lunedì 16 agosto 2010

MUSICA E LETTERATURA: Ascesa e splendore di IAN ANDERSON & JETHRO TULL by Roberto Fuiano

Roberto Fuiano é un grande amico con cui condivido da tantissimo tempo l'amore per alcuni idiomi rock : il rock progressivo su tutti. Roberto oltre ad esserne sopraffino conoscitore é anche scrittore di Fantasy e S.F. ed ha pubblicato alcuni libri, oltre ad aver legato il suo nome (come cantante e chitarrista) in passato al gruppo folk-rock barese Maelstrom.
Scrivendo questo articolo ha soddisfatto finalmente un mio invito rivoltogli un pò di tempo fa: rendere omaggio ai JETHRO TULL, una rock band che lui conosce in modo approfondito e che ha rappresentato davvero (e rappresenta tuttora in misura molto minore) uno dei picchi musicali ed ispirativi anglosassoni del periodo a cavallo tra i '60 ed i '70, anni gravidi di affascinanti mutamenti ed esperimenti sul corpo ancora giovane del rock. Nella seconda parte dell'articolo é toccato (con la traduzione di due testi) il controverso coté letterario di Ian Anderson, leggendario front-man dei Jethro Tull, aspetto rimasto spesso fatalmente in secondo piano nell'universo artistico del gruppo. (P.W.B.)



A MINISTORY
Nel 1968 da un gruppo d’ispirazione beatlesiana, la John Evan Band, si formano i JETHRO TULL, band destinata a essere una delle più importanti della scena inglese degli anni ’70 e legata a quel genere ampio e affascinante etichettato come progressive.
Nel gruppo milita come flautista, chitarrista e cantante, un certo IAN ANDERSON, che in breve tempo ne diverrà il leader indiscusso. Le influenze del periodo (era uscito il doppio White Album dei Beatles, che dopo la musica psichedelica apriva gli orizzonti del rock a tutte le contaminazioni possibili) e la grande passione di Anderson per musicisti di colore quali Sonny Terry e Howlin’ Wolf portano i Jethro ad un primo grande disco, This Was, in cui le atmosfere sono nettamente blues.
Subito Ian Anderson si distingue soprattutto per l’utilizzo del flauto che, riprendendo la tecnica del jazzista Roland Kirk si esprime con una incredibile carica di aggressività e innovazione nell’ambito della musica rock. Ma This Was è solo il preambolo di una lunga e prolifica carriera che vede sino ad oggi l’uscita di circa trenta dischi, per lo più di pregevole fattura.
Il secondo lavoro siglato Jethro Tull s’intitola Stand Up (con la famosa rivisitazione jazzata della Boureè di Bach) e vede lo spostamento del sound verso un maggiore lirismo e un avvicinamento al folk, senza abbandonare del tutto il feeling del blues; inoltre, sostituendo l’ottimo Mike Abrahams, entra a far parte della band un’altra figura fondamentale per la sua storia ed evoluzione, Martin Lancelot Barre (chitarrista dal fraseggio prodigioso ingiustamente sottovalutato), che rimarrà in pianta stabile accanto ad Anderson, al contrario dei molti musicisti che vi si avvicenderanno.
La musica dei Jethro percorre tutto l’arco degli anni ’70 con capolavori rock quali Aqualung (album assurto a simbolo del gruppo), Thick as a Brick, Songs from the Wood e tanti altri, ma pur denigrati dalla critica (sempre rivolta a scoprire i "nuovi fenomeni artistici del tempo"), continua a regalare agli appassionati e a quelli che valutano la musica senza manicheismi preconcetti, gioielli ricchi di intense ballate, di corposi brani rock, e composizioni mai banali. Un valido esempio è Roots to Branches del 1995, a mio parere uno dei dischi più belli in assoluto degli anni ’90.
Naturalmente non tutti i dischi sono stati eccezionali, ma di certo (se si esclude Under Wraps, un disco degli ’80, connotato da una evidente quanto inopportuna batteria elettronica che ne rovina le atmosfere) non si cadrà mai sotto i livelli di una musica apprezzabile e intelligente, aspetto questo che va tutto ad onore di una band dalla così vasta produzione. Ad ogni modo, oltre ad aver segnato gloriosamente un’epoca, ai Jethro va anche riconosciuto il pregio di essere un solido riferimento per tanti di quei gruppi attuali (denominati neo-prog) che scontrandosi con lo svuotamento spinto dai media, ormai al servizio di tutti gli intenti commerciali possibili, continuano a mantenere un’idea di rock quale espressione artistica di ampio respiro compositivo, con il flauto traverso che fa spesso da protagonista, come i Flamborough Head, i Quidam, e gli italiani Narrow Pass.

LE LIRICHE
Anche per quanto riguarda i testi, sempre scritti dallo stesso Anderson, non ci sono mai cadute e sceglierne qualcuno da proporvi fra i tanti è difficile impresa. Spesso vi è satira politica o sociale, con tanta ironia e sarcasmo, vi sono testi incredibili per la loro valenza simbolica o per il surrealismo espresso, attacchi verso la chiesa bigotta e verso l’ipocrisia borghese, istanze ecologiste, descrizioni di vita agreste, riferimenti mitologici, personaggi strani o strampalati appartenenti all’immaginifico dei nebbiosi sobborghi inglesi dell’ottocento, testi intimistici e quant’altro mette a disposizione la letteratura inglese, ma anche la coscienza sociale maturata negli anni della contestazione giovanile.
I due testi che qui vi propongo sono quindi lontani dall’evidenziare la complessità del mondo poetico di Ian Anderson, ma credo siano abbastanza rappresentativi dell’approccio singolare e accattivante con temi quali la religione: A Passion Play, disco del 1973, è un’unica suite tutta basata sul gioco simbolico della Passione del Cristo; la guerra: War Child, del 1974 è infatti un testo altamente allegorico in cui, come si può ben vedere, non c’è assolutamente niente di retorico o di già detto.

Il gioco della Passione
(from A Passion Play)


Ringrazio tutti per il benvenuto.
Resterei, ma le mie ali sono cadute.
Salve! Figlio di Re
fai il segno sempre valido
incrocia le dita nel cielo
per coloro che sono destinati a nascere.
Io sono lì
e aspetto sulla sabbia.
Pronuncia il tuo dolce discorso
sulla terra e il mare.
Magus perde
togli la mano dalla catena.
Esprimi il desiderio di placare la pioggia
e la tempesta che sta per scatenarsi.
Eccomi qui (viaggiatore della vita)
spesse sono le suole
che calpestano il filo del coltello.
Spezza il circolo vizioso
tira la linea
chiama il diavolo
porta agli dei
il loro stesso fuoco
.

Bambino della guerra
(from Warchild)


Ti porterò giù
a quel risplendente miglio di città
là, per incipriare il tuo dolce viso
e pitturare un sorriso.
Ciò mostrerà tutti i piaceri e nessun dolore
quando ti unirai alla mia esplosione
e giocherai con i miei giochi.
Bambino della guerra
danza durante i giorni
danza durante le notti, lontano.
Nessuna resa incondizionata
Nessun giorno per l’armistizio.
Ogni notte morirò nel mio accontentarmi
e giacerò nella tua tomba.
Mentre tu mi porti l’acqua
io ti do il vino.
Fammi danzare nella tua tazza da tè
tu nuoterai nella mia.
Bambino della guerra
danza durante i giorni
danza durante le notti.
Apri le tue finestre
e camminerò attraverso le tue porte.
Fammi vivere nel tuo paese
fammi dormire presso le tue spiagg
e
(Traduzione di Roberto Fuiano)

ROBERTO FUIANO


http://www.j-tull.com/
http://www.azlyrics.com/j/jethrotull.html
http://www.itullians.com/Lpages/foto/vanzetti/testi.htm

sabato 14 agosto 2010

BEFORE WHO BECAME WHO : Paul Buff - Frank Zappa - Cucamonga years by Crizia Giansalvo

Molto interessante ed inconsueto questo articolo di Crizia Giansalvo che ci trasporta nei primissimi anni '60 nei pressi di Raunch Cucamonga, un pezzo di terreno tra Los Angeles e San Bernardino per assistere alle prime mosse musicali di un giovanissimo Frank Zappa alle prese con Paul Buff, intraprendente figura di discografico ante-litteram.


