lunedì 23 agosto 2010

THE JAM AT THE BBC 1977-1981 (Universal International - 2002) by Wally Boffoli

Il recentissimo concerto di Paul Weller al Traffic Festival di Torino (live-report MB di Claudio Decastelli) ha riportato per un'ennesima volta l'attenzione di fan (mods e no) e addetti ai lavori sull'enorme operato artistico del musicista anglosassone negli ultimi (quasi) trentacinque anni, a partire dagli splendidi Jam in odore punk, attraverso gli stilosi Style Council, il Paul Weller Movement sino alla carriera solista costellata di splendide opere. Weller non dimentica mai di rievocare i gloriosi Jam nei suoi spettacoli; anche a Torino il 19 luglio ha eseguito Pretty Green e Start dall'album "Sound Affects" del 1980. 

Anche per questo mi piace riproporre un mio articolo scritto e pubblicato nel 2002 dal web-magazine Music Boom sul doppio cd (triplo con il bonus cd) "THE JAM AT THE BBC 1977-1981" (2002) eccellente compendio live, curato dal proverbiale marpione John Peel, dell'intera mirabolante parabola creativa ed artistica del trio inglese, leader amatissimi del movimento mod internazionale negli anni '70-'80.
Nel malaugurato caso qualcuno non avesse alcun documento sonoro dei Jam io lo indirizzerei senza esitare su questa opera pubblicata otto anni fa. (W.B.)


E' risaputa la voracità di John Peel, santone, talent-scout e personaggio chiave della scena rock britannica degli ultimi decenni nell'assicurarsi in anteprima chicche e prestazioni dei più importanti artisti e bands: le numerose sessions da lui organizzate per la BBC stanno vedendo la luce poco alla volta, quasi alla chetichella, ma rappresentano sempre una sorta di fedele e preziosa cartina al tornasole delle capacità nude e crude interpretative e compositive di tanti artisti.
Potete immaginare quindi come John sia riuscito a catturare più che efficacemente in studio l'energia live dei JAM di Paul Weller, una delle più influenti bands anglosassoni a cavallo tra i '70 e gli '80, in queste BBC Sessions uscite 2002 prima dell'estate.
Vi riporto alcuni stralci delle sleeve notes di Adrian Thrills contenute nel booklet interno: perché sono convinto sia fondamentale per penetrare la temperie di quelle registrazioni storiche.
'...La prima John Peel Session dei Jam fu registrata nello storico studio della BBC Maida Vale (che aveva ospitato in passato le sessions di Beatles,Kinks, David Bowie e T.Rex) nell'aprile del '77 e trasmessa nei primissimi giorni del maggio prima della pubblicazione del loro primo album In The City, sempre nel maggio '77. In pochissimo tempo disponibile le session immortalarono delle primitive, energetiche versioni di tre brani di In The City, Art School, I've Changed My Address e l'omonimo In The City più il nuovo brano The Modern World. Tutto era approssimativo ed istintivo, ma per una band che stava nascendo le sessions erano un'esperienza importante.'

Ed aggiunge lo stesso Weller: 'I brani erano suonati dal vivo. Potevi aggiungere giusto forse un pò di feedback e overdub-guitar prima di registrare le voci. Eravamo alla mercé degli engineers perché in quei giorni non ne sapevamo abbastanza di tecniche di registrazione, ma essi lavoravano bene. Eravamo ingenui ma ne beneficiava l'urgenza espressiva. Oggi molte bands sembrano conoscere molte cose dei metodi di incisione. Sanno come inserire una sezione di archi ed effetti speciali, ma non riescono a catturare la crudezza'.

Le successive due Peel Sessions alla BBC del '77 e del '79 contenute nei due dischetti accompagnano precedendole o seguendole di pochissimo le pubblicazioni dei loro album successivi, "This Is The Modern World", meno punk e già più influenzato dalla cultura mod (dice Thrills), ed il concettuoso maturo Setting Sons : ad alimentare impietosamente la nostra nostalgia songs impetuose ed indimenticabili come London Girl, Carnaby Street, All Around The World, Eton Rifles, Thick As Thieves, Saturday's Kids, emblemi lapidari di una passione/epopea mod letteralmente edificata da Paul Weller/Bruce Foxton/Rick Buckler e che alla fine del 1979 aveva fatto dei Jam un'istituzione nazionale.
Ben rappresentato invece nei dieci brani 'live' (giugno '78) al Paris Theatre in Regent Street per la serie 'In Concert' sempre della BBC, il terzo album dei Jam, All Mod Cons con Billy Hunt e 'A' Bomb In Wardour Street insieme a molti brani da Modern World.
L'ultima studio-session è dell'ottobre 1981, per Radio 1's B15 con i Jam in pieno trip funky-soul: ecco i fiati di Absolute Beginners ma anche i lirici riverberi di Tales From The RiverBank e Funeral Pyre; una chicca di questa session é la versione, come al solito cazzuta ed adrenalinica di un classico Atlantic di Arthur Conley, Sweet Soul Music (prima di allora i Jam avevano violentato altri standard r&b come gli Who prima di loro e come tradizione mod voleva ... In The Midnight Hour, HeatWave).
Ma questo momento particolare dell'evoluzione artistica dei Jam é fotografato al meglio dal secondo 'In concert' per la BBC, all'Hippodrome Theatre in Golden Green (Dicembre 1981): nel marzo '82 esce il sesto album in studio, The Gift. E' anche il periodo del massimo impegno 'politico' dei tre con concerti-beneficenza per la Campagna per il Disarmo Nucleare e per Rock Against Racism : all'Hippodrome Theatre eseguono molti brani dell'imminente The Gift, ed ecco il detroit-sound di A Town Called Malice, Precious, The Gift...ma anche Pretty Green (arricchita a meraviglia dai fiati) e la beatlesiana Start! dall'album Sound Affects.
Fermo restando l'enorme valore storico delle John Peel Sessions a mio parere, la vera chicca di questo "The Jam At The BBC" é il terzo bonus disc a tiratura limitata, registrato live sempre per la serie BBC 'In concert' al Rainbow Theatre il 4 dicembre 1979: perché riproduce fedelmente l'atmosfera incandescente e sudata tipica delle performances dei tre; l'album Setting Sons era uscito un paio di mesi prima e i Jam erano al massimo della loro energia creativa ed esecutiva, lo dimostrano questi 18 brani che pescano generosamente nel repertorio del precedente All Mod Cons, vero manifesto della mod-culture con il sorprendente e sospeso Mr. Clean, capolavoro chiaroscurale, To Be Someone,l'epica Down In Tube Station At Midnight,All Mod cons, It's Too Bad, la conclusiva Kinks-cover David Watts...e nell'imminente, epocale album "Setting Sons" con versioni intensissime e fulminanti di Eton Rifles, Private Hell, Burning Sky, Smithers-Jones...ma c'é anche la delicata The Butterfly Collector, When You're Young, Girl On The Phone, Away From The Numbers.
Un pezzo di storia rock, della nostra storia e preziosa memoria rock che ritorna....non fatevelo sfuggire!
wally boffoli
http://www.paulweller.com/thejam.php
http://www.thejamfan.net/welcome.htm


mercoledì 18 agosto 2010

SLOVENLY 2010 SAMPLER (Slovenly Recordings)

