venerdì 22 dicembre 2006

ANNIVERSARI / JOE STRUMMER ( 21 Ag.1952 - 22 Dic. 2002 )

Il 22 Dicembre del 2002, quattro anni fa, moriva JOE STRUMMER.
Ho pensato di riproporvi senza cambiare una virgola il pezzo che scrissi in quei giorni per un webmagazine cui collaboravo sull'onda emotiva della notizia !
Strummer ed i CLASH sono oggi attuali più che mai e dopo la sua morte non sono mai caduti nel dimenticatoio ; per la cronaca : é in giro un cofanetto contenente tutti i loro 19 singoli + bonus tracks ed é uscito da poco in circolazione per la Image un bellissimo DVD, LET'S ROCK AGAIN, un film di Dick Rude (purtroppo senza sottotitoli in italiano) girato durante il tour di Strummer con la sua nuova band The Mescaleros per promuovere il loro secondo lavoro Global A Go-Go, proprio poco prima il suo decesso. Ve lo consiglio caldamente, la copertina é qui a fianco !
Ciao Joe...ci manchi !





GIORNI DI PASSIONE PUNK

Una vera e propria doccia fredda: la notizia della morte di JOE STRUMMER, risalente al giorno 22/12, é una vera e propria doccia fredda...proprio quando ci giungevano notizie di una frenetica attività artistica del musicista inglese, diviso tra la preparazione del nuovo album con i suoi Mescaleros, previsto per i primi mesi del 2003... esecuzioni 'live' con il vecchio compagno Mick Jones di mitici brani dei Clash...e ciliegina sulla torta, ci aveva esaltato l'anteprima di una reunion dei Clash (anche se occasionale) per il 10 Marzo 2003 in vista del loro ingresso nella Rock and Roll Hall Of Fame.
No...é banale... ma non riesco a farmene una ragione, un altro GRANDISSIMO della nostra musica ci ha lasciato!Il nuovo millennio non é proprio tenero con il mondo del rock%roll e del punk: é una bruttissima luttuosa teoria iniziata nel 2001 con le morti di Joey Ramone (15/4) e di George Harrison (29/11) e continuata nel 2002 con le scomparse di John Entwhistle (27/6) e Dee Dee Ramone (5/6)...tutti artisti fondamentali per la storia del rock!!!
Purtroppo il 2002 ci lascia in eredità proprio sul suo declinare un'altra gravissima perdita: Joe Strummer é stato un protagonista assoluto della storia del punk inglese esploso in quei giorni indimenticabili risalenti alla seconda metà degli anni '70, era un musicista generoso e passionario che sin dalla gavetta giovanile per le strade e nei pubs di Londra aveva completamente eliminato qualsiasi barriera tra vita vissuta e rock&roll ( militava allora nei 101'ers); subito dopo, con l'immedesimazione totale nel clima infuocato del punk a cominciare dal '76-'77 giù fino agli anni '80, con i dischi ed i concerti dei Clash professa senza riserve la fede in una musica che é formidabile martello 'politico' per esprimere le tensioni punk- ribellistiche di una gioventù e degli strati sociali più emarginati anglosassoni, delle numerose e disagiate minoranze (!?) etniche; anche se ad onor del vero non mancano (soprattutto negli anni '80…quando sono accusati di essersi ammorbiditi!) da parte delle frangie più estremistiche e di certa stampa pesanti attacchi alla credibilità e buona fede delle loro posizioni politiche.
Grandissima rimane in ogni caso la rivoluzionaria operazione di sintesi musicale-artistica soprattutto tra punk e cultura giamaicana operata in seno ai Clash al 90 % proprio dal talento passionario di Joe Strummer.. a cominciare dal glorioso incazzatissimo omonimo THE CLASH del 1977 e dal seguente epico GIVE'EM ENOUGH ROPE, prodotto da Sandy Pearlman: punk infuocato, virile rock&roll, blues, r&b, reggae, dub, ska, ragamuffin'confluiscono in un visionario multietnico meltin'pot soprattutto attraverso opere che rimangono pietre miliari come il doppio LONDON CALLING (1979) ed il triplo SANDINISTA (1980), che non finiremo mai di amare ed esplorare, veri 'vangeli' per le generazioni/bands rock-punk immediatamente successive e per quelle a venire di questo millennio !
Joe Strummer anche a Clash disciolti ha continuato dritto e coerente per la sua strada, non partecipando mai al circo del rock mainstream, conservando le sue convinzioni politiche antimperialiste ed anticapitalistiche, legando sempre il suo nome ad artisti non compromessi e geniali come Shane McGowan, etilico e sdentatissimo leader dei Pogues ed il regista underground americano (ex musicista, era negli anni '80 negli sperimentali Del Bizantinees) Jim Jarmush: con quest'ultimo girerà Mystery Train, lasciandoci una rilassata ed efficace interpretazione.
Ma i suoi rapporti con il cinema negli anni '80 sono abbastanza intensi: per il regista punk Alex Cox scrive alcuni brani per la colonna sonora di Sid and Nancy e fa delle apparizioni in Walker (di cui cura anche la la soundtrack) e Straight To Hell, con Robert Frank gira Candy Mountain.
Realizza un paio di album solisti e continua nei '90 la sua attività musicale e live con The Mescaleros sino a nuovo millennio iniziato.