Before who became who, ovvero : piccola guida per scoprire chi o cosa erano molte affermate bands prima di raggiungere il successo. Ci affidiamo ad una clashiana “We came from a garageland” come motto e partiamo. Cambi stilistici, cambi nominativi, cambi di formazione : bisogna saper cogliere il cambiamento, l'evoluzione che c'è dietro una rock band prima che diventi tale, molto spesso ignorata per un'evoluzione anteriore, per cercare di tracciare una storia del rock che non sia fine a se stessa. Certo, lungi da queste parole assumersi un ruolo accademico, quello che troverete è solo un input per il semplice fatto che, come l'artista che nomineremo a breve vi direbbe, “le riviste di musica sono scritte da gente che non sa scrivere, che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere”.
Approcciarsi a Frank Zappa per chi scrive non è stato facile, come credo non lo sia per chiunque si avvicini alla sua musica. La versatilità, la poliedricità, l'ecletticità sono termini a cui è difficili accostarsi, specie per un orecchio che non sia ben allenato. Ricordo bene però quando il nome di Zappa catturò la mia attenzione: l'occasione fu Oliver Stone e il suo Natural Born Killers. Chi avrà visto il film ricorderà ad un certo punto un'autentica orgia di batterie sovrastata da un sax indemoniato. È il tipo di canzone che non puoi scordarti, ogni colpo di batteria lo senti rimbombare violentemente nella tua testa. “Drums a go go” fu incisa dagli Hollywood Persuaders. È difficile trovare informazioni sulla band in questione, o piuttosto sulla personalità che si nasconde dietro questo nome : Paul Buff.
Paul era un ex membro dell'Aviazione della Marina americana che, finita la carriera militare, decide di dedicarsi al campo della registrazione prendendo la guida dello studio musicale gestito dal 1959 dalla madre e dal patrigno, la Pal Recording Studios.
Ritorna nella sua terra natia, un pezzo di terreno compreso tra Los Angeles e San Bernardino, una piccola città i cui abitanti erano beatniks e membri degli Hell's Angels. La controcultura americana assediava Raunch Cucamonga e Paul decide di dare voce a quella generazione aprendo le porte del suo studio e dando inizio ad una sperimentazione sonora che porterà a creare le basi per il suono surf degli anni '60. Tra i primi successi ci sono il singolo dei The Surfaris “ Surfer Joe/ Wipe Out” e quello dei The Chantays “ Move it/Pipeline”. Paul inizia anche a comporre le prime proprie canzoni, contando sulle sue capacità polistrumentiste.
Sotto il nome di Hollywood Persuarders, incide nel 1963 la strumentale Tijuana Surf”, con i primi echi di surfismo messicano, e chiede ad il suo amico Frank di comporre il b-side, la fuzziana “Grunion Run”. Venduta alla Art Laboe's Original Sound, la canzone diventa un vero successo locale (i diritti hanno anche pagato la cauzione di Zappa dopo il suo arresto nel 1965), grazie anche alle due versioni in cui è stata rilasciata. La versione “Tijuana”, sotto il nome di Los Persuaders, sarà per sedici settimane in cima alla top ten del Messico, rendendo difficile per “I want to hold your hands” dei Beatles raggiungere la vetta.
Zappa arriva negli studi di Cucamonga e subito si crea un certo feeling con Buff : un po' come fu successivamente per Phil Spector e John Lennon, si instaura quel tipo di armonia che può esistere solo tra un grande produttore e un grande musicista. La voglia di sperimentare di Paul unita alla capacità di Frank di andare ben oltre la comune visuale si uniranno varie volte prima che Zappa approdi a Freak Out!, arrivando anche a comprare la Pal Recording Studios. Dopo la vendita, Paul approderà alla Art Laboe's, producendo anche alcuni gruppi come gli “Strawberry Alarm Clock” e Frank Zappa diventerà Frank Zappa.
“Drums a gogo” sarà incisa da Paul dopo che alcuni singoli che seguirono “Tijuana Surf” non riuscirono a bissare lo stesso successo. La sua idea era creare un organico formato esclusivamente di batterie, originariamente accompagnate dalla voce di sua moglie Allison, che rilasciò come “Drums”. Non convinto di questa versione, riarrangia il pezzo aggiungendo qualche strumento e sostituendo la parte vocale con un sax. Questa versione, rilasciata come “Drums a gogo” ottiene un successo ancora più grande di “Tijuana Surf”. La canzone fu coverizzata da Sandy Nelson (spesso gli si attribuisce erroneamente la versione originale), batterista che lavorò a stretto contatto con Kim Fowley.

Discografia:
Esistono vari bootleg dei lavori di Frank Zappa e Paul Buff :
Cucamonga Years - The Early Works Of Frank Zappa 1962-1964
Sono registrazioni di canzoni scritte o prodotte da Frank durante gli anni passati nella Pal Recordings Studios di Cucamonga.
Paul Buff presents the PAL and Original Sound studio archives
Serie di 20 volumi che raccoglie tutta la produzione della Pal dal 1959 al 1964.
The Hollywood Persuaders – Drums a go go
L'album è stato rimasterizzato nel 2007 per conto della Air Mail Archive. Da quest'anno è possibile trovare online le versioni originali dell'album.

CRIZIA GIANSALVO


http://www.zappa-analysis.com/studio.htm
http://www.discogs.com/artist/Paul+Buff

venerdì 13 agosto 2010

THREE RECORDS FOR SUMMER! (Right Nows, Poppees, Sorrows) by Crizia Giansalvo

Questo articolo segna l'inizio di una nuova collaborazione per Music Box, quella di Crizia Giansalvo. Crizia ci consiglia per questa estate ormai bollente tre dischi che faranno la gioia di qualsiasi appassionato di garage e di rock con riferimento agli anni '60 e '70.
Enjoy !!!


Prendete queste righe semplicemente come suggerimenti per rinfrescare le menti in queste torride giornate di agosto.
Che la Spagna sia il motore garage europeo degli ultimi anni è ormai una certezza. Los Immediatos, Wau y Los Arggghs, Hollywoood Sinners, Phantom Planet sono solo alcuni dei gruppi che dalla penisola iberica si sono fatti spazio a furia di suoni fuzz, beat, riverberi e urla primitive. Per il 2010 questa tendenza non sembra arrestarsi, ed a inizio anno è stato dato alle stampe un mini-lp co-editato dalla SunnyDay Records e la Action Weekend Records che vi darà un valido motivo per confermare la mia tesi .
Il gruppo in questione sono The Right Nows, un trio di Cedeira, Galizia, che con questo album, otto canzoni tra cui una cover dei Cinecyde Tough Girls, esplorano la storia del suono garage. Ben impiantati in quel che fu il garage negli anni '80, non mancano di influenze punk, psichedeliche e quel sapore pop tipicamente 60s. Insomma, immaginate una jam session tra Cynics e Stooges e capirete di cosa parlo.
La canzone trainante dell'album, Faces, con la sua malinconica armonica,è un piacevole viaggio in una bolla che sembra catapultata direttamente da una nostalgica Swingin London. Se non è ancora abbastanza, i tre hanno suonato nell'edizione 2009 del Primitive Festival. Più garanzia di così!

Per chi è rimasto intrappolato nella New York di fine anni '70, consiglio un'antologia gioiello, Pop goes the anthology dei Poppees. La carriera dei Poppees fu breve, ma lasciò un segno indelebile per la scena new wave della già citata New York, marcando quel suono che andrà sotto la voce di Power Pop. In questa antologia curata dalla Bomp!Records (un'etichetta basilare per chiunque si professi cultore della musica) oltre ai singoli Jealousy, con i suoi irresistibile coretti pop, prodotta da Cyril Jordan (Flamin Groovies dice qualcosa?) e If she cries, troverete versioni demo e live, tra cui una fantastica realizzata in un certo locale dal nome CBGB's. Una nota di merito anche per il b-side del singolo Jealousy, una trascinante cover di She's Got It di Little Richard.

