influenzato anche se noi siamo più proiettati verso un’ attitudine di tipo garage/psichedelico.
Ogni cosa che includa suoni o evochi qualcosa che venga dal passato ci interessa in qualche modo.


LYS: Perché i vostri coetanei dovrebbero ascoltare questa merda piuttosto che la roba ultramoderna che il mercato musicale spinge e riempie i club di tutto il mondo?
Zak: Hai ragione Lys, in effetti la musica elettronica e tutta quella roba lì è abbastanza alla moda per fare soldi in maniera rapida e anche per spenderli in modo altrettanto veloce.
Ma noi suoniamo musica senza tempo e non ce ne frega granchè di quanto suoni vecchia o stupida per i ragazzini di oggi. Vorremmo dire loro però che tutto è ciclico.
Le musiche sono state esplorate e riciclate infinite volte.
Ma noi troviamo che sia un sacco meglio della politica, per esempio.
Certamente molto più erotica ed artistica.
Vedi, secondo me è importante capire da dove hanno origine le cose.
Nel nostro caso potrebbe essere il ragtime o la musica delle jugband. Sono cose che ognuno dovrebbe ascoltare per capire da dove un sacco di musica moderna ha avuto origine.
Penso che molte band underground degli anni 60 meritassero molta molta più visibilità di quanto sia stata loro concessa.
Prendi gli Elevators per esempio.
Loro sono stati molto probabilmente i primi a coniare il termine psichedelico.


LYS: Nonostante il vostro sound non sembri avere molte analogie col folk rock dei Love, la vostra copertina mi ha riportato immediatamente alla mente quella di Da Capo. È un omaggio deliberato?
Zak: Molti ce l’ hanno fatto notare ma ti assicuro che abbiamo solo fatto qualche scatto vicino ad un albero e infine ne abbiamo scelta una. Ma non è stata una cosa intenzionale, voluta o ricercata nonostante ci piaccia un sacco il suono delle band folk rock come i Love e ci si auguri che la foto piaccia comunque ad Arthur Lee.


LYS: Che mi dici delle altre band in cui sei coinvolto, i selvaggi Bonniwells e i diabolici Last Gyspys?
Zak: Sfortunatamente i Last Gyspsies non esistono più, Lys.
Abbiamo fatto il nostro ultimo concerto tre settimane fa, mentre con i Bonniwells continuiamo a divertirci un sacco. Non scrivo musica per loro, fondamentalmente mi sono unito a loro con l’ unico scopo di imparare a suonare la batteria. Ma la cosa è andata molto oltre e sono molto felice sia andata così.


LYS: Avete in previsione qualche data in Italia o in Europa per quest’ anno?
Zak: Speriamo di venire il prossimo anno. Stiamo già mettendo i soldi da parte.


LYS: Per concludere, chi pensate vincerà la coppa del mondo quest’ anno?

Zak: Non me ne importa granchè. Ma spero la squadra migliore. Forse i Frowning Clouds. Ahahahah.

Franco “Lys” Dimauro

http://www.myspace.com/thefrowningclouds
http://www.messandnoise.com/releases/2000599
http://www.youtube.com/watch?v=D-Cv792abW4

domenica 20 giugno 2010

THE STOOGES: FUN HOUSE (Elektra-1970) by Franco 'Lys' Dimauro


Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.


Benvenuti all’ Inferno.
Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.
Benvenuti alle porte di Fun House.
Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.
E’ un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.
E’ il disco che suona più forte di tutto quello che c’ è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.
Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.
Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.
Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’ angoscia.
L’ amore sognato si schianta con l’ odio reale. E fa un rumore terrificante.
E’ quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.
Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.
Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.
Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven McKay compresi.
Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’ aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.
Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’ esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.
Dall’ altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’ onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.
Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.
Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.
Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.
Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.
Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’ amore.
La band ha deciso di imburrarsi nell’ acido prima di partire per l’ ultimo viaggio.
Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.
Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.
Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro
anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto,
finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’ uno avventandosi al collo o alla schiena dell’ altro. In un abbraccio di morte e dolore.

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: "Ho sete".
Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Egli disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.


Franco “Lys” Dimauro

http://www.iggyandthestoogesmusic.com/

THE FLESHTONES - It's Super Rock Time! The I.R.S. Years 1980-1985 (Raven - 2010) by Franco 'Lys' Dimauro


I Fleshtones, Cristo.
Gli psicopatici restauratori del rock.
Anzi, del Super Rock. Così Peter Zaremba e Keith Streng amavano chiamare il loro special-blend dove infila(va)no surf music, rock ‘n roll, soul, garage, R ‘n B, beat e frat-rock. La cosa più tamarra si potesse suonare mentre la televisione si popolava di mostri come Dead or Alive, Wham! o Bronski Beat.
Proprio quegli anni in cui i Fleshtones giravano per gli uffici di Miles Copeland mano nella mano con Alan Vega e Marty Thau e facendosi largo nei locali newyorkesi affollati dai punkettoni che ciondolavano tra i cessi e il palco su cui loro improvvisavano i loro set conditi di organo Farfisa, quando nessuno si ricordava più cosa fosse.
Sono gli anni raccontati da questa raccolta che pesca da tutto il catalogo I.R.S.: le due enormi ostriche Roman Gods (praticamente per intero, fatta eccezione per lo strumentale Chinese Kitchen, NdLYS) e Hexbreaker!, i due live parigini, le rarità di Living Legends, i singoli.
Praticamente una festa da portare in tasca. Apribile come quei tavolini in pvc da picnic.
Perché questo erano i Fleshtones, in quella stretta cerniera tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: una perfetta macchina da divertimento, isolatasi dal macchinoso e cervellotico funky spastico dei Talking Heads così come dalla strampalata psichedelia dei Television, dalle canzoni da cartoon dei Ramones e dal pop gommoso dei Blondie che infestano la loro città in quegli stessi anni.
Loro sono talmente elementari e freschi che non puoi non mettere su una band dopo averli visti suonare.
Sono una bavosa che striscia lungo le cartine stradali dell’ America carteriana e reaganiana e, ovunque passi, lascia una schiuma viscida sulla quale i pochi appassionati del frenetico suono delle Nuggets-bands finiscono per rimanere appiccicati.
Strisciano su Athens e nascono i R.E.M..
Passano su Los Angeles e nascono i Dream Syndicate.
In pochi anni vengono tirate su le scene del Paisley Underground, del grass-roots, del garage revival: la febbre del ritorno al passato invade l’ America tutta.
Ma loro restano fuori da tutto.
Loro sono una scena a sé.
Loro sono i Fleshtones, eterni Peter Pan del rock ‘n roll.
Gli unici cui avremmo mai concesso di far suonare i Kingsmen come i Village People perdonando loro una cosa eticamente immonda come Right side of a good thing.
E ballandoci pure sopra come scimmie in calore.
God bless The Fleshtones.

Franco 'Lys' Dimauro

http://www.fleshtones.org/

giovedì 17 giugno 2010

FESTIVAL BLUES DI PISTOIA 2010 - XXXIa edizione - ( by P.B.)


Ricordo ancora con emozione la XXVIa edizione del 2005 cui ho assistito! Il Festival blues di Pistoia non ha mai fatto professione di ortodossia blues, ospitando artisti dediti ai generi più disparati. Nel 2005 ho avuto la fortuna di vedere live oltre James Cotton, Robert Cray, B.B.King, Lonnie Brooks, Poppa Chubby anche Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Eric Burdon, Country Joe McDonald, Jefferson Starship, Willy De Ville. L'edizione trentunesima di questo 2010 é ancora più eterogenea, comprendendo tra gli altri Porcupine Tree, Mica P.Hinson e Dweezil Zappa.
Ecco qui di seguito il cast.



