lunedì 29 ottobre 2007

Memories / Beatles graffiti: parla Armando Di Cillis / La Fonte Delle Muse, 26/10/07, Paolo Lepore / Jazz Studio Orchestra live ! ----by Wally



Il 26 ottobre mi son recato in quel della Fonte Delle Muse qui a Bari e devo dire che il concerto del maestro Paolo Lepore, che ha aperto la Rassegna di Concerti Jazz novembre-dicembre 2007 dell'associazione omonima in memoria di Mariella Carbonara, giovane vocalist locale venuta meno nel Dicembre 2006, é stato davvero piacevole e rilassante, con un repertorio a base di colonne sonore, soprattutto di Ennio Morricone ed una godibilissima suite tratta dal repertorio di Duke Ellington (nell'arrangiamento di Sal Nistico).
Pregevoli i chiaroscuri della sua Jazz Studio Orchestra, nella quale suonano tutti i più giovani (più o meno) e dotati jazzisti baresi e non, prodottisi in soli entusiasmanti.
Noi THE FLOWERS, apriremo la rassegna il 9 Novembre, unici rockers (ma dal tiro a volte jazzy!) in programma con una personale celebrazione del 40ennale della 'Summer of love'. (Wally)

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La sera del 26 ho conosciuto (era al mio tavolo insieme a Ciro Neglia, il direttore artistico della Fonte Nino Losito e la deliziosa sig.ra Tina Mercuri, dalla quale vorrei e dovrei...sigh! prendere lezioni di canto!) l'architetto Armando Di Cillis, un amabile persona non più tanto giovane. musicista anche lui (Jazzidea) che ci ha amabilmente narrato per tutta la sera (alternandosi al pacato mood della J.S.O.), tra un'orecchietta, uno spaghetto ed un bicchiere di vino di quando militava al basso negli anni '60 nella band di Pino Donaggio ed in particolare quando suonarono di spalla ai BEATLES al velodromo Vigorelli di Milano nel lontano 1965, il 24 Giugno .
Uno dei tre concerti (Milano, -Genova e Roma) dell'unica tournée italiana organizzata nel 1965 (quando le notizie le leggevamo su Ciao Big !) come ci ha detto Armando da Leo Wachter.
E' stata un racconto davvero interessante ed appassionante...io e Ciro eravamo elettrizzati ed attentissimi...ci ha narrato nei particolari dei preparativi del concerto, dell'amplificazione e dell'atmosfera fremente che si respirava; in realtà loro, i New Dada, e gli altri gruppi spalla, credo 6, suonarono solo un brano a testa!
Quando i Fab Four arrivarono, ci ha raccontato l'Armando, UNO CHE C'ERA, attaccarono gli spinotti delle chitarre ad una mega (allora) amplificazione che faceva impallidire quella dei gruppi-spalla e partirono in quarta .
C'erano anche esponenti importanti della musica italiana tra i quali il maestro Armando Trovajoli lì vicino al palco, che a quello start senza esitazioni rimasero fulminati !
Armando ci ha raccontato di come, tra le urla isteriche dei fans Paul, John, George e Ringo suonassero quasi a memoria e d'istinto, di come durante I Feel Fine John, che aveva qualche difficoltà con il famoso riff iniziale, si fece sostituire per poco da George...giusto il tempo di mettere a posto la sua chitarra, e tante altre cose come la loro paura di suonare e Roma all'Adriano il 27 Giugno successivo!

Grazie Armando, UNO CHE C'ERA !



PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

venerdì 26 ottobre 2007

Live-Report / Esteri/ ROBERT BELFOUR & DUKE GARWOOD, Londra 27 Aprile 2007, Spitz Blues Festival

Questo articolo di Bob Cillo, noto chitarrista e musicista barese blues-rock (Trinity, Backdoor Friends, Dirty Trainload..) é il suo debutto in questo magazine, più volte da me perorato.
Naturalmente non poteva trattarsi che di un pezzo riguardante un artista blues, in tal caso due attraverso un lungo ed esauriente live-report londinese sul giovane stupefacente Duke Garwood e Robert Belfour, anziano bluesman affiliato alla Fat Possum, l'etichetta americana che forse più di ogni altra bada ormai da parecchi anni alla salvaguardia del delta-blues originario più incontaminato ma apertissima anche a progetti di blues moderno 'deviato'.
Grazie Bob....un debutto alla grande .....benvenuto!