Per tutti i nostalgici di quel periodo italiano dove sorridere non era un'illusione (è esistita davvero un'Italia così?) consiglio di rispolverare il disco dei Sorrows. Gruppo freakbeat inglese nato dalla mente di quel Don Fardon che, una volta lasciato il gruppo, avrà una carriera solista segnata dal successo della cover di John D. Loudermilk Indian's reservations e di Belfast Boy, omaggio al calciatore George Best. Ma, tornando ai Sorrows, la band approda nel nostro paese dove otterrà un discreto successo, recitando anche in un paio di film tra il 1966 e il 1967, uno su tutti I Ragazzi del Bandiera Gialla di Mariano Laurenti, dove si esibirono cantando in italiano uno dei loro successi, No No No No.
Proprio in Italia avverrà un cambio di formazione della band, entrando Alan Paul Fryers, già conosciuto da noi come componente dei Beau Brummels and his Noble Men, e Chris Smith. Il suono dei Sorrows era martellante, aggressivo, con un forte retrogusto di r'n'b. Una ristampa del loro primo Lp, Take a Heart (Sequel Records-1991), è disponibile : con una tracklist di ben 42 canzoni, tra cui molte bonus track delle loro canzoni incise in italiano e tedesco, avrete nelle vostre mani un gioiellino della British Invasion. Fra tutte, segnalo la splendida Take a heart, canzone che dà il titolo all'album, un disperato e sofferto grido di amore che inizia incalzando, quasi paranoico, per poi esplodere in tutta la sua potenza. Fu incisa dai Sorrows anche in italiano con il titolo Mi si spezza il cuor.
Notevole anche la fantastica cover di Joe Turner Teenage Letter, interpretata anche magistralmente dai nostri Rippers.
Mersey Pop e Rock'n'roll, il miglior cocktail contro l'afa estiva!

CRIZIA GIANSALVO

http://www.myspace.com/actionweekend
http://www.myspace.com/poppeesboyfriends
http://www.lastfm.it/music/The+Sorrows

giovedì 12 agosto 2010

THE MORLOCKS: PLAY CHESS (2010-Popantipop) by Wally Boffoli


L’alone di leggenda che avvolge Leighton Koizumi negli ultimi anni soprattutto in Italia presso i fedelissimi garage aficionados proviene dalle sue epiche gesta nelle bands di cui fu front-man oltraggioso: The Morlocks negli anni ’80 ed ancora prima Gravedigger Five.
Gli anni ’90 seguirono con la pubblicazione di due albums sempre sotto la sigla Morlocks, Wake me when i’m dead dal vivo ed Uglier than you’ll never be, fino a che si perdono le sue tracce e viene dato addirittura per morto per overdose.
Così riportano le cronache rock così come riportano che Koizumi riappare con la diabolicità di un non-morto proprio in Italia a nuovo millennio iniziato, dopo un’intensa attività live negli States.
In Italia nel 2004 incide per l’Ammonia Rec. When the night falls, un disco che è davvero un pugno nello stomaco, tredici covers classiche pescate nel repertorio garage e del rock dell’oltraggio più fragoroso e violento, con i bravissimi Tito & the Brainsuckers come backing band.
A When the night falls segue nel 2008 Easy listening for the underachiever in cui Leighton finalmente rispolvera la ditta Morlocks più che degnamente e con rinnovata energia garage-punk.
Un'ennesima sorpresa il nuovo progetto di Leighton & Morlocks, PLAY CHESS, col quale il nostro pare voler riacquistare una nuova verginità espressiva, tentando (paradossalmente) un bagno rigeneratore nelle acque melmose di un blues chicagoano vecchio cinquant’anni e più.
I Chess studios sono gli studi che hanno visto sfilare ed incidere le figure mitiche di Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Willie Dixon, Chuck Berry, Bo Diddley; sono loro i brani che Koizumi rivisita e lo fa alla grande: subito la scarica elettrica di I’m a man, madida di cambi di tempo ed accelerazioni in perfetto Yardbirds-style; la promessa fatta di inebriante furore garage viene mantenuta in Help me che inizia alla grande con il riff di My Generation (sì, proprio lei), ma soprattutto in Killing Floor che appare davvero trasfigurata…in meglio.
L’inconfondibile arrocchito timbro da lupo mannaro di Leighton ci serve una versione corrotta di Smokestack Lightning, grande e perverso brano di Howlin’ Wolf, colui che ha influenzato maggiormente Koizumi .
Questi quattro brani iniziali sono la porzione più riuscita ed intensa di Play Chess, con Leighton a soffiare nella sua harmonica: le altre covers vivono un po’ di rendita, rannicchiandosi in arrangiamenti a volte scolastici, soprattutto quando si tocca il rock&roll di You never can tell e Back in the U.S.A.(Chuck Berry).
Si torna per fortuna a vibrare di suoni stordenti e malati in Feel so bad, uno dei vertici del disco, con Leighton che conferma come sa essere ancora splendidamente oltraggioso.
Come non rimanere, infine, intrappolati nell’allettante ramonish surf di Promised land?
Un’operazione tutto sommato riuscita, che riesce a dare smalto alla statura di artista di Koizumi: dodici brani che nel migliore dei casi ti azzoppano le sinapsi, nel peggiore divertono, annoiare….mai!
Per concludere vi linko qui sotto l'ultimo singolo dei Morlocks uscito lo scorso anno (grazie Cosimo...), la magnifica e Iggyana (sia per l'interpretazione che per il riff chitarristico) I don't do funerals anymore (new single).

PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI


http://www.facebook.com/l/e05d2;www.youtube.com/watch?v=aV65njH7WTY
http://www.myspace.com/themorlocks
http://www.facebook.com/group.php?gid=65116546317

sabato 7 agosto 2010

OS MUTANTES Live 14 / 07/ 2010 by Rosalba Guastella



Ma chi sono gli OS MUTANTES???

Nessuno lo sa, neanche quelli che pensavo se ne intendessero di psichedelica ed in questo caso brasiliana del movimento psichedelico tropicalista degli anni ‘70 !!!!
Grazie a DEVENDRA BANHART questa sera il 14 Luglio 2010 saranno nuovamente sul palco a presentare il nuovo disco…….
La location e’ il festival di Villa Arconati a Bollate, Milano all’interno di un meraviglioso piccolo parco, di quelli dove passeggiavano una volta le principesse e che ancora oggi ne conserva l’atmosfera fiabesca.
La manifestazione ormai da diversi anni offre al pubblico sofisticate e ricercate esibizioni di gruppi e artisti degni di tale nome.
Ma torniamo agli OS MUTANTES dunque sono sette sul palco, sei uomini e una donna due chitarre un basso una batteria due tastiere e una corista.
Il leader ancora capellone ma con stile……canta e suona la chitarra. Tutti cantano e tutti indossano il mantello…non ho mai visto tanti mantelli, a parte il tastierista che indossa una t-shirt con il teschio in tecnicolor.
Questo look con kafkani orientali e mantelli non so perche’ mi fanno pensare a Elio le storie tese!!!! Forse perche’ le atmosfere sonore vanno dalle spagnoleggianti alle piu’ festose, dal rock sognante alle covers di Caetano Veloso un po’ come gli ultimi live di Elio…
Le canzoni sono piene- piene- piene, un super pieno liquido e sudato, scrosciante di emozioni e sembra che si siano fatti tutti una pinta di allegria e d’euforia, una specie di effetto narghile’ di musica da cui aspirare tutti assieme gioiosi.
Il chitarrista figo continua a cambiare le chitarre, lei fa meravigliosi gorgheggi con la voce, il cantante ha una voce indescrivibilmente bella ed arriva l’assolo di batteria; il bassista e i due tastieristi, anche se uno ha il kafkano e l’altro il teschio, si miscelano perfettamente.
Pensavo che portassero i sandali, invece ai piedi solo all star di pelle nera…
Ah dimenticavo…io l’ho capito chi sono gli Os Mutantes…ma non ve lo dico!!!

ROSALBA GUASTELLA

venerdì 6 agosto 2010

DISCHI STORICI (2) by Gianluca Merlin: DRISCOLL AUGER & TRINITY: Streetnoise -- F. CONVENTION: Liege And Lief - M: BLUES: In search of the Lost Chord

Tre dischi usciti nel cruciale biennio 1968/1969, innovativi ognuno per motivi diversi.
Queste sobrie mini-recensioni di Gianluca Merlin sono chiaramente solo il trampolino per un approfondimento estetico e critico di dischi che hanno lasciato un solco profondo nella storia della musica rock e pop della seconda metà del '900.
(P.W.B.)




JULIE DRISCOLL BRIAN AUGER & THE TRINITY : STREETNOISE (1969/Marmalade))
L'hammondista inglese per eccellenza (rigorosamente senza cassa Lesile) e la voce inglese più soul che ci sia assieme ad una band che mescola jazz, Rythm and blues e un groove stratosferico...c'è spazio comunque anche per la musica pop e per certe digressioni floreali che vi culleranno in un placido sonno positivo.
Da segnalare Czechoslovakia, dedicato alla rivolta di quel paese repressa dai carri armati sovietici, una versione molto cool di Light my fire e un brano cantato da Dave Ambrose, il bassista, intitolato in Search of the sun misticheggiante ed ispiratissimo...per emozioni musicali senza età e senza tempo.