SLOVENLY 2010 SAMPLER - THE ANOMALYS - THE RIPPERS: quando la Bassa Fedeltà diviene ragione di vita
Avevo avuto già nel 2001 contatti con bands della Slovenly Recordings, quando si chiamava 702 Records ed era una piccola etichetta americana nata nel 1994 dall’intraprendenza di Pete Menchetti, appassionato giramondo alla ricerca di bands da mettere sotto contratto e che rispondessero alla sua concezione di rock sporco, primitivo e punkoide. A questo punto non me ne vorrete se intreccerò questa recensione con alcuni avvenimenti musicali della città in cui vivo perché il destino lo esige.
Nella seconda metà anni ‘90 ed inizio nuovo millennio a Bari esisteva un manipolo di ragazzi appassionati davvero coraggioso che organizzava (anche a costo di perderci) concerti delle bands più di nicchia in ambito indie, hardcore, garage ma soprattutto lo-fi: era l’associazione 8 Pecore Nere di Corrado Massari che non ringrazierò mai abbastanza per quello che allora hanno fatto, svecchiando un ambiente musicale cittadino incartapecorito.
Senza Creanza era una loro filiazione gestita da Mario La pecorella che andò ancora più in là: dopo aver fatto venire da Chicago il combo Sweep The Leg Johnny con il loro post-rock iperurbano si assicurò l’esibizione di due bands olandesi sconosciute, Dexter e Lo-Lite: durante il loro Garagepus 2001 Tour. Fu un piccolo ‘grande’ avvenimento a Bari perché molti, tra cui chi scrive, presero coscienza grazie all’esibizione di individui provenienti dalle fogne di Amsterdam di un approccio rock esecutivo che a livello internazionale aveva già fatto molti proseliti (Bassholes, ’68 Comeback, Gories), cioè la ‘bassa fedeltà’ o lo-fi (già esistente da tempo nel garage) che dir si voglia e che negli anni successivi ed a tutt’oggi avrebbe preso piede in modo massiccio tra i giovani musicisti dediti soprattutto al blues. Furono due live-acts sporchi, assordanti, primitivi.
Qualche giorno dopo li contattai on-line e li intervistai per la fanzine cartacea che realizzavo allora, My Own Desire. Un anno dopo, nel 2002, la 702 Records mutò ragione sociale in Slovenly Recordings; anche il suo boss divenne Pete Slovenly ma non cambiò le sue ‘fisse’ artistiche, anzi le esasperò dando vita ad un catalogo sterminato non secondo a mio parere ad altre etichette dedite agli stessi sotto-generi di nicchia, come la Voodoo Rhythm di Reverend Beat-Man (di cui parlerò presto in questo rock-blog): in questi ultimi anni la Slovenly Rec. ha pubblicato una miriade di vinili 45 giri, E.P., LP e CD di bands provenienti da ogni angolo del mondo, tutte con la medesima selvaggia attitudine lo-fi nel seviziare rock&roll, punk, garage, blues.
Ottima quindi l’idea di (DJ) Pete Slovenly di sintetizzare in un sampler di ben 44 brani (…un’ora e mezza) il suo catalogo denso ed un po’ dispersivo: ad inizio estate mi giunge da lui per posta (e poi per e-mail) un codice per download(arlo) free dal sito dell’etichetta: nulla di più gradito come caveau estivo.. Se esplorate www.slovenly.com potrete farlo anche voi. Il sampler è uno strepitoso manifesto di estetica lo-fi che rappresenterà un prezioso quotidiano compagno di vita per chi il genere già lo conosce e ne apprezza le compagini più spigolose: gli altri non avvezzi sono pregati di tenersene cautamente alla larga perché potrebbe sverginare pericolosamente le loro orecchie troppo delicate e pregiudicarne le funzioni.
Le bands più conosciute presenti nel sampler sono anche le più ‘normali’ e ortodosse: vale per il mod-garage squisito ed orecchiabile degli Insomniacs (Switched On) custodi del primigenio furore Who, i Reigning Sound dell’ex-Oblivians Greg Cartwright (Your Love), il decano garage-rocker inglese Billy Childish & The MBE (It Should be me), ma anche gli spagnoli Wau & Los Arrrghs!!!(It’s Great – Piedras) che si attestano su due brani non più che simpatici d’estrazione sixties.
Si comincia a far sul serio con il loro ex compagno di scuderia Voodoo Rhythm, King Automatic che con Closing Time sigla un episodio accattivante che definire garage è limitativo.
Prima di lui i Black Lips (anche loro tra i più noti) e Magnetix ci introducono con Stoned e Positively Negative in un ambito noise vizioso e corrosivo dove il rock appare cadavere violato da condors aggressivi, ridotto a qualcosa di non facilmente etichettabile.
Ape City R&B (Dynamite) non sono da meno stordendo con un attacco sonico micidiale.

THE ANOMALYS Self Titled (Slovenly Rec / 2010)
Dopo questi primissimi brani ecco gli olandesi ANOMALYS (con Memme, ex Dexter, drums), una delle brucianti rivelazioni di questo sampler: il loro Black Hole Blues è un ammasso di suoni e feedback fuori controllo sorretto da una batteria poco incline a normalizzare il tutto che sfugge a qualsiasi catalogazione.
Esattamente lo stesso incubo sonoro si respira nel primo omonimo cd degli ANOMALYS, recentissima uscita Slovenly d’inizio estate 2010: le note dell’etichetta li etichettano come l’unico ‘negative tequila rock’n’roll sex’ trio olandese in circolazione; in effetti l’umore di questi 9 brani parossistici è quello di un rockabilly sfigurato da una sbronza pesante e cattiva, disossato (come quello dei Dexter sunnominati) e privo di basso. Dall’iniziale, ancora disponibile Anomalys Now!, strumentale posto all’inizio, il sound s’incattivisce man mano attraverso Rock’n’roll World e Kiss’n’run con su gli scudi Bone, vocalist perverso ed esasperato e percussioni out of control.
La lenta Ain’t got a lot to give rivela il pathos interpretativo crudo e tragico di un grande Bone.
Le danze riprendono più frenetiche di prima con See me bleed (Darby Crash…do you remember?): grande esasperata song, da tempo non ascoltavo qualcosa del genere..fidatevi!
E’ sangue e linfa punk quella che percorre le corde di Potlood e c.: Soul Saver ne è fremente depositaria mentre a sorpresa Sorry State mette in scena un attacco garage dal riff chitarristico quasi sixties, degenerando magnificamente nel finale. Gli Anomalys non si fanno mancare nulla: dopo un’assatanata Fatal Attraction che avvince visceralmente si lanciano in Sex, un grezzo boogie-blues con tanto d’armonica che va a finire in un sabba di voci ed oggetti battuti sui tavoli: solo in una cantina adibita a locale rock potrete godere di tanta spontaneità ed eccitazione.
Grande disco.
http://www.myspace.com/theanomalys

Ma torniamo al Sampler Slovenly 2010: impossibile sfuggire all’onda d’urto punk- lo-fi di bands pressoché sconosciute (presenti in alcuni casi anche con due brani) come Losin Streaks (Beg, Steal or Borrow), gli invasati Hollywood Sinners(spagnoli, con Little Girl) ed i messicani Los Explosivos (Miedo), Spits presenti con tre brani ma letteralmente indemoniati in Rat Face, Chimiks (Feel really good), Low Point Drains (Baby’s night out). Los Fregaplatos massacrano alla lettera la classica Ain’t got you (chissà se gli Yardbirds si stanno rivoltando nella tomba!) con armonica dissoluta e chitarre rugginose pescate in qualche cassonetto.
Subsonics riescono ad evocare fantasmi Velvet Underground (quelli di Loaded per la precisione) con A Blues you oughta get used to: tutte le sfumature possibili del garage-lo fi corrotto dalla furia eversiva del punk sono presenti in questa compilation servita su un un piatto d’argento da DJ Pete: sembra quasi di vederlo appollaiato sulla sua postazione guardare compiaciuto come riesce a frastornarci con i colpi bassi di individui privi di qualsiasi ritegno come Introducers (Wicked), Digger & The Pussycats (Night of two moons), The Sess (ABC).
L’elenco è davvero lungo e ci si perde tra tanta abbondanza di allettanti proposte soniche che non sanno il compromesso dove abita. Lascio ai più volenterosi il piacere di esplorare gli anfratti di questo documento sonoro davvero impedibile: esso ci congeda con un brano che è il picco dell’ottica torbida lo-fi nel nuovo millennio: New Wipeout dei Vex Ruffin & The Lo-Fi Jerkheads (nome che è tutto un programma), suoni/voce che si compiacciono di essere border-line!
Io invece non posso congedarmi prima di sottolineare che i due brani degli italiani-sardi The Rippers (Out of my head for a day e Right time to kill you) presenti non rallentano assolutamente il ritmo di questa maratona sonora, vi partecipano apportando anzi un palpitante contributo espressivo.
http://www.slovenly.com


