lunedì 18 aprile 2011

JIM JARMUSH : "La Musica di Jim Jarmusch" - Pt.1 (1980-1991): Permanent Vacation, Stranger Than Paradise, Down By Law, Mistery Train, Night on Earth

I films di Jim Jarmusch rappresentano una delle migliori espressioni della cinematografia dagli anni '80 ad oggi. La sua intera opera non può prescindere dal profondo rapporto che il cineasta ha con la musica. Per citare lo stesso Jarmusch: "Una volta che ho terminato un film, la cosa più importante per me, oltre al film stesso, è la colonna sonora. Raccoglie i doni che mi hanno ispirato e che, come nuvole passeggere, hanno modellato con la loro ombra l' atmosfera sonica del film".



Ritrovandosi alla fine degli anni '70 nella Grande Mela, aderisce alla scena no-wave come tastierista e cantante della band Del-Byzanteens, ancor prima del suo esordio cinematografico. "No-New York", curato da Brian Eno, è l'album simbolo di quella stagione musicale (e non solo), figlio bastardo di un numero impressionante di generi e stili che confluiscono in città con un'irruenza unica (dal punk dadaista ad una sorta di post-funk destrutturato e centrifugato, dal free-jazz, al noise e al minimalismo). Questa moltitudine di attitudini, tra cui una forte avversione al mainstream, ha un forte impatto sulla formazione di Jarmusch, al pari delle influenze provenienti dal cinema europeo (soprattutto quello francese e tedesco). In quel periodo Jarmusch fa amicizia con il sassofonista John Lurie, futuro leader dei Lounge Lizards, band che esordì nel 1981 con Arto Lindsay nell'organico e che proponeva una miscela di jazz e punk rock noise chiamato fake-jazz . E' solo il primo fra i tanti sodalizi artistici che vedranno Jarmusch lavorare assieme a dei musicisti.

NoNewYorkBands

Permanent Vacation (1980)

Aloysius Parker si muove in una New York di macerie e solitudine; scene contrappuntate da un alienante sax che suona in lontananza e da percussioni tetre come campane alterate, quasi annunciassero l'immutabilità del presente e l'inevitabilità del suo dramma. Gli incontri casuali sono rivelatori di questa realtà sempre uguale a sè stessa e senza vie di fuga. Come avviene nella hall di un cinema di terz'ordine, in cui viene raccontata la storia di un sassofonista dalla tecnica e dallo stile troppo innovativi per i tempi in cui viveva (anni '50) e che, costretto ad uniformarsi agli standards tradizionali del periodo, cade in depressione e si suicida gettandosi dal tetto di un palazzo. Prima di buttarsi vede un raggio di sole attraverso il cielo grigio, e come ultimo atto cerca di risuonare la frase di Somewhere Over The Rainbow che segue il tema, ma non riesce a ricordarla. Prima di morire, invece, come ultima cosa udirà il doppler ossessivo e bitonale delle sirene dell'ambulanza in strada. Subito dopo aver ascoltato la storia, Parker incrocia un sassofonista di strada (interpretato da John Lurie) che accennando proprio a Somewhere Over The Rainbow, vira immediatamente dopo verso un' improvvisazione che ne trasfigura il tema, come a rimarcare l'ineluttabilità del destino a cui il protagonista sembra assoggettato. E quando alla fine Parker lascia New York a bordo di una nave, è ancora il tema di Somewhere Over The Rainbow a risuonare da una Manhattan che si allontana, sempre più stravolto dall'allucinato sax di Lurie, come un richiamo dall'inferno filtrato attraverso un gigantesco effetto Doppler.



Stranger Than Paradise (1984)

Il film, soprattutto la sua prima parte, nasce da una collaborazione tra Jarmusch e Lurie il quale, oltre ad interpretarne il personaggio principale, ne cura la colonna sonora. Lurie fa a meno del sax e dei suoi Lounge Lizards e scrive la musica per quartetto d'archi (The Paradise Quartet); ne nascono degli affreschi cameristici che suonano in perfetto accordo con il mood delle scene e con il bianco e nero della pellicola. Da sottolineare il bel tema malinconico racchiuso da Bella By Barlight (il riferimento allo standard jazz Stella By Starlight è evidente, tra l'altro fu inizialmente scritto per il film La Casa sulla Scogliera), il teso e drammatico The Lamposts Are Mine, ed il furtivo e ancor più teso Car Florida. In coda all'album che comprende la colonna sonora troviamo una suite eseguita da una sorta di The Lounge Lizards di transizione, in cui milita ancora Arto Lindsay, dal titolo The Resurrection of Albert Ayler; sicuramente un tributo ad uno dei mostri sacri del free-jazz, ma anche un'occasione per sperimentare i limiti della composizione ai confini del free e del noise. Ma quella di John Lurie non è l'unica musica presente nel film. La co-protagonista, infatti è un'appassionata di Screamin' Jay Hawkins e della sua folle I Put A Spell On You. Il brano (del 1956) fece la fortuna di Hawkins, il quale si esibiva come uno stregone del villaggio proveniente dall'Africa più profonda portando con sè demoni e allucinazioni. L'estetica del voodoo-man, l'atteggiamento cannibalesco e la sua bizzarra irruenza rappresentavano un vero e proprio oltraggio oltrechè un attacco frontale alle convinzioni dell'America bianca, terrorizzata al pensiero di vedersi sgretolare il rassicurante muro dell'Apartheid. Il messaggio sembra essere: "Sono come tu mi vuoi. Anzi, molto peggio!" La sua attitudine dissacratoria anticiperà di diversi anni quella del futuro movimento Punk.