FAIRPORT CONVENTION:LIEGE AND LIEF (Island/1969)
Dopo i primi anni di formazione e alcuni cambi di line up i Fairport arrivano con il loro terzo lavoro al grande successo. Disco nato in un momento di grande difficoltà dopo la morte del batterista Martin Lamble per incidente stradale, la band si chiude in un'antica magione con il nuovo entrato Dave Mattacks e ne esce con un meraviglioso ed equilibrato disco in cui a farla da padrone sono le versioni elettrificate di molti traditionals folk inglesi e alcuni pezzi scritti dalla band.
A completare il tutto, l'elettrificazione del violino di Dave Swarbrick che aggiunge una novità prima impensabile per i puristi. Ecco allora che i Jig antichi si trasformano in nuove sonorità elettriche danzanti portando nel rock un sapore agreste che da tempo premeva per uscire dall'anonimato. Meravigliosa Sandy Denny nel canto, eterea come sempre, mentra alle chitarre Simon Nicol e Richard Thompson disegnano giri di chitarra perfetti.
Ashley Hutchings al basso fa da direttore d'orchestra.
Tanto per fare nomi di brani capolavoro: Come all Ye, Matty Groves (uno dei classici nel repertorio live della band) , l'eterea The Deserter e la incalzante bonus track di Sir patrick spens. Copertina in linea con la voglia di Good old England del genere folk. Tanta creatività e genio fece in modo che simili caratterialtà finissero col frizionare tra loro, e alla fine abbandonarono la Denny (temporaneamente) e Ashley Hutchings, destinato a fondare altre 2 band storiche del panorama folk inglese. Un momento breve ma intenso dunque, che però brilla ancora e lo farà per sempre.


THE MOODY BLUES:IN SEARCH OF THE LOST CHORD(1968/Deram))
Secondo capitolo della saga sinfonico progressiva dei Moodies dopo il successo del precedente disco. Qui la band inizia a dare vita a canzoni con più mellotron e meno orchestra. Strutturato in forma concept, ha al suo interno gemme straordinarie come Ride my See Saw, House of four doors, Voices in the sky e Dr Livingstone I presume. Un viaggio tra sinfonia rock e psichedelia , riferimenti a Timothy Leary e al misticismo indiano. Se il primo disco prog era un connubio band/orchestra questo è molto più personale e pensato. Imperdibile.

GIANLUCA MERLIN

mercoledì 4 agosto 2010

Incontro con PATTI SMITH: MTV Days Italia, Torino, 26 Giugno 2010 by Rosalba Guastella


PATTI SMITH ormai é di casa in Italia: l'ultima sua incursione é stata a Torino il 26 Giugno dove nel corso degli MTV Days Italia ha incontrato ben pochi intimi, veri fans ed ha parlato del suo ultimo libro.
Quello che segue é il succinto ma emozionato racconto di una vera fan, Rosalba 'Fairytale' Guastella, collaboratrice del noto gruppo torinese No Strange (P.W.B.)


Eccomi qui fila con un sacco di gente, il sole che spacca: il luogo é il circolo dei lettori in via Bogino a Torino; ad un certo punto arriva una tipa che dice: ’...é inutile, non entra più nessuno’.
Panico generale, tanta gente molla e se ne va.
Ecco la tipa di prima: ‘..ancora 20 e basta!’, sono la diciannovesima.
Ma per stare nella stanza delle torture? E Patti Smith vederla sullo schermo? Nooooo: mi catapulto dentro l’altra stanza spacciandomi per una fotografa!
Ah, finalmente eccola Patti e poi…
Lei parla, parla…: racconta del Chelsea Hotel, di Jimi, Janis, Keith e del suo amico Robert .
Parla dei suoi figli, del suo essere diventata una rockstar senza averlo voluto, e poi canta e suona, canta insieme a noi e sorride.
Esegue tre canzoni: Beneath the Southern Cross, People Have the Power e Because the Night ; People Have the Power la canta a cappella e soprattutto imita il solo di Lenny con la voce.
L'intervista fatta da Bill Flanagan è stata basata sull'uscita dell'ultimo libro JUST KIDS dedicato alla sua storica amicizia con il famoso fotografo Robert Mappelthorpe.
Poi lei saluta e se ne va: io resto lì ed il mio amico, il Gallina, riprende tutto.
Tutti se ne vanno ma noi no; l’aspettiamo, bevo dell’acqua dal suo bicchiere: sono proprio lì sul palco dove c’era lei, dove ha cantato e parlato per noi...l’aspetto!
Ecco che esce fuori, mi fa degli autografi e si fa delle foto con noi…sono estasiata!
Che bella la Patti con le trecce…ora me le faccio anch’io.
Che bello le trecce!

ROSALBA GUASTELLA
Foto di Chick Click

http://www.pattismith.net/
http://extra.mtv.it/musica/mtvdays/

giovedì 29 luglio 2010

KINGS OF CONVENIENCE Live /Venaria Real Music: Venaria Reale – Torino, 23 luglio 2010 by Claudio Decastelli


Il luogo comune piu' diffuso, sta sottoterra. Ho proprio tirato in ballo un luogo comune la mattina del concerto, dicendo che le musiche dei Kings of Convenience si sarebbero adattate bene a una giornata piovigginosa di tempo 'atlantico' tipica della francese Bretagna (tempo arrivato su Torino la sera prima con al seguito lo strascico di nuvole veloci). Luogo comune sotterrato dal pomeriggio ventoso, che scoprendo il cielo aveva portato una serata limpidissima e fresca anche nell'area del concerto, sul cui palco Eirik Glambek Bøe ed Erlend Øye sono saliti 10 minuti prima dell'inizio previsto (suscitando sorpresa tra il pubblico, solo in parte già sistemato nelle sedie).
E' un luogo comune anche che i nordici siano freddi emotivamente, perché i Kings erano saliti per invece presentare scherzosamente la band di supporto, Ophelia Hope, quartetto guidato dalla voce della loro concittadina Ingrid Ophelia e completato da chitarra acustica, basso e batteria provenienti da parti diverse del mondo, tra cui l'Italia (il bassista Davide Bertolini). Un set di mezz'ora il loro, con suoni limpidi e canzoni delicate, incorniciate da xilofono e tastiere tintinnanti, intonato con l'atmosfera lieve della serata.
Il luogo comune dei nordici abituati alle basse temperature viene sotterrato invece quando a inizio concerto Eirik, il bruno dei due, si presenta con addosso un giubbotto (in Italia, a luglio!) e quando dopo qualche minuto lo cede poi al compagno, che si lamenta pubblicamente per freddo alle mani e non solo. Freddo che evidentemente Erlend sente di più, impegnato com'è a lavorare di fino con le dita sugli arpeggi minimalisti delle corde in metallo, che l'amplificazione pulita fa poi galleggiare esaltando i complessi intrecci con la ritmica precisa, continua e percussiva di quelle in nylon dell'altra chitarra, colpita da Eirik medesimo con regolarità e forza tali da riscaldargli, evidentemente a sufficienza, le mani e il resto.
Eseguite con basi strumentali piu' rarefatte e scarne di quelle delle versioni registrate, Love is no big truth, Cayman Islands, I Don't know what can, I save you from, tra le altre, fanno risaltare maggiormente il tono discreto delle voci, le strutture armoniche elaborate degli accompagnamenti e, in fin dei conti, l'aspetto evocativo (noioso, direbbe qualcuno) del repertorio dei KoC. Un inizio di concerto cauto, seguito pero' dopo non molto da primi segnali di calore per il tramite di battute e inviti al pubblico ad avvicinarsi, prima solo emotivamente (“schioccate le dita, non battete le mani, è più' elegante”), poi con tutto il resto: così dopo una Sing to me softly al piano, i Kings of Convenience chiedono se ci sia qualcuno che vuole andare sotto il palco, ottenendo il risultato di svuotare le sedie del pubblico più distante e decretare la fine del concerto da seduti di quello delle prime file. Ma meglio così.