THE CLASH 'LIVE' -- FIRENZE -- 23/5/1981

Io comunque lo ricorderò sempre soprattutto legato al periodo di fuoco con i Clash sino a quei primissimi '80 quando si esibirono anche in Italia: memorabile il concerto di Bologna in Piazza Maggiore del 1980 e quello del 23/5/1981 nello stadio di Firenze in occasione dell' '81 Mission Impossible Tour; io c'ero...ci furono molte polemiche per la disorganizzazione di quell'avvenimento. Vorrei concludere questo ricordo che davvero non avrei mai voluto scrivere con il tono entusiasta di quanto scrissi in quel 1981 al ritorno da Firenze su Blacks/Radio, la fanzine che realizzavo in quegli anni in collaborazione con Stampa Alternativa:

” …A Firenze, in due ore, tra concerto e bis vari i Clash hanno dato veramente tutto come se fosse la loro ultima esibizione e non quella di un gruppo ormai affermato a livello internazionale sviscerando sino in fondo la carica ed i significati di ogni brano. Come riuscire a rendere le emozioni procurateci dalla loro amalgama emozionante di rock/reggae/dub e musica nera centro-sud americana nelle interpretazioni di brani come Wrong'Em Boyo, One More Time, Charlie Don't surf, Guns Of Brixton, The Call-Up (particolarmente trascinanti ed ipnotiche queste ultime due!), tutte dilatate e reinterpretate con una potenza da mozzare il fiato. Mentre si faceva sera... Justice Tonight/Kick It Over, Armagideon Time, con le invocazioni laceranti al cielo di un grandissimo Joe Strummer...le braccia spalancate, movenze da rasta-man ad urlare con voce straziante e commovente lo sdegno incommensurabile di un bianco per le ingiustizie sofferte dai fratelli di colore giamaicani. Penso non esista nessuno in questo momento in grado di eguagliare la sua tremenda e drammatica carica interpretativa, e Strummer riusciva a provocare la risposta-eco di non so quante migliaia di ragazzi: il massimo di feeling reciproco si é verificato senz'altro durante l'esecuzione di Bankrobber...”.


Momenti assolutamente indimenticabili...storici!
Questo Natale..invece...funestato dalla morte improvvisa di Joe Strummer che ci getta in un profondo sconforto... per me e credo per tutti quelli che lo hanno sempre amato non é certo un Natale dei migliori.

PASQUALE BOFFOLI

http://www.radioclash.it/
http://www.facebook.com/l.php?u=http%3A%2F%2Fhomepage.mac.com%2Fblackmarketclash%2FBands%2FClash%2Frecordings%2F1981%2F81-05-23_Florence%2F81-05-23_Florence.html&h=4fe13

www.joestrummer.com

mercoledì 20 dicembre 2006

Collaborations/ LIVE REPORT, Esteri / Saalfelden Jazz Festival, 25-26-27 Agosto 2006 by Marcello Rizza

A sorpresa Marcello Rizza mi ha inviato un suo live-report di un festival jazz molto particolare visto in Austria questa estate, esprimendo qualche dubbio acché io lo pubblicassi.
Ne approfitto per puntualizzare non solo al caro Marcello ma a tutti i lettori di questo blogspot , che in realtà é un sito musicale a tutti gli effetti, l'apertura a 360° con cui il sottoscritto ha voluto caratterizzarlo sin dalla sua nascita.
Devo essere sincero : ignoravo l'esistenza di questo festival e dei gruppi che vi si sono esibiti, il cui approccio al jazz a quanto ci riferisce Marcello é tutt'altro che ortodosso. Allora grazie Marcello per aver arricchito il nostro spettro sonoro.