Il programma e le informazioni sui prezzi dei biglietti d’ingresso.

mercoledì 14 luglio 2010 - Piazza del Duomo
PORCUPINE TREE (UK) (unica data italiana)
ANATHEMA (UK) (unica data italiana)
NORTH ATLANTIC OSCILLATION (UK) (unica data italiana)
Inizio concerti ore 19.30. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

giovedì 15 luglio 2010 - Piazza del Duomo
QUEENSRYCHE (USA) (unica data italiana)
GAMMA RAY (D) (unica data italiana)
HAMMERFALL (SWE) (unica data italiana)
LABYRINTH (IT)
Inizio concerti ore 19.30. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

venerdì 16 luglio 2010 - Piazza del Duomo
MARIO BIONDI (IT)
Inizio concerti ore 21.30. Biglietti: 30 € (Tribuna numerata), 35 € (Platea 2° set.), 45 € (Platea 1° set.)

sabato 17 luglio 2010 - Teatro Bolognini
ore 21:00 MICAH P HINSON (ingresso € 15)
ore 01:00 BUDDY WHITTINGTON (ingresso € 10)

sabato 17 luglio 2010 - Piazza del Duomo
JAMES HUNTER (UK)
BUDDY GUY (USA) (unica data italiana)
DWEEZIL ZAPPA Plays ZAPPA (USA)
RAPHAEL GUALAZZI (IT)
THE LAST STANDING & LEAN ON ME GOSPEL CHOIR (IT)
BUDDY WHITTINGTON (USA)
BANDS VINCITRICI OBIETTIVO BLUESIN
Inizio concerti ore 19.00. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

sabato 17 luglio 2010 - Centro storico
dalle ore 17.00 alle ore 01.00 BLUES BUSKERS

domenica 18 luglio 2010 - Villa Scornio
JIMMIE VAUGHAN feat. LOU ANN BARTON (USA)
THE ROBERT CRAY BAND (USA) (unica data italiana)
CEDRIC BURNSIDE & LIGHTNIN’ MALCOLM (USA)
GENERAL STRATOCUSTER & THE MARSHALS
FRANCESCO PIU (IT)
SERGIO MONTALENI BAND (IT)
BANDS VINCITRICI OBIETTIVO BLUESIN
Inizio concerti ore 19.00. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

Abbonamenti 2 serate (14-15 e 17-18) 50 € (Posto Unico), 60 € (Tribuna Numerata)

domenica 18 luglio 2010 - Centro storico
dalle ore 17.00 BLUES BUSKERS



Bluesin
tel.: 0573 99 46 59
fax: 0573 97 52 08
info@pistoiablues.com

Ufficio Stampa
David Bonato
Davvero Comunicazione
Via Roveggia 122 / A
37136 Verona
info@davverocomunicazione.com

venerdì 11 giugno 2010

Concerto inaugurazione mondiali calcio 2010 in Sudafrica: Tinariwen, Vieux Farka Touré etc...(by P.B.)


Incredibile concerto di tre ore e passa ieri sera a Soweto in Sudafrica per l'inaugurazione del mondiali di calcio 2010. A prescindere dalle stars create dalla globalizzazione come Shakira e Black Eyed Peas sulle quali é meglio stendere un velo più o meno pietoso per il resto c'é stato un susseguirsi ricchissimo di musicisti africani ed indigeni (del Sudafrica e non) per niente conosciuti da noi in Europa. Alcuni deliziosamente melodico/pop con agganci alla tradizione africana ma altri hanno fatto sfoggio di un'estetica musicale all'insegna di pura ipnosi.....!
All'inizio la mia era solo curiosità, poi mi sono appassionato all'esibizione di musicisti che hanno dimostrato l'estrema ricchezza cromatica e ritmica della musica africana, ma soprattutto ribadivano (...riflettevo ieri sera) come molte componenti del rock e della musica contemporanea vengono proprio da lì.
Quelli che mi hanno colpito più di tutti sono stati Vieux Farka Tourè ed il suo gruppo; su un tappeto ritmico fascinoso e ripetitivo Touré produceva dei suoni chitarristici inediti ed ammalianti ottenuti con una tecnica che mi é parsa del tutto nuova.
E poi i Tinariwen, depositari della cultura tuareg del Mali, che si sono esibiti teste e corpi fasciati materializzando, con chitarre elettriche e percussioni delle nenie assolutamente avvolgenti e desertiche. Essi sono insieme ai Tamikrest i testimoni più attendibili della ricca tradizione berbera..ed avevo letto che stanno collaborando con musicisti occidentali come i Dirtmusic (Eckman, Brokaw e Hugo Race).
Del resto esistono anche gli indimenticabili precedenti dello stone Brian Jones che aveva indagato negli anni '60 col suo disco Joujouka sui riti musicali dell'Africa settentrionale e di Plant-Page che avevano sposato alcuni dei loro brani all'esecuzione di musicisti e percussionisti marocchini.
Ed infine i BLK JKS, elettrici e caracollanti, introdotti da Alicia Keys da anni impegnata come produttrice di nuovi talenti africani (thanks Romolo!).
Se c'é un musicista che mi é mancato la sera del 10 Giugno nella cronaca televisiva da Soweto quello é Bob Marley, il profeta che aveva dimostrato come dall'Africa proviene tanta della nostra cultura. Non malvagi comunque sono stati John Legend ed Alicia Keys. Ora non ci resta che ubriacarci di calcio....

venerdì 9 aprile 2010

FLOWER FLESH: LIVE AT THE ENCOUNTER POINT (demotape) by Pupi Bracali


Perché recensire su un web magazine così importante come Music Box il demo dal vivo di un oscuro e sconosciuto gruppo prog italiano? Prima di tutto per becero nepotismo perché il tastierista dei Flower Flesh è, appunto, mio nipote, poi perché anche il bassista è un caro amico con il quale ho condiviso qualche cosa, ma soprattutto perché il dischetto che sta suonando da ore nel mio lettore (ho fatto la rima) è il preludio alla fiammeggiante pubblicazione di un “vero” prossimo CD che sto aspettando con ansia (anche perché spero che me lo regalino).
Quindi, abbandonando il fatto personale con la sua prima persona singolare, passiamo a un plurale più giornalistico e vediamo che succede tra i solchi di questo prodottino musicale.
Rock progressivo, l’abbiamo già detto, e già il titolo un po’ Marillonesco ci conduce su quella strada aperta alla fine degli anni sessanta da gente come Moody Blues, Procol Harum, King Crimson, Genesis, e non ancora giunta alla sua fine, anzi arricchitasi di una miriade di diramazioni e sfaccettature.
Il brano che apre il cd è rivelatore del suono del gruppo: un prog con sfumature vagamente AOR che si potrebbe ricondurre, non si sa quanto consapevolmente, a una band come i Magnum, e con diversi cambi di tempo nel giro dei pochi minuti di ogni “canzone”.
Le tastiere elettroniche spruzzano soffi Hawkwindiani nella prima parte del primo pezzo che contiene un bellissimo solo di chitarra wah-wah, registro inusuale nel mondo progressive ma che ci piace tanto, mentre il successivo “Scream and die” si fa notare per una bella apertura tastieristica eterea e sognante verso la metà del brano subito ripresa dal cantato in inglese del vocalist del quintetto e per un finale con solo di chitarra supportato dalle tastiere che però si limitano a fare “tappeto” quando le vedremmo meglio più movimentate e fantasiose magari in un assolo incrociato con la chitarra.
Il terzo brano ha, stranamente per un gruppo prog, un grosso debito coi Doors nella sua prima parte anche se la tastierina simil-Farfisa doorsiana che introduce il pezzo ha più somiglianze col riff iniziale di “Giant Hogweed” dei Genesis. Nonostante la breve durata (5:19) ci pare il brano più eclettico e composito del cd.
Il quarto brano denota purtroppo (e non me se ne voglia) una certa incertezza vocale del cantante (non dimentichiamoci che siamo dal vivo) ed è caratterizzato da un altro solo di chitarra wah-wah piuttosto ficcante, mentre il pezzo che chiude il cd contiene in pochi secondi ( anche qui non si sa quanto consapevolmente) un’autentica citazione dei Van Der Graaf Generator.
L’esecuzione dal vivo contempla, tranne che in un brano, dei finali piuttosto bruschi che preferiremmo addolciti da “code” strumentali più armoniose e sinuose come si addice a questo tipo di musica. Su basso e batteria, che ci pare svolgano egregiamente il loro lavoro, non vi è nulla da eccepire e come abbiamo già detto il sound a là Magnum la fa da padrone. Anche in questo caso come accade in molte bands di rock progressivo di oggi, (a volte persino anche in quelle più famose) il sapore prog è dato più dal sound che dai temi dei brani o dalle melodie e senza fare paragoni blasfemi il progressive dei settanta pur nelle sue strutture elefantiache aveva anche una “forma canzone” che restava impressa e incollata alla mente dopo pochi ascolti. Qui non accade, anche se durante l’ascolto la piacevolezza regna sovrana in un’atmosfera di “fresca antichità” e di un neo-barocchismo incline a un soft-hard americaneggiante.
Li aspettiamo al varco sulla lunga durata del prossimo cd.