Dopo una Mrs. Cold che in versione 'severa' guadagna, Erlend e Eirik, arrivati a meta' serata, fanno entrare “la band che suona con noi”: Davide Bertolini al contrabbasso (produttore artistico dei loro dischi e amico, oltreché bassista degli Ophelia Hope) e Tobias Helt alla viola, responsabile dei riff e dei pizzicati che fanno riconoscere al volo i loro pezzi piu' famosi.
Da quel momento si animano palco e platea: il contrabbasso pulsa deciso rinforzando la ritmica di Eirik (diventata piu' percussiva), Erlend arpeggia più energicamente o anche lui rafforza ritmicamente con chitarra e pianoforte (oppure si dimena e balla, sobillando il pubblico), la viola infila temi, contrappunti alle voci e anche assoli. Risultato e' che Stay out of trouble finisce, appunto, con un suo lungo solo, Misread diventa scarno rock acustico sincopato e senza batteria, Me in you si quieta solo nell'intervallo a base di schiocchi di dita collettivi.
Toxic girl, un po' più rilassata del solito, prelude sia a una versione lunga di Boat behind, con assoli di viola e contrabbasso, sia all'ingresso del batterista degli Ophelia Hope per una vivace I'd rather dance with you, dove Erlend si dedica alla danza dinoccolata del video che ha vinto gli MTV Awards nel 2004.
Come nella prima parte dell'esibizione, anche nella seconda, pur con un segno opposto, il gruppo (sempre di questo si tratta) presenta i propri pezzi in una veste meno pop e autocompiacente, un po’ diversa da quella che tutti già conoscono. Forse per il gusto che provano i musicisti nel non suonare sempre allo stesso modo, forse rendendosi conto che ad anni di distanza dalla loro scrittura, eseguirli uguali significherebbe negare anche solo un minimo di evoluzione nel gusto, nella tecnica e nella prospettiva musicale. Evoluzione che invece in qualche modo viene fuori nell’ultimo cd, dove sono un po’ meno le occasioni di ascolto facile e in cui compaiono nuove soluzioni, a volte magari non del tutto convincenti ma che provano a superare gli schemi più accattivanti tipici del passato.
I bis che seguono, in duo (Homesick, Know how) più un terzo dall'ultimo cd con la band, non aggiungono altro. Ma aiutano a confermare nell'opinione, come il resto del concerto, che il luogo comune più diffuso stia davvero sottoterra: non e' detto che i nordici siano freddi di carattere o che qui in Italia abbiano per forza caldo. E neppure che i Kings of Convenience siano noiosi o che la loro musica sia da associare a una giornata piovigginosa, di Bretagna o torinese.



Fotografie  e live report di  Claudio Decastelli

martedì 27 luglio 2010

EL BASTARDO, THE OUTLAW PICKER by Claudio Decastelli


A voi un piccolo squarcio dell' 'altra' scena musicale torinese firmato da un nuovo collaboratore di Music Box, Claudio Decastelli


El Bastardo parte dalla scena underground torinese, prima con vari gruppi rumorosi e poi, a fine anni '90, a bordo di una band dal rock'n'roll pesante chiamata Bad Dog Boogie: che fonda e con cui gira Italia ed Europa, incidendo anche tre album e partecipando a vari altri.
Ma El Bastardo non suona solo chitarre elettriche distorte:
la passione per la musica della tradizione americana, blues e country, per gente che ne ha fatto la storia come Robert Johnson e Johnny Cash, lo porta a mettere mano ad armonica, mandolino, chitarre resofoniche (quelle con cassa di metallo) e acustiche. Così dal 2005 diventa Outlaw Picker, suonatore fuorilegge e viaggia in patria e all'estero proponendo con quegli strumenti, in solitudine, un repertorio a base di bluegrass, country-blues e indie folk.
Assieme a qualche ospite incide gli album 6 Inches Blues(2005) e Bleeding strings(2007) nei quali, tra tradizione rivisitata con l'approccio del rocker e pezzi rock trasformati in musiche della tradizione, spunta sempre almeno una sua canzone.
Le sue composizioni negli anni continuano a prendere forma, così nel nuovo album One Hammer For You (da poco uscito in digitale su iTunes e altri negozi online) gli originali sono 7 dei 10 brani incisi in perfetta solitudine con uno stile più intimista del solito.
“Non è facile - spiega El Bastardo - decidere di mettere la faccia davanti a delle persone, da soli, sapendo che non ci saranno distorsioni o batterie a coprire gli sbagli. Sei lì con una chitarra acustica in mano e se fai un errore se ne accorgono tutti”.
Come a dire, il bello del viaggio è anche rischiare la foratura.

CLAUDIO DECASTELLI

tratto dalla rivista Cronica Regia (Venaria Reale, Torino)
http://www.cronicaregia.it/
su Facebook: CRONICA REGIA FAN CLUB

Cult Records / COLD SUN : Dark Shadows by Paolo Casiraghi


Istruzioni per l’uso :
trovate una copia su Cd (su vinile non se parla), portatevelo in viaggio in uno qualsiasi dei deserti esistenti al mondo, mettetevi le cuffie, fumate, bevete o prendete qualche droga a vostro piacere , sdraiatevi e ascoltate, ascoltate, ascoltate....al secondo ascolto vi troverete catapultati in un mondo parallelo....
Tra i piu’ grandi gruppi psichedelici texani in assoluto con i 13th Floor Elevators e i Golden Dawn, i COLD SUN furono indescrivibili magici sciamani guidati dal carisma di Bill Miller all’electric autoharp, in seguito collaboratore di Roky Erickson nel progetto Roky’s Aliens.
Le registrazioni risalgono al 1970/1971: purtroppo l’album non fu mai rilasciato ufficialmente, venne inciso un acetato su etichetta Sonobeat nel 1973 da un membro del gruppo in una sola copia per non perdere il materiale composto e poi finalmente ristampato dall’etichetta Rockadelic nel 1990 in 300 copie.
DARK SHADOWS e’ quanto di piu’ vicino a un vero trip allucinogeno, senza nessuna influenza folk, blues o garage, solo pura psichedelica; raggiunge il cuore dell’ esperienza lisergica come poche altre band hanno saputo fare.
Canzoni come Ra-ma, Twisted flower e South Texas nella loro semplicita’ scorrono lineari evitando le lunghe, spesso noiose jams che hanno caratterizzato numerose bands come i Grateful Dead e i Quicksilver Messenger Service.
Ottimo uso di armonica e autoharp cosi’ come le acide e distorte chitarre, mai troppo pesanti, incisiva la voce, stonatissimi ma mai pretenziosi i testi.
Disco invecchiato benissimo, merito sicuramente di una band molto giovane con parecchie idee innovative; stupisce ancora il fatto che non siano riusciti a pubblicare un album del genere nonostante l’eccelsa qualita’ del materiale.
In definitiva un disco di culto, destinato a rimanere un prodotto di ‘nicchia’: i piu’ avventurosi scopriranno sicuramente qualcosa di misterioso, intrigante, unico, un esperienza da leggere sia a livello mentale che musicale.
Un raro gioiello dell’underground americano, un capolavoro assoluto.

PAOLO CASIRAGHI
http://www.youtube.com/watch?v=X146Yqprlf4
http://psychedelic-rocknroll.blogspot.com/2009/01/cold-sun-dark-shadows-late-texas-60s.html

venerdì 23 luglio 2010

VESTITO PER AMARE ---IL NUOVO DISCO TRIBUTO A LEONARD COHEN by Ruben Book


Mentre l’antico bardo canadese – poeta dei poeti, come riconosciuto anche da sua Bobbità Dylan – gira il mondo col suo raffinatissimo show nel tentativo di lasciare un segno nel tempo (ma le sue canzoni lo hanno già fatto abbondantemente) e di rimpinguare le sue casse, svuotate dal suo ex manager (mai delitto fu più propizio all’arte: senza questa prosaica motivazione difficilmente l’autore di Suzanne si sarebbe messo on the road alla sua veneranda età…), viene dato alle stampe, per la produzione di Flavio Poltronieri, già curatore di altri due volumi tributo al cantautore – “Com(m)e trad(u)ire Leonard Cohen” (2004) insieme a Stefano Orlandi e “Nudo in ombra” (2006)- il terzo omaggio della serie.
“Vestito per amare” il titolo, che rimanda a temi consueti della poetica di Leonard Cohen.
Sensi e sentimenti dominano le tracce contenute in questa raccolta, brani più o meno noti del canzoniere coheniano proposti nelle versioni poetiche in lingua italiana dello stesso Flavio Poltronieri e del cantautore veronese Marco Ongaro.
Lunga la lista degli artisti che si sono cimentati nell’opera di togliere dalle versioni originali delle canzoni gli arrangiamenti d’epoca per dare nuova linfa a queste preziose composizioni.
Doveroso elencarli tutti: i veronesi Marco Ongaro, D Quartet, Alumediluna, Stefano Orlandi, Laura Facci e Ruben, già presenti nella precedente raccolta insieme al romano Massimiliano D’Ambrosio, a cui su indicazione dello stesso Ruben si sono aggiunti in questo nuovo lavoro i concittadini Fabio Fiocco, John Mario, Veronica Marchi, il torinese Massimo Lajolo con le sue Onde Medie, il bresciano Giovanni Peli, il romano Alessandro Hellmann, il fiorentino Tenedle (al secolo Dimitri Niccolai), lo spezzino Renzo Cozzani, nonché le genovesi Neve Su Di Lei (Marcella Garuzzo) e Valentina Amandolese.
Chi ha interpretato cosa? Lasciamo a voi la sorpresa e il piacere di scoprirlo, contattando Flavio Poltronieri (flavio.poltronieri@libero.it / Cell. 340 6824552).
Il cd verrà presentato ai primi di agosto alla convention biennale dei fan di Cohen, che si tiene quest’anno a Cracovia.
Voci di corridoio ci giungono che il lavoro è particolarmente piaciuto agli organizzatori, che già reclamano un nuovo volume per il 2012. Poltronieri è al lavoro, perché la passione per l’artista canadese coltivata in tanti anni di studi è fuoco che non accenna a morire.

RUBEN BOOK
http://www.facebook.com/profile.php?id=1096404579&ref=ts
http://www.leonardcohen.com/

mercoledì 21 luglio 2010

STATUTO / THE SPECIALS 'Live' TRAFFIC FESTIVAL.Reggia di Venaria (TORINO) 15/07/2010 by ORNELLA OLIVIERI - Foto di SARA MARZULLO


Dopo il misurato ed analitico articolo di Claudio Decastelli sul live di Paul Weller del 15/07/10 a Torino é la volta di un pezzo-fiume stilato da una mia conterranea trapiantata a Siena per ragioni di studio, Ornella Olivieri, sulle altre due bands esibitesi al Traffic Festival il 15 sera all'insegna di una strepitosa e trionfale mod-connection, i torinesi STATUTO ed i decani dello ska-revival anglosassone di trent'anni fa, gli immarcescibili SPECIALS.
Sottolineo subito che di tutt'altra pasta da quello di Claudio é l'articolo di Ornella: a spadroneggiare i toni accesi e acritici del racconto'live' di una girl-fan sfegatata che vive attimo per attimo l'evento, speziato serialmente da flash esistenziali al passato e fratturato tra esso e le vibrazioni violente dell'adesso 'live'.
Siete in compagnia di una birra fresca accanto al pc? Ok...si può cominciare (P.Wally B.)




Continuano a venirmi in mente le parole di una famosa canzone degli STATUTO ogni volta che ripenso a questa tre giorni torinese che ha portato me e la mia socia a morire di caldo, mangiare piade mattina e sera, dormire due ore a notte quando andava bene, fritte in lenzuola di flanella, e soprattutto passare una delle più belle serate della mia vita 'so far':
che bravi siamo!
e ci gasiamo!
e ci vantiamo sempre di più!

Chiaramente dovevo immaginarmelo subito che sarebbe andato tutto bene quando alle nove del mattino aspettavo il mio treno in stazione a Siena e un distinto signore inglese mi si è avvicinando scusandosi molto e chiedendomi “Are you a West Ham supporter?”. “Indeed I am, Sir!”. No, non era un indovino, avevo su la maglietta à la Morrissey del West Ham Boys Club, tuttavia questo incontro di prima mattina m’è suonato strano e propiziatorio. La nostra conversazione di cinque minuti si è conclusa con un suo “God bless West Ham!” - dai, andiamo, incontrare un vecchio fan del West Ham in stazione a Siena alle nove del mattino é quantomeno strano.

STATUTO

Arriviamo a Torino dopo quasi sei ore mortali di treno, tuttavia nel giro di poco siamo a Venaria a cantare PIEEERA NON SEI SINCERA DA QUESTA SERA NON TI AMO PIU’! Oggettivamente la serata del 15 luglio è stata qualcosa di molto vicino al coronamento di un sogno di lunga data per quanto mi riguarda, ad ogni modo tutto è stato possibilmente superiore alle mie aspettative: arrivare a Venaria, con la splendida Reggia e lo striscione granata con su scritto MODS - Piazza Statuto mi ha scaldato il cuore. Purtroppo il rinomato ritardo tipico degli Inter City ha fatto sì che perdessimo la prima parte del live dei mods torinesi STATUTO, tuttavia la chiosa con Abbiamo Vinto Il Festival Di Sanremo ci ha fatto cantare a squarciagola e ci ha scaldato tantissimo in vista del Modfather PAUL WELLER e degli SPECIALS.
Una volta finito il set di Paul Weller il nostro hype nei confronti del proseguimento della serata era alle stelle, tuttavia mi riusciva seriamente difficile immaginare qualcosa di più superlativo della tiratissima versione di Shout To The Top, splendido tributo ai suoi Style Council. Tuttavia il discorso in merito agli Specials è diverso: gli Specials sono uno dei mie gruppi preferiti storicamente parlando. Li battono solo i Clash nella mia classifica del cuore .
Questo per dire: immaginate per un secondo cosa ho avuto in cuore per tutto il giorno. Quando ho iniziato ad ascoltare gli Specials ero sicura che mai avrei avuto la possibilità di vederli dal vivo su di un palco : questo pensavo quando adolescente studiavo al liceo e nel mio integralismo non ascoltavo niente che fosse uscito dopo il 1987. Per gli Specials era poi particolarmente doloroso. Per anni mi sono nutrita di tutto quanto prodotto dalla persona di Terry Hall, per anni ho ballato in qualsiasi posto le loro canzoni, dalla doccia alle selezioni musicali che seguono i concerti nel circondario, anni di Chelsea Cut e Ben Sherman e bretelle che a fine serata ti cadono giù per i pantaloni e non hai intenzione di rialzare.
Perché poi quando qualcuno mette su Nite Klub l’impulso irrefrenabile è quello di saltare in piedi e iniziare a folleggiare con skinhead moonstomp e gridare ' ...I WON’T DANCE IN A CLUB LIKE THIS COS ALL THE GIRLS ARE SLAGS AND THE BEER TASTES JUST LIKE PISS'. Quante volte l’ho pensato in un milione di serate buttate a Siena, cercando di uccidere la noia tipica che si impadronisce di noi abitanti (per caso) di questa ridente città?
Insomma, per tagliare corto, ero totalmente fuori di testa.

THE SPECIALS
Per montare il palco c’è voluta un’ora o giù di lì, ma quando hanno fatto cadere il back drop che emozione: il bellissimo Sir Horace Gentleman (mio idolo personale del gruppo dalla lettura del pregevole Ska'd For Life) e Roddy continuavano a ridacchiare al lato del palco e a guardare sorridendo il pubblico che a turno li indicava; noi intanto scambiavamo pareri sul concerto di Paul Weller con le generazioni diverse lì presenti, tra sorrisi d’approvazione, grin grin, wink wink, nudge nudge, say no more?
Infine il momento è arrivato: non ero così follemente felice da quando tre anni fa Paul Simonon in persona è salito sul palco alla Torre di Londra per il concerto con i The Good The Bad & The Queen di Damon Albarn. Se incontri Buddha per strada, sapete come si dice: mettetevi a ballare un po’ di sana skinhead moonstomp insieme e poi andate in un bar per una pint of beer.
In questo caso il mio personale Buddha è salito sul palco sulle note di 54-46 Was My Number di Toots & The Maytals (cazzo sì!) e ha subito attaccato a cantare ' All you punks and all you teds/National Front and natty dreads/Mods, rockers, hippies and skinheads/Keep on fighting ‘til you’re dead'; io ero talmente su di giri da non riuscire a chiudere più la bocca per lo stupore: avevamo fatto il toto scommessa sull’intro, io avevo votato Gangsters. Ma Do The Dog, dico DO THE DOG non me l’aspettavo. Perché è stata la prima canzone degli Specials che io abbia mai ascoltato, quindi continuavo a pensare “CAZZO” in loop.
E abbiamo iniziato a ballare come matte per davvero, a ridere e a pensare che '...oh! Avranno pure tutti tra i cinquanta e i sessant’anni ma spaccano il culo per davvero.
Sì, c’era il vuoto lì in fondo, dalla parte opposta alla nostra, alle tastiere. In realtà c’era un clone di Jerry Dammers aged 25 che si muoveva nella stessa maniera, che alla lunga ti indispettiva un po', pur essendo un validissimo tastierista and stuff.
Ok...apriamo questa parentesi sull’assenza di Jerry Dammers, così da toglierci il pensiero. Ci sono due scuole di pensiero nel mio cervello: A. E' una roba ignobile. Seriamente. Era il SUO gruppo con le SUE canzoni scritte da LUI. Fossi stata in lui li avrei ammazzati, fatti a pezzi e sciolti nell’acido.Gli Specials erano un'idea di Jerry Dammers, una sua visione, un suo progetto. Chi siete voi senza Jerry Dammers? B. STICA. Miglior concerto di sempre, Jerry Dammers o meno; è una reunion commemorativa, non devono scrivere canzoni nuove perché probabilmente senza di lui non ne sarebbero capaci, ma di suonare e cantare minchia se lo sanno fare.
Quindi archiviamo per sempre la questione 'Sì sei andata al concerto degli Specials ma mancava il pezzo migliore' senza poi dimenticare di sottolineare come Neville abbia provveduto a dedicargli una canzone, Little Bitch.
Scaletta superlativa e obbligata (certo c’erano le grandi assenti tipo Rude Boys Outta Jail, sebbene sia stata fortemente richiesta dal pubblico, Long Shot Kick De Bucket e soprattutto Ghost Town, la cui mancanza è stata particolarmente sentita da queste parti), ritmi serratissimi. Nonostante la stanchezza e la mancanza d'acqua non mi sono mai sentita meglio, trasudavo adrenalina.
La costante di tutta la serata è stato l’amore per quella musica e quel tipo di scena, almeno tre generazioni che cantavano fianco a fianco con le lacrime agli occhi per la commozione, nessuno che si sentiva più figo degli altri, tutti stretti in un abbraccio collettivo con Statuto, Paul Weller e Specials.
Dopo esser stata ad un discreto numero di concerti e festival in giro per Italia ed Europa, dopo aver avuto negli ultimi anni varie esperienze posso affermare che la scena più friendly che io abbia mai incontrato sulla la mia strada è senza dubbio quella mod e quella skinhead. Torino è una città strafortunata, la realtà di Piazza Statuto è qualcosa che nel resto d’Italia ci sognamo e che mi scalda il cuore.
Per dirla tutta poi io pianifico di sposare Terry Hall da quando avevo 15 anni. Checché se ne dica in giro è ancora bello, tosto, depressissimo (anche se si é visto sorridere BEN DUE VOLTE) e adorabile. Ogni volta che lo guardavo mi chiedevo: come è possibile che un uomo così strano sia il front man di un gruppo ska revival? In ogni caso ci sguazza. Ho letto in giro commenti su come sembrasse annoiato: ma le avete viste le registrazioni dei concerti di trent'anni fa? E' TERRY HALL, è mesto di suo, è il suo (fantastico) personaggio. Poi date un ascolto a Well Fancy That, ultima track del secondo album dei Fun Boy Three, e ne riparliamo.
Momenti memorabili Hey Little Rich Girl, Little Bitch e Nite Klub, qualcosa vicino alle mie all time favorites. E poi Concrete Jungle giustamente e meritatamente cantata dal nostro splendido Radiation. Commozione ad ogni nota, parole gridate, abbracci con i vecchi skins e mods presenti, occhiate di approvazione e tante pacche sulle spalle. Grandi apprezzamenti nei confronti del pubblico (effettivamente splendido): il migliore quello di Terry ' Thank you so much, you’re beautiful. Not as much as me clearly…'.
Dopo Enjoy Yourself a chiudere, chiaramente, tutti ci aspettavamo un encore. Gli stessi Specials sul palco non sapevano se poter continuare a suonare o meno.
Dannato coprifuoco. Lynval ad un certo punto è uscito fuori per calmare gli animi e spiegarci che il coprifuoco non permetteva più alcuna canzone. Screw the Curfew.
I cori ci hanno tenuti vivi per un bel pezzo...' rude boy rude boy ma che colpa abbiamo noi se beviamo più di voi…'.

Fatta anche questa. Vive e vegete, ore di skinhead moonstomp, digiuno e sete, ma felici e contente, stese sul prato con una birra e un sorrisone stampato in faccia. Ci siamo allontanate cantando '...I’m forever blowing bubbles, pretty bubbles in the air' per rimanere in tema con i cori da stadio che hanno caratterizzato tutta la serata, alla ricerca di un kebab che ci rimettesse al mondo prima di andare a tribolare un po’ tra le lenzuona di flanella in Corso Regina Margherita.

ORNELLA OLIVIERI
http://acrylicage.tumblr.com
acrylicagecollective@gmail.com


Foto di SARA MARZULLO
http://www.flickr.com/photos/ilperiodoipotetico/
http://acrylicage.tumblr.com,


La scaletta degli SPECIALS:
“Do the dog”
(Dawning of a) New era”
“Gangsters”
“It’s up to you”
“Monkey man”
“Rat race”
“Hey little rich girl”
“Blank expression”
“Doesn’t make it alright”
“Concrete jungle”
“Stereotypes”
“Man at C&A”
“A message to you Rudy”
“Do nothing”
“Little bitch”
“Nite klub”
“Too much too young”
“Enjoy yourself”


http://www.trafficfestival.com/
http://www.thespecials.com/THE SPECIALS
http://www.myspace.com/statutoska

lunedì 19 luglio 2010

PAUL WELLER 'Live' 15/07/2010 TRAFFIC FESTIVAL .Reggia di Venaria (TORINO) by Claudio Decastelli, foto di Alberto Bruno



Avremmo voluto esserci ma in ogni caso MusicBox omaggia la discesa in Italia dell'immarcescibile PAUL WELLER (in occasione dell'appena concluso Traffic Festival di Torino, 14-17/07/10 in grande spolvero di mod-tradition per la partecipazione oltre che di Weller anche dei gloriosi SPECIALS, principi mod-ska ritornati alla ribalta e della mod-band italiana degli STATUTO) con un bel live-report di Claudio Decastelli, non meramente celebrativo ma obiettivo e sottilmente critico che non scalfisce in ogni caso di un' unghia la potenza e l'efficacia live di Weller.
Un sentitissimo ringraziamento ad Alberto Bruno per avermi permesso di pubblicare le sue belle foto (Pasquale 'Wally' Boffoli)


Seguendo le gesta musicali di PAUL WELLER ormai da tanti anni devo aver finito per quasi idealizzare la sua musica e il suo stile. Quindi piu' che quello che in effetti ha suonato il 15 luglio forse ho come riferimento quello che mi aspettavo che suonasse. E come mi capita non di rado, anche per il concerto di Venaria il confronto tra l'aspettativa e la realta' non e' stato in favore della prima.
Probabilmente nonostante l'ascolto ossessivo di Wake up the nation (suo ultimo lavoro) mi gira in testa piu' il Weller di Stanley Road. In cuore mio mi auguravo che dal vivo i suoni dell'ultimo lavoro potessero mischiarsi con lo stile 'classico', facendo venir fuori un ennesimo 'modern classic'. Invece non mi pare che sia andata a finire cosi'. Anzi man mano che il concerto andava avanti mi sembrava sempre piu' che Weller avesse scelto di deviare, anche live, in modo marcato dal suo passato musicale, appoggiandosi molto per farlo sia su sonorita' che quasi non frequentava prima di Wake up the nation sia su un uso 'estremista' degli strumenti: (un po' tante) tastiere - in un pezzo addirittura 4! - a generare anche rumori e tappeti (e raramente un suono di hammond, tipico invece del suo suono che fu), abbondanza di rumore, riverberi e altri effetti alla Pink Floyd nelle chitarre, atmosfere dilatate e altre un po' psicotiche ...
Mi e' parso che per tirare fuori in relativamente poco tempo - ci sarebbe voluto un concerto piu' lungo per sviluppare una scaletta efficace - quello che dovrebbe essere la sintesi attuale della loro evoluzione musicale, sia lui che la band siano finiti un po' oltre le righe, esasperando i suoni nel tentativo di rendere tutto piu' efficace nel minor tempo possibile.
Quando hanno provato (riuscendoci in pieno) a fare il punto della situazione, e' stato chiaro che invece ci fossero le premesse per una performance piu' completa e articolata: Wild Wood riletta secondo il nuovo corso era decisamente bella, Shout To The Top (Style Council) eseguita invece in modo 'tradizionale' ha reso evidente che la band e' dotata a livello tecnico e di gusto, i pezzi dei Jam, Pretty Green e Start (da Sound Affects) e Strange Town hanno dimostrato che la 'storia' di Weller e' sempre attualissima.
Fast Car/Slow Traffic, Moonshine, Aim High, Pieces of a Dream e parecchi altri dall'ultimo cd sono pezzi formidabili e in concerto hanno un buon impatto fisico ed emotivo. In un'ora e mezza/due di concerto a Weller e band sarebbe stato pero' possibile far saltare fuori altri aspetti della loro attuale condizione musicale. Dover invece chiudere tutto (e senza bis, immagino come si siano sentiti bene la' su palco!!!) in un'oretta potrebbe invece aver fatto prevalere, anche in professionisti di quel calibro, un'ansia da prestazione concertistica che certo non ha aiutato.
Come non ha aiutato me a seguire il concerto l'impressione di un mixaggio un po' confuso e di un'amplificazione esterna un po' sporca.
In ogni caso e' stato un concerto alla fine apprezzabilissimo ed entusiasmante.
Ce ne fossero tutti i giorni di cosi' ...
Claudio Decastelli


foto di ALBERTO BRUNO


La scaletta di PAUL WELLER
“The changingman”
“Push it along”
“From the floorboards up”
“Moonshine”
“Up the dosage”
“Strange town”
“No tears to cry”
“Aim high”
“Shout to the top”
“Trees”
“You do something to me”
“One bright star”
“Pieces of a dream”
“Broken stones”
“Wild wood”
“Pretty green”
“Start!”
“Fast car, slow traffic”
“Come on let’s go”



http://www.paulweller.com/
http://www.trafficfestival.com/

giovedì 15 luglio 2010

THE WILDEST THINGS IN THE WORLD 7'' (Boss Hoss Records / 2010) by Wally Boffoli


WILDEST THINGS IN THE WORLD è il secondo e più recente documento sonoro della BOSS HOSS RECORDS, novella e molto promettente etichetta pesarese diretta da Gianfranco Branchesi, focalizzata sulle nuove ‘sensazioni’ garage-punk italiane ed internazionali.
Trattasi di un 7’’ a 45 giri (per ascoltarlo ho dovuto scomodare il mio vecchio giradischi…sempre pronto a venirmi in aiuto!) che fa il paio con God Save The Fuzz, il devastante c.d. di debutto dei THE BARBACANS di cui ho parlato in Music Box proprio prima di questo articolo.
Prima di essi, mi diceva Gianfranco, c’è stata una compilation distribuita solo nel giro dei gruppi pesaresi e dintorni.
I quattro brani contenuto nel 7’’ tengono decisamente fede al titolo programmatico: quattro ‘selvagge’ bands di varia nazionalità impegnate nel professare il verbo garage pur con diversa declinazione: si comincia proprio con i marchigiani Barbacans che con Cut Your Head G.S. confermano il loro mood teso ed angosciato con l’organo ossianico di Joe Carnarelli in fatale evidenza a disegnare trame conturbanti. A trascinare l’ascoltatore in un vortice di ineluttabile furia garage la sua voce flaccida e malata.
Gli inglesi THEE VICARS, saliti alla ribalta da poco con Psychotic Beat eseguono il secondo brano della prima side Can’t See Me in perfetto crudo british-garage, ovvero basandosi essenzialmente su un serrato riff chitarristico che mi ha ricordato subdolamente (non è possibile sbagliarsi) quello della mitica You Really Got Me scolpita nella storia garage/beat nei primissimi anni ’60 dagli antesignani Kinks di Ray Davies. Il piglio esecutivo dei Vicars però è brutale, come deve essere una garage-band del nuovo millennio e come lo sono le bands di questo disco targato Boss Hoss..
A pagare pesante tributo alla tradizione sulla seconda side di Wildest Things In The World sono anche i messicani LOS EXPLOSIVOS, che compaiono anche nel recente violentissimo Slovenly 2010 Sampler, incredibile compilation (44 brani) di new-garage internazionale.
La loro No Fres Para Mi, dopo neanche un minuto si rivela non esser altro che la cover in lingua spagnola di I Can Only Give You Everything, classicissima song/seminale riff composta da Van Morrison ed incisa dallo stesso artista con i Them nei fatidici sixties, ma reinterpretata nei decenni successivi da Troggs, Mc5 ed altre bands. Los Explosivos ne offrono una rivisitazione asciutta ma estremamente calda e godibile.
Gli ultimi garagers di questo disco sono gli argentini LOS PEYOTES: Pintalo De Maron è il brano meno ossessivo dei quattro, speziato da un pizzico di power-pop che piacerà di più a chi nel garage cerca armonia e melodia.
Dopo l’estate uscirà un nuovo episodio di Wildest Things In The World targato Boss Hoss Rec.(con la collaborazione di Giuda l'Onesto Rec., distribuzione Area Pirata) che comprenderà di sicuro un’altra band italiana, una spagnola ed una brasiliana.
L’attendiamo fiduciosi…iniziativa riuscita alla grande!

www.myspace.com/bosshossrecordsitaly
http://www.facebook.com/profile.php?id=100001079734760&ref=ts
http://www.myspace.com/thebarbacans
http://www.myspace.com/peyotes
http://www.myspace.com/theevicarsuk
http://www.myspace.com/losexplosivos

Pasquale ‘Wally’ Boffol
i

mercoledì 14 luglio 2010

THE BARBACANS : GOD SAVE THE FUZZ (Boss Hoss Records/Go Down Records) by Wally Boffoli


E’ ormai da tempo che il panorama neo-garage italiano ha raggiunto vertici di eccellenza, dimostrando che non ha nulla da invidiare a quello straniero in termini di passione e professionalità.
Ben si adattano queste considerazioni a GOD SAVE THE FUZZ, debutto sulla lunga durata (si fa per dire: 33 minuti) dei marchigiani BARBACANS, band nostrana su Boss Hoss Records, giovane etichetta garage pesarese distribuita dalla Go Down Records che prende in prestito la ragione sociale da un brano dei Sonics..
Un disco che sorprende sin da Kick The Children, primo brano che subito mette a fuoco una caratteristica che ritroveremo lungo tutta la mezz’oretta di durata del cd: i Barbacans hanno sì un suono base decisamente garage, basato sull’intreccio intrigante della chitarra fuzz di Walker e del farfisa in odor di Question Mark/96 Tears di Joe Carnarelli, il lead-vocal della band, ma su di esso innestano ventate di spumeggiante energia vocale e strumentale decisamente punk (alludo al punk cosiddetto ‘umano’ di matrice anglosassone ’77-’80), deliziose vestigia power-pop ed inaspettati cambi ritmici, decisamente funzionali all’economia atmosferica dei brani.
Insomma una rivisitazione dinamica e coinvolgente dell’ottica sixties-garage che da Kick The Children investe via via in modalità formidabili songs come What’s Fantastic (dagli azzeccatissimi risvolti melodici), Turn Away, Jude The Honest, White Mask, facendone degli autentici martelli sonori per nostre pur collaudate orecchie.
Registrato benissimo l’anno scorso al Circo Perrotti vintage studio di Gjion in Spagna God Save The Fuzz la dice lunga sulle potenzialità (in parte già chiarissime) espressive dei Barbacans, che accrescono il parco sonoro in alcuni brani (Kick The Children, Time For The Choice, What’s Fantastic) con le harps gementi di Skika e Jorke Explosion, s’infilano con il perfido strumentale Into The Madness in un tunnel oscuro prima di esplodere nel finale baccanale punk Mad Mike!.
The Barbacans in God Save The Fuzz, che assurge a smanioso manifesto estetico della Boss Hoss Records (speriamo prodiga di nuovi fulminanti shots!), confermano l’arte tutta punk-garage di esprimere e sintetizzare tante idee vincenti nello spazio apparentemente angusto di 2-3 minuti.
Sfizioso l’artwork ed i comix della confezione, surreale Phantom Opera la traccia video contenuta nel cd.

http://www.myspace.com/thebarbacans
http://www.facebook.com/pages/The-Barbacans/53705807706
http://www.facebook.com/l/b3e3d9dTW3X8Sdhf0L6pX__90Hg
www.myspace.com/bosshossrecordsitaly

Pasquale 'Wally' Boffoli