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Quest'anno ho fatto le ferie a Saalfelden. Non è stato un caso. La ridente cittadina austriaca da anni ospita un Jazz-festival notissimo agli amanti del jazz sperimentale. Ma che ci fa un appassionato di sixties e di rock in una rassegna del genere? Leggete…leggete! C'è jazz e jazz! Questo è Jazz con gli attributi!
La qualità dei 15 gruppi intervenuti era altissima, inoltre è qualcosa di più che un Umbria Jazz, dove ormai puoi vederci suonare anche Santana, bensì è un festival di gran qualità e assolutamente rigoroso per quanto riguarda la qualità musicale. E' un festival che predilige il free jazz e il jazz più sperimentale, inquinato dai vari generi rock, blues, classico, ambient, industrial, elettronica e chi più ne ha più ne metta. Alcuni gruppi mi hanno letteralmente fatto impazzire, mentre altri li ho ammirati per le loro grandi capacità espressive ed artisitiche.
Il prezzo pagato, 105 Euro, ne valeva la pena.
Partendo dal Venerdì 25 agosto, giorno del mio arrivo, dei gruppi visti, quelli che mi hanno sinceramente colpito sono stati i seguenti, in ordine di apparizione: alle 22,00 i finnici RINNERADIO, assolutamente favolosi e i miei preferiti in tutto il corso della manifestazione: spaziali, ampi ed analogici, con Tapani Rinne che suona un clarinetto ispirato, Juuso Hannukainen che ipnotizza con le sue percussioni eleganti, Iro Haarla che suona arpa e pianoforte e che inserisce l'elemento glaciale che "disturba" le lunghe suite e finendo con Verneri Lumi che interviene solamente nella fase finale dei lunghimomenti musicali e che funge da dj che miscela suoni elettronici alla Kraftwerk.
E ad un incrocio tra i tedschi Kraftwerk, i Porcupine Tree e i Soft Machine riesco a leggere una chiave di lettura per questo gruppo, che di Jazz ha offerto veramente poco e di emozioni vere ha offerto moltissimo. Ho cercato informazioni in net su questo gruppo e ho scoperto che nell'ambito della sperimentazione jazz ha un grandissimo seguito. Consiglio peraltro il loro ultimo CD, “Plus”, etichetta Rockadillo (2006) che, oltre ai brani musicali offre un loro concerto in DVD.
Alle 23,30, poi, è seguito uno spettacolo della statunitense Christian McBride Band. Questo "cristiano" c'ha le palle, ragazzi! Ha due mani che sembrano due pizze margherite mentre inizia con un contrabbasso dalle corde certamente rinforzate. Questo è un jazz duro ma certamente jazz. Il tocco statunitense da sempre a ogni spettacolo un elemento dominante duro, sferzante. Anche questo non si discosta. Un gran bel jazz suonato come si suona il rock. Ma ancora più potente diventa il suono quando dal maltrattato contrabbasso Christian passa a suonare il basso elettrico. Che potenza, figlioli! E come diventa difficile capire quanto di jazz resti e quanto di blues e rock sia ormai entrato nel tessuto ritmico!

Sabato 26 agosto il programma iniziava alle 16.00. Il primo artista, Klaus Gesing, l’ho perso perché ero andato a visitare dal mattino la vicina Salisburgo. Alle 17,30 c’è stato quell’artista “malato” di sperimentazione che si chiama MARC RIBOT (USA).
Il “tipo” è famoso per spettacoli d’avanguardia dove, per esempio, suona la chitarra da solo mentre coi piedi scoppia palloncini! Stavolta lascia la sperimentazione e la genialità alla band che l’accompagna, la Lucien Dubuis Trio (Svezia), prestando nell’occasione il suo grande talento chitarristico. Veramente un grande spettacolo!
Ribot suona la chitarra prevalentemente sfruttando l’insegnamento di Robert Fripp, ma non disdegnando in un brano di suonare alla Peter Frampton. Suono che a volte è ispirato e melodico, a volte cerebrale, a volte potente. E se Marc Ribot guadagna in maniera impeccabile il suo cachet è invece questo pelato e spilungone di Lucien Dubuis, certamente meno conosciuto di Ribot, che col sassofono ne combina di tutti i colori e che conquista il mio cuore musicale. Con gli strumenti a fiato che utilizza ha un rapporto d’amore più animale che cerebrale. Il bocchino sembra che lo mastichi, i fiati sono sputacchiati a non finire, gli strumenti sotto le sue frenetiche dita suonano ma anche parlano, sussurrano, gemono, urlano. Non ci credete, vero se come esempi mi vengono ancora in mente gruppi rock piuttosto che jazz? E allora…ecco che, soprattutto per la chitarra, mi vengono in mente i King Crimson più sperimentali, quelli di lavori come “The Construktions of Light” (2000), mentre per i fiati scomodo i lavori messi in cantiere dai redivivi Van der Graaf Generator nel secondo CD del loro ultimo album “Present” (2005) e dal grande David Jackson.
Non è un caso se questo Jazz Festival mi ha “preso” così tanto! Così come è non un caso che salti a piè pari i gruppi che esprimono un grande jazz più classico che però conosco poco e che non posso quindi commentare con cognizione di causa.
Passo quindi a descrivere l’ultimo concerto delle 23,30, quello di Bobby Previte & The Coalition of the Willing (USA). Bobby, da informazioni assunte, è un batterista abbastanza classico nel panorama jazz statunitense, sebbene ami collaborare spesso con vari artisti in progetti differenti. Questo volta il progetto coi suoi compagni di viaggio è sicuramente in chiave rock. Sinceramente…non ho capito dove sia intervenuto il jazz nei pezzi che hanno eseguito con forza, se non solo in alcuni momenti nei pezzi ispirati e solisti che Robert Walter, omone molto beat negli atteggiamenti e nel look, inventava con un hammond a cui faceva rendere suoni improbabili per lo strumento! Stupefacente! Forse, in questo caso, i due chitarristi nei primi due brani non sono sembrati subito in sintonia. Hanno però recuperato successivamente contribuendo finalmente alla grande festa rock che veniva celebrata dall’entusiasmo e dalle capacità percussive di Bobby. Grande, grandissima prova!