Maurizio Pupi Bracali

www.myspace.com/flowerflesh
Flower Flesh Official fan Club on Facebook”

mercoledì 10 marzo 2010

PETER GABRIEL: SCRATCH MY BACK (Real world Rec./16 Feb.2010) by Maurizio Pupi Bracali



'Grattami la schiena Phil!'

Peter Gabriel non è Phil Collins.
Lapalissiano vero? Allora perchè cominciare una recensione con questo risaputo assioma?
Non lo sappiamo.
Se le vie del Signore sono infinite ( per chi è credente) e quelle del rock pure, (come affermato da Edoardo Bennato recentemente), le vie delle recensioni sono altrettanto non-finite, indefinite e imperscrutabili sebbene ci sia stato un tempo in cui i due Genesis furono accostati l’uno all’altro per il timbro delle loro voci a un primo ascolto apparentemente simili.
Niente di più falso naturalmente.
Al di là di superficiali apparenze la leggera e piacevole raucedine di Gabriel è, ed era, lontana anni luce dalla nasalità di Collins rivelatosi comunque nel tempo e a suo modo un ottimo cantante.
Fu ai tempi di “Trick of the tail” che il pubblico si meravigliò nell’ascoltare un Collins tanto gabrielano e quanti gridarono al miracolo rimembrando una “More fool me” di Sellinglendiana memoria, forse non si erano neppure accorti che il nostro batterista preferito cantava su disco già due intere canzoni più mezza fin dai tempi di “Nursery Crime”.
Un’altra comunanza che lega i due sodali del periodo genesisiano fu più recentemente quello dei similari progetti, ideati ognuno all’insaputa dell’altro e comunque abortiti entrambi, di pubblicare ciascuno un album di covers soul e rythm ‘n blues. E se Phil Collins nella sua carriera solista ci aveva abituati a situazioni del genere tuffandosi, per esempio, nel repertorio delle Supremes e collaborando in diversi modi con gli Earth Wind and Fire, Gabriel (che non è Collins) aveva flirtato col genere con brani pseudo-parentali scritti da lui medesimo come “Steam” o “Sledgehammer”.
Sono passati molti anni e Peter ( che non è Phil) ora il disco di cover l’ha pubblicato davvero.
Soul? Rythm ‘n blues? Niente di più lontano da queste due parolette.
Stupendo tutti (stupendo!) l’ex cantante dei Genesis ha fatto uscire un album, sì di covers, ma contenente brani che niente hanno a che vedere con ritmi danzerecci e movimentati e che ha rivestito con un luccicante abito di solo pianoforte e orchestra, al punto che una bella canzonetta che in molti abbiamo canticchiato sotto la doccia come “The boy in the bubble” di Paul Simon (coverizzata, ma in modo più o meno pedissequo, anche da Patti Smith nel suo album di cover “Twelve” del 2007 ) diventa nella lenta versione di Gabriel un brano dall’andatura ieratica e solenne.
Arrangiamenti per orchestra si diceva, ma chi si ricorda che il nostro eroe si era già cimentato sinfonicamente partecipando a un doppio album di vari artisti accompagnati dalla London Symphony Orchestra e dalla Royal Philarmonic Orchestra nel lontano 1976, intitolato “All this and the world war” colonna sonora di un dimenticato film creata per omaggiare i Beatles nel quale si era confrontato con John Lennon con una buona cover di “Strawberry fields forever”?
( E un’italianissima curiosità a latere vuole che in quell’album, tra quella trentina di grandi musicisti internazionali vi fosse anche il nostro “Richard” Cocciante (sì, proprio lui) che eseguiva mirabilmente “Michelle”).
E con questa nuova operazione Gabriel ci mette di fronte al disco più ostico e difficile della sua carriera di artista e della nostra di suoi ascoltatori, al punto che persino alcuni fans della prima ora, nonchè irriducibili, stanno storcendo il naso all’ascolto di questo “Scratch my back” così minimale e intenso.
C’è da dire che nel riproporre questi dodici brani (tredici con “Waterloo Sunset” dei Kinks che appare in un secondo cd coi remix di “Heroes”, “The book of love” e “My body is a cage”) trafugati qua e là tra un passato remoto e uno molto più prossimo, il musicista inglese fa “assolutamente sue” le canzoni prescelte al punto che una “The power of the heart” di Lou Reed sembra la sorella ritrovata di “Here comes the flood”. E nonostante queste orchestrazioni sinfoniche possano apparire a un ascolto distratto monolitiche e similari, in realtà non lo sono affatto, visto e ascoltato che “Mirrorball” degli Elbow con quei momenti/movimenti di violini ostinati ricorda certo minimalismo di Philip Glass quando invece “Philadelfia” di Neil Young sembra uscita dalla colonna sonora di un film americano. In “Apres moi” di Regina Spektor, Peter Gabriel (che non è Phil Collins) si ricorda di essere stato sodale e di avere assorbito qualcosa da Nusrat Fateh Ali Khan con un breve intermezzo di vocalizzi in stile qawwali notevolmente suggestivo mentre nella conclusiva “Street of the spirit” surclassa, ovviamente, con la sua interpretazione una delle voci più lamentose e monocordi della storia del rock, quella di Thom Yorke dei Radiohead.
Ora, tristi notizie riguardanti Phil Collins percorrono le strade delle cronache rock: pare che a causa di una recente malattia alla schiena legata alla postura tenuta nel corso degli anni, non potrà più suonare la batteria e forse neppure il pianoforte, facendo perdere prematuramente al pubblico della musica il drumming sanguigno e generoso di uno dei batteristi più bravi, originali e fantasiosi di sempre. In compenso, visto, anzi ascoltato, questo ultimo e interessantissimo disco, la schiena di Peter Gabriel gode ottima salute a parte qualche piccolo prurito; ma per quello c’è sempre il ricorso a una grattatina. Che poi a grattargliela nei punti giusti siano Bowie, David Byrne, Ray Davies, gli altri autori dei brani o gli ascoltatori di questo album sontuoso, bello e particolare, non ci è dato di sapere. Quello che sappiamo è che Peter Gabriel si è rimesso in gioco un’altra volta come è giusto che sia per un artista poliedrico e avventuroso come lui. Non sarà da tutti seguirlo in questa nuova, difficile e discutibile impresa, ma noi che l’abbiamo fatto e continuiamo a farlo con ascolti quotidiani e ripetuti, possiamo affermare con tranquillità che il piacere e la soddisfazione regnano sovrani, e guarda caso, è svanito anche quel minimo prurito alla schiena.