THE RIPPERS : Why Should I Care About You? (Slovenly Rec./ 2009)
The Rippers sono una band affermatasi ormai a livello internazionale: con Why Should I Care About You? uscito l’anno scorso su Slovenly hanno consacrato per così dire questo hype con una serie di brani all’insegna del loro proverbiale frenetico tiro e del vocalismo sempre efficace di Paolo che usa costantemente la sua armonica come un’arma impropria. Brani come This Afternoon e My Brown Friend proprio per l’uso seriale dell’harp non sono immuni da seduzioni blues e pub-rock, ma la stessa anfetamina chitarristica e ritmica di episodi come Into This Place, If You Walk Alone, Right Time to Kill You ci riporta inequivocabilmente (non so quanto consciamente da parte dei Rippers) all’energia contagiosa di indimenticabili fuoriclasse inglesi come Dr.Feelgood, Eddie & The Hot Rods, Inmates, che precedettero di pochissimo l’avvento del punk; ma a ben ascoltare anche fantasmi dei primissimi Rolling Stones si aggirano nei solchi concitati di I Wanna Put You Out Of My Head, Into This Place e nei brevi ChuckBerry-ani solo chitarristici.
Quello dei Rippers e di questo ultimo cd non mi pare insomma il garage ortodosso di chi ne abbraccia con i prosciutti sugli occhi la fede, quanto il sound maturo di una band che non si sottrae alla fascinazione rock-blues di stimoli provenienti da decadi passate e non certamente e strettamente dall’ambiente garage.
www.slovenly.com/rippers
www.myspace.com/therippersinaction

PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

lunedì 16 agosto 2010

MUSICA E LETTERATURA: Ascesa e splendore di IAN ANDERSON & JETHRO TULL by Roberto Fuiano

Roberto Fuiano é un grande amico con cui condivido da tantissimo tempo l'amore per alcuni idiomi rock : il rock progressivo su tutti. Roberto oltre ad esserne sopraffino conoscitore é anche scrittore di Fantasy e S.F. ed ha pubblicato alcuni libri, oltre ad aver legato il suo nome (come cantante e chitarrista) in passato al gruppo folk-rock barese Maelstrom.
Scrivendo questo articolo ha soddisfatto finalmente un mio invito rivoltogli un pò di tempo fa: rendere omaggio ai JETHRO TULL, una rock band che lui conosce in modo approfondito e che ha rappresentato davvero (e rappresenta tuttora in misura molto minore) uno dei picchi musicali ed ispirativi anglosassoni del periodo a cavallo tra i '60 ed i '70, anni gravidi di affascinanti mutamenti ed esperimenti sul corpo ancora giovane del rock. Nella seconda parte dell'articolo é toccato (con la traduzione di due testi) il controverso coté letterario di Ian Anderson, leggendario front-man dei Jethro Tull, aspetto rimasto spesso fatalmente in secondo piano nell'universo artistico del gruppo. (P.W.B.)



A MINISTORY
Nel 1968 da un gruppo d’ispirazione beatlesiana, la John Evan Band, si formano i JETHRO TULL, band destinata a essere una delle più importanti della scena inglese degli anni ’70 e legata a quel genere ampio e affascinante etichettato come progressive.
Nel gruppo milita come flautista, chitarrista e cantante, un certo IAN ANDERSON, che in breve tempo ne diverrà il leader indiscusso. Le influenze del periodo (era uscito il doppio White Album dei Beatles, che dopo la musica psichedelica apriva gli orizzonti del rock a tutte le contaminazioni possibili) e la grande passione di Anderson per musicisti di colore quali Sonny Terry e Howlin’ Wolf portano i Jethro ad un primo grande disco, This Was, in cui le atmosfere sono nettamente blues.
Subito Ian Anderson si distingue soprattutto per l’utilizzo del flauto che, riprendendo la tecnica del jazzista Roland Kirk si esprime con una incredibile carica di aggressività e innovazione nell’ambito della musica rock. Ma This Was è solo il preambolo di una lunga e prolifica carriera che vede sino ad oggi l’uscita di circa trenta dischi, per lo più di pregevole fattura.
Il secondo lavoro siglato Jethro Tull s’intitola Stand Up (con la famosa rivisitazione jazzata della Boureè di Bach) e vede lo spostamento del sound verso un maggiore lirismo e un avvicinamento al folk, senza abbandonare del tutto il feeling del blues; inoltre, sostituendo l’ottimo Mike Abrahams, entra a far parte della band un’altra figura fondamentale per la sua storia ed evoluzione, Martin Lancelot Barre (chitarrista dal fraseggio prodigioso ingiustamente sottovalutato), che rimarrà in pianta stabile accanto ad Anderson, al contrario dei molti musicisti che vi si avvicenderanno.
La musica dei Jethro percorre tutto l’arco degli anni ’70 con capolavori rock quali Aqualung (album assurto a simbolo del gruppo), Thick as a Brick, Songs from the Wood e tanti altri, ma pur denigrati dalla critica (sempre rivolta a scoprire i "nuovi fenomeni artistici del tempo"), continua a regalare agli appassionati e a quelli che valutano la musica senza manicheismi preconcetti, gioielli ricchi di intense ballate, di corposi brani rock, e composizioni mai banali. Un valido esempio è Roots to Branches del 1995, a mio parere uno dei dischi più belli in assoluto degli anni ’90.
Naturalmente non tutti i dischi sono stati eccezionali, ma di certo (se si esclude Under Wraps, un disco degli ’80, connotato da una evidente quanto inopportuna batteria elettronica che ne rovina le atmosfere) non si cadrà mai sotto i livelli di una musica apprezzabile e intelligente, aspetto questo che va tutto ad onore di una band dalla così vasta produzione. Ad ogni modo, oltre ad aver segnato gloriosamente un’epoca, ai Jethro va anche riconosciuto il pregio di essere un solido riferimento per tanti di quei gruppi attuali (denominati neo-prog) che scontrandosi con lo svuotamento spinto dai media, ormai al servizio di tutti gli intenti commerciali possibili, continuano a mantenere un’idea di rock quale espressione artistica di ampio respiro compositivo, con il flauto traverso che fa spesso da protagonista, come i Flamborough Head, i Quidam, e gli italiani Narrow Pass.

LE LIRICHE
Anche per quanto riguarda i testi, sempre scritti dallo stesso Anderson, non ci sono mai cadute e sceglierne qualcuno da proporvi fra i tanti è difficile impresa. Spesso vi è satira politica o sociale, con tanta ironia e sarcasmo, vi sono testi incredibili per la loro valenza simbolica o per il surrealismo espresso, attacchi verso la chiesa bigotta e verso l’ipocrisia borghese, istanze ecologiste, descrizioni di vita agreste, riferimenti mitologici, personaggi strani o strampalati appartenenti all’immaginifico dei nebbiosi sobborghi inglesi dell’ottocento, testi intimistici e quant’altro mette a disposizione la letteratura inglese, ma anche la coscienza sociale maturata negli anni della contestazione giovanile.
I due testi che qui vi propongo sono quindi lontani dall’evidenziare la complessità del mondo poetico di Ian Anderson, ma credo siano abbastanza rappresentativi dell’approccio singolare e accattivante con temi quali la religione: A Passion Play, disco del 1973, è un’unica suite tutta basata sul gioco simbolico della Passione del Cristo; la guerra: War Child, del 1974 è infatti un testo altamente allegorico in cui, come si può ben vedere, non c’è assolutamente niente di retorico o di già detto.