Down By Law (1986)

Ambientato in una New Orleans in bianco e nero, Daunbailò inizia con Jockey Full Of Burbon, dallo storico "Rain Dogs" di Tom Waits, che ci accompagna in una panoramica tra gli slums della culla del jazz e le rive paludose del Mississipi; immagini e musica sembrano rispecchiarsi alla perfezione, mentre per quanto riguarda le composizioni scritte apposta per il film, vengono affidate nuovamente a John Lourie, che anche questa volta registra assieme ai Lounge Lizards ancora in via di definizione, con Arto Lindsay alla chitarra e Marc Ribot al banjo e alla tromba(!): una colonna sonora dalle brevi incursioni, tese, scure ma ben calibrate nel rispetto delle sequenze, delle ambientazioni e dei dialoghi, tra cui spicca Are You Warm Enough, che possiede una forza narrativa anche a prescindere dal contesto per cui è stata composta. Jarmusch rende omaggio alla Soul Queen of New Orleans Irma Thomas (sua fu una delle prime versioni di Time Is on My Side, che divenne una hit nella versione dei Rolling Stones), facendo ballare in modo buffo ma passionale Roberto Benigni e Nicoletta Braschi al ritmo di It's Raining.
A spartirsi il ruolo di protagonista con Roberto Benigni ci sono proprio Waits e Lurie. John Lurie veste i panni di un protettore fuori dagli schemi che viene incastrato dalla polizia, mentre Tom Waits interpreta un DJ in declino e la scena in cui, appena buttato fuori di casa dalla sua donna, si siede sul marcapiede soddisfatto di aver salvato il paio di stivali buoni non curante dei 45 giri che giacciono in terra, rimane tra gli screenshot migliori di Jarmusch. In chiusura ritroviamo nuovamente Waits con Tango 'Till They Sore, ancora dall'album Rain Dogs.






Mystery Train (1989)