Maurizio Pupi Bracali

domenica 25 ottobre 2009

Porcupine Tree: The Incident (2009 / Roadrunner Rec.) by Pupi Bracali


Per chi non lo sapesse, l'ultimo CD dei Porcupine Tree è doppio. Il primo dischetto racchiude la monumentale suite (55, 17 minuti) The Incident, che da il titolo a questo nuovo lavoro dei nostri porcospini preferiti; suite che è stata paragonata da critici entusiasti alle grandi opere prog (e non solo) del passato che avevano come in questo caso un filo conduttore frazionato in segmenti.
Il suono è quello a cui ci hanno abituati Wilson e compagni nelle loro ultime uscite: schitarrate taglienti e quasi hard si alternano a momenti acustici morbidi e dolcissimi.
In più questa volta fanno tutto da soli: nessuna ospitata dei grossi nomi presenti nei precedenti e più recenti album a significare un’autarchia totale e decisionista.
La differenza, essenziale, tra questa e le famose suites del passato che non cito ma che tutti immagineranno, è che queste ultime avevano una colorazione molto più variegata con gli assoli lunghi alcuni minuti dei vari strumenti che si alternavano gioiosamente durante lo svolgimento del brano.
Qui questo non avviene: la suite è monolitica e di un solo colore benché contenga momenti di assoluta classe e alcuni brani bellissimi. Barbieri è un tastierista “tappetista” e non certo un solista che si sbizzarisce con fughe o monologhi particolari. Uno degli attimi più belli di quest’opera è un suo tocco di piano, un piccolo riff lento e atmosferico che però dura troppo poco sfumando nel cantato e nella chitarra acustica di Wilson che ovviamente domina da par suo la situazione (il primissimo album dei Porcupine è in realtà un solo dell’occhialuto musicista).
Ogni tanto fanno capolino i suggestivi cori che nei dischi precedenti hanno ricevuto accostamenti con la west coast californiana, ma sono brevi fuggevoli momenti in un’opera che più che una vera suite sembra un enorme unico brano molto simile a se stesso in tutta la sua chilometrica lunghezza.
Come già detto i momenti godibili ci sono: dei quattordici segmenti che formano la suite almeno la metà sono molto belli, ma a me non basta per gridare al capolavoro; da uno dei miei gruppi preferiti pretendo un po’ di più di una suite monocorde che pur godibile nella sua interezza non aggiunge nulla alla musica della band, anzi, si pone un gradino sotto (ma solo un gradino beninteso) ad album come “Stupid dream”, “In absentia”, “Lightbulb sun” questi sì veri capolavori come anche il recente e magnifico “Deadwing” ( sul penultimo “Fear of blank planet” pur godibilissimo non mi pronuncio considerandolo un “esperimento” di Wilson).
Il secondo CD contiene invece quattro buone, ma non troppo emozionanti, canzoni per la durata di una ventina di minuti che in verità con il loro livello standardizzato sulla falsa riga di tutto l’album nulla aggiungono all’economia sonora della band.
La produzione di Wilson con la supervisione del batterista Garrison (che come strumentista non si fa certo notare con il suo drumming poco estroso e lineare) è come al solito superlativa con suoni perfetti, netti e precisi. (anche questo: un pregio o un limite?)
E per concludere orribilmente con un frasario risaputo e calcistico si può dire che almeno in quest'occasione i Porcupine Tree vincono ma non convincono.
Li aspettiamo al varco nella prova dal vivo il 4 novembre all’Alcatraz di Milano.
Io oltre a tutti i loro album e un paio di DVD, ho già il biglietto.

Maurizio Pupi Bracali

venerdì 23 ottobre 2009

Grand Funk Railroad: hard, soul, & Basso Profundus by Pupi Bracali

Splendori e miserie della più grande american band di serie B

Intro
Era un giorno del 1971. Stavo ascoltando "Closer to Home" dei Grand Funk Railroad (uscito in realtà l'anno precedente), quando suonarono alla porta. Erano alcuni amici venuti a trovarmi. Alla vista, (e soprattutto all'ascolto) di quel disco che girava sul piatto del mio giradischi, inorridirono, si scandalizzarono e cominciarono a farmi un processo sommario che si concluse con una condanna.
L'accusa che portò alla sentenza di colpevolezza era quella di ascoltare ancora quella orribile robaccia: grezza, suonata male, mediocremente registrata, roba di seconda fila, obsoleta di fronte al "nuovo che avanzava". Si riferivano nel caso specifico ai vari: Weather Report, Mahavishnu Orchestra e alle nuove band che flirtavano col jazz.
Sono passati trent'anni e senza nulla togliere agli ottimi gruppi ammirati dai miei amici, gli "obsoleti" e "incapaci" Grand Funk Railroad, dominano con la loro presenza le pagine della stampa musicale di questo nuovo millennio e sono citati da decine di nuove band che li indicano come fonte di ispirazione. Un solo nome per tutti: i grandi Monster Magnet che eseguono una cover della tremenda " Sin's A Good Man's Brother" nel loro album "Spine of God".
"Closer To Home", non era però il primo album dei GFR bensì il terzo. Quindi cominciamo dal principio.

Gli inizi
Verso la fine degli anni sessanta, due erano i principali gruppi che ottenevano un buon successo sulle scene dello stato del Michigan: Question Mark & the Mysterians e Terry Knight & the Pack. Entrambe le bands potevano vantare un brano ciascuno nelle classifiche dello stato americano, in special modo i primi, il cui hit era la celeberrima "96 Tears", coverizzata poi nel tempo a venire da decine di artisti e di gruppi.
Nei Pack di Terry Knight, militavano un chitarrista di nome Mark Farner e il batterista Don Brewer. Quest'ultimo, dopo aver convinto Farner a seguirlo per formare una band tutta loro, contattò proprio il bassista dei rivali Mysterians, tale Mel Schacher, mentre il cantante Terry Knight abbandonando il suo ruolo vocale diventava il manager-regista - produttore della nuova band che stava per nascere.
Sotto l'abile, nonchè dispotica, guida di quest'ultimo, il trio, pur completamente sconosciuto e senza avere alcuna incisione all'attivo, ottiene nel 1969 di esibirsi all'Atalanta Pop Festival davanti a oltre centomila persone.
E' un'apoteosi! Quelle tre piccole figure su quel gigantesco palco esplodono come un'immane deflagrazione! Con i volumi degli amplificatori al massimo della sopportazione, con un sound grezzo e viscerale fatto di violentissimo hard rock, blues e soul e con l'immensa presenza scenica di Farner che canta, suona e danza a torso nudo con pantaloni di pelle e mocassini, capelli lunghi fino a mezza schiena stretti da una fascia sulla fronte alla stregua di un guerriero sioux sul piede di guerra che imbraccia furiosamente la chitarra come un fucile strappato a mani nemiche e coadiuvato da Brewer che suona la batteria anche con la testa (!?) e da un bassista il cui suono diventerà leggendario tra gli estimatori del rock duro, il trio desta enorme sensazione. Il pubblico è assolutamente in delirio, scioccato e affascinato da tanta violenza scenica mai conosciuta prima. E' l'atto di nascita dei Grand Funk Railroad!


La tecnica(?)
Diciamolo subito così da toglierci il pensiero: per chiunque suoni il basso e/o ami il suono di questo strumento, l'ascolto dei GFR, è assolutamente imprescindibile. E non tanto per le qualità tecniche di Mel Schacher, buone ma non particolarmente eccelse, bensì per il ruolo di presenza dominante che il trio del Michigan è riuscito a ritagliare per questo strumento, che pur non assurgendo mai a un ruolo veramente solista riesce ad essere mostruosamente invadente con il suo timbro "spugnato" e macinante diventando il tratto caratteristico dominante delle eccessività sonore della band.
Don Brewer è invece un batterista preciso e "picchiatore" come si addice ad una formazione di hard rock triangolare. A volte indugia troppo sulle rullate veloci che infila dappertutto risultando un pò stucchevole, ciò nonostante è il batterista giusto per il gruppo giusto, essenziale per l'economia sonora dei tre. Inoltre Brewer è anche un ottimo cantante, con corde vocali impregnate di soul, anche se il suo contributo come singer sarà ovviamente sempre molto limitato di fronte allo strapotere vocale di Mark Farner. Quest'ultimo, oltre a cantare, è il compositore principale del gruppo, suona le chitarre, e occasionalmente armonica e tastiere. Come strumentista anch'egli non spicca per virtuosismo nè per un gusto originale o particolare; la sua chitarra è sferragliante, debordante ed eccessiva, in compenso come cantante possiede una delle voci più belle del rock di quegli anni.Voce di rara potenzae dalla dizione limpida e chiara, più calda e pastosa di quella di un Robert Plant, che riesce a raggiungere vette inarrivabili di estensione vocale con estrema facilità pur senza cadere nei gigionismi isterici di un Ian Gillan. Il miracolo, è che i tre si amalgamano alla perfezione facendo sì che la somma sia infinitamente superiore alle parti che la compongono.