Ed eccomi qui a raccontarvi dell’ultima giornata a Saalfelden.
I concerti iniziano alle 14,30. Il primo è di ottima fattura jazz, abbastanza classico, quel jazz che non conosco bene e di cui pertanto non parlo. Il secondo è particolare perché è dedicato a Robert Wyatt. Alcune composizioni della scena Canterbury occhieggiano al free jazz, quindi nulla di strano. E’ che in questo caso succede il contrario, ovvero è l’artista che occhieggia al genio compositivo del barbuto personaggio e ne coglie l’incipit per poi lanciarsi nel suo ambito jazz che meglio interpreta. Le arie di alcune canzoni di Robert Wyatt vengono “sassofononate” da MAX NAGL all’inizio dei brani ma è solo il pretesto per poi abbandonarsi a un free jazz che colpisce per il saper congiungere la strumentazione classica del jazz con una spazialità resa tale dall’intervento delle valide tastiere attivate da Clemens Wenger. Ho preso sul posto il CD del concerto, che si intitola “Market Rasen”, e i pezzi del nostro Robert rivisti da Max Nagl sono i seguenti: “5 black notes and 1 white note”,Alliance”,Cp jeebies”,Born again cretin”,Box 25/4 lid”,The british road”,Gharbzadegl”.
Non è un CD per chi non è aduso a sonorità jazz ma è sicuramente un must per i completisti del mondo Canterbury e propriamente di Robert Wyatt. Nell’interno di copertina c’è la foto di Robert nel suo giardino scattata nel 2003 e il testo della canzone “Alliance” firmata dall’autore.
Arriva dopo il divertentissimo e scatenato batterista Herbert Pinker; che personaggio strano! E’ abilissimo e molto aggressivo, tanto che l’ambiente free jazz, fatto di arresti improvvisi e di tempi spesso rallentati, sembrano influire sullo slancio che il personaggio prende sulla batteria. Dico con attenzione “sembrano”…e in effetti è curioso vederlo mentre si arresta rispettoso del copione assegnatogli e pare, in quella frazione di momento, che possa perdere l’equilibrio sopra i piatti e i tamburi.
Ma non cade mai, anzi riprende sullo slancio senza perdere una battuta e aggredendo con tutta la sua magrezza possibile gli strumenti sotto di lui. Riuscirà, nell’esecuzione, a rompere una bacchetta e a far saltare un piatto! Grandissimo e divertente. Questa di domenica è una sessione musicale importante. Anche col successivo concerto si assiste a uno spettacolo particolarissimo. Gli organizzatori della kermesse prenderanno atto, certamente, che dopo il secondo pezzo di questi malati di mente che si chiamano AHLEUCHATISTAS (USA) metà delle sedie del teatro si erano svuotate. Chi è rimasto è perché ama il rock e soprattutto quello pestato duro. E’ difficile classificare questo genere di musica.
E’ difficile capire la scelta degli organizzatori di inserire questo gruppo all’interno di una rassegna jazz, seppure assolutamente aperta alla sperimentazione.
Nel loro CD “What you will” (Cuneiform records 2006) gli stessi artisti si giudicano, pensate!: avant-technical, post-Beefheart, improv-core, math-metal, art-damage, punk-rock!!! Chiaro? Mica tanto! Dovrò ascoltare molto e molto attentamente il loro CD, ma da subito mi sento di dire che mi ricordano per alcuni aspetti il prog nordico alla Anekdoten e che si presentano scenicamente molto simili, anche fisicamente, ai Lord of Altamont che ho avuto la possibilità di vedere a Isola Rizza alla manifestazione Beat Epoque.
Oltretutto il CD è un po’ meno duro di quello che hanno mostrato sul palco, nel quale il leader e pazzo percussionista Sean Dail ha strapazzato gli strumenti è ha dato sfoggio dei suoi tanti tatuaggi in una esibizione edonistica. Sto scrivendo e ascoltando il CD…e in effetti riesco a cogliere alcuni (solo alcuni) sprazzi di free jazz…ma al concerto presentato a Saalfelden non se ne è sentita traccia!
E’ un finale di kermesse musicale tutta statunitense quella che segue. Ora dovrei scrivere righe e righe del pezzo forte della manifestazione musicale, del personaggio che tutti aspettavano da tre giorni: STEVE COLEMAN.
Risolverò il tutto, sempre per la mia iper dichiarata incapacità di giudicare un certo tipo di jazz, dicendo che dal punto di vista esecutivo lui e il suo quintetto sono stati impeccabili. Sassofonista e compositore, pur giovane non si danna l’anima come ho visto fare ad altri, anzi gigioneggia dall’alto della sua posizione privilegiata e riesce comunque a gestire la band e a coinvolgere il pubblico che gli tributerà l’applauso più lungo dei tre giorni trascorsi in teatro. Ne prendo atto. Io non ho capito bene la sua performance.
La serata finirà poi con la JASON MORAN'S BANDWAGON.
Divertentissimi! Si…ma sono un gruppo Blues! Ha voglia Jason Moran di tessere melodie sofisticate…gli altri se ne sbattono e suonano del grintoso e delizioso blues. E allora…Jason s’adegua, sperimenta, improvvisa, e vedi che comincia a suonare qualsiasi cosa gli venga in mente in quel momento. Le note del pianoforte intonano Jimi Hendrix, poi passano magicamente alla eighties “Trans europe espress” dei Kraftwerk…poi ritorna con un improbabile melodico esercizio, a proporre la sixties “Psiche Rock” di Pierre Henry…e chissà quante altre cose che non ho riconosciuto lui si diverte a intonare col suo melodico e divertente pianoforte!
E, tutti neri come il carbone e tutti validi, danno il loro divertente contributo e si intuisce che la scelta di far chiudere lo spettacolo a questi tizi è per lasciare un divertito ricordo della manifestazione.
L’anno prossimo andrò ancora a questa manifestazione. Non credo potrò mai più mancarci!
Chissà che non ci si riesca ad andare con qualcuno di voi?
MARCELLO RIZZA