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ROBERT BELFOUR, IL CONCERTO PIÙ STRANO CHE IO ABBIA MAI VISTO

Lo Spitz è un piccolo club nel cuore di Londra dove ogni anno l’associazione “Not the Same Old Blues Crap”, (ovvero “Non la solita vecchia merda blues”) organizza un festival dedicato alle nuove tendenze del blues.
Il programma del festival è dunque incentrato su artisti con un’attitudine decisamente propensa alla sperimentazione di terreni insoliti ma con radici profondamente legate al blues.
Ospiti di onore dell’edizione 2007 sono stati due vecchi bluesman veraci come T-Model Ford e Robert Belfour, riconosciuti, insieme al compianto R.L. Burnside, come ispiratori della generazione di musicisti blues formatisi all’ascolto dei CD prodotti dalla “cult label” Fat Possum.
E’ la sera del 27 Aprile, dedicata a “the Wolfman”, mr. Robert Belfour.
Apre Duke Garwood, geniale musicista londinese che strega subito il pubblico creando con il solo aiuto della sua chitarra semi-acustica un’atmosfera tesa e pregna di emozioni magiche destinate a rimanere a lungo impresse nel mio animo. Non esito a definire il suo “Emerald Palace”, un album imperdibile, il miglior CD prodotto nel 2007 che mi sia capitato tra le mani. La sua non è una musica di facile ascolto e meriterebbe ben più profonde dissertazioni che risulterebbero prolisse in questa sede.
Mi limiterò a consigliarvi una ricerca su youtube.com, dove troverete delle brevi clip rubate durante i suoi live e naturalmente una incursione sulla sua pagina myspace(myspace.com/dukegarwood) dove troverete ben 4 brani di assaggio estratti da “Emerald Palace”.
E’ ora atteso sul palco mr. Belfour, headliner della serata.
Di sicuro un vecchio bluesman nero del Mississippi non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno e non necessita di entrate trionfali sul palco, ma la flemma di Belfour sembra un po’ eccessiva, quasi ostentata: zoppicando, con un bastone alla mano ed una grossa borsa a tracolla, guadagna lentamente la sedia al centro del palco. Anche lui come Garwood è solo con la sua chitarra, nessuna band di back-up.
Di sicuro effetto il suo abbigliamento, un completo giacca – pantaloni viola scuro indossato su una coloratissima camicia dalle fantasie psichedeliche con cravatta variopinta ed immancabile cappello.
Proprio mentre tutti aspettavano che il Wolfman facesse vibrare finalmente il primo accordo dalla sua chitarra acustica, ecco che dice: “no, un momento, aspettate: ho dimenticato qualcosa”. Inizia quindi a piegarsi per frugare, sempre con movimenti rilassati e flemmatici, nella borsa a tracolla poggiata per terra al lato della sua sedia; dopo un lungo tramestio, intervallato da frasi come “mannaggia, non ricordo dove l’ho messo”, tira fuori un asciugamani e spiega: “sapete io quando suono, sudo e quindi mi è indispensabile un asciugamani”!
Poggia finalmente le mani sulla chitarra ma scuote subito il capo: “No, non va, non va, è scordata”. Quindi indugia ancora in una spiegazione: “Sapete, io non uso gli accordatori, odio gli accordatori; uso soltanto le mie orecchie perché bisogna che la chitarra suoni giusta per me…” comincia poi a smanettare le meccaniche della chitarra in maniera più o meno casuale. Sono ormai passati diversi interminabili minuti da quando Belfour è entrato in sala, quando finalmente inizia a suonare.
Le interruzioni però sono frequenti, c’è qualcosa che ancora non lo convince, scuote il capo: l’accordatura della chitarra non è come lui la vuole e le regolazioni dell’amplificatore non lo soddisfano. “Devo fare in modo che tutto vada bene, devo rendere tutto giusto per voi e così invece non va bene…”, continua a manipolare le meccaniche ma adesso si aggiungono anche le manopole dell’ampli, mosse assolutamente a casaccio: basti pensare che muove anche le manopole del canale libero, su cui la chitarra non è attaccata e che quindi non hanno alcun effetto sul suono prodotto dallo strumento!
Inizia a sorgere il sospetto che il vecchio lupo stia giocando a qualche strano incomprensibile gioco perché tra smanettamenti ed inutili spiegazioni trascorre una buona metà dei brani in scaletta senza che lo show decolli.
Tra regolazioni di meccaniche e manopole le combinazioni sembrano infinite, e risulta difficile pensare che ormai Belfour riesca a trovare la “combinazione magica” che tanto sta cercando e per cui tutto debba suonare, come dice lui, “right”, nel modo giusto.
Ma ad un tratto qualcosa sembra cambiare; come in un dilatato sound check ogni brano comincia stranamente a suonare in maniera più convincente e coinvolgente del precedente.
Sembra che il nostro abbia avuto bisogno di un interminabile warm-up, man mano che lo show va avanti il Wolfman comincia a mostrare le zanne, liberando il suo inconfondibile suono acustico ma possente, ricco del pathos che solo un bluesman DOC sa infondere.
Comincia un’ascesa esponenziale ed inarrestabile, ma proprio quando Belfour cominciava a riscaldarsi per davvero, la scaletta del suo show giunge al termine e si congeda dal pubblico. Alle richieste di bis risponde placidamente: “Va bene, datemi un po’ di pausa per riposarmi, tra 20 minuti torno”.
Trascorrono più di 30 minuti e molti abbandonano la sala senza attendere l’annunciato bis. Londra, in confronto a molte nostre città, non è particolarmente “nottambula” e la sala perde una buona metà dell’audience.
Ma una strana sorpresa attende, quasi a premiarli, i fedelissimi rimasti in attesa del bis: quando rientra sul palco, il Wolfman fa sul serio. Non è più propenso a cincischiare con asciugamani, manopole e meccaniche, adesso finalmente tutto è sistemato, tutto è “right” e si comincia a suonare per davvero!
Tira fuori il suo inconfondibile stile chitarristico sicuro, pesante e percussivo, la sua voce calda e profonda; adesso le zanne sono pronte ad affondare nella carne.
In realtà sembra che il concerto sia stato solo un lungo sound-check e che con il bis sia iniziato in realtà il vero show. A dispetto delle probabilità matematiche sembra che Belfour abbia finalmente trovato la combinazione magica che cercava, ora è all’apice della sua vena interpretativa e adesso suona e canta in maniera davvero impressionante: quando si lancia in una cover di “Boogie Chillen” di John Lee Hooker, sembra di avere davanti la reincarnazione di “The Hook”, non esagero!
Adesso che l’incantesimo si è creato il pubblico non vuole più lasciarlo andare e lui non ha alcuna intenzione di sbattere la porta in faccia alla gente che lo acclama e continua a sfoderare brani micidiali con la presenza sonora di un’orchestra. A un tratto si alza, depone la chitarra nella custodia e fa per congedarsi ma gli applausi fragorosi lo commuovono, quasi gli fanno venire le lacrime agli occhi e lasciare il palco adesso gli sembra impossibile. Torna a sedersi, riprende il suo strumento ed attacca il jack, si continua!
Ormai Belfour è inarrestabile. Le luci sul palco si spengono e si accendono le luci in sala, il messaggio degli organizzatori è chiaro: si è sforato l’orario in cui è permesso fare musica senza rischiare denunce. Ma lui non ha alcuna intenzione di deludere il pubblico di fedelissimi che continua ad applaudirlo e ad incitarlo e continua imperterrito con l’entusiasmo di un ragazzino fino a quando manca poco che Rupert Orton, il direttore artistico del festival, vada a staccargli fisicamente il jack dalla chitarra!
Insomma è stato sicuramente il concerto più anti-convenzionale, informale e meno ortodosso che io abbia mai visto, ma è stata proprio questa anti-convenzionalità a rendere quella notte indimenticabile e ricca di magia.
La lezione è chiara: il blues, quello vero, nato nei cortili fangosi del Mississippi tra le baracche degli agricoltori di colore, non può essere irreggimentato in percorsi prestabiliti. Non può essere suonato con una chitarra accordata con accordatore elettronico o con ampli regolati da un fonico, non può attenersi ad orari, scalette e percorsi usuali. Quando la musica proviene veramente dal cuore è indisciplinata, nasce quando uno non se l’aspetta, non può essere eseguita “a comando” secondo schemi e canoni stabiliti in nome della “professionalità”.
Una risposta ai mega-concert in cui nulla è lasciato al caso, tutto deve essere organizzato nei minimi dettagli e pre-ordinato con perfetta efficienza; una risposta importante, nell’era dei brani “radiofonici” da tre minuti e della musica ascoltata attraverso le suonerie dei cellulari. Il blues vero, quello cresciuto dalla terra, è lontano anni luce da questo mondo ed è proprio per questo che oggi ancor di più ha ragione di esistere e di proclamare la sua diversità rifiutando facili omologazioni.
Se volete portare a casa una preziosa testimonianza della musica di Belfour, procuratevi il CD “Pushin My Luck”, edito dalla Fat Possum Records nel 2003, un autentico capolavoro.