Il gioco della Passione
(from A Passion Play)


Ringrazio tutti per il benvenuto.
Resterei, ma le mie ali sono cadute.
Salve! Figlio di Re
fai il segno sempre valido
incrocia le dita nel cielo
per coloro che sono destinati a nascere.
Io sono lì
e aspetto sulla sabbia.
Pronuncia il tuo dolce discorso
sulla terra e il mare.
Magus perde
togli la mano dalla catena.
Esprimi il desiderio di placare la pioggia
e la tempesta che sta per scatenarsi.
Eccomi qui (viaggiatore della vita)
spesse sono le suole
che calpestano il filo del coltello.
Spezza il circolo vizioso
tira la linea
chiama il diavolo
porta agli dei
il loro stesso fuoco
.

Bambino della guerra
(from Warchild)


Ti porterò giù
a quel risplendente miglio di città
là, per incipriare il tuo dolce viso
e pitturare un sorriso.
Ciò mostrerà tutti i piaceri e nessun dolore
quando ti unirai alla mia esplosione
e giocherai con i miei giochi.
Bambino della guerra
danza durante i giorni
danza durante le notti, lontano.
Nessuna resa incondizionata
Nessun giorno per l’armistizio.
Ogni notte morirò nel mio accontentarmi
e giacerò nella tua tomba.
Mentre tu mi porti l’acqua
io ti do il vino.
Fammi danzare nella tua tazza da tè
tu nuoterai nella mia.
Bambino della guerra
danza durante i giorni
danza durante le notti.
Apri le tue finestre
e camminerò attraverso le tue porte.
Fammi vivere nel tuo paese
fammi dormire presso le tue spiagg
e
(Traduzione di Roberto Fuiano)

ROBERTO FUIANO


http://www.j-tull.com/
http://www.azlyrics.com/j/jethrotull.html
http://www.itullians.com/Lpages/foto/vanzetti/testi.htm

sabato 14 agosto 2010

BEFORE WHO BECAME WHO : Paul Buff - Frank Zappa - Cucamonga years by Crizia Giansalvo

Molto interessante ed inconsueto questo articolo di Crizia Giansalvo che ci trasporta nei primissimi anni '60 nei pressi di Raunch Cucamonga, un pezzo di terreno tra Los Angeles e San Bernardino per assistere alle prime mosse musicali di un giovanissimo Frank Zappa alle prese con Paul Buff, intraprendente figura di discografico ante-litteram.


Before who became who, ovvero : piccola guida per scoprire chi o cosa erano molte affermate bands prima di raggiungere il successo. Ci affidiamo ad una clashiana “We came from a garageland” come motto e partiamo. Cambi stilistici, cambi nominativi, cambi di formazione : bisogna saper cogliere il cambiamento, l'evoluzione che c'è dietro una rock band prima che diventi tale, molto spesso ignorata per un'evoluzione anteriore, per cercare di tracciare una storia del rock che non sia fine a se stessa. Certo, lungi da queste parole assumersi un ruolo accademico, quello che troverete è solo un input per il semplice fatto che, come l'artista che nomineremo a breve vi direbbe, “le riviste di musica sono scritte da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere”.
Approcciarsi a Frank Zappa per chi scrive non è stato facile, come credo non lo sia per chiunque si avvicini alla sua musica. La versatilità, la poliedricità, l'ecletticità sono termini a cui è difficili accostarsi, specie per un orecchio che non sia ben allenato. Ricordo bene però quando il nome di Zappa catturò la mia attenzione: l'occasione fu Oliver Stone e il suo Natural Born Killers. Chi avrà visto il film ricorderà ad un certo punto un'autentica orgia di batterie sovrastata da un sax indemoniato. È il tipo di canzone che non puoi scordarti, ogni colpo di batteria lo senti rimbombare violentemente nella tua testa. “Drums a go go” fu incisa dagli Hollywood Persuaders. È difficile trovare informazioni sulla band in questione, o piuttosto sulla personalità che si nasconde dietro questo nome : Paul Buff.
Paul era un ex membro dell'Aviazione della Marina americana che, finita la carriera militare, decide di dedicarsi al campo della registrazione prendendo la guida dello studio musicale gestito dal 1959 dalla madre e dal patrigno, la Pal Recording Studios.
Ritorna nella sua terra natia, un pezzo di terreno compreso tra Los Angeles e San Bernardino, una piccola città i cui abitanti erano beatniks e membri degli Hell's Angels. La controcultura americana assediava Raunch Cucamonga e Paul decide di dare voce a quella generazione aprendo le porte del suo studio e dando inizio ad una sperimentazione sonora che porterà a creare le basi per il suono surf degli anni '60. Tra i primi successi ci sono il singolo dei The Surfaris “ Surfer Joe/ Wipe Out” e quello dei The Chantays “ Move it/Pipeline”. Paul inizia anche a comporre le prime proprie canzoni, contando sulle sue capacità polistrumentiste.
Sotto il nome di Hollywood Persuarders, incide nel 1963 la strumentale “Tijuana Surf”, con i primi echi di surfismo messicano, e chiede ad il suo amico Frank di comporre il b-side, la fuzziana “Grunion Run”. Venduta alla Art Laboe's Original Sound, la canzone diventa un vero successo locale (i diritti hanno anche pagato la cauzione di Zappa dopo il suo arresto nel 1965), grazie anche alle due versioni in cui è stata rilasciata. La versione “Tijuana”, sotto il nome di Los Persuaders, sarà per sedici settimane in cima alla top ten del Messico, rendendo difficile per “I want to hold your hands” dei Beatles raggiungere la vetta.
Zappa arriva negli studi di Cucamonga e subito si crea un certo feeling con Buff : un po' come fu successivamente per Phil Spector e John Lennon, si instaura quel tipo di armonia che può esistere solo tra un grande produttore e un grande musicista. La voglia di sperimentare di Paul unita alla capacità di Frank di andare ben oltre la comune visuale si uniranno varie volte prima che Zappa approdi a Freak Out!, arrivando anche a comprare la Pal Recording Studios. Dopo la vendita, Paul approderà alla Art Laboe's, producendo anche alcuni gruppi come gli “Strawberry Alarm Clock” e Frank Zappa diventerà Frank Zappa.
“Drums a gogo” sarà incisa da Paul dopo che alcuni singoli che seguirono “Tijuana Surf” non riuscirono a bissare lo stesso successo. La sua idea era creare un organico formato esclusivamente di batterie, originariamente accompagnate dalla voce di sua moglie Allison, che rilasciò come “Drums”. Non convinto di questa versione, riarrangia il pezzo aggiungendo qualche strumento e sostituendo la parte vocale con un sax. Questa versione, rilasciata come “Drums a gogo” ottiene un successo ancora più grande di “Tijuana Surf”. La canzone fu coverizzata da Sandy Nelson (spesso gli si attribuisce erroneamente la versione originale), batterista che lavorò a stretto contatto con Kim Fowley.