I migliori anni della loro vita
Il primo album "On Time", esce nel 1969. Non è una pietra miliare del rock (nello stesso anno escono il primo Led Zeppelin e il primo King Crimson) ma è semplicemente un disco bellissimo.
Curiosamente il brano di apertura di quell'album e di tutta l'intera carriera dei GFR, "Are you ready", che diverrà un classico aprendo tutti gli incandescenti concerti del trio, è affidato alla voce del batterista. Intriso di umori hard/soul/blues, il disco è uno stupendo punto di partenza, con brani che resteranno tra i più rappresentativi della band. Nonostante le pessime critiche della stampa mondiale (anche italiana!) che perseguiteranno i GFR per tutta la loro vita etichettandoli come gruppo di serie b, brani come " Time Machine" e "Heartbreaker" entrano prepotentemente nelle classifiche americane.
In questo primo album il bassismo di Schacher è ancora contenuto e solo in un paio di brani si ascoltano i prodromi degli sfracelli sonori di là da venire. Tra questi, proprio la citata "Heartbreaker", brano simbolo del primo periodo del gruppo sul quale una generazione di bassisti ha fatto le prove generali.
Il secondo disco "Grand Funk" ( 1970) è il logico proseguimento dell'album precedente dal quale non si discosta in quanto a sonorità e tipicità dei brani. La miscela incandescente che lo compone è la stessa fusione di hard/soul /blues estremo e super amplificato. L'album contiene una cover degli Animals; "Inside Looking Out" estesa a una durata di oltre nove minuti, che da sola vale l'acquisto del disco peraltro tutto bellissimo e dove il basso di Mel Schacher comincia a dimostrare che dio esiste.
Sempre nello stesso anno esce "Closer to Home". L'album, tra i migliori della produzione dei GFR, si apre con la monolitica " Sin's A Good Man's Brother ", il brano più esasperatamente pesante della storia del trio. La versione rifatta dai Monster Magnet nel '91, pur bellissima impallidisce di fronte alla cadenza originale di un riff granitico tra i più duri e violenti di quegli anni. Il disco impone una svolta al tipico sound del gruppo. Più vario e composito rispetto ai due album precedenti, espone pregevoli ballate soul accanto a brani più duri e hard, mentre la componente blues viene accantonata definitivamente.
Ancora nel 1970 ( tre dischi in un anno: un vero record!) è la volta di "Live Album". Il disco, si può annoverare senza tema di smentita tra i live più eccitanti e devastanti di tutti i tempi, poiché veramente offre la misura di quello che doveva essere una performance dal vivo del trio del Michigan. I brani (tutti già presenti nei dischi precedenti) sono allungati, dilatati, insudiciati e contorti rispetto agli originali. Il basso di Mel Schacher è un perverso rullo compressore, roccioso e tonante al punto di incutere quasi paura, la registrazione è sudata, sporca e approssimativa quasi come in un bootleg, ma il tasso calorico del feeling della band è talmente infuocato che neppure ci si fa caso. In conclusione: uno dei dei più grandi dischi dal vivo della storia dell'hard rock.
L'anno seguente, arriva "Survival", altro capolavoro: ricco di hard, soul e ballate suggestive. Questa volta le covers sono due: la super classica " Feeling Alright" dei Traffic, (brano tra i più coverizzati di quel periodo da tutti i gruppi amanti del “soul bianco" due nomi per tutti: Joe Cocker e Rare Earth) e la strafamosa "Gimme Shelter" dei Rolling Stones, qui resa in una magnifica versione hard, lurida, tagliente e deragliante cantata dal batterista Don Brewer che si esibisce poi anche in una dolcissima ballata. Una curiosità: alcuni anni dopo Frank Zappa (che in seguito sarà loro produttore) scriverà un famoso brano per il suo album "Zoot Allures" dal titolo " The torture Never stop" , brano nel quale su una base musicale ripetuta e ossessiva, si ascoltano voci di donne gemere e gridare. Ebbene, il brano "All You've Got Is Money" contenuto in questo album dei GFR è assolutamente identico nella struttura e nella costruzione armonica! (Che il grande Zappa adorato dalla critica abbia copiato o quantomeno si sia ispirato a uno dei gruppi peggiori del mondo?!!)
"E Pluribus Funk", è il titolo del secondo disco pubblicato nel 1971. Già a partire dalla famosissima copertina rotonda raffigurante una moneta d'argento con il profilo del trio e i titoli in rilievo, l'album si fa notare. E' un disco in cui la dominante soul si fa preponderante, lo si potrebbe persino immaginare interpretato dalle Supremes o da qualsiasi gruppo vocale "all black", se non che, ancora una volta una patina di hard rock e un basso squassante nero e apocalittico lo rendono unico e inimitabile. Tra i brani, Don Brewer canta il suo unico ottimo pezzo, mentre nella lunghissima e magnifica "Loneliness", una mini suite con orchestra sinfonica, Farner giunge ad altezze vocali vertiginose e raramente uguagliabili.


Il declino
Dopo un litigio al quale seguiranno strascichi legali (vinti dal trio), nel 1972 il produttore/dittatore Terry Knight viene esautorato. Nella formazione viene assunto il tastierista Craig Frost, del quale francamente non si sentiva affatto l'esigenza.
"Phoenix" del 1972 è già un album un gradino sotto a tutti i precedenti. Produttori dai nomi altisonanti si susseguono alla regìa del gruppo con risultati imbarazzanti musicalmente ma ottimi sotto il profilo commerciale. Sotto la guida di Todd Rundgren escono: "We're an American Band" nel '73 e "Shinin' on " nel '74. Entrambi gli album frequentano le zone alte delle classifiche USA (il singolo omonimo del '73 è addirittura primo), ma l'ardore furioso e devastante dei Grand Funk Railroad non esiste più. I toni e i volumi del basso vengono ridimensionati, il sound ripulito e patinato. Nel 1972 esce un altro live "Caught in the act ", appena discreto che non può reggere il confronto coi mitici fulgori del "Live Album"; sul palco anche coretti femminili a riprova dell'ammorbidimento del gruppo. Dopo un altro paio di dischi mediocri per non dire pessimi "All the girl" del 75 e " Born to Die" del 76, entra in scena Frank Zappa dichiarando alla stampa mondiale che sempre aveva osteggiato la band, che i GFR sono il suo gruppo preferito essendo la più grande rock band del pianeta. Naturalmente non si è mai capito se lo abbia pensato veramente o se era una delle sue celebri boutades. L'affermazione di Zappa ha comunque come conseguenza l'album meno che discreto" Good Singing Good Playing" sempre del '76 prodotto dallo stesso chitarrista, il quale come già aveva fatto Rundgren, si produce in un assolo di chitarra che è l'unica nota lieta di un album davvero mediocre. Nel 1978, dopo un altro paio di album assolutamente inconsistenti i GFR si separano consensualmente e i quattro prendono ognuno strade diverse.

Conclusione
Il soul, musica cardine del sound dei Grand funk Railroad, negli anni settanta era considerata una musica patrimonio dei neri e chi bianco la suonava lo faceva in maniera calligrafica e imitativa. I Grand funk Railroad nel periodo 69 - 71 battendo ogni records realizzarono ben sei album di grandissimo valore dei quali è difficile stabilire il migliore. A dispetto della critica musicale dell'epoca che li ha sempre osteggiati e relegati in una serie b del rock, se non addirittura ignorati, il trio del Michigan, ha "inventato" una micidiale miscela di blues, soul e hard rock che non ha avuto eguali nel panorama sonoro di quegli anni e che ancora oggi è un patrimonio da riscoprire come è dimostrato da gruppi odierni (vedi lo stoner rock) che guardano ai Grand Funk Railroad come progenitori della loro musica.