BOB CILLO

martedì 23 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / Nuove labels : La MK Records ed i TEARS AND RAGE



E' sempre un piacere per chi scrive parlare di nuove realtà, soprattutto se provengono dal Sud: in questo caso trattasi di una nuova etichetta, la cosentina MK Records, Musikart, che debutta sul mercato con due dischi molto diversi tra loro: Digli di no, ottimo hip hop, del rapper Mirko Filice, in arte Kiave e Welcome Inside, primo album dei Tears and Rage.
La predisposizione di questa nuova label é molto agguerrita, animata com'é dalla voglia di riscossa di artisti che sono stati penalizzati dal solo fatto di operare nel sud, decisa a rivalutare palchi e strutture meridionali.
E non hanno tutti i torti quelli della MKrecords: a pensarci bene (e non dico nulla di nuovo!) buona parte della migliore musica storicamente parlando é giunta dai sud di tutto il mondo...o sbaglio?
Altro merito non indifferente quello di offrirci un piccolo squarcio positivo e costruttivo di una regione italiana che in questo momento é al centro delle cronache per fatti non proprio piacevoli!



(Pasquale Wally Boffoli)



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TEARS AND RAGE : WELCOME INSIDE (2007 /MK records)


Prima produzione in assoluto della nuova label calabrese MKrecords, Musikart e debutto anche dei Tears and Rage, Welcome Inside inaugura direi alla grande il progetto cosentino: disco rock dai chiari ascendenti anni '70, che già dall'iniziale utopica Revolution in my head, con quella calda armonica e la chitarra/voce trascinanti di Joe Santelli rivendicano vibrazioni southern antiche e più recenti : Allmann Brothers... Black Crowes.. Ed anche se il messaggio di fondo del disco e della bio della band può risultare eccessivamente utopistico, perché ritengo sia piuttosto difficile per come siamo conciati sperare in una nuova 'summer of love', rimane la realtà di otto brani decisamente ispirati e suonati bene, intrisi di romanticismo 'rivoluzionario' fatto più di lacrime mi pare che di odio.
La rabbia si tocca con mano nella succitata Revolution in my head ma soprattutto nella concitata e battagliera Never.
Empty glass, I'v looked for your eyes, Welcome inside vivono di arcobaleni blues e dolci armonie decisamente figlie di un'estetica pacifista vecchia di 40 anni, ma più che mai vagheggiata dalle nuove generazioni.
Il mood liquido ed intrigante di questi brani in alcuni momenti mi ricorda il 'nuovo' romanticismo melodico di quel filone rock italiano che fa a capo a bands come Le Vibrazioni (ho detto una bestemmia?).
Ma la differenza qui la fa uno come Joe Santelli, davvero una grossa sorpresa per me: non tanto come (pur valido) vocalist quanto come strumentista e compositore. Il suo impeto esecutivo, la passionalità irrefrenabile che profonde nei suoi soli chitarristici, che siano duri o slide, gli permettono davvero di cavalcare il vento, parafrasando l'episodio più notevole in senso assoluto di Welcome Inside.
L'epica Ride the wind é figlia sia della magia armonica dei '60 che della durezza hard dei '70, pur con connotati vagamente stoner: si stenta a credere ascoltandola che a creare questi sei minuti e passa di inebriante bellezza rock senza tempo sia una band italiana!
I due strumentali, lirici e meditabondi, Lyn ed Empty glass part II sono un'ennesima conferma di quanta poesia siano capaci i keyboards e le corde (Joe Santelli) dei Tears & Rage.
Dalla Calabria uno dei dischi italiani di rock (revival?...direi di no!) più notevoli di fine 2007.
Bravi, avanti così!

http://www.mkrecords.it/
http://www.tearsandrage.com/
www.myspace.com/tearsandrage

PASQUALE 'Wally' BOFFOLI

domenica 21 ottobre 2007

News / Punk 77 - 07 : a compilation by Tre Accordi Rec./ Self

Punk 77-07: A Italian Tribute to thirty years of r'nr' swindle: questo il titolo del doppio cd col quale la Tre Accordi Records in accordo con la Self celebreranno i trent'anni di vita del movimento punk.
23 covers punk più o meno note ad opera di altrettante bands italiane.
Al doppio cd sarà allegata una rivista! Il tutto ad un prezzo decisamente abbordabile: meno di dieci euro.
Mentre scrivo praticamente dovreste già trovarlo in vendita nei negozi di dischi e nelle edicole e noi di Music Box non ci lasceremo sfuggire l'occasione per festeggiare questo anniversario decisamente importante prima che il 2007 volga al termine.
Recensione on-line nei prossimi giorni su Music Box.

http://www.treaccordi.com/
http://www.self.it/ita/default.php

Wally

Recensioni / Esteri / Il primitive-blues di C.W.STONEKING'S : KING HOKUM (Voodoo Rhythm Rec.-2005) by Pasquale 'Wally' Boffoli'



Tra le ultime produzioni della svizzera Voodoo Rhythm , King Hokum di C.W.Stoneking's é davvero cartina al tornasole della proverbiale estetica, in questo caso primitive-blues della label di Rev.Beat Man.
Non a caso lo slogan dell'etichetta é ' We make a junkie out of everybody'.
C.W.Stoneking's, americano svezzato in Australia dagli aborigeni ha suonato per molto tempo blues per le strade di Melbourne prima di forgiare il suo pathos che, ascoltando i polverosi solchi di King Hokum, si capisce pesca a piene mani nel profondo gotico (come sottolineano le info V.R.) blues rurale del sud americano degli anni '20 e '30.
Sembra impossibile nel nuovo millennio ascoltare qualcuno (bianco per giunta!) cantare come Robert Johnson o Leadbelly senza orpelli, accompagnandosi con una chitarra spoglia e cruda: flash di duro lavoro nei campi di cotone, invocazioni diaboliche e toni da predicatore del Vecchio Testamento.
E così i toni indolenti e gracchianti da vecchio grammofono di Way out in the world, Bad luck everywhere you go, Rich man's blues, Dodo blues resuscitano brandelli di blues ancestrale, lo stesso che con i suoi toni faringitici Tom Waits ci sputa in faccia da anni a sbronze avvenute, lo stesso che si può ascoltare anche nei dischi dell'americana Fat Possum.
Un arrapantissimo ritorno alle blues-roots mai troppo benedette, in adorabile solitudine quello di Stoneking’s; in alcuni episodi il nostro si fa accompagnare dalla Primitive Horn Orchestra con steel guitar, jug trombone e clarinetto come in Don’t go dancin’, Dodo blues, On a Christmas day, Handyman blues rievocando antiche funeral-marchs e le primissime forme di jazz; in You took my thing and put it in your place invece ingaggia un più che allusivo duetto erotico con una pimpante donnina.
Se amate la purezza incontaminata dei padri 'icone' forgiatori del blues d'inizio XX° secolo questo
disco vi farà vibrare.
In caso contrario é probabile vi parrà un'inutile anacronistica masturbazione musicale!

http://www.voodoorhythm.com/

sabato 20 ottobre 2007

BOOK REVIEWS - Paola De Angelis: "Journey to the stars - i testi di Nick Drake" (2007, Arcana Edizioni)