Discografia:
Esistono vari bootleg dei lavori di Frank Zappa e Paul Buff :
Cucamonga Years - The Early Works Of Frank Zappa 1962-1964
Sono registrazioni di canzoni scritte o prodotte da Frank durante gli anni passati nella Pal Recordings Studios di Cucamonga.
Paul Buff presents the PAL and Original Sound studio archives
Serie di 20 volumi che raccoglie tutta la produzione della Pal dal 1959 al 1964.
The Hollywood Persuaders – Drums a go go
L'album è stato rimasterizzato nel 2007 per conto della Air Mail Archive. Da quest'anno è possibile trovare online le versioni originali dell'album.

CRIZIA GIANSALVO


http://www.zappa-analysis.com/studio.htm
http://www.discogs.com/artist/Paul+Buff

venerdì 13 agosto 2010

THREE RECORDS FOR SUMMER! (Right Nows, Poppees, Sorrows) by Crizia Giansalvo

Questo articolo segna l'inizio di una nuova collaborazione per Music Box, quella di Crizia Giansalvo. Crizia ci consiglia per questa estate ormai bollente tre dischi che faranno la gioia di qualsiasi appassionato di garage e di rock con riferimento agli anni '60 e '70.
Enjoy !!!


Prendete queste righe semplicemente come suggerimenti per rinfrescare le menti in queste torride giornate di agosto.
Che la Spagna sia il motore garage europeo degli ultimi anni è ormai una certezza. Los Immediatos, Wau y Los Arggghs, Hollywoood Sinners, Phantom Planet sono solo alcuni dei gruppi che dalla penisola iberica si sono fatti spazio a furia di suoni fuzz, beat, riverberi e urla primitive. Per il 2010 questa tendenza non sembra arrestarsi, ed a inizio anno è stato dato alle stampe un mini-lp co-editato dalla SunnyDay Records e la Action Weekend Records che vi darà un valido motivo per confermare la mia tesi .
Il gruppo in questione sono The Right Nows, un trio di Cedeira, Galizia, che con questo album, otto canzoni tra cui una cover dei Cinecyde Tough Girls, esplorano la storia del suono garage. Ben impiantati in quel che fu il garage negli anni '80, non mancano di influenze punk, psichedeliche e quel sapore pop tipicamente 60s. Insomma, immaginate una jam session tra Cynics e Stooges e capirete di cosa parlo.
La canzone trainante dell'album, Faces, con la sua malinconica armonica,è un piacevole viaggio in una bolla che sembra catapultata direttamente da una nostalgica Swingin London. Se non è ancora abbastanza, i tre hanno suonato nell'edizione 2009 del Primitive Festival. Più garanzia di così!

Per chi è rimasto intrappolato nella New York di fine anni '70, consiglio un'antologia gioiello, Pop goes the anthology dei Poppees. La carriera dei Poppees fu breve, ma lasciò un segno indelebile per la scena new wave della già citata New York, marcando quel suono che andrà sotto la voce di Power Pop. In questa antologia curata dalla Bomp!Records (un'etichetta basilare per chiunque si professi cultore della musica) oltre ai singoli Jealousy, con i suoi irresistibile coretti pop, prodotta da Cyril Jordan (Flamin Groovies dice qualcosa?) e If she cries, troverete versioni demo e live, tra cui una fantastica realizzata in un certo locale dal nome CBGB's. Una nota di merito anche per il b-side del singolo Jealousy, una trascinante cover di She's Got It di Little Richard.

Per tutti i nostalgici di quel periodo italiano dove sorridere non era un'illusione (è esistita davvero un'Italia così?) consiglio di rispolverare il disco dei Sorrows. Gruppo freakbeat inglese nato dalla mente di quel Don Fardon che, una volta lasciato il gruppo, avrà una carriera solista segnata dal successo della cover di John D. Loudermilk Indian's reservations e di Belfast Boy, omaggio al calciatore George Best. Ma, tornando ai Sorrows, la band approda nel nostro paese dove otterrà un discreto successo, recitando anche in un paio di film tra il 1966 e il 1967, uno su tutti I Ragazzi del Bandiera Gialla di Mariano Laurenti, dove si esibirono cantando in italiano uno dei loro successi, No No No No.
Proprio in Italia avverrà un cambio di formazione della band, entrando Alan Paul Fryers, già conosciuto da noi come componente dei Beau Brummels and his Noble Men, e Chris Smith. Il suono dei Sorrows era martellante, aggressivo, con un forte retrogusto di r'n'b. Una ristampa del loro primo Lp, Take a Heart (Sequel Records-1991), è disponibile : con una tracklist di ben 42 canzoni, tra cui molte bonus track delle loro canzoni incise in italiano e tedesco, avrete nelle vostre mani un gioiellino della British Invasion. Fra tutte, segnalo la splendida Take a heart, canzone che dà il titolo all'album, un disperato e sofferto grido di amore che inizia incalzando, quasi paranoico, per poi esplodere in tutta la sua potenza. Fu incisa dai Sorrows anche in italiano con il titolo Mi si spezza il cuor.
Notevole anche la fantastica cover di Joe Turner Teenage Letter, interpretata anche magistralmente dai nostri Rippers.
Mersey Pop e Rock'n'roll, il miglior cocktail contro l'afa estiva!

CRIZIA GIANSALVO

http://www.myspace.com/actionweekend
http://www.myspace.com/poppeesboyfriends
http://www.lastfm.it/music/The+Sorrows

giovedì 12 agosto 2010

THE MORLOCKS: PLAY CHESS (2010-Popantipop) by Wally Boffoli


L’alone di leggenda che avvolge Leighton Koizumi negli ultimi anni soprattutto in Italia presso i fedelissimi garage aficionados proviene dalle sue epiche gesta nelle bands di cui fu front-man oltraggioso: The Morlocks negli anni ’80 ed ancora prima Gravedigger Five.
Gli anni ’90 seguirono con la pubblicazione di due albums sempre sotto la sigla Morlocks, Wake me when i’m dead dal vivo ed Uglier than you’ll never be, fino a che si perdono le sue tracce e viene dato addirittura per morto per overdose.
Così riportano le cronache rock così come riportano che Koizumi riappare con la diabolicità di un non-morto proprio in Italia a nuovo millennio iniziato, dopo un’intensa attività live negli States.
In Italia nel 2004 incide per l’Ammonia Rec. When the night falls, un disco che è davvero un pugno nello stomaco, tredici covers classiche pescate nel repertorio garage e del rock dell’oltraggio più fragoroso e violento, con i bravissimi Tito & the Brainsuckers come backing band.
A When the night falls segue nel 2008 Easy listening for the underachiever in cui Leighton finalmente rispolvera la ditta Morlocks più che degnamente e con rinnovata energia garage-punk.
Un'ennesima sorpresa il nuovo progetto di Leighton & Morlocks, PLAY CHESS, col quale il nostro pare voler riacquistare una nuova verginità espressiva, tentando (paradossalmente) un bagno rigeneratore nelle acque melmose di un blues chicagoano vecchio cinquant’anni e più.
I Chess studios sono gli studi che hanno visto sfilare ed incidere le figure mitiche di Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Willie Dixon, Chuck Berry, Bo Diddley; sono loro i brani che Koizumi rivisita e lo fa alla grande: subito la scarica elettrica di I’m a man, madida di cambi di tempo ed accelerazioni in perfetto Yardbirds-style; la promessa fatta di inebriante furore garage viene mantenuta in Help me che inizia alla grande con il riff di My Generation (sì, proprio lei), ma soprattutto in Killing Floor che appare davvero trasfigurata…in meglio.
L’inconfondibile arrocchito timbro da lupo mannaro di Leighton ci serve una versione corrotta di Smokestack Lightning, grande e perverso brano di Howlin’ Wolf, colui che ha influenzato maggiormente Koizumi .
Questi quattro brani iniziali sono la porzione più riuscita ed intensa di Play Chess, con Leighton a soffiare nella sua harmonica: le altre covers vivono un po’ di rendita, rannicchiandosi in arrangiamenti a volte scolastici, soprattutto quando si tocca il rock&roll di You never can tell e Back in the U.S.A.(Chuck Berry).
Si torna per fortuna a vibrare di suoni stordenti e malati in Feel so bad, uno dei vertici del disco, con Leighton che conferma come sa essere ancora splendidamente oltraggioso.
Come non rimanere, infine, intrappolati nell’allettante ramonish surf di Promised land?
Un’operazione tutto sommato riuscita, che riesce a dare smalto alla statura di artista di Koizumi: dodici brani che nel migliore dei casi ti azzoppano le sinapsi, nel peggiore divertono, annoiare….mai!
Per concludere vi linko qui sotto l'ultimo singolo dei Morlocks uscito lo scorso anno (grazie Cosimo...), la magnifica e Iggyana (sia per l'interpretazione che per il riff chitarristico) I don't do funerals anymore (new single).

PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI


http://www.facebook.com/l/e05d2;www.youtube.com/watch?v=aV65njH7WTY
http://www.myspace.com/themorlocks
http://www.facebook.com/group.php?gid=65116546317

sabato 7 agosto 2010

OS MUTANTES Live 14 / 07/ 2010 by Rosalba Guastella



Ma chi sono gli OS MUTANTES???

Nessuno lo sa, neanche quelli che pensavo se ne intendessero di psichedelica ed in questo caso brasiliana del movimento psichedelico tropicalista degli anni ‘70 !!!!
Grazie a DEVENDRA BANHART questa sera il 14 Luglio 2010 saranno nuovamente sul palco a presentare il nuovo disco…….
La location e’ il festival di Villa Arconati a Bollate, Milano all’interno di un meraviglioso piccolo parco, di quelli dove passeggiavano una volta le principesse e che ancora oggi ne conserva l’atmosfera fiabesca.
La manifestazione ormai da diversi anni offre al pubblico sofisticate e ricercate esibizioni di gruppi e artisti degni di tale nome.
Ma torniamo agli OS MUTANTES dunque sono sette sul palco, sei uomini e una donna due chitarre un basso una batteria due tastiere e una corista.
Il leader ancora capellone ma con stile……canta e suona la chitarra. Tutti cantano e tutti indossano il mantello…non ho mai visto tanti mantelli, a parte il tastierista che indossa una t-shirt con il teschio in tecnicolor.
Questo look con kafkani orientali e mantelli non so perche’ mi fanno pensare a Elio le storie tese!!!! Forse perche’ le atmosfere sonore vanno dalle spagnoleggianti alle piu’ festose, dal rock sognante alle covers di Caetano Veloso un po’ come gli ultimi live di Elio…
Le canzoni sono piene- piene- piene, un super pieno liquido e sudato, scrosciante di emozioni e sembra che si siano fatti tutti una pinta di allegria e d’euforia, una specie di effetto narghile’ di musica da cui aspirare tutti assieme gioiosi.
Il chitarrista figo continua a cambiare le chitarre, lei fa meravigliosi gorgheggi con la voce, il cantante ha una voce indescrivibilmente bella ed arriva l’assolo di batteria; il bassista e i due tastieristi, anche se uno ha il kafkano e l’altro il teschio, si miscelano perfettamente.
Pensavo che portassero i sandali, invece ai piedi solo all star di pelle nera…
Ah dimenticavo…io l’ho capito chi sono gli Os Mutantes…ma non ve lo dico!!!

ROSALBA GUASTELLA

venerdì 6 agosto 2010

DISCHI STORICI (2) by Gianluca Merlin: DRISCOLL AUGER & TRINITY: Streetnoise -- F. CONVENTION: Liege And Lief - M: BLUES: In search of the Lost Chord

Tre dischi usciti nel cruciale biennio 1968/1969, innovativi ognuno per motivi diversi.
Queste sobrie mini-recensioni di Gianluca Merlin sono chiaramente solo il trampolino per un approfondimento estetico e critico di dischi che hanno lasciato un solco profondo nella storia della musica rock e pop della seconda metà del '900.
(P.W.B.)




JULIE DRISCOLL BRIAN AUGER & THE TRINITY : STREETNOISE (1969/Marmalade))
L'hammondista inglese per eccellenza (rigorosamente senza cassa Lesile) e la voce inglese più soul che ci sia assieme ad una band che mescola jazz, Rythm and blues e un groove stratosferico...c'è spazio comunque anche per la musica pop e per certe digressioni floreali che vi culleranno in un placido sonno positivo.
Da segnalare Czechoslovakia, dedicato alla rivolta di quel paese repressa dai carri armati sovietici, una versione molto cool di Light my fire e un brano cantato da Dave Ambrose, il bassista, intitolato in Search of the sun misticheggiante ed ispiratissimo...per emozioni musicali senza età e senza tempo.





FAIRPORT CONVENTION:LIEGE AND LIEF (Island/1969)
Dopo i primi anni di formazione e alcuni cambi di line up i Fairport arrivano con il loro terzo lavoro al grande successo. Disco nato in un momento di grande difficoltà dopo la morte del batterista Martin Lamble per incidente stradale, la band si chiude in un'antica magione con il nuovo entrato Dave Mattacks e ne esce con un meraviglioso ed equilibrato disco in cui a farla da padrone sono le versioni elettrificate di molti traditionals folk inglesi e alcuni pezzi scritti dalla band.
A completare il tutto, l'elettrificazione del violino di Dave Swarbrick che aggiunge una novità prima impensabile per i puristi. Ecco allora che i Jig antichi si trasformano in nuove sonorità elettriche danzanti portando nel rock un sapore agreste che da tempo premeva per uscire dall'anonimato. Meravigliosa Sandy Denny nel canto, eterea come sempre, mentra alle chitarre Simon Nicol e Richard Thompson disegnano giri di chitarra perfetti.
Ashley Hutchings al basso fa da direttore d'orchestra.
Tanto per fare nomi di brani capolavoro: Come all Ye, Matty Groves (uno dei classici nel repertorio live della band) , l'eterea The Deserter e la incalzante bonus track di Sir patrick spens. Copertina in linea con la voglia di Good old England del genere folk. Tanta creatività e genio fece in modo che simili caratterialtà finissero col frizionare tra loro, e alla fine abbandonarono la Denny (temporaneamente) e Ashley Hutchings, destinato a fondare altre 2 band storiche del panorama folk inglese. Un momento breve ma intenso dunque, che però brilla ancora e lo farà per sempre.


THE MOODY BLUES:IN SEARCH OF THE LOST CHORD(1968/Deram))
Secondo capitolo della saga sinfonico progressiva dei Moodies dopo il successo del precedente disco. Qui la band inizia a dare vita a canzoni con più mellotron e meno orchestra. Strutturato in forma concept, ha al suo interno gemme straordinarie come Ride my See Saw, House of four doors, Voices in the sky e Dr Livingstone I presume. Un viaggio tra sinfonia rock e psichedelia , riferimenti a Timothy Leary e al misticismo indiano. Se il primo disco prog era un connubio band/orchestra questo è molto più personale e pensato. Imperdibile.

GIANLUCA MERLIN

mercoledì 4 agosto 2010

Incontro con PATTI SMITH: MTV Days Italia, Torino, 26 Giugno 2010 by Rosalba Guastella


PATTI SMITH ormai é di casa in Italia: l'ultima sua incursione é stata a Torino il 26 Giugno dove nel corso degli MTV Days Italia ha incontrato ben pochi intimi, veri fans ed ha parlato del suo ultimo libro.
Quello che segue é il succinto ma emozionato racconto di una vera fan, Rosalba 'Fairytale' Guastella, collaboratrice del noto gruppo torinese No Strange (P.W.B.)