lunedì 11 dicembre 2006

Recensioni / Italiani; SDH : Engage (Sham Foundation / Nicotine Records / Goodfellas) 2006


L’anno che sta per arrivare segna il trentennale della nascita del punk o giù di lì : si sa, questa é materia controversa!
Il 1977 fu comunque anno cruciale per il punk, figlio degenere di papà rock, che nel bene e nel male continua nel nuovo millennio a resistere all’usura del tempo ed avere una sua attualità sonica e contenutistica.
Naturalmente dipende molto da come lo si gestisce.
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Ad esempio gli SDH, trio di Rieti guidato da Nazzareno Martellucci (lead vocal, cori, chitarra e synt), hanno con il punk un approccio tutt’altro che ortodosso, quello che preferisco !
ENGAGE, credo il loro primo cd contiene sette brani, cinque originali e due covers e mi è stato segnalato da Michele Ballerini, maitre-à-penser in materia : inizia con Black flag’s horde , dedicato a Penelope Houston degli Avengers, storico gruppo punk californiano della prim’ora ed è subito una chiara dichiarazione d’intenti.
Il sound punk strascicato, doloroso ma compatto degli SDH rivela chiare ascendenze americane, californiane per l’appunto, ma in questo brano iniziale echeggia anche qualcosa degli indimenticati newyorkesi Dead Boys : Nazzareno non ha un vocalismo violento, ma trasmette una quieta disperazione, quasi rassegnata !
La sua chitarra e quella di Daniele si integrano bene e creano un muro chitarristico spietato, anche nei brani successivi, Linda Blair, una cover dei Red Kross del 1986 tratta dall’album Born Innocent e Stop It, perentoria punk-song (dedicata ad amici persi per strada leggo accanto…!)
Quando dopo questo terzo brano credevo di averli inquadrati ecco Right Now, che mischia le carte in tavola con il suo andamento malato, quasi una punk-ballad : Nazzareno pare cantare per inerzia, indolente e dark, ed è contagiosa la malinconia metafisica che riesce a trasmetterti ; ed ecco entrare in scena il suo synth, che introduce nel sound degli SDH un mood decisamente inaspettato, dilatandone notevolmente lo spettro espressivo. Un omaggio speranzoso al nuovo millennio, così annunciano il brano gli SDH, ma a giudicare dall’atmosfera che vi si respira …. la vostra è chiara ironia, n’ést pas ?
I Hate R’n’R stars, un’oscuro psychobilly crampsoide, ennesima indefessa professione di fede punk ; la cover punkizzata di The Model dei Kraftwerk da The man machine del 1976, introdotta e percorsa da un fuzz tagliente, la voce di Nazzareno filtrata ed aliena…ma come, dei punks alle prese con gli inventori della fredda estetica sintetica kraut-rock ?
Decisamente intrigante, no… scusate, inquietante !
Ed infine i sette minuti sorprendenti di Ride it, polimorfa : inizio convulso ed allarmante, incitamento all’azione; poi il brano rallenta quasi perdesse colpi e lo strisciante synth di Nazzareno disegna oscuri arcobaleni decisamente poco rassicuranti, ancora una volta alieni, dialogando con la calda chitarra ‘umana’ di Daniele; la sua voce si lamenta…quasi implora !
Che dire : una vera rivelazione per il sottoscritto i reatini SDH.
Il loro ENGAGE, che non mi stanco di ascoltare, è un debutto che tasta più che bene il polso dell’oscurantismo dei tempi che viviamo.
Come non accennare anche all’ennesimo favoloso artwork di Prof. Bad Trip, che purtroppo ci ha lasciati prematuramente ?