Maurizio Pupi Bracali

mercoledì 7 ottobre 2009

THE DOGGS e.p. (2009) by Pasquale 'Wally' Boffoli

Risale al 1970 il lavoro più devastante degli Stooges di Iggy Pop, Fun House.
E’ stato detto in innumerevoli occasioni sulla stampa e dalla critica specializzata di quanta influenza Fun House (così come l’omonimo precedente The Stooges del 1969) abbia avuto sulle generazioni di rockers e punkers successive : credo che non ci siano dubbi di sorta in merito.
Non me ne vorrà quindi il giovane trio milanese dei DOGGS formatosi nel gennaio del 2009 se scrivo che i quattro brani di questo loro primo e.p., inciso appena tre mesi dopo, aprile 2009, sin dall’iniziale Underground Drain appaiono diabolicamente ed integralmente avvolti nel bozzolo ‘vizioso’ di Fun House, quasi a voler puntigliosamente dimostrare di quali vibrazioni più di qualsiasi altre si siano nutriti nella loro pur breve esistenza.
Anche i successivi Kiss my blood, No lights ed Animal dispiegano un suono garage e punkoide saturo tipicamente americano: Marco Mezzadri, bassista cupo e martellante, rincorre il vocalismo indolente e crudele di Iggy; Riccardo Bertin attraverso l’efficacissimo uso chitarristico del wah-wah fa sua l’antica lezione di Ron Asheton incarognendo sino allo spasimo il sound dei Doggs; Grazia Mele percuote le pelli con fare essenziale e metronomico, come è giusto in questo contesto.
Se il contributo di Pypa (Vermi) al farfisa organ è essenzialmente limitato ad Underground Drain quello al sax di Piergiorgio Elia (lo Steve MacKay dei Doggs) è ben più corposo e si ottimizza attraversando pacatamente, senza i deliri di Fun House, i quattro brani dell’e.p.
Rappresenta inoltre dal vivo un costante punto di riferimento per i Doggs.
Dall’inizio incerto di Underground Drain (‘….noi proveniamo dall’infido underground!) il suono, attraverso gli orgasmi sensuali di Kiss my blood e l’estatica corruzione strumentale di No lights raggiunge l’apice del caos controllato nella conclusiva Animal, chitarra e sax ad incrociarsi subdolamente: i rantoli ed i bisbigli allusivi di Marco colpiscono crudamente e nel finale i Doggs raggiungono quel benedetto parossismo che nei precedenti brani è più volte sfiorato.
Questo debutto del trio milanese colpisce davvero per intensità nonostante la notevole assuefazione e dipendenza estetiche di cui sopra, facendo altresì intravedere l’obiettivo di un sound più personale.


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Pasquale ‘Wally’ Boffoli

domenica 20 settembre 2009

Italian psycho-garage: THE PREACHERS Preachin' at psychedelic velocity (Teen Sound Rec.2008) by Wally Boffoli

Non tragga in inganno il titolo del nuovo lavoro dei Preachers, una delle bands neo-garage italiane più quotate. Non è certo la velocità a caratterizzare questi quasi 40 minuti (come nel caso del nuovo lavoro dei sardi Rippers) quanto una concezione del garage psichedelico densa e torbida che si profila sin dall’iniziale My darling e continua attraverso le seguenti Queen of the highway, Wild girl.
In primissimo piano l’ipnotico organo (e spesso il theremin) di S.K.A.I.O., la voce non esasperata, quasi meditabonda e viziosa di Bela Filosi.
Abbiamo a che fare con delle ballate fascinose, come Lovely girl, Sunny morning, You’ll never know avvolte in un fascino pensoso e doorsiano, con fulgido riferimento ai Doors di Strange Days.
L’altro grande punto di riferimento dei Preachers sono i Fuzztones, il cui mood fangoso e psichedelico emerge in questo lavoro in molte occasioni, quasi fossero i loro padri putativi: Rudi Protrudi, mentore dei Fuzztones infatti appare puntualmente alla voce in Turn me out, collaborando alla sua scrittura e stringendo tra le due bands un patto di sangue.
Aggressivi e grezzi in She’s riding, oh! con la phantom guitar di Matt Cadillac in bella evidenza, i Preachers danno mostra di versatilità nello strumentale Intermission e nella fascinosa cover dei Moving Sidewalk 99th Floor, firmata Billy Gibbons (con armonica ruspante).
Meravigliose aperture melodico/armoniche, cori ispirati e poesia strisciante nelle liriche di Sunny morning, uno degli episodi più entusiasmanti di "Preachin’ at psychedelic velocity", uno di quei magici momenti in cui la luminosa estetica sixties si prende una rivincita esaltante sui giorni tristi che viviamo.
Come nell’album precedente, "Voodoo you love?" (Teen Rec./2005) i Preachers riservano clamorose sorprese nei 6:30 dell’episodio finale del disco: Summer Rain , introdotta da accordi sinistri e premonitori valorizza il vocalismo luciferino ed oltraggioso di Bela Filosi prima di ‘allungarsi’ mefiticamente (con tanto di respiri ‘affannosi’) in un tetè-a-tète psichedelico organo-theremin fradicio ancora una volta di Fuzztones e dei ‘giorni strani’ di Jim Morrison e c.
Summer Rain è importante perché dilatata e tortuosa com’è rispetto il resto del lavoro diventa subito memorabile e dimostra come i Preachers, se solo lo vorranno, si inerpicheranno per sentieri espressivi sempre più allucinati, nel solco ‘storico’ del garage e della psichedelia più puri ed inquietanti.

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Pasquale ‘ Wally’ Boffoli

mercoledì 16 settembre 2009

RPWL :Ritorno al 'Sogno' by Roberto Fuiano

Pubblico con piacere un articolo sul gruppo tedesco RPWL di Roberto Fuiano, scrittore barese di fiction ed appassionato conoscitore della musica progressiva storica e del neo-prog. (P.W.B.)
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I tedeschi RPWL si formano nel 1997, dando vita ad una cover band dei Pink Floyd. Il nome del gruppo è l’insieme delle iniziali dei componenti: Phil Paul Rissettio, Chris Postl, Karlheinz Wallner, and Yogi Lang.. In precedenza, Postl e Wallner avevano suonato nei Violet District, gruppo dalle sonorità cupe e sofferte, immerse in un’atmosfera di rarefazione psichedelica, che aveva prodotto un pregevole lavoro, “Terminal Breath”.
Del 2000 il loro primo disco “God has failed”, in cui è già chiara la linea portante del gruppo, sia dal punto di vista musicale che di testi. Uno stile personale e coinvolgente, nonostante le chiare influenze dei Pink Floyd e spesso anche dei Beatles (cosa non da poco).
Al di là dei suoni moderni, dell’elettronica usata con gusto e parsimonia, gli RPWL hanno profonde radici nella musica rock degli anni’70, rievocando l’adesione ad un mondo alternativo, fatto di pace, di amore, di sogno, di ricerca, attualizzata da maggiore consapevolezza e maggiore drammaticità.
Ascoltando le loro ballate si prova un gratificante senso di pacificazione. Le ariose aperture dove una chitarra conduce per mano verso mondi incantati. La voce sognante, a volte struggente, che asseconda godibili melodie con rara intensità. Le delicate note di pianoforte. I cambi ritmici con timbriche appena più hard e i momenti di trascendenza tutta orientale. Il sogno che emerge ad affermare se stesso, non come fuga, bensì come realtà oltre il percettibile.
I testi, in pieno accordo con la musica, possono essere ben sintetizzati dal titolo del loro quarto disco “The World Through My Eyes”. Infatti, è proprio il mondo attraverso gli occhi di artisti che possiedono, oltre a preparazione tecnica e conoscenza musicale, una profonda sensibilità. La valutazione di aspetti deleteri dell’umanità, come la guerra, la narcosi delle coscienze, la corsa al danaro, ricorre più volte. Una denuncia che viene però affiancata da forti spinte verso mondi interiori, dalle tematiche dell’amore, da un grande senso di pulizia e di limpidezza dell’animo che predilige i viaggi nella natura e nella mente.
Gli RPWL non sono però un caso isolato di musicisti che si riappropriano della musica come ”fatto artistico”, dando poco peso ai meccanismi commerciali di scalate al successo. Dagli inizi degli anni ’90, in piena crisi artistica del pianeta musica, sono nate numerose band che hanno preso a fare concerti e a pubblicare dischi con l’intento di fare arte e divertirsi, partendo dai gruppi progressive degli anni ’70, che portavano avanti ambiziosi progetti artistici e che furono spazzati via per dare spazio ad una mediocrità più pop e quindi più vendibile.
Al di là delle aspettative, questi musicisti, definiti neo-prog, sono riusciti a creare attorno a sé un invidiabile seguito di appassionati, e si sono realizzate etichette di case discografiche specializzate. Fenomeno questo che ha coinvolto praticamente buona parte del mondo (persino l’Indonesia ha visto nascere una band importante come i Discus). Purtroppo questa rinascita non ha toccato l’Italia, in cui non vi è neanche la distribuzione, tranne quella saltuaria per pochi nomi come Flowers King e Spock’s Beard. E gruppi italiani, davvero bravi, sono costretti a incidere all’estero, dove sono molto più conosciuti che in patria (The Watch, Arenames, Narrow Pass, Managala Vallis, etc.).
Al proprio attivo gli RPWL hanno ben sei dischi, tra i quali un doppio “live” in cui si evince la notevole carica comunicativa di questi musicisti; da segnalare qui la sorprendente esecuzione di alcuni brani dei Pink Floyd.
I testi qui di seguito riportati sono: Wasted Land e Sleep, tratti da “World Through My Eyes” del 2005, nonché la toccante canzone d’amore God Has Failed dal disco omonimo del 2000.