Nick Drake é una delle mie fisse da sempre! Come ogni buon rocker (anziano e veterano per giunta!) la parte più lirica e decadente del mio cuore emerge ogni volta che riascolto le sue magiche ballate !
Un mito, senza ombra di dubbio, ma non di quelli fatui fatti di adesivi e t-shirt etc ... un mito che chiunque abbia superato gli anta si porta nell'anima discretamente ma con indefessa emotività! Per fortuna un mito che resiste nel tempo ed un artista che le nuove generazioni stanno scoprendo e scopriranno per la prima volta, grazie anche all'iniziativa di cui qui si parla!
Ecco perché pubblico con molto piacere il comunicato che mi ha inviato Massimo Bernardi, noto giornalista romano, collaboratore tra l'altro di uno dei migliori magazine rock on-line italiani, http://www.musicletter.it/ (come il sottoscritto) e conduttore radiofonico (Radio Stereonotte!).
Buona lettura a tutti (Wally Boffoli)



Paola De Angelis, "Journey to the stars - I testi di Nick Drake" (con un contributo di Simone Lenzi dei Virginiana Miller), Arcana - Collana: Testi - pp. 250, Euro 14,00 - ISBN 978-88-7966-441-7 - uscita nelle librerie: 2 novembre 2007

«Drake è uno degli intoccabili della musica inglese: un bardo diffidente i cui tre album, usciti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sono diventati una pietra di paragone per qualsiasi cantautore armato di chitarra acustica, propensione bucolica e un approccio alla malinconia ingannevole e delicato». (The Times)

Quando, la notte del 25 novembre 1974, Nick Drake morì per overdose di antidepressivi nella casa dei suoi genitori a Tanworth-in-Arden, nel Warwickshire, aveva 26 anni e tre splendidi dischi all'attivo. Aveva vissuto la sua breve esistenza (e la sua ancor più breve carriera di cantautore) nell'ombra, praticamente ignorato dal pubblico e dai media: eppure nelle sue canzoni malinconiche e autunnali sapeva alternare la fragilità degli outsider alla solitudine bucolica, il rifiuto della modernità alla riflessione sulla fugacità del tempo.
Più di trent’anni dopo, per la prima volta in questo volume viene affrontata l’analisi dei suoi testi, impregnati di cultura letteraria: dai romantici ai poeti inglesi del dopoguerra, e di un personalissimo simbolismo legato alle stagioni e ai colori della terra.
Il culto intorno a questo menestrello solitario e incompreso, definito il “Bob Dylan inglese”, è cresciuto a dismisura: citato dai musicisti più disparati come influenza imprescindibile – dai R.E.M. a Paul Weller, dai Cure (che proprio a un suo verso debbono il loro nome) fino ai Belle & Sebastian –, oggetto di biografie e documentari che hanno tentato di ricostruire la sua figura sfuggente. I suoi album e le sue canzoni vengono oggi regolarmente citate come must dalle riviste specializzate.

Nel 2007 ricorrono i 35 anni dall’uscita dell’ultimo album ufficiale di Nick Drake, "Pink Moon".

(Paola De Angelis - giornalista, conduttrice radiofonica di programmi storici per la Rai - Stereonotte , Music Club, Boogie Nights, Storyville, Fuochi e Il Cammello di Radio 2 - traduttrice, collabora con diverse testate, tra cui Alias – il Manifesto, D – La Repubblica, Il Mucchio Selvaggio)
http://www.arcanalibri.it/

giovedì 18 ottobre 2007

Recensioni / Esteri / THE PRETTY THINGS : Balboa Island (Cote Basque/Cadiz Music/Venus Dischi) - 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli

E' proprio necessario spiegare chi sono stati The Pretty Things tra i '60 ed i '70? Forse sì! Alle nuove generazioni! Sempre che abbiano voglia di saperlo!
Diciamo per sintetizzare che nella prima metà dei '60 hanno conteso agli Stones insieme ad Animals e Yardbirds lo scettro di miglior band beat/r&b della nascente scena rock britannica, o british invasion in virtù di un grande e selvaggio cantante Phil May e di un chitarra solista, Dick Taylor, che proveniva dagli Stones e che dava lezioni di blues a Keith Richards ed Hilton Valentine.
Dopo un apprendistato di due album per la Fontana sulle covers dei padri del blues e del rock&roll (non lungo quanto quello dei R.Stones) e dopo un ottimo Emotions, nel quale cercavano attraverso un beat trasversale nuove direzioni melodiche e compositive scrivono con S.F.Sorrows un pezzo di storia rock incidendo l'antesignano di concept-albums di lì poco a venire come Tommy degli Who ed Arthur dei Kinks!
Lo riproporranno dal vivo agli Abbey Road studios nel 2003 .
Questo nuovo Balboa Island, dopo varie collaborazioni ed incisioni dal vivo negli anni 80 e 90 é il loro vero primo album in studio degli ultimi 8 anni, nonché l'undicesimo dei loro 43 anni di carriera.
Possiamo considerarlo un sunto musicale ed esistenziale in tal senso con flash vividi di un glorioso passato: The beat goes on, In the beginning, Livin' in my skin, nei quali vibranti toni autobiografici sono più che palesi:
l'urgenza malinconica della voce di Phil May soprattutto rinverdisce i fasti degli inizi!
Balboa Island é un album che solo i veterani del rock sapranno apprezzare con dedizione d'ascolto : in più di un episodio riemerge l'antica oscura energia pre-punk impregnata di blues urbano, ma anche di folk maturo e blues rurale.
Come gli otto minuti di (Blues for) Robert Johnson, omaggio ad uno degli indiscussi maestri del british blues, che sconfinano ad onor del vero nell'autocompiacimento esecutivo: si fatica un pò a stargli dietro!
Altrettanto deep/dark la lunga cover acustica della dylaniana The Ballad of Hollis Brown; coinvolgenti le altre covers emotive di Feel like goin' home e Freedom Song.
Altrove The Pretty Things ritrovano la leggerezza espressiva freakbeat delle pagine migliori di Emotions e S.F.Sorrows: in Dearly Beloved, Balboa Island, Mimi, Pretty Beat.
Balboa Island: un piccolo avvenimento che sarà magari liquidato con poche battute dalla stampa che conta.
Ma vi pare poca cosa un nuovo disco nel 2007 (senza che lo spirito originario sia andato perso) dell'unica band della 60s "British Invasion" che suona ancora con la line-up originale (unica eccezione il chitarrista Frank Holland con loro dal 1992) ?
Dopo alcuni ascolti, nonostante uno spirito autocelebrativo un pò accentuato speri che May, Taylor e c. non saranno così cinici dal farci aspettare altri otto anni per regalarci un altro timeless album così denso e generoso.
Si astengano i fans ad oltranza delle nuove fatue bands-meteora britanniche.

http://www.cotebasquemusicgroup.com/

http://www.myspace.com/alllightup
http://www.scaruffi.com/vol1/prettyth.html
http://www.venusdischi.com/

lunedì 15 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / MOLTHENI :Io non sono come te ( La tempesta dischi / Venus) 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli


Basta ascoltare un qualsiasi disco di Moltheni (uno per tutti… Splendore Terrore!), per rimanere sedotti dalla sua quieta, lucida e disperata concezione della vita e dei rapporti umani, veicolata da una voce piena di pathos discreto, fragile, perfidamente inquietante.
I temi sempiterni dell’amore, della morte, della solitudine sono affrontati da Moltheni con un’ apparente rinuncia ansiogena che fa pensare ad un perenne stato di ‘nirvana’.
Dopo la stupenda ed ispirata Toilette Memoria Moltheni incide per La Tempesta Dischi/Venus un mini-cd, Io non sono come te dal quale prima di tutto mi pare traspaia una diffusa gentile misoginia .
Tu è croce e delizia impietoso del rapporto a due, decisamente sbilanciato verso la croce..! Un’analisi a cuore aperto nella quale Moltheni riesce con eleganza unica ad usare metafore non certo ortodosse come
‘…è come pulirsi il culo con foglie d’ortica!’
Dopo l’iniziale strumentale Risveglio, rilassato ed evocativo, il disco vede fluire affascinanti strutture guitars-keyboards di preziosi collaboratori attraverso Giorni Cattivi, Io non io, gravide del tipico pessimismo lirico metafisico di Moltherni.
I seguenti versi di Montagna nera sono emblematici di un’incessante ricerca di pace interiore, un percorso arduo che certamente Moltheni continuerà a seguire prima di riuscire a raggiungere davvero il ‘nirvana’ :

' …dillo a me che non sono come lei / figlio di una montagna nera / dimmi che io non sono come te / figlio di una montagna nera’ .



PASQUALE BOFFOLI

sabato 13 ottobre 2007

Il meglio dei cinema in DVD by-Antonio -Peterucci n°11


Titolo: STILL LIFE Cina 2006 - Colore, 107 minut
Regia: Jia Zhang-KeGenere: Drammatico
DVD edizione: Lucky Red


Film del regista Jia Zhang-Ke, vincitore del leone d'oro a Venezia nel 2006.
Nel film due diverse storie si intrecciano, sullo sfondo della odierna Cina divisa tra regime comunista e l'avanzare della globalizzazione, e da questi contrasti si manifesta il doloroso smarrimento di un popolo alla ricerca delle proprie radici.
Soltanto alcune misteriose visioni come miraggi nel deserto presenti nella pellicola ci ricordano di una mai sopita speranza che ci sia l'avvento di una terza via, che porti finalmente pace e libertà.
Questo è un film non facile, ma forse anche per questo di struggente bellezza.

Trailer: http://it.youtube.com/watch?v=QYWKbxms1sc (A.P.)






Titolo: PAPRIKA Giappone 2006 - Colore, 87 minuti
Regia: Satoshi KonGenere: Animazione
DVD edizione: Sony Pictures


Ultimo film di animazione del regista giapponese Satoshi Kon autore di due altri famosi anime Perfect Blue e Tokyo Godfathers. La storia del film ruota attorno ad una invenzione che permette di entrare nei sogni delle persone ed anche di registrarli, quando viene rubato il prototipo.
Per i protagonisti, un detective ed una dottoressa scatta la caccia per il suo recupero; se da un lato la trama risulta abbastanza canonica, quello che rende straordinario il film è la grande libertà espressiva e originalità che in questo caso raggiunge livelli veramente notevoli
Inoltre un' ineccepibile realizzazione tecnica dei disegni, delle animazioni e della musica rafforzano il risultato finale; ma forse la cosa più importante vedendo questo film é la capacità di rassicurarci che la forza dei sogni e dell'immaginazione vince su tutto.

Trailer: http://it.youtube.com/watch?v=Wn_7oMh5jOw(AP)






Titolo: DIABOLIK Italia-Francia 1968 - Colore, 96 minuti
Regia: Mario Bava
Genere: Avventura --
DVD Edizione : Paramount


Famoso film del regista Mario Bava, maestro indiscusso del cinema Horror italiano, che in questo caso si cimenta con un adattamento cinematografico del famoso personaggio dei fumetti Diabolik.
Nel rivedere questa pellicola dopo più di 30 anni si prova un senso di euforia e meraviglia,:euforia perché il film è divertente ed ironico senza risultare banale, e meraviglia pensando alle suggestive scene piene di colori in cui con sapienza artigianale Mario Bava, riesce a trovare semplici soluzioni per scene che altrimenti sarebbero state per l'epoca dispendiose da realizzare.
Un sapiente uso della telecamera e delle luci rendono questo film una vera perla di un cinema che non a caso ancora oggi viene ricordato ed apprezzato in tutto il mondo.




Trailer: http://it.youtube.com/watch?v=lSmTcie3lg4ube.com/watch?v=lSmTcie3lg4 (AP)