Eccomi qui fila con un sacco di gente, il sole che spacca: il luogo é il circolo dei lettori in via Bogino a Torino; ad un certo punto arriva una tipa che dice: ’...é inutile, non entra più nessuno’.
Panico generale, tanta gente molla e se ne va.
Ecco la tipa di prima: ‘..ancora 20 e basta!’, sono la diciannovesima.
Ma per stare nella stanza delle torture? E Patti Smith vederla sullo schermo? Nooooo: mi catapulto dentro l’altra stanza spacciandomi per una fotografa!
Ah, finalmente eccola Patti e poi…
Lei parla, parla…: racconta del Chelsea Hotel, di Jimi, Janis, Keith e del suo amico Robert .
Parla dei suoi figli, del suo essere diventata una rockstar senza averlo voluto, e poi canta e suona, canta insieme a noi e sorride.
Esegue tre canzoni: Beneath the Southern Cross, People Have the Power e Because the Night ; People Have the Power la canta a cappella e soprattutto imita il solo di Lenny con la voce.
L'intervista fatta da Bill Flanagan è stata basata sull'uscita dell'ultimo libro JUST KIDS dedicato alla sua storica amicizia con il famoso fotografo Robert Mappelthorpe.
Poi lei saluta e se ne va: io resto lì ed il mio amico, il Gallina, riprende tutto.
Tutti se ne vanno ma noi no; l’aspettiamo, bevo dell’acqua dal suo bicchiere: sono proprio lì sul palco dove c’era lei, dove ha cantato e parlato per noi...l’aspetto!
Ecco che esce fuori, mi fa degli autografi e si fa delle foto con noi…sono estasiata!
Che bella la Patti con le trecce…ora me le faccio anch’io.
Che bello le trecce!

ROSALBA GUASTELLA
Foto di Chick Click

http://www.pattismith.net/
http://extra.mtv.it/musica/mtvdays/

giovedì 29 luglio 2010

KINGS OF CONVENIENCE Live /Venaria Real Music: Venaria Reale – Torino, 23 luglio 2010 by Claudio Decastelli


Il luogo comune piu' diffuso, sta sottoterra. Ho proprio tirato in ballo un luogo comune la mattina del concerto, dicendo che le musiche dei Kings of Convenience si sarebbero adattate bene a una giornata piovigginosa di tempo 'atlantico' tipica della francese Bretagna (tempo arrivato su Torino la sera prima con al seguito lo strascico di nuvole veloci). Luogo comune sotterrato dal pomeriggio ventoso, che scoprendo il cielo aveva portato una serata limpidissima e fresca anche nell'area del concerto, sul cui palco Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye sono saliti 10 minuti prima dell'inizio previsto (suscitando sorpresa tra il pubblico, solo in parte già sistemato nelle sedie).
E' un luogo comune anche che i nordici siano freddi emotivamente, perché i Kings erano saliti per invece presentare scherzosamente la band di supporto, Ophelia Hope, quartetto guidato dalla voce della loro concittadina Ingrid Ophelia e completato da chitarra acustica, basso e batteria provenienti da parti diverse del mondo, tra cui l'Italia (il bassista Davide Bertolini). Un set di mezz'ora il loro, con suoni limpidi e canzoni delicate, incorniciate da xilofono e tastiere tintinnanti, intonato con l'atmosfera lieve della serata.
Il luogo comune dei nordici abituati alle basse temperature viene sotterrato invece quando a inizio concerto Eirik, il bruno dei due, si presenta con addosso un giubbotto (in Italia, a luglio!) e quando dopo qualche minuto lo cede poi al compagno, che si lamenta pubblicamente per freddo alle mani e non solo. Freddo che evidentemente Erlend sente di più, impegnato com'è a lavorare di fino con le dita sugli arpeggi minimalisti delle corde in metallo, che l'amplificazione pulita fa poi galleggiare esaltando i complessi intrecci con la ritmica precisa, continua e percussiva di quelle in nylon dell'altra chitarra, colpita da Eirik medesimo con regolarità e forza tali da riscaldargli, evidentemente a sufficienza, le mani e il resto.
Eseguite con basi strumentali piu' rarefatte e scarne di quelle delle versioni registrate, Love is no big truth, Cayman Islands, I Don't know what can, I save you from, tra le altre, fanno risaltare maggiormente il tono discreto delle voci, le strutture armoniche elaborate degli accompagnamenti e, in fin dei conti, l'aspetto evocativo (noioso, direbbe qualcuno) del repertorio dei KoC. Un inizio di concerto cauto, seguito pero' dopo non molto da primi segnali di calore per il tramite di battute e inviti al pubblico ad avvicinarsi, prima solo emotivamente (“schioccate le dita, non battete le mani, è più' elegante”), poi con tutto il resto: così dopo una Sing to me softly al piano, i Kings of Convenience chiedono se ci sia qualcuno che vuole andare sotto il palco, ottenendo il risultato di svuotare le sedie del pubblico più distante e decretare la fine del concerto da seduti di quello delle prime file. Ma meglio così.

Dopo una Mrs. Cold che in versione 'severa' guadagna, Erlend e Eirik, arrivati a meta' serata, fanno entrare “la band che suona con noi”: Davide Bertolini al contrabbasso (produttore artistico dei loro dischi e amico, oltreché bassista degli Ophelia Hope) e Tobias Helt alla viola, responsabile dei riff e dei pizzicati che fanno riconoscere al volo i loro pezzi piu' famosi.
Da quel momento si animano palco e platea: il contrabbasso pulsa deciso rinforzando la ritmica di Eirik (diventata piu' percussiva), Erlend arpeggia più energicamente o anche lui rafforza ritmicamente con chitarra e pianoforte (oppure si dimena e balla, sobillando il pubblico), la viola infila temi, contrappunti alle voci e anche assoli. Risultato e' che Stay out of trouble finisce, appunto, con un suo lungo solo, Misread diventa scarno rock acustico sincopato e senza batteria, Me in you si quieta solo nell'intervallo a base di schiocchi di dita collettivi.
Toxic girl, un po' più rilassata del solito, prelude sia a una versione lunga di Boat behind, con assoli di viola e contrabbasso, sia all'ingresso del batterista degli Ophelia Hope per una vivace I'd rather dance with you, dove Erlend si dedica alla danza dinoccolata del video che ha vinto gli MTV Awards nel 2004.
Come nella prima parte dell'esibizione, anche nella seconda, pur con un segno opposto, il gruppo (sempre di questo si tratta) presenta i propri pezzi in una veste meno pop e autocompiacente, un po’ diversa da quella che tutti già conoscono. Forse per il gusto che provano i musicisti nel non suonare sempre allo stesso modo, forse rendendosi conto che ad anni di distanza dalla loro scrittura, eseguirli uguali significherebbe negare anche solo un minimo di evoluzione nel gusto, nella tecnica e nella prospettiva musicale. Evoluzione che invece in qualche modo viene fuori nell’ultimo cd, dove sono un po’ meno le occasioni di ascolto facile e in cui compaiono nuove soluzioni, a volte magari non del tutto convincenti ma che provano a superare gli schemi più accattivanti tipici del passato.
I bis che seguono, in duo (Homesick, Know how) più un terzo dall'ultimo cd con la band, non aggiungono altro. Ma aiutano a confermare nell'opinione, come il resto del concerto, che il luogo comune più diffuso stia davvero sottoterra: non e' detto che i nordici siano freddi di carattere o che qui in Italia abbiano per forza caldo. E neppure che i Kings of Convenience siano noiosi o che la loro musica sia da associare a una giornata piovigginosa, di Bretagna o torinese.