Terra desolata
(Wasted Land)


Calma la gente,
dì loro che la vita oggi è meglio di cent’anni fa
nutrili con la speranza di una guerra
di tutti contro tutti
senza che loro lo sappiano.

Come posso mostrarti il sentiero per una terra
che ti fiorisce dentro?
Liberati da catene e paure
per scoprire la bellezza della tua vita.
Quanto lontano possiamo andare?
Quanto lontano possiamo andare?

Camminiamo su una terra desolata
ma dobbiamo andare avanti.
Camminiamo su una terra desolata
ma lo spettacolo deve continuare.

Le notizie sono buone
il Sistema sta lavorando,
lasciateci guardare uno show in tv.
La guerra è un gioco
la vita un bilancio patrimoniale
il danaro ti dice ciò che è giusto o sbagliato.

Tagliando la verità in pezzi e completando
un puzzle di cui nessuno ha colpa
viviamo per i nostri desideri e bisogni
ma nessuno vince al gioco.
Quanto lontano possiamo andare?
Quanto lontano possiamo andare?

Camminiamo su una terra desolata
ma dobbiamo andare avanti.
Camminiamo su una terra desolata
ma lo spettacolo deve continuare.


Dormi
(Sleep)


La Luna appena nata pare una culla, che brilla sulla sabbia del deserto
profumo di sandalo e gelsomini, una dea con pelle d’argento
dipingo tutti i tuoi fiori, sono l'ombra dei tuoi sogni
che ti ha cambiato l’oppio in denaro
Shiva chiede il tuo nome, perché non dormi?
Non meriti uno sguardo, sono l'immagine nella tua mente
che fa sentire il vento soffiare delicatamente
spargendo polvere sulla terra,
una pietra non può essere una pietra
fino a quando non ti dico che potrebbe esserlo,
sono chi ti ha cambiato l’oppio in denaro
Shiva chiama di nuovo il tuo nome, perché non dormi?
E tutti i tuoi sogni corrono al fiume,
il fiume che ha sempre fluito
da quando Maya pose i nostri cuori sul fuoco.
I nostri sogni mostreranno la strada del ritorno a casa.
un ciuffo di penne e piume, danzano con raggi di luce
scavo oceani con le mie dita, intaglio modelli nel cielo
la creazione della terra è nel mio sguardo che nessuno ha mai visto prima
Scintille di risvegliata conoscenza,
Shiva chiama il tuo nome, perché non dormi?
E tutti i tuoi sogni corrono al fiume,
il fiume che ha sempre fluito
da quando Maya pose i nostri cuori sul fuoco.
Impaurito e piangente lessi il mio nome su una lapide di un cimitero sconosciuto.
In un'altra dimensione, seduto con un viso pallido
sulla collina di morti!
Le nuvole tutte dipinte di Rosa
Avvolto in bianco cotone, nessuno può vedermi;
le lettere del mio nome, iridescenti si fondono al sole.
Insoddisfatto e inquieto, cerco in luoghi sbagliati
vagando in un mare di desideri
quando bruciai i miei legami seppi che non sarei stato lo stesso.
Lasciai un frammento della mia anima
annodata alla cima di un albero come regalo per l’universo infinito.
La mia forma è piena di luce
così, vado nei boschi per ritrovare me stesso.
Tutto il bene, tutto il male
tutti il piacere e tutto il dolore
tutte le aspirazioni dei coraggiosi,
tutto il sole e tutta la pioggia.
Tutta la bellezza, tutto lo sporco
tutto l'amore e tutto l'odio
Tutte le risate, tutti i lamenti, l'accettazione del nostro fato,
tutte le illusioni che abbiamo, tutti i nostri segreti fiabeschi,
tutto è condannato al lento decadimento; a defluire al fiume.
Allora vieni e bacia la mia pelle d’argento mentre dipingo immagini nella tua
così puoi sentire ancora che la vita è solo un sogno in un sogno.


Dio ha fallito
(God Has Failed)


Non sarai mai dimenticata
sei sempre nella mia mente
guardo nello specchio
una buona amica non è facile da trovare.
Potrebbe dirmi qualcuno, per favore
se tutto è stato fissato prima?
Quest’anno la primavera giunge agli inizi
poiché ancora una volta Dio ha fallito.
Nelle fotografie trovate
il tuo volto appare lo stesso
sebbene io sia sveglio.
Il mio cuore chiamerà il tuo nome
per raccontare della tua vita
ed è tutto ciò che possa fare per te.
La tua fine è giunta troppo presto
poiché ancora una volta Dio ha fallito.


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http://www.progarchives.com/

Roberto Fuiano

venerdì 4 settembre 2009

THE CHROME CRANKS : Murder of time (1993-1996) (Bang! Rec./Goodfellas 2009) by Wally Boffoli

Che i Chrome Cranks siano stati una delle bands essenziali del punk-blues americano degli anni ’90 del trascorso millennio non mi stancherò mai di sottolinearlo.
La notizia della loro ricostituzione, fornitami da Peter Aaron lead singer e front-man del gruppo, ed avvenuta nel primo scorcio dei 2.000 mi ha riempito di gioia, alla stregua di un teen-ager.
Contemporaneamente ad alcune esibizioni americane in estate (in Europa hanno suonato solo a Lione in maggio) i Chrome Cranks hanno dato alle stampe "Murder Of Time" (1993-1996), album antologico (B-sides,live,best) ad opera della piccola etichetta spagnola Bang Records.
Nel 2007 era uscito "Diabolical Boogie" (1992-1998), una doppia raccolta curata da Peter Aaron di singles, demos e rarities davvero molto esaustiva: per fortuna "Murder of time" cerca nell’archivio Cranks in altre direzioni non doppiandone le scelte.
Ad esempio tra i 19 brani del disco ci sono quattro ‘live’ inediti, Lost Woman, cover degli Yardbirds, e le incendiarie Some Kinda Crime, Burn Baby Burn e Hit the sand che li riconfermano in quegli anni al massimo di una forma brutale e feroce.
Peter Aaron geme, guaisce, strapazza le corde vocali e distorce le parole quasi ogni brano fosse l’ultimo della sua vita e volesse elargire le ultime energie rimastegli, sempre ricalcando i vocalismi dissonanti e sopra le righe di un Jeffrey Lee Pierce.
William Weber lancia le sue corde in una tempesta noise, sfiorando a più riprese le battute blues ma abbandonandole sempre fatalmente.
Jerry Teel e Bob Bert assicurano una ritmica oppressiva e lucida.
Attendendo un loro nuovo lavoro si può lasciarsi avvolgere dalla disperazione strascicata di Heaven (Take me now), esaltarsi agli estremismi emozionali di Desperate Friend, stordirsi ai singhiozzi di We’re Going Down e alla furia cieca di Driving Bad.

Chrome Cranks
BangRecords

Pasquale ‘Wally’ Boffoli

giovedì 4 giugno 2009

Teen Sound Records: le ultime produzioni 2008-2009 by Wally Boffoli

Eccoci a parlare nuovamente della infaticabile e prolifica Teen Records, etichetta romana di sixties, garage e non solo diretta da Massimo Del Pozzo. Queste qui recensite sono sei produzioni uscite tra il 2008 ed il primo scorcio del 2009.
Buona lettura (P.W.B.)