martedì 9 ottobre 2007

R.I.P. : 9 / 09/ 1967 - THE DEATH OF CHE GUEVARA by ' Wally' Boffoli

Quella che segue é la biografia del CHE tratta dal sito http://biografie.leonardo.it/
e su gentile concessione del sito medesimo.
Forse leggerla nell' anniversario della sua morte, oggi, a quarant'anni esatti dalla sua uccisione (ASSASSINATO!) e al di là di tutte le mitizzazioni del personaggio stratificatesi in questo lungo lasso di tempo può servirci a continuare ad amarlo soprattutto e di più da un semplice punto di vista umano, dando per scontata la sua gigantesca statura di 'rivoluzionario' !
Ho deciso di pubblicarla anche perché questo per la politica, soprattutto quella italiana, mi sembra un momento molto delicato e di disaffezione soprattutto giovanile. Credo ci sia bisogno di rilanciare valori come il coraggio, la chiarezza, la non ambiguità etica e politica e soprattutto la fede nelle proprie idee!
Se i nostri politici (senza distinzione di colore!) per un attimo, o magari solo per oggi, riuscissero a mettere da parte le loro nauseabonde 'strategie oblique e trasversali' e guardassero all'esempio rigidamente etico rappresentato dalla vita e dalle azioni di Che Guevara sarebbe una cosa davvero utile : forse eviterebbero per il futuro chissà quante altre ipocrisie e soprattutto parole, tante intenzioni inutili e senza reali riscontri! ( by 'Wally' Boffoli)
" Vale la pena di lottare solo per le cose per le quali non vale la pena di vivere" (Che)
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Figlio della piccola borghesia agiata, Ernesto "Che" Guevara de la Serna, (il nomignolo "Che" gli venne affibbiato per la sua abitudine a pronunciare questa breve parola, una specie di "cioè", in mezzo ad ogni discorso), nasce il 14 giugno 1928 a Rosario de la Fe in Argentina. Il padre Ernesto è ingegnere civile, la madre Celia una donna colta, grande lettrice, appassionata soprattutto di autori francesi. Sofferente di asma fin da bambino, nel 1932 la famiglia Guevara si trasferisce vicino a Cordoba per consiglio del medico che prescrive per il piccolo Che un clima più secco (ma in seguito, fattosi più grandicello, la malattia non gli impedirà di praticare molto sport).
Studia con l'aiuto della madre, che avrà un ruolo determinante nella sua formazione umana e politica. Nel 1936-1939 segue con passione le vicende della guerra civile spagnola, per la quale i genitori si sono impegnati attivamente.
A partire dal 1944 le condizioni economiche della famiglia peggiorano, ed Ernesto comincia a lavorare più o meno saltuariamente. Legge moltissimo, senza impegnarsi troppo nello studio scolastico, che lo interessa solo in parte. Si iscrive alla facoltà di Medicina e approfondisce le sue conoscenze lavorando gratuitamente all'istituto di ricerche sulle allergie, a Buenos Aires (dove la famiglia si è trasferita nel 1945).
Con l'amico Alberto Granados, nel 1951, parte per il suo primo viaggio in America Latina. Visitano il Cile, il Perù, la Colombia e il Venezuela. A questo punto i due si lasciano, ma Ernesto promette ad Alberto, che lavora in un lebbrosario, di rincontrarsi appena finiti gli studi. Ernesto Guevara nel 1953 si laurea, riparte per mantenere la promessa fatta a Granados. Come mezzo di trasporto usa il treno sul quale a La Paz incontra Ricardo Rojo, un esule argentino, insieme al quale comincia a studiare il processo rivoluzionario che è in corso nel paese.
A questo punto decide di rimandare la sua carriera medica. L'anno successivo il Che giunge a Città di Guatemala dopo un viaggio avventuroso, con tappe a Guajaquil (Ecuador), Panama e San Josè de Costa Rica. Frequenta l'ambiente dei rivoluzionari che sono affluiti in Guatemala da tutta l'America Latina. Conosce una giovane peruviana , Hilda Gadea, che diventerà sua moglie. Il 17 giugno, al momento dell'invasione del Guatemala da parte delle forze mercenarie pagate dall'United Fruit, Guevara tenta di organizzare una resistenza popolare, ma nessuno gli dà ascolto.
Il 9 luglio 1955, intorno alle ventidue, al numero 49 di via Emperàn a Città del Messico, nella casa della cubana Maria Antonia Sanchez, Ernesto Che Guevara incontra una figura decisiva per il suo futuro, Fidel Castro. Fra i due scatta subito una forte intesa politica e umana, tanto che si parla di un loro colloquio durato tutta la notte senza alcun dissenso.

Oggetto della discussione sarebbe stata l'analisi del continente sudamericano sfruttato dal nemico yankee. All'alba, Fidel propone ad Ernesto di prendere parte alla spedizione per liberare Cuba dal "tiranno" Fulgencio Batista. Ormai esuli politici, parteciparono entrambi allo sbarco a Cuba nel novembre 1956. Fiero guerriero dall'animo indomito, il Che si rivela abile stratega e combattente impeccabile. A fianco di una personalità forte come quella di Castro ne assume le direttive teoriche più importanti, assumendo l'incarico della ricostruzione economica di Cuba in qualità di direttore del Banco Nacional e di ministro dell'Industria (1959).
Non completamente soddisfatto dei risultati della rivoluzione cubana, però, avverso ad una burocrazia che si andava sclerotizzando malgrado le riforme rivoluzionarie, irrequieto per natura, abbandona Cuba e si avvicina al mondo afro-asiatico, recandosi nel 1964 ad Algeri, in altri paesi africani, in Asia e a Pechino.
Nel 1967, coerente con i suoi ideali, riparte per un'altra rivoluzione, quella boliviana, dove, in quell'impossibile terreno, viene tratto in agguato e ucciso dalle forze governative. Non si conosce la data esatta della sua morte, ma sembra ormai accertato con buona approssimazione che il Che sia stato assassinato il 9 ottobre di quell'anno.
Diventato in seguito un vero e proprio mito laico, un martire dei "giusti ideali", Guevara ha indubbiamente rappresentato per i giovani della sinistra europea (e non solo) un simbolo dell'impegno politico rivoluzionario, talvolta svilito a semplice gadget o icona da stampare sulle magliette.

http://biografie.leonardo.it/biografia.htm?BioID=552&biografia=Ernesto+Che+Guevara
Una poesia di CHE GUEVARA : Autoritratto oscuro

Da una giovane nazione con radici d'erba / (radici che negano la rabbia d'America) / io vengo
a voi, fratelli del nord.

Gravato di grida di scoramento e fede, / io vengo a voi, fratelli del nord, / vengo donde vennero
gli "homo sapiens", / divorando chilometri in riti transumanti; / con la mia materia asmatica che
porto come una croce / e nelle viscere aliene da metafore sconnesse./

La strada fu lunga ed assai grave il peso,/ persiste in me l'aroma di passi vagabondi / e persino
nel naufragio del mio essere sotterraneo / - benché si annuncino rive di salvezza - / nuoto svogliato
contro la risacca, / serbando intatta la condizione di naufrago.

Sono solo davanti alla notte inesorabile / e ad un ricordo dolciastro di biglietti./ L'Europa mi chiama
con voce di vino vecchio, alito di carne bionda, oggetti da museo./

E nell'allegro irrompere di paesi nuovi / ricevo in fronte l'impatto diffuso / della canzone, di Marx ed
Engels, / che Lenin esegue ed i popoli intonano.

lunedì 8 ottobre 2007

LIVE / Esteri / THE MISFITS , 8 / 09 / 07, Rassegna L'Aqua in testa / Eastpak Music Festival, Porto di Bari -Terminal Crociere by Pasquale Boffoli