Le rotaie su cui viaggia il Treno del Mistero proseguono nella direzione tracciata dal precedente Down By Law con destinazione Memphis, città del rock'n'roll, del rhythm & blues, della Stax, dei Sun Studios e di Elvis Presley. Per comprendere l'importanza delle case discografiche Stax e Sun, basti dire che la prima, orientata sul versante della musica nera, lanciò artisti quali Rufus Thomas, Otis Redding, Booker T, Sam & Dave e Wilson Pickett, mentre alla seconda, specializzata in country, r'n'r e blues, si deve il successo di Johnny Cash, Carl Perkins, Roy Orbison, Jerry Lee Lewis, oltrechè di Elvis (ma vi registrarono anche B.B. King e Howlin' Wolf). E' la Memphis lontana dai grattacieli, quella decadente dei sobborghi, che sopravvive testimoniando dei miti di un tempo a fare da location alle storie che si intrecciano nei tre episodi. Lontano da Yokohama, una giovane coppia giapponese ascolta in treno la canzone che dà il titolo alla pellicola, quella Mystery Train scritta dal fondatore della Sun, Sam Phillips, e da Junior Parker ma resa celebre da Elvis. I due fanno tappa in città ansiosi di visitare tanto lo studio della Sun quanto Graceland (la casa di The King), quando ancora alla stazione si imbattono in Rufus Thomas, storica ed imprescindibile fugura della musica di Memphis; in qualità di DJ, fu il primo a trasmettere Elvis da una stazione radiofonica, mentre come musicista influenzò figure del calibro di Otis Redding e Rolling Stones.
Tornando alla coppia di turisti, ormai stanchi di vagare per la città trovano un albergo in cui passare la notte. Una sorta di Heartbreak Hotel in cui il tempo è sospeso sulle note di Blue Moon, annunciata alla radio dalla voce del DJ Tom Waits (una citazione che ci riporta a Down By Law). E come se si trattasse di un girone dantesco, a fare gli onori di casa troviamo un Cerbero di tutto rispetto: Screamin' Jay Hawkins (di cui ho scritto prima) nei panni di un eccentrico portiere di notte. In un luogo simile può accadere anche che il fantasma di Elvis, probabilmente in cerca della sua Graceland, sbagli indirizzo e appaia dinnanzi a Nicoletta Braschi, salvo poi svanire con tanto di scuse. A perdersi in questo spazio troviamo anche i tre fuggiaschi del terzo episodio. Uno di questi è un personaggio dal look rockabilly che ha perso in un solo giorno il lavoro e la ragazza, va in giro armato, frequenta i locali per neri (che lo canzonano chiamandolo Elvis) e al juke-box seleziona The Memphis Train di Rufus Thomas (altro riferimento incrociato). Nessun altro avrebbe potuto interpretare questo ruolo se non Joe Strummer, icona del punk-rock ed elemento fondamentale della band culto The Clash. Lo stesso Jarmusch afferma che di fronte ad un rifiuto di Strummer il film non si sarebbe mai girato. I due, tra l'altro, hanno recitato assieme in Straight To Hell di Alex Cox, una sorta di parodia del genere western il cui cast è zeppo di rockstars. Arrivati a questo punto si potrebbe pensare che la sbornia musicale sia completa, se non fosse per il continuo contrappunto di omaggi e citazioni (al centro delle quali troviamo molti dei musicisti che hanno inciso per la Stax e per la Sun) e per le musiche originali scritte nuovamente da John Lurie. Il sassofonista questa volta utilizza un ensemble ridotto con Marc Ribot alla chitarra e al banjo. La maestria di Lurie emerge nell' essenzialità nel sottolineare i movimenti di macchina e nella discrezione nell' evitare contrasti ritmici, dinamici e timbici con le canzoni che continuamente attraversano la pellicola. In definitiva Mystery Train si può considerare un cult-movie, sia per l'enorme omaggio ad una parte della storia della musica che dal blues, passando per il rock'n'roll e rhythm&blues approda al punk-rock, sia per l'ottimo lavoro di scrittura che rappresenta lo "step-beyond" della maturità di Jarmusch come sceneggiatore.

Night On Earth (1991)

Ad accompagnarci in questo giro del mondo in cinque città ci pensa la musica che Tom Waits ha scritto appositamente per il film. Si parte con il brano di apertura Back In The Good Old World, in tipico stile "waitsiano", il cui leit-motiv viene poi ripreso nei temi e nei moods che introducono gli episodi e ne enfatizzano l'atmosfera; dalle saturazioni di Los Angeles Mood al blues sghembo che scivola verso il free ed il noise di Los Angeles Theme, dallo swingato New York Theme all'indolente New York Mood, dalla fisarmonica di Paris Mood al clima solitario che si respira in Helsinki Mood. E' un peccato che nell'album non trovi posto il malinconico Roma Mood (presente invece nel film); in compenso Waits dedica ben tre brani alle nefandezze del tassista Benigni: i grotteschi circensi Carnival e Carnival Bob's Confession e l'allucinato Dragging A Dead Priest. Nel complesso la musica e lo stile "notturno" di Tom Waits rafforzano la coesione tra gli episodi e conferiscono una decisa caratterizzazione al clima di tutto il film. Anche in Tassisti Di Notte non mancano le citazioni di tutto rispetto.
La tassista Winona Ryder guida per le strade di Los Angeles perfettamente a suo agio con un brano garage rock dal fuzz corrosivo quale Cycle-Delic, di Davie Allan & The Arrows. Alla chitarra acida di Davie Allan si devono molte colonne sonore di b-movies della seconda metà degli anni '60 che vedono i Bikers come protagonisti. Dall'autoradio del taxi irrompe anche Summertime Blues nella versione disturbata dei Blue Cheer, gruppo che ha esordito sul finire degli anni 60 e ritenuto tra i padri dello stoner rock. Sempre la Ryder chiede al suo capo se ha mai sentito nominare un gruppo chiamato Tool. Dato che siamo nel 1991 e la band di Los Angeles deve ancora pubblicare il loro Ep d'esordio "Opiate", la domanda della tassista sembra essere più un suggerimento per lo spettatore: "tenete le orecchie ben aperte!". Nell'episodio parigino, una non vedente pressata dalle domande dell' autista Isaach De Bankolé afferma spazientita di sapere bene che forma ha una chitarra e che, riguardo alla musica, è in grado di sentire cose che gli altri non sentiranno mai.
L'ultimo episodio è girato ad Helsinki, città del regista Aki Kaurismäki, autore di Leningrad Cowboys Go America, nel quale Jarmusch interpreta un rivenditore di auto usate. Leningrad Cowboys è la storia di una band strampalata e demenziale che, in arrivo dal nord europa, approda in America in cerca di ingaggi (qualche scena sembra anche omaggiare i Blues Brothers). I due filmakers nutrono una sincera stima reciproca, ed è quindi del tutto naturale che, anche indirettamente, si rafforzi il loro sodalizio artistico. Il tassista di notte della capitale finlandese, infatti, è Matti Pellonpää, già manager dei Leningrad Cowboys. Come ultima nota, nei titoli di coda Jarmusch non manca di ringraziare, oltre ai Leningrad Cowboys, anche Flea, Sun Ra e John Lurie.