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THE A'DAM SIKLES
(OUT OF THE CIRCLE GAME)
(Teen Sound Rec./ 2008)


Alcune note di sitar aprono Om, brano iniziale di OUT OF THE CIRCLE GAME, primo album dei romani A'DAM SIKLES, ultima incarnazione di Massimo Del Pozzo, qui in veste di lead vocal, chitarrista e compositore.
L'avvio orientaleggiante e meditativo e' gia' un ottimo preludio ai toni malinconici ed autunnali che avvolgono un disco che si avvale di preziosi apporti strumentali di diversi collaboratori (flute, violins, cello, horn, harpsichord, dulcimer, tabla drum).
L'approccio garage é notevolmente stemperato dalla delicatezza compositiva di brani come Feel the pain (Roby's song), Mary Grace's mind, The big green e lo strumentale Victor's lullaby.
La versatilita' degli A'dam Sikles e' poi confermata dalla bossa di Sunshine girl, dall'atmosfera folk/barocca degli altri strumentali Daisy e Sugarplum fairy.
Le piu' energiche Yellow day, Rain Child, She lives in my mind, con l'organo di Daniele Onorati in bella evidenza, mostrano invece il lato piu' vigoroso degli A.S.
Quello che colpisce in Out of the circle game e' come le influenze esterne, barrettiane in primo luogo, siano metabolizzate mirabilmente originando un sound ricco, ben amalgamato nelle sue diverse componenti ma soprattutto decisamente personale: il risultato sono delle songs armonicamente affascinanti, sature di splendidi cori e dalla perfetta taratura che a primo ascolto colpiscono spirito e mente, a secondo conquistano sensi e memoria insinuandovisi con sobrieta' ed eleganza rari di questi tempi.

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THE STRANGE FLOWERS
AEROPLANES IN THE BACKYARD
(Teen Sound Rec. / 2008)



In una cosa gli Strange Flowers, pisani, eccellono nel loro AEROPLANES IN THE BACKYARD: scrivere ballate mid-tempo pigre ed indolenti, accattivanti nella loro attitudine proto-garage.
Mai aggressivo il vocalist Michele Marino' (autore di musica e testi) sa catturare con le sue movenze decadenti, mentre il chitarrista Nicola Cionini nei suoi interventi misurati colpisce acidamente (Clouds of blonde girls).
Tutto l'album si muove secondo queste coordinate, risultando di volta in volta piu' psichedelico (Aeroplanes/Yellow of sun) o morbidamente colloquiale (Helen says).
Summa di questi elementi la finale Everyone has a spot in the sunshine, quasi sette minuti di splendore lisergico con la chitarra solista che si libra acida e sfolgorante a sugellare un album in bilico magicamente tra tentazioni hard ed oasi psichedeliche.

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LES PLAYBOYS
ABRACADABRANTESQUE
(Teen Sound Rec./ 2008)


Cinque maturi giovanotti francesi dediti ad un fuzz-garage rock di estrazione sixties che con questo secondo lavoro celebrano i 30 anni di vita musicale.
Hanno preso il moniker da uno dei piu' grandi successi di Jacques Dutronc, tra i rockers francesi piu' in vista negli anni '60. E' nel 1976 che tre degli attuali membri dei LES PLAYBOYS (F.Albertini, F.Lejeune, F.Durban) fondano uno dei primi punk-garage acts francesi, Les Dentistes, ma e' dall'entrata di Pierre Negre alla chitarra solista nel 1979 che diventano una Nuggets/Pebbles band, accodandosi in sostanza a Fuzztones, Lyres e Chesterfield Kings nel revival Garage internazionale.
Incidono il primo album nel 1985 ed attraverso varie vicissitudini giungono a questo ABRACADABRANTESQUE che e' la celebrazione in una mezz'oretta del loro beat-garage ancora freschissimo, molto vicino nello spirito al party-sound dei sempreverdi americani Fleshtones.
Brani dai tipici titoli 'capelloneschi' come Les jours ou' tout va da travers, Je revendique, Pour qui me prenez-vous? , Mieux vaut etre seul incarnano paradossalmente nel 2009 la colonna sonora ideale di feste beat in casa di quarant'anni fa, ma i vocals insolenti di Albertini, il fuzz-guitar onnipresente a sottolineare riffs ingenui e le tastiere non invadenti non suonano datati: sono portatori sani di una rabbia esistenziale ruspante e naif, alla Nino Ferrer (Albertini lo ricorda molto nel timbro vocale!), ancora coinvolgente.
Abbiamo a che fare quindi con dei Fleshtones francesi? Decisamente si', basti ascoltare le grezze Mon obsession, Abracadabra e Qu'est-ce que je peux faire.
Animal, lento e rarefatto, e' l'unico brano a prendere le distanze dal mood generale del disco.
LETS' HAVE A PARTY WITH THE PLAYBOYS!

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THE JUNE
MAGIC CIRCLES
(Teen Sound Records / 2009
)


Anche questi THE JUNE sembrano in pieno sballo 'indiano' a giudicare dall'introduttiva Barber shop, carica di sitar e bansuri meditativi. Ma e' solo l'inizio: da Rolling desperate in giu' attraverso Better than you si rivelano un trio mod robusto dal chitarrismo vitale.
Poi in Big black mouth e Sir Eugene Maddox emergono cori brillanti tra duri riffs Jam-style.
Daisy, con mellotron, flute, trumpet e chitarre riverberate li fa cadere in piedi tra densi aromi Oasis.
I tre italiani, che piu' anglofili non si puo', continuano ad opporre cantati melodici ed armonici a solide strutture strumentali in Getting high e Living in the park.
E mentre in mente si alternano fantasmi Beatles/Rain e Byrds/Notorius The June affondano i manici-bisturi nella sopraffina psichedelia pop di Sketches of sound, Revolver e Makes me feel good.
Magic Circles e' un rilucente gioiello a cavallo tra i '60 ed i '70: non chiedetevi (mi) come i tre parmensi siano riusciti a raggiungere questo magico equilibrio in poco meno di una mezz'oretta.
Godetevi Magic Circles in un unico afflato elettrico!

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LOS IMMEDIATOS
SECOND CHANCE
(Teen Sound Records / 2009
)


Gli spagnoli LOS IMMEDIATOS giungono al secondo appuntamento discografico con la Teen Sound dopo il debutto su For Monsters R. del 2007, indirizzato verso un fresco power-pop.
In Second Chance i ritmi rallentano ed i brani, Something's wrong with you, A crying shame, Princesa imboccano il sentiero di un pop-garage mai aggressivo, corroborato dal vox ed acetone organ e dalla doppia chitarra di Mazarro e Perez.
Ed eccolo il power-pop emergere, con precise connotazioni spagnoleggianti, in episodi come
No vuelvas, So sad about me, sad about us, la cover I Wonder (The Gants).
Los Immediatos sanno essere anche delicati come in Everybody knows e nel songwriting leggiadro di Happy story e tornare graffianti nell'altra cover Bajo el sol (Juan & Junior).
La soffice ballata Garden paradise,ricca di keyboards colorati, conclude un disco dall'approccio garage leggero e gradevole.

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TONY BORLOTTI E I SUOI FLAUERS
A CHE SERVE PROTESTARE
(Teen Sound Records / 2008)



Entusiasmante l'inizio di questo nuovo lavoro di Tony Borlotti e i suoi Flauers, con E voi e voi e voi, vecchio brano di Gene Guglielmi, sorta di blues in crescendo sottolineato dall'aggressiva entrata del farfisa a meta' brano. E' un ideale dialogo tra un alieno ed i terrestri a sottolineare i fatali numerosi lati negativi esistenziali di questi ultimi.
A che serve protestare sfoggia tutto l'armamentario beat italiano sixties, sia dal punto di vista strumentale (armonica, farfisa, chitarre riverberate/distorte, cori, voce solista ingenua ma pungente) che nelle tematiche: il rapporto con la religione (Giovane prete), la voglia di liberta' (Viaggio di un provo/Viva la liberta'), l'amore (Un giorno ancora/Gli occhi tuoi), la protesta (A che serve protestare?).
Azzeccata la graffiante cover No no no no dei mitici Sorrows e lo strumentale beat Bagordo Shake.
Da sottolineare la cantabilita' e l'energia di Viva la liberta' (brano di Carlo Pavone), con la tagliente chitarra solista di Mick Coppola, Lei se ne va e l'atmosfera S.Leone/graffiti di A che serve protestare, con tromba e fisarmonica, sottilmente ironica, tutti brani che negli anni '60 avrebbero potuto scalare le classifiche beat. Nostalgica e strumentalmente ricca la finale Il peso delle ore.
Un revival italiano intelligente, ricco di humour ed estremamente fresco quello di Tony Borlotti e i suoi Flauers, che finisce con l'essere senza tempo, per tutte le stagioni.

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