A quando un lavoro più corposo..... ragazzi (!?!?) .

http://www.nicotinerecords.com/
sdh@hotmail.it

sabato 9 dicembre 2006

Collaborations; LIVE REPORT : The Flowers, Viaggio nella canzone d'autore III, I CONTEMPORANEI ( Altair Association , 2 / 12/ 06 ) by Antonio Vergari


Antonio Vergari ha già scritto un articolo per questo blogspot ed é venuto a sentirci il 2 Dicembre all'Altair dietro mio invito ; a fine serata quando é venuto a trovarmi simpaticamente mi ha espresso il desiderio di scrivere qualcosa sulla serata. Potevo dirgli di no ?
Il risultato é un pezzo per nulla didascalico, allusivo ed originale nella sua svagata vaghezza!
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Esile recensione del contenuto di una serata a Bari


Nessun incensamento, niente violini che suonano da soli. Queste pagine sono già loro, se leggi non è per loro; parla di quello che hanno fatto ieri, l’alternativa della consuetudine del sabato: il ricordare la storia passata più prossima, quella dei Contemporanei.
In due parti, unplugged e elettrico.

Amo molto meglio di te, Henry Lee! Cerco nelle Sacre Scritture

Ballate di omicidi. Pugnalare per amore. Farsi chiamare uno dei Fleurs du Mal e darsi al misticismo.
I lati intimisti del songwriting poi sfociano dritti sul confine, e rimangono lì, un po’ in bilico temi sulla necessità di essere amati e squarciare il velo di ipocrisie del bosco selvaggio, essere in città
un barbone ubriaco, dire che non va tutto bene.
Il pezzo di Lanegan è quell’ elegia improvvisata sul palco, con tutti davanti ma nessuno ti guarda, che nella voce trova la propria catarsi.

Polly vuole una dose….qualcuno da amare

Non separare il contenuto dal contenitore, il risultato è la ricompensa. Prendi una cosa grunge
togli il basso col tremolo e la batteria. Una certa dolcezza nella verità che parla con le parole, allora tanto vale ascoltarle, con o senza urli, più o meno roca la voce.
Il basso sta seduto e la chitarra sta per trasformarsi in batteria, si può dire tutto ma difficilmente dall’altra parte impareranno in tempo a andare a tempo con il battito delle mani.

Quando una ragazza, una donna, Margaret va in città Ho la luna piena nella mia anima

A Bari il sabato sera sanno veramente tutti dove andare, peggio per loro. Mancheranno loro l’acustica e la Rickenbacker e il cantante che si abbassa a terra o siede in contemplazione degli amici suoi musicisti.
Poche cose di un percorso storico possono far pensare se sentite per la prima volta, ricordare se è la seconda, cantare e suonarle se si sentono proprie.

È stata una giornata difficile…… abbiamo suonato come dei cani

Ci voleva più pop? Più balli da fare? Più battute dal palco?
Chi sarebbe tornato da dove è venuto con la pulce nell’orecchio?
Quando verrà in mente che l’ Italiana non è la sola?
L’ audience si sveglia solo dopo poche note di Saint Tropez .

Go Flowers go!