Aldo De Sanctis

Fonti
Jim Jarmush
Jim Jarmush

Somewhere Over The Rainbow
Bella By Barlight
I Put A Spell On You
Jockey Full Of Burbon
Are You Warm Enough
Mystery Train
Blue Moon
The Memphis Train
Back In The Good Old World
Los Angeles Mood
Cycle-Delic
Leningrad Cowboys

FLESHTONES: “Brooklyn Sound Solution” (2011 - Yep Roc)

Gli inossidabili Peter Zaremba e Keith Streng ci regalano l'ennesimo capitolo di una discografia sterminata iniziata nel '79 col singolo American Beat, dall’ep Up Front (1980) seguiti finalmente dallo stupendo esordio con l’album "Roman Gods"(1982) che li consacrò tra i massimi artefici del Garage Revival di oltre oceano. L’ultima fatica dei newyorkesi si chiama "Brooklyn Sound Solution" (Yep Roc) con ben evidente in copertina la dicitura featuring Lenny Kaye quasi a sottolineare il fondamentale apporto al disco dell’amico ed ex Patti Smith Group, anche se Kaye in realtà ha scritto 1 brano soltanto. Ad un primo ascolto l’esplosiva miscela sixties sound+soul+rhythm blues sembra conservare intatta la sua freschezza: fondamentalmente comunque si tratta di un disco di pezzi strumentali, ce ne sono infatti ben 8 su 12 canzoni.
Questo breve album, 30 minuti scarsi di durata si apre con bel un terzetto di brani: un grande intro quasi surfeggiante Comin' Home Baby e 2 covers notissime, I Wish You Would , sì quella portata al successo dagli Yardbirds in una discreta versione, al limite però del plagio tanto assomiglia alla doorsiana Break on Through ed un remake strumentale della beatlesiana Day Tripper non proprio trascendentale ma gradevole. Segue Bite of my soul, una Fleshtones song al 100% come ne abbiamo ascoltate tante, poi il terzo strumentale You Give Me Nothing To Go On caratterizzata da un bel solo d’organo e che nulla aggiunge o toglie alla bravura chitarristica di Streng. A ruota I Can't Hide, cover del misconosciuto Ken Parker con i classici hey hey del gruppo, Solution #1 quasi un breve intermezzo, poi Rats In My Kitchen, un bel rock roll saltellante; Back Beat #1 invece ancora strumentale, You Give Me Nothing To Go On, cantata da Streng con un grande sound chitarristico ed un pregevole solo d’armonica.
Infine gli ultimi 2 strumentali Solution # col solito trip chitarristico e la conclusiva Lost On Xandu firmata da Lenny Kaye. Riassumendo possiamo dire che The Fleshtones ci hanno fatto aspettare ben 3 anni, dopo il precedente disco natalizio "Stocking stuffer" (2008), per darci un mini-lp praticamente strumentale alla maniera di quei dischi di surf e Rock’Roll dei Fifties e primi Sixties di cui la band è chiaramente innamorata. Hanno penalizzato così tutte quelle songs in cui era la voce di Zaremba a farla da protagonista. L’album si fa ascoltare piacevolmente sia chiaro e scorre via che è un piacere: la grandezza del gruppo non si discute ed i prossimi concerti italiani lo dimostreranno di sicuro. Da notare infine che nella prima edizione è allegato un bonus dvd dal beffardo titolo "Pardon Us for Living But the Graveyard Is Full", (cioè perdonateci se siamo ancora vivi ma il cimitero era pieno), che è un documentario sulla band: contemporaneamente in uscita un 7” contenente l’inedito Remember The Ramones. That’s all folks.