L’8 settembre 2007 si è conclusa presso il terminal crociere del Porto di Bari la terza edizione della rassegna L’acqua in testa / Eastpak Music Festival che si è sempre distinta per l’ ecletticità programmatica dei generi proposti ed il sapiente equilibrio tra proposte nazionali ed internazionali.
La grande aspettativa quest’anno era per il live-concert dell’ultima serata (6-7-8) dei mitici e, volendo , seminali punk/trashers americani THE MISFITS.
Serata ventosissima, quasi solidale con il tempestoso sound dei veterani americani di Lodi (New Jersey), trio ri-formato da Jerry Only (bass/guitar), Dez Cadena (guitar/vocals) e Robo (drums, membro originale con Jerry della band), detentori sin dal 1977 di un horror-appeal (nei testi come nel look) mixato con macabre ascendenze fantascientifiche, connotati che rendevano il loro trash-punk primigenio abbastanza anomala dai coevi gruppi punk californiani e non (Black Flag. Alleycats, Circe Jerks, X, Minutemen, Descendents etc…).
Ciò non ha impedito che nel corso dei decenni successivi il devastante chitarrista originario dei Black Flag, Dez Cadena entrasse nella loro line-up (cosa successa anche per un periodo a Marky Ramone) : Dez era presente anche a Bari, lunghi capelli torturati dal vento (che tutti ci ha tormentato sino a notte inoltrata) e make-up sepolcrale !
Il leader dei Misfits ‘77 era Glenn Danzig, cantante da toni morbosi molto vicini a Dave Vanian degli inglesi Damned, con il cui sound gli originari Misfits avevano qualcosa in comune.
Glenn Danzig era dotato di un carisma notevole che estrinsecherà compiutamente più tardi nei Danzig, autori negli anni '80 di alcuni album notevoli, avvicinandosi non poco ad un mood interpretativo Morrison-iano ma dopo Walk Among Us (1982/ Ruby) ed i numerosi 45 fine anni ’70 della Plan 9 che forgiarono il loro tipico sound punk-horror verso la metà degli ‘80 lascerà i Misfits.
Storia tormentata quella dei Misfits, a base di lotte legali, scioglimenti e reunions ma anche di dischi importanti come Legacy of Brutality (1985 -Plan 9/Caroline ) ed American Psycho (1997/Geffen) ed il merito maggiore di avere saputo tenerli in vita durante questi decenni è senza dubbio di Jerry Only.
Quest’anno ricorreva il loro 30° anniversario ed hanno intrapreso un lunghissimo tour mondiale che dopo l’Europa in Ottobre li vedrà in scena negli U.S.A.
Abbiamo davvero dovuto penare per assistere alla loro esibizione perché sono apparsi minacciosi in scena solo verso l’una inoltrata, dopo le performances di tre gruppi-spalla come da programma ai quali all’ultimo momento se ne è unito un quarto.

Qualche parola per loro : i baresi PLASTIC CASTERS sono una scheggia hard-metal mozzafiato (ne abbiamo parlato in questo magazine) ma purtroppo devo ripetere che il loro magniloquente cantante (una sorta di Claudio Villa metal, nel senso di inutile sfoggio di toni altissimi e di virtuosismo fine a se stesso!) li danneggia non poco!
Molto originali i nostrani JOLAURLO con il loro mix palpitante ‘pulp’ di punk, ragamuffin, pop ed una lead-singer aggressiva; noiosi i CHERRY STONE, di stanza a Milano con il loro hip-hop-metal- hardcore sparato a mille pretenzioso e brutale: un monumento alla noia !
Rivelazione invece assoluta i martellanti e percussivi torinesi DISCO DRIVE che riescono a trasmettere dal vivo autentiche inquietanti vibrazioni moderniste, inchiodandoti con il loro sound minimale ed ossessivo.

Ed i MISFITS ? Un concerto a tavoletta controverso secondo la maggior parte dei pareri, anche di quelli che hanno assistito ai loro shows seguenti italiani (questo mi é giunto alle orecchie!).
Ramones-chi seriali per l’intero show ma al contempo enfatici e magniloquenti nello stile vocale di Jerry, penalizzati dal vento che ‘disturbava’ notevolmente il suono della chitarra di Dez Cadena, truce ed anfetaminica nel macinare riffs maniaci e minimal-punk.
I classici sono sfilati tutti: American Psycho, Skulls, Halloween, American Nightmare, Horror Hotel, Die-die my darling, We are 138, Horror Business etc….ma… ma… mancava il carisma di un Glenn Danzig : anche se ad onor del vero Jerry Only, mascarato agli eccessi, circondato, scosso da ossa e scheletri di ogni tipo, ed ingessato nella sempiterna divisa Misfits che guarda un po’ ricorda paradossalmente per certi versi quella dei Rockets (do you remember?), non si é assolutamente risparmiato al basso ed alla voce in una performance muscolosa e trascinante anche se stracolma di clichés !
Ahimé però, dopo una mezz’oretta, le avverse condizione atmosferiche hanno fatalmente gettato nel caos la resa sonora del trio, con la chitarra di Cadena che suonava confusa e sfatta, persa nella pessima acustica .
Da registrare comunque, nel caos sonoro generale , alcune sequenze davvero da antologia, meravigliose lunghe estasi dark-punk che parevano emergere dagli inferi più perfidi ed inquietanti!
E’ troppo sperare di rivederli in una situazione più felice acusticamente? Chissà…!
Nel bene e nel male, un concerto che mi é rimasto scolpito perfidamente nelle sinapsi e nella psiche !
Numerosi i punks giunti da ogni dove, tutti o quasi sfoggianti in sintonia con l'avvenimento la loro brava t-shirt THE MISFITS (come signore ingioiellate ed impellicciate alla prima dell'Opera!).
Alcuni di essi nel corso della ventosa nottata si sono divertiti a più riprese con il loro sport preferito : lanciare bottiglie di birra e bottiglioni di vino ormai vuoti a caso tra i ragazzi e la gente presente!
Non intendo fare sterili polemiche, ma la mia idea di punk DA SEMPRE non é questa: non é farsi largo tra i kids più tranquilli ma non per questo meno 'ribelli' e punk con arroganza nauseante sgomitando come cagne in calore !
Questo non é essere punks e realmente anarchici, anche se si ha la cresta più 'bizzarra' ed alta di tutti !
E' noto che, in qualsiasi situazione, a violenza risponde violenza!
Anarchia e punk (prima e dopo gli 'anta!) non vogliono dire recitare un copione fisso ma ben altre cose, o no?
Se volete dibatterne io sono qui !
P.S. : vediamo chi indovina chi é il grande musicista punk (trapassato a miglior vita?!?!) ritratto insieme a Jerry Only in una vecchia foto, l'ultima qui in basso a destra.
Ai vincitori .........
... i cocci delle bottiglie rotte durante il concerto dei Misfits!

martedì 2 ottobre 2007

LIVE REPORT / Esteri / DEEP PURPLE, 13 /03/ 2007, Palasport Andria (BA) by Francesco Tunzi

I nostri amatissimi Deep Purple saranno di nuovo in Italia 9, 10 e 12 Novembre. La seconda volta nel corso del 2007.
La prima é stata a marzo di quest'anno, e poiché ci hanno visitato anche qui in Puglia Music Box vi propone, anche se a sei mesi di distanza, sicuri di farvi cosa gradita, il live-report del concertone in questione a cura del nostro affezionato collaboratore Francesco Tunzi che non ha potuto prepararlo prima per motivi strettamente personali !
Uno show bello ed emozionante come quelli passati e sicuramente come quelli italiani del prossimo novembre !

'I must confess that ...when i was young' non seguivo la storica band in modo particolare....in vecchiaia l'ho recuperata alla grande e devo dire che questi Purple anziani possiedono una classe ed un trasporto interpretativi davvero toccanti!
Se a ciò aggiungete che il loro ultimo lavoro, RAPTURE OF THE DEEP, é un signor disco, un mix senza tempo di classic Purple-hard, episodi dannatamente progressive e slow-ballads raffinate non si può che concludere che come gli Stones anche Gillan e c. hanno venduto l'anima al diavolo ed hanno per lui molta Sympathy ! (Wally)


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Prima tappa “meridionale” del minitour “ Rapture of the deep” dei mitici Deep Purple (le successive sono state ad Acireale e Palermo, dopo la prima effettiva in quel di Parma) nell’affollatissimo Palasport di Andria, con migliaia di appassionati giunti da ogni parte della regione per vedere uno dei gruppi storici dell’hard-rock degli anni settanta insieme ai leggendari Led Zeppelin.