ANTONIO VERGARI

www.theflowers.it


martedì 5 dicembre 2006

Anniversari; JOE STRUMMER ( August 21, 1952 - Dec.22, 2002) Tribute



Quattro anni fa, il 22 Dicembre moriva JOE STRUMMER . Devo spiegarvi chi era e perché la sua memoria per chi scrive e chissà per quanti altri migliaia di fans rimane così viva?
Non credo, perché se state leggendo questo blogspot appartenete alla stessa razza dei Flowers e di chi scrive.
Quando morì scrissi commosso di getto un pezzo che fu pubblicato da un sito cui allora collaboravo (non chiedetemene il nome però !) : ve lo riproporrò il 22 o giù di lì.
Qui però pubblico esattamente come l'ho ricevuto il comunicato stampa nel quale si annuncia la III Edizione del Tributo Italiano a Joe Strummer che si terrà sabato 9 dicembre a Bologna.
Credo che interesserà non pochi !
Vi allego anche il testo della e-mail giuntami da Fulvio 'Devil' Pinto del sito Punkadeka, uno degli organizzatori dell'evento insieme allo stesso Deka !
' ......“10.000 Giorni di Rock’n’Roll”
IL TRIBUTO ITALIANO A JOE STRUMMER - Il Tributo Italiano a Joe Strummer è un concerto benefit voluto da Mauro (Radioclash.it), Fulvio/Devil e Deka(Punkadeka.it) per colmare l'immenso vuoto lasciato dopo la scomparsa di JOE STRUMMER. La prima edizione del tributo si è tenuta il 19 Dicembre del 2004 a Bologna e volutamente nella città in cui nel 1980 si svolse il primo concerto Italiano dei Clash. L’evento intende commemorare degnamente la figura umana ed artistica di Joe Strummer (21 Agosto 1952 – 22 Dicembre 2002), anima e coscienza politica dei Clash, una band che ha saputo incidere profondamente nella storia del rock’n’roll.
Grazie alla disponibilità di molte band italiane con Joe ed i Clash nel cuore, ed alla presenza di alcuni ospiti ex Mescaleros (l’ultima band di Strummer), il Tributo Italiano a Joe Strummer, è diventato un appuntamento irrinunciabile per ogni fan dell’indimenticato rocker inglese e degli stessi CLASH. Fin dalla prima edizione i proventi della serata sono stati destinati a Strummerville, l’associazione no profit costituita dalla famiglia e dagli amici più intimi di Joe...Finchè avremo Ossigeno manterremo viva questa tradizione annuale per non dimenticare JOE STRUMMER e i CLASH. Ci vediamo a Bologna, ogni anno, sempre in Dicembre, JOE vi aspetta...Mauro, Fulvio/Devil e Deka. ' .
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Comunicato Stampa ufficiale III Edizione 2006
“10.000 GIORNI DI ROCK’N’ROLL” III Edizione 2006

IL TRIBUTO ITALIANO A JOE STRUMMER

SABATO 9 DICEMBRE 2006 @ NUOVO ESTRAGON, Via Stalingrado, 83 Bologna / Area Festa Unita'

Infoline :
tributojoestrummer@punkitaliano.it
Cell: +39 335 577 06 50
MySpace :
http://www.myspace.com/tributojoestrummeritalia


JOE STRUMMER se ne andava il 22 dicembre 2002 a soli 50 anni. L'anima e la coscienza politica dei Clash , il formidabile rocker diventato punto di riferimento ideale per migliaia di giovani, è scomparso quattro anni fa lasciando un vuoto incolmabile. La sua voce ha lanciato un messaggio ai ragazzi di tutto il mondo, e trattandosi di un messaggio che chiedeva verità e giustizia , che affermava la necessità di una società multiculturale e multirazziale, i ragazzi hanno ascoltato.
Il fatto poi che poco sia cambiato nei destini di questo malato pianeta, non intacca minimamente la validità di questo messaggio e, anzi, lo rende sempre più attuale e necessario.
I ragazzi hanno ascoltato Joe e lo ricorderanno per sempre, perché non si può dimenticare chi, per 30 anni, dai Clash ai Mescaleros, ha profuso attraverso la musica tale e tanta energia, passione, determinazione, speranza.
Il desiderio di ricordare con eterna riconoscenza Joe Strummer come musicista e come uomo, caratterizzerà anche la terza edizione del Tributo Italiano 2006 a lui dedicato, dopo le positive esperienze dei primi due anni. La serata organizzata in piena autonomia da Radioclash.it e Punkadeka.it, viene riproposta con le usuali caratteristiche di concerto benefit grazie alla fondamentale collaborazione delle band partecipanti che hanno Joe ed i Clash nel cuore, ed alla disponibilità di Estragon. Anche in questa edizione si alterneranno sul palco gruppi storici italiani del combat rock e del punk, tribute band, musicisti e rockers emergenti a prova di un movimento ancora vivo ed appassionato.
La novità di questa edizione è rappresentata dalla presenza nel cast di due band inglesi che hanno partecipato lo scorso maggio allo Strummercamp di Manchester, a testimonianza di quanto ancora sia ancora vivo, ad ogni latitudine, il ricordo di Joe. Nel corso della serata verranno eseguiti oltre 35 brani storici dei Clash insieme a diversi pezzi tratti dal repertorio di Joe Strummer and The Mescaleros.