Ricardo Martillos

Pardon Us for Living, But the Graveyard is Full [Trailer]
FloridaFilmFestival



Brooklyn Sound Solution:

1. Comin' Home Baby
2. I Wish You Would
3. Day Tripper
4. Bite of My Soul
5. You Give Me Nothing To Go On [Instrumental Version]
6. I Can't Hide
7. Solution #1
8. Rats In My Kitchen
9. Back Beat #1
10. You Give Me Nothing To Go On
11. Solution #2
12. Lost On Xandu


Brooklyn Sound Solution: tracks 1-4
Brooklyn Sound Solution: tracks 5-8
Brooklyn Sound Solution tracks 9-12

THE FLESHTONES DISCOGRAPHY Albums & Eps 1980-2011

Up-Front EP (I.R.S.) 1980
Roman Gods LP (I.R.S.) 1982
Blast Off! cassette (ROIR) 1982
Hexbreaker! LP (I.R.S.) 1983
American Beat EP (Red Star)1984)
Speed Connection LP (Fr. I.R.S.) 1985
Speed Connection II: The Final Chapter LP (I.R.S.) 1985
Fleshtones vs. Reality LP/ (Emergo) 1987
Soul Madrid LP (Sp. Imposible) 1989
Powerstance! LP(Aus. Trafalgar) 1991
Forever Fleshtones LP (Gr. Hitch Hyke) 1993
Beautiful Light CD (Naked Language/Ichiban) 1994
Laboratory of Sound CD (Ichiban International) 1995
Fleshtones Favorites CD (Flesh) 1997
Hitsburg USA! LP (Telstar)
More Than Skin Deep CD (Ichiban International) 1998
Hitsburg Revisited CD (Telstar) 1999
Solid Gold Sound CD/LP (Blood Red)
Do You Swing? CD/LP (Yep Roc) 2003
Beachhead CD/LP (Yep Roc) 2005
Take A Good Look CD/LP (Yep Roc) 2008
Stocking Stuffer CD/LP (Yep Roc) 2008
Brooklyn Sound Solution CD/LP (Yep Roc) 2011

LIVE REPORT from ENGLAND – “Ether Festival: Pantha Du Prince, Apparat & Pfadfinderei “ (8th April 2011 – Queen Elizabeth Hall, London)

Ether è un festival con cadenza annuale che si svolge a Londra, nella zona del Southbank, sulle rive del Tamigi. Il tema del festival è l’innovazione nell’arte, nella tecnologia e nella musica. Quest’anno l’unico evento del festival che sono riuscita a seguire è stato il live di Apparat e Pantha du Prince. Il concerto si è svolto nel foyer del Queen Elizabeth Hall per, sicuramente, permettere alle persone di ballare ma dal mio punto di vista una discoteca con un migliore impianto sonoro e strutture sarebbe stata più idonea.
Apparat alias Sascha Ring, sale sul palco con Pfadfinderai (compagno anche nel suo precedente progetto, Moderat) attorno alle 10.00pm. Apparat è una delle realtà più eccitanti della dance elettronica, una miscela esplosiva di Techno, IDM e Elektro. Durante tutto il set non sta fermo un attimo. Stasera, è felice di esperimentare con i suoi ritmi e suoni, la gioia cresce tra il pubblico, che suda e balla sempre più freneticamente. Vengono lanciati anche centinaia di bastoncini fluorescenti che aiutano le danze della platea ad essere ancor più elettricamente colorate. Un improvviso cambiamento di ritmo e partono gli applausi e le grida del pubblico, sempre più eccitato. Non mi convincono le visuals di Pfadfinderai, che trovo molto amatoriali, anche se a chiusura del concerto, improvvisamente, dallo spazio infinito pullulato di triangoli colorati escono fuori delle forme sensuali: il ritmo si fa sempre più vertiginoso, le forme si trasfigurano nella Morte che, con le sue movenze, in una tensione elettrizzante e delirante, sembra volere avvolgere e distruggere emotivamente il pubblico presente in sala. Delirio, la temperatura sale e a fine concerto c'é un caldo quasi insostenibile. Gli enormi vetri del Queen Elizabeth Hall si appannano e si scorgono appena le luci dei lampioni che illuminano le rive del Tamigi e l’ora sull’orologio della Shell Mex House, uno degli esempi squisiti dell’architettura art deco di Londra.
E’ all’incirca mezzanotte quando l’enigmatico Pantha du Prince inizia il suo set: sul palco, vestito rigorosamente in nero con una maschera argentata. Vicino al computer e ai vari congegni elettronici, dei cristalli di luce che riflettendo la luce di uno spot, irradiano luce e splendore in tutta la sala. Siamo all’entrata di un nuovo mondo di cui il maestro è Hendrik Weber, che si nasconde dietro la maschera, un altro genio tedesco della musica elettronica. Il suono, sempre dance, è molto più scuro e possente di quello di Apparat e ti prende direttamente allo stomaco. Anche se i riferimenti sono quelli della techno minimale e di Detroit, nel suo suono si trovano anche riferimenti al punk rock gotico dei Bauhaus, X-Mal Deutschland, Alien Sex Fiend, e durante il set mi è anche sembrato di udire le linee di basso di Simon Gallup di A Forest. Ma si sentono anche gli Animal Collective e LCD Sound Systems. Non per nulla, il suo suono è stato definito dallo stesso Pantha du Prince come “Black Noise”, un suono che si dovrebbe percepire come presagio prima delle calamità naturali, quella frequenza che non può essere udita dall’uomo. Quando l’anima della tecnologia raggiunge la natura e i suoni diventano indistinguibili. Il pubblico, anche se più calmo, sembra essere completamente ipnotizzato. Indubbiamente il set di questo concettualista musicale romantico è avvolgente e magnetico. Hendrik sorride, è cosciente anche lui che il suo messaggio è pervenuto forte e chiaro alla folla del Southbank. Non so cosa sia successo durante le due ore successive, senza rendermene conto mi ritrovo a camminare verso casa. Il mio cuore ancora pulsa con i ritmi di Hendrik e Sascha che coprono il rumore dei miei passi e invadono la notte silenziosa lungo il Tamigi.

Myriam Bardino

N.B.: I commenti a questo articolo che non recheranno nome e cognome, per dar la possibilità all'autore della recensione (che si é firmato) di non rispondere ad un Anonimo, non saranno presi in considerazione e non saranno moderati (Gli Amministratori)

domenica 17 aprile 2011

SONGWRITERS - PAUL SIMON: “So Beautiful Or So What” (2011, Concord)

Bellissimo, sì, e allora? La domanda sorge spontanea sembra dire l’eterno giovane Paul Simon sulle note del suo dodicesimo disco solista “ So Beautiful Or So What”, e lo fa con un occhio rivolto verso la struttura formale delle lontane passioni condivise come sodale storico di Garfunkel e con l’altro – dopo le incursioni tribali delle divinazioni di "Graceland" nell’86 – su di una sostanziale stratificazione sonora, mettendo in evidenza dieci canzoni intrise d’umanissima spiritualità arrotolata di ritmo ed armonia.
L’esigenza di guardarsi intorno porta l’artista di Newak a guardarsi dentro, a rovistare in ogni angolo dell’anima e della memoria intesa come provenienza, un desiderio rinnovato di dare volume al ritmo, come gridare al mondo in tutte le sue latitudini uno sconfinato amore per tutto quello che produce suono e movimento; e l’Africa che Simon si porta dentro come una riserva aggiuntiva di sangue caldo, in questo nuovo lavoro batte forte e si fa sentire già dall’iniziale Getting ready for Christmas day che porta nell’interno il campionamento di un sermone del Reverendo J.M.Gates.
Il cantautore americano è cangiante al massimo, si butta a capofitto nel compito di colorare questo disco in una tavolozza esemplare di sfumature e tonalità che nemmeno la collaborazione di Brian Eno – nel precedente “Surprise”- era riuscito a fare; una rapsodia di sensi che canta l’anima di un mondo in crisi ed un pensiero in tralice verso quegli stupendi anni settanta, una leggera propensione a fare da ponte e calamita tra questi due poli ed il gioco è fatto, il disco continua a narrare la storia all’infinito di questo compositore e incantatore di parole e suoni del mondo intorno. The afterlife, traccia ondulata di bacino soca, derivazione soul del calypso, l’Africa nera e sonante che ritorna a galla fiera e splendente in Love and blessing, Love is an eternal sacred light, i tempi d’oro con Garfunkel (Dazzling blues) o l’intreccio spagnoleggiante di chitarra Rewrite, tutto porta a concretare – con l’ottima co-produzione di Phil Ramone – uno strabordante bagaglio stilistico e trasportarlo in gocce di sapienza musicale. Un disco con propaggini world? Anche, qui la musica arriva da tutte le parti del globo e dal tempo ed i ritmi sono quelli stabiliti dall’uomo/artista Simon e dalla vita, il resto è grande musica e cieli tersi e spalancati, chiaramente non in senso religioso stretto. Dice di sé: " con le mie canzoni pongo solamente questioni, alimento la discussione, nient’altro”, ma può essere anche una strabiliante bugia d’autore senza che il naso si allunghi, è la storia di questo “piccolo grande uomo” che ancora senza Garfunkel lavora per due.
Max Sannella
Paul Simon

THE FLESHTONES – "Roman Gods / Up-Front E.P....Plus" (1982, I.R.S. -2011, Raven)

Cosa si può dire di un disco e di un gruppo così? Non lo so, ma ci provo lo stesso, facendo un po’ di storia. I Fleshtones nascono a New York nel 1976, muovendosi dentro la scena punk della città e dividendo la sala prove con i Cramps che, fuggiti dall’ Ohio, avevano trovato rifugio dentro il CBGB‘s col loro spettacolo depravato di sesso e rock’ n roll. Con i Cramps i Fleshtones condividono l’ amore per il rock degli anni Cinquanta e Sessanta, ma l’ approccio delle due band è totalmente antitetico.
Dove i primi inscenano uno spettacolo dove la trasgressione viene raffigurata da una crepitante successione di vibrati da catacomba e trucchi splatter, gli altri mettono in vetrina uno spettacolo pieno di energia positiva, coretti surf, barriti di sax, organetti Farfisa, ciuffetti ciondolanti e camicie Paisley. Dove i Cramps portano sul palco un circo di personaggi dalla carne macilenta e putrefatta, il gruppo newyorkese si mette in gioco facendo brillare carne sana e rosea, usando i colori che i pittori usano per rappresentarne la vitalità: i fleshtones, appunto. Il passaggio alla I.R.S., l’ etichetta appena messa in piedi da Miles Copeland avviene subito dopo la pubblicazione del primo singolo e inaugurato da un E.P. di cinque pezzi che ruota a 45 giri al minuto intitolato "Up-Front". Il suono è il festoso american sound che loro stessi hanno annunciato al mondo l’ anno prima, figlio dell’ energia contagiosa di band come Sir Douglas Quintet, Dave Clark Five, ? and The Mysterians, Coasters, Kingsmen, Standells. Due scattanti college songs cariche di fiati come Cold, cold shoes e Feel the heat, un psicotico beat come The girl from Baltimore, una strampalata versione di Play with fire degli Stones e un saltellante strumentale (un pallino che costituirà una costante nella discografia e nei live set del gruppo, NdLYS) intitolato Theme from “The Vindicators” sono il bottino che la I.R.S. si garantisce per dare inizio alla favolosa storia dei Fleshtones. E’ il preludio al capolavoro, anche se ancora nessuno lo sa. Forse neppure Peter Zaremba e Keith Streng, malgrado le nuove canzoni che stanno mettendo su insieme o separatamente e che infilano nelle scalette dei concerti a fianco dei primi pezzi (molti dei quali destinati al disco di debutto per la Red Star che tuttavia verrà pubblicato postumo dalla ROIR col titolo di "Blast Off!") e ad una sterminata sequenza di covers, fanno sempre maggior presa sul pubblico.
Ed invece nel 1982 il capolavoro arriva e rappresenta, assieme al debutto dei Chesterfield Kings, al primo Dream Syndicate e ai mini di Unclaimed e Green on Red, il disco cardine del revival retro rock di quell’ anno. Nessuno di questi dischi suona uguale all’ altro ma tutti rappresentano in maniera diversa l’ inizio della restaurazione in atto in tutti gli angoli dell’ America e che farà da detonatore per le scene del Paisley Underground, del roots-rock, del cow-punk, della neo-psichedelia e del neo-garage. "Roman Gods" si apre con uno schiacciasassi intitolato The Dreg che cresce attorno a un efficace giro di chitarra, ma è quando entra il basso fuzzato di Jan Marek Pakulski che ti accorgi che i Fleshtones hanno teso la loro trappola e che tu non riuscirai a liberarti prima che il disco sia finito.
Da lì in avanti infatti i Fleshtones sciorinano una serie di brani beat al cardiopalmo, sapientemente miscelati con handclapping, call and response, fuzz guitars, tastiere vintage, fiati, armoniche a bocca, cembali, mettendo in piedi quello che da “american beat” si appresta a diventare il “super-rock” filtrando le polveri del frat rock, del beat, del northern soul, del surf, del punk, del R'n'B. Scorie, polveri, detriti e particelle che passano dal setaccio del gruppo e mettono su questo piccolo mucchio di cristalli che generano pepite come Hope come back, Let ‘s see the sun, R-I-G-H-T-S, Shadow-line, Stop fooling around!, The world has changed, I ‘ve gotta change my life, Chinese Kitchen e Roman Gods, i due strumentali di turno che circondano Ride your pony di Lee Dorsey, unica cover presente in scaletta. Un disco che, se esistesse la giustizia terrena, dovrebbe spalancare le porte del successo ma che invece serve solo ad accrescere lo status di cult-band e poco di più, soprattutto in Europa. E infatti è lì che Miles li spedisce, dopo il fiasco commerciale dei primi due album, per realizzare i due volumi di "Speed Connection". In questa ristampa viene inclusa un’ ampia selezione dal secondo volume, con i due medley dedicati a Kingsmen e al “super-rock” di casa e qualche bella cover come Wind Out dei R.E.M. e When the night falls dei grandi Eyes suonate entrambe con la comparsata di un Peter Buck inaspettatamente legnoso alla seconda chitarra. Non è uno spettacolo memorabile quello documentato dal disco registrato a Parigi nel 1985 (soprattutto per la voce sottotono di Peter) e non impreziosisce la teca di "Roman Gods". Che del resto non ha bisogno di altre suppellettili. Tutto l’oro dei Fleshtones stava già lì dentro, li avremmo continuati ad amare fino ad oggi anche solo per quel disco lì.
Franco Lys Dimauro
The Fleshtones

N.B.: I commenti a questo articolo che non recheranno nome e cognome, per dar la possibilità all'autore della recensione (che si é firmato) di non rispondere ad un Anonimo, non saranno presi in considerazione e non saranno moderati (Gli Amministratori)

THE SONICS: "8" (2011, Sonics Record Co.)

Fino a un paio di anni fa, se avessi ricevuto una busta proveniente da Tacoma con la scritta The Sonics come mittente e il mio nome come destinatario, avrei pensato ad uno scherzo di cattivo gusto. Poi la reunion “temporanea” dei Sonics è diventata faccenda più o meno seria, il loro nome è tornato a campeggiare in cima alle manifestazioni straniere prima (SXSW, NXNE) ed italiane dopo (Festival Beat).
Quindi io che credo nei miracoli ma non nelle reunion, ho cominciato a sospettare che potesse accadere. E infatti è successo: i Sonics entrano in studio e registrano un nuovo disco. Ora, a credere che i Sonics possano ancora suonare come i Sonics sono rimasti giusto qualche giornalista che scrive da anni la stessa recensione limitandosi ad aggiornare solo i nomi e i titoli e qualche nostalgico sprovveduto, come quelli che qui da noi hanno continuato per millenni ad andare ai concerti dei Ribelli credendo che da un momento all’ altro potesse saltare fuori lo spiritello di Demetrio Stratos e palpeggiando di tanto in tanto
l’ accendino in tasca in modo da poterlo tirare fuori al turno di Pugni Chiusi, non certo io. Ed infatti "8", prodotto da Jack Endino (anche lui colto di sorpresa quanto me, immagino, NdLYS) suona di un tamarro che a confronto il Maniglia che esegue il riff di Apache sembra Cheetah Chrome quando sparava il giro di Sonic Reducer. I brani nuovi sono quattro, con Gerry Roslie e Freddie Dennis (il bassista che ha sostituito Andy Parypa) ad alternarsi alla voce e un suono che pare quello di una cover band degli AC/DC messa su dentro le mura di una casa di riposo, con effetto lassativo quando Fred pare voler attaccare il refrain di Whole Lotta Rosie tra una strofa e
l’ altra di Bad Attitude. Il resto del disco è costituito da sei brani dal vivo, ma prossimi alla morte. Cinderella, Strychnine,
Don ‘t be afraid of the dark, Psycho, Boss Hoss, The hustler
erano finite per diventare il nostro tormento quando venticinque anni fa ogni merdosa garage band ce ne proponeva la sua versione, ritenendo fosse divertente farci sapere che stavano imparando a suonare sui pezzi giusti piuttosto che sul riff di Smoke on the water. E io lo sapevo già allora che sarebbe arrivato il momento che avremmo rimpianto quei giorni. Ecco, quel momento è ORA.
Franco Lys Dimauro
Cheap Shades
The Witch

THE VACCINES : "What did you expect from The Vaccines?" (Mar 15 2011, Columbia)

Tutto qui? Tutto qui. E del resto, cosa ti aspettavi dai Vaccines? Nati nel Giugno del 2010 e passati nel giro di pochi mesi da next big thing a dominatori delle classifiche indie inglesi in una delle più memorabili ascese alla notorietà della storia
dell’ indie-rock recente.
Il loro album di debutto, già sotto l’ egida di una major, sembra scivolato giù dai nostri scaffali riservati al guitar pop inglese degli anni Ottanta. Sarà che non li abbiamo mai poggiati veramente a dovere, fatto sta che è proprio lo stesso da cui negli ultimi anni continuano a venir giù dischetti come quelli di Glasvegas, Dum Dum Girls, Pains of Being Pure at Heart, Crystal Stilts, Yuck, Male Bonding.
I Vaccines ci aggiungono qualche buon coretto fun fun fun, finendo forse (Noorgard, Wreckin’ Bar) per mettere in piedi quello che ai Ramones non è riuscito su "End of the century": un apparentemente impenetrabile muro di suono spectoriano solcato da una tavola da surf. Quando la giovanissima band londinese sceglie invece di indossare le pose annoiate da sorci metropolitani (A lack of understanding o Post Break-Up Sex) sembra di sentire gli Strokes di "First impressions of Earth" suonare con gli strumenti degli Editors. E, qualche volta (All in white) il contrario. Ecco, tutto qui. E del resto, cosa ti aspettavi dai Vaccines? Ma in un mondo orfano di vere grandi bands e di veri grandi dischi, qualcuno, dosando le giuste polverine, riesce nell' incantesimo. Nell’ attesa di rimettere a posto i dischi, dategli un (ri) ascolto.
Franco Lys Dimauro
Blow It Up