Fotografie  e live report di  Claudio Decastelli

martedì 27 luglio 2010

EL BASTARDO, THE OUTLAW PICKER by Claudio Decastelli


A voi un piccolo squarcio dell' 'altra' scena musicale torinese firmato da un nuovo collaboratore di Music Box, Claudio Decastelli


El Bastardo parte dalla scena underground torinese, prima con vari gruppi rumorosi e poi, a fine anni '90, a bordo di una band dal rock'n'roll pesante chiamata Bad Dog Boogie: che fonda e con cui gira Italia ed Europa, incidendo anche tre album e partecipando a vari altri.
Ma El Bastardo non suona solo chitarre elettriche distorte:
la passione per la musica della tradizione americana, blues e country, per gente che ne ha fatto la storia come Robert Johnson e Johnny Cash, lo porta a mettere mano ad armonica, mandolino, chitarre resofoniche (quelle con cassa di metallo) e acustiche. Così dal 2005 diventa Outlaw Picker, suonatore fuorilegge e viaggia in patria e all'estero proponendo con quegli strumenti, in solitudine, un repertorio a base di bluegrass, country-blues e indie folk.
Assieme a qualche ospite incide gli album 6 Inches Blues(2005) e Bleeding strings(2007) nei quali, tra tradizione rivisitata con l'approccio del rocker e pezzi rock trasformati in musiche della tradizione, spunta sempre almeno una sua canzone.
Le sue composizioni negli anni continuano a prendere forma, così nel nuovo album One Hammer For You (da poco uscito in digitale su iTunes e altri negozi online) gli originali sono 7 dei 10 brani incisi in perfetta solitudine con uno stile più intimista del solito.
“Non è facile - spiega El Bastardo - decidere di mettere la faccia davanti a delle persone, da soli, sapendo che non ci saranno distorsioni o batterie a coprire gli sbagli. Sei lì con una chitarra acustica in mano e se fai un errore se ne accorgono tutti”.
Come a dire, il bello del viaggio è anche rischiare la foratura.

CLAUDIO DECASTELLI

tratto dalla rivista Cronica Regia (Venaria Reale, Torino)
http://www.cronicaregia.it/
su Facebook: CRONICA REGIA FAN CLUB

Cult Records / COLD SUN : Dark Shadows by Paolo Casiraghi


Istruzioni per l’uso :
trovate una copia su Cd (su vinile non se parla), portatevelo in viaggio in uno qualsiasi dei deserti esistenti al mondo, mettetevi le cuffie, fumate, bevete o prendete qualche droga a vostro piacere , sdraiatevi e ascoltate, ascoltate, ascoltate....al secondo ascolto vi troverete catapultati in un mondo parallelo....
Tra i piu’ grandi gruppi psichedelici texani in assoluto con i 13th Floor Elevators e i Golden Dawn, i COLD SUN furono indescrivibili magici sciamani guidati dal carisma di Bill Miller all’electric autoharp, in seguito collaboratore di Roky Erickson nel progetto Roky’s Aliens.
Le registrazioni risalgono al 1970/1971: purtroppo l’album non fu mai rilasciato ufficialmente, venne inciso un acetato su etichetta Sonobeat nel 1973 da un membro del gruppo in una sola copia per non perdere il materiale composto e poi finalmente ristampato dall’etichetta Rockadelic nel 1990 in 300 copie.
DARK SHADOWS e’ quanto di piu’ vicino a un vero trip allucinogeno, senza nessuna influenza folk, blues o garage, solo pura psichedelica; raggiunge il cuore dell’ esperienza lisergica come poche altre band hanno saputo fare.
Canzoni come Ra-ma, Twisted flower e South Texas nella loro semplicita’ scorrono lineari evitando le lunghe, spesso noiose jams che hanno caratterizzato numerose bands come i Grateful Dead e i Quicksilver Messenger Service.
Ottimo uso di armonica e autoharp cosi’ come le acide e distorte chitarre, mai troppo pesanti, incisiva la voce, stonatissimi ma mai pretenziosi i testi.
Disco invecchiato benissimo, merito sicuramente di una band molto giovane con parecchie idee innovative; stupisce ancora il fatto che non siano riusciti a pubblicare un album del genere nonostante l’eccelsa qualita’ del materiale.
In definitiva un disco di culto, destinato a rimanere un prodotto di ‘nicchia’: i piu’ avventurosi scopriranno sicuramente qualcosa di misterioso, intrigante, unico, un esperienza da leggere sia a livello mentale che musicale.
Un raro gioiello dell’underground americano, un capolavoro assoluto.

PAOLO CASIRAGHI
http://www.youtube.com/watch?v=X146Yqprlf4
http://psychedelic-rocknroll.blogspot.com/2009/01/cold-sun-dark-shadows-late-texas-60s.html

venerdì 23 luglio 2010

VESTITO PER AMARE ---IL NUOVO DISCO TRIBUTO A LEONARD COHEN by Ruben Book


Mentre l’antico bardo canadese – poeta dei poeti, come riconosciuto anche da sua Bobbità Dylan – gira il mondo col suo raffinatissimo show nel tentativo di lasciare un segno nel tempo (ma le sue canzoni lo hanno già fatto abbondantemente) e di rimpinguare le sue casse, svuotate dal suo ex manager (mai delitto fu più propizio all’arte: senza questa prosaica motivazione difficilmente l’autore di Suzanne si sarebbe messo on the road alla sua veneranda età…), viene dato alle stampe, per la produzione di Flavio Poltronieri, già curatore di altri due volumi tributo al cantautore – “Com(m)e trad(u)ire Leonard Cohen” (2004) insieme a Stefano Orlandi e “Nudo in ombra” (2006)- il terzo omaggio della serie.
“Vestito per amare” il titolo, che rimanda a temi consueti della poetica di Leonard Cohen.
Sensi e sentimenti dominano le tracce contenute in questa raccolta, brani più o meno noti del canzoniere coheniano proposti nelle versioni poetiche in lingua italiana dello stesso Flavio Poltronieri e del cantautore veronese Marco Ongaro.
Lunga la lista degli artisti che si sono cimentati nell’opera di togliere dalle versioni originali delle canzoni gli arrangiamenti d’epoca per dare nuova linfa a queste preziose composizioni.
Doveroso elencarli tutti: i veronesi Marco Ongaro, D Quartet, Alumediluna, Stefano Orlandi, Laura Facci e Ruben, già presenti nella precedente raccolta insieme al romano Massimiliano D’Ambrosio, a cui su indicazione dello stesso Ruben si sono aggiunti in questo nuovo lavoro i concittadini Fabio Fiocco, John Mario, Veronica Marchi, il torinese Massimo Lajolo con le sue Onde Medie, il bresciano Giovanni Peli, il romano Alessandro Hellmann, il fiorentino Tenedle (al secolo Dimitri Niccolai), lo spezzino Renzo Cozzani, nonché le genovesi Neve Su Di Lei (Marcella Garuzzo) e Valentina Amandolese.
Chi ha interpretato cosa? Lasciamo a voi la sorpresa e il piacere di scoprirlo, contattando Flavio Poltronieri (flavio.poltronieri@libero.it / Cell. 340 6824552).
Il cd verrà presentato ai primi di agosto alla convention biennale dei fan di Cohen, che si tiene quest’anno a Cracovia.
Voci di corridoio ci giungono che il lavoro è particolarmente piaciuto agli organizzatori, che già reclamano un nuovo volume per il 2012. Poltronieri è al lavoro, perché la passione per l’artista canadese coltivata in tanti anni di studi è fuoco che non accenna a morire.

RUBEN BOOK
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http://www.leonardcohen.com/