Il cast (non in ordine di apparizione) :

ALBERTO SANNA & ANIMANERA
ATARASSIA GROP
BLACK MARKET
CLAMPDOWN
CONTROLLO TOTALE
FFD
THE INFIDELS (UK)
KLASSE KRIMINALE
KLAXON
LINEA
MALAVIDA
NIGHT OF TREASON (UK)
RADIO BRIXTON
RAPPRESAGLIA
RATOBLANCO
SKARNEMURTA

Alla serata parteciperanno come graditissimi ospiti anche PABLO COOK e SMILEY , due ex MESCALEROS che hanno diviso il palco con Joe Strummer nell'ultimo tratto del suo percorso artistico. In oltre sara’ presente,
PAT GILBERT, già brillante giornalista del NME, ed autore di uno dei più bei libri usciti sui Clash, quel "Passion is A Fashion", edito in Italia da Arcana con il titolo di "Death Or Glory". Sara’ dei nostri anche RICHARD NORRIS, proveniente dalla prima formazione dei Mescaleros e personaggio chiave per il ritorno sulle scene di Strummer. Richard Norris (ex dei Grid nei quali militava con Pablo Cook) conobbe Joe intorno al 1995, e lo spronò a riprendere l'attività musicale lavorando con lui su alcuni nuovi pezzi. E' il produttore dei brani "Yalla Yalla" e "Sandpaper Blues" presenti in "Rock Art and The X Ray Style", e nello stesso disco suona le tastiere in "Diggin The New" e, ancora, in "Sandpaper Blues". Non è esclusa una sua puntata on stage per affiancarsi alle band sui pezzi dei Mescaleros.


ORARI : dalle ore 16:30 apertura con dj set Clash oriented, dalle ore 17:30 puntuali, inizio del concerto che terminerà intorno alle 24:00.

INGRESSO
: Euro 12,00 con consumazione e gadget della serata.

RICORDIAMO CHE : Anche per questa edizione del tributo i proventi saranno destinati a STRUMMERVILLE , la fondazione senza scopo di lucro fondata dalla famiglia e dagli amici intimi di Joe.

ATTENZIONE : Sabato 9 Dicembre cade in pieno Motorshow di Bologna. Vi invitiamo pertanto a raggiungere Estragon, che si trova proprio in zona Fiera, con un certo anticipo onde evitare ingorghi stradali ed autostradali.


Per soggiornare a Bologna visitate: www.2torri.it/dormire.cfm

Come arrivare al Nuovo Estragon: www.estragon.it/dove.htm


COMUNICAZIONE STAMPA By: UNITED COMMUNICATION Web Press Office

lunedì 4 dicembre 2006

Recensioni / Esteri / GOV'T MULE : High & Mighty ( Blue Rose / I.R.D. ) 2006





I GOV’T MULE di WARREN HAYNES sono ormai da tempo una band imprescindibile soprattutto per una frangia di appassionati molto precisa: quella che ha superato e da tempo i trent’anni e che ritrova nel sound della band sia il magico e generoso fluire strumentale di storici ‘acts’ sudisti come Allman Brothers e Lynyrd Skynyrd sia il solido approccio hard-blues di straordinari e mai dimenticati combos inglesi anni ’70 come The Free, The Humble Pie e perché no, anche Deep Purple.
Questa estate hanno marchiato a fuoco anche la XXVIIa edizione di Pistoia Blues, un bagno di folla che ho sperimentato per la prima volta l’anno scorso.
I Gov’t Mule del nuovo millennio riescono magicamente ad alchemizzare il mood malinconico da grandi spazi dei primi con il cinismo hard fondamentale dei secondi.
HIGH & MIGHTY, con il quale si accasano con l’ottima etichetta tedesca roots Blue Rose è solo l’ultimo capitolo di una saga entusiasmante di produzioni (l’ultimo era stato il doppio studio/live Déjà Voodoo / ATO Rec./ 2004) e risulta fondamentale per stigmatizzare ‘serializzandolo’ uno spettacolare rock granitico trasudante blues e soul in un panorama internazionale estremamente frastagliato, che fa registrare da un lato un sanissimo ritorno alle radici folk/country/blues anglo-americane (ed il lavoro dei Gov’t Mule ben si innesta su di esso), da un altro il solito susseguirsi di