C’era molta attesa per questo evento vista la rarità di tali concerti dalle nostre parti. E l’attesa non è andata delusa. Dopo l’opening act dei siciliani Volver, ecco i nostri cinque salire sul palco accolti da un boato indescrivibile. L’attacco è fulminante con “Picture of home” brano tratto da uno degli album storici “Machine head” del 1972 . Seguono poi brani come “Things I never said, “Strange Kind of woman” e Rapture of the deep” che dà il titolo all’ultimo lavoro. Il gruppo, nonostante l’età, si muove sul palco con una straordinaria vitalità.
Ian Gillan ha ancora una splendida voce anche se non più graffiante come un tempo con gli acuti opportunamente dosati, Ian Paice alla batteria è la solita “locomotiva”, Roger Glover al basso è in ottima forma, Steve Morse offre un saggio di eclettismo e infine Don Airey alle tastiere non fa rimpiangere il mitico Jon Lord. Il concerto prosegue con altri brani noti al grande pubblico come “Fireball” “Black night” “Space Trucking” e “Woman from Tokyo” per poi giungere ad un assolo di Steve Morse che esegue un medley comprendente “Starway to heaven” dei Led Zeppelin, “Free ride” e “Purple haze” di Hendrix e l’intro di “Roundabout” degli Yes.
Tocca poi a Airey fare un assolo alle tastiere con un accenno alla “Cavalcata delle Valchirie” passando per Genesis e E.L.P e, infine, omaggiando gli spettatori pugliesi con una divertente “Abbasce alla marina”(che il diavolo li perdoni!).
Dopo questi “intermezzi” l’atmosfera del concerto riprende ad essere tesa e vibrante con l’esecuzione di “Highway star” e di una splendida “Lazy” con l’assolo di armonica di Gillan. L’entusiasmo della gente è alle stelle ed è emozionante vedere giovanissimi e quarantenni, padri e figli accumunati dalla stessa passione e con gli sguardi adoranti verso i loro miti. Il gruppo per tutte le due ore dello spettacolo ha dato un saggio di grande virtuosismo musicale che è sempre stata la cifra stilistica dei Deep Purple rendendo inconfondibile in tutti questi anni il loro suono.
Il momento clou della serata è ovviamente “Smoke on the water” le cui prime note scatenano il pubblico che , in un autentico delirio collettivo, canta a squarciagola Il colpo d’occhio del Palazzetto gremito e festante è da brividi. Il concerto si chiude con il bis di “Hush” e con il gruppo divertito e felice per tanto entusiasmo che riceve i meritati applausi.




Testo e foto di FRANCESCO TUNZI

Risvegli (Sixties Culture) : ROKY ERICKSON, The Evil One...is back ! by Wally



A long article ....
Very soon !
i hope
..... We sell soul
( The Spades)

lunedì 1 ottobre 2007

Recensioni / Esteri : BABY WOODROSE : Chasing Rainbows, Bad Afro Records - Ottobre 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli

I Baby Woodrose di Chasing Rainbows hanno lo stesso sound sfavillante ed inconfondibile di Money for soul, Blows your mind, Dropout! e Love Comes Down, ma il recente side-project Dragontears del leader Lorenzo Woodrose li ha marchiati a fuoco!
La psichedelia liquida ed ossessiva che lì strabordava dai limiti angusti della song tradizionale, in Chasing Rainbows è splendidamente imbrigliata ed organizzata in 11 brani intrisi di misticismo e chiaroscuri crepuscolari, nei quali l’aggressività hard è sacrificata a favore di una vena acida più riflessiva, a volte onirica nella sua lentezza accentuata: insomma i 13th Floor Elevators (band seminale cui mi riesce più naturale accostare i B.W.) ed il Roky Erickson mistico-acidi di We sell soul piuttosto che quelli disperati di You’re gonna miss me! .
Che i Baby Woodrose siano cambiati è chiaro anche dalla ricerca palese di valori di vita più positivi ed introspettivi che traspare già dai titoli dei brani: la ricerca dell’amore di Someone to love, I’m gonna make you mine, la ricerca della luce interiore di No more darkness, la liberazione psichica e sensuale di Let yourself go, In your life, ma anche l’anelito alla bellezza cosmica di Chasing Rainbows, l’estasi lisergica di Twilight princess, Madness of your own making e delle oscure Dark twin, Renegade soul, i due brani più complessi e ‘drogati’ di Chasing Rainbows, dove i tre B.W. riescono a scavare con mesmerica intensità gli anfratti più angusti del nostro inconscio.
Ecco, il fascino incomparabile di Chasing Rainbows è la coesistenza perfetta tra i suddetti episodi ‘profondi’ e brani smaccatamente poppish come Someone to love, I’m gonna make you mine, Let Yourself go, Lilith, No more darkness, sottolineati da ricorrenti riffs all’80 % tastieristici di Lorenzo, a volte maestosi, altre mistici.
La prevalenza dell’organo negli arrangiamenti non impedisce sue fugaci ed energiche sortite chitarristiche come quella aggressiva tutta wah-wah di Let yourself go.
Affascinante la fusione chitarre elettriche/acustiche-keyboards messa in atto; geniali le numerosi intuizioni strumentali: la steel guitar delicata che permea interamente la fascinosa Lilith, sitar in grande evidenza, tambura e glockenspiel nell’orientaleggiante In your life, dalla fascinosa lunga coda strumentale.
La morbida ed omogenea successione di brani tutti mid-tempo pare rivelare l’intenzione di una concept-opera di planante psichedelia nella prima parte, più incisiva a partire dalla vitale Chasing Rainbows, sempre più introspettiva, dark ed acida giù giù attraverso Dark twin, Renegade soul sino alla conclusiva Madness of your own making, tre episodi impagabili, tre preghiere sospese tra inferno e paradiso.
Lorenzo le interpreta con intensità quasi religiosa, dilatando sorprendentemente il suo mood vocale soprattutto in Dark Twin .
Renegade soul é ricca di un flauto fatato e si dipana sulla tenebrosa seziona ritmica di Fuzz Daddy (drums) e Moody Guru (bass), tra antiche tentazioni pinkfloydiane ed abbacinanti rifrazioni 13th Floor Elevators.
Madness of your own making conclude con ispiratissima pacatezza atmosferica e conturbanti riflessioni esistenziali un’opera pressoché perfetta, che lascia presagire ulteriori mature sorprese artistiche per il futuro della band danese e della psichedelia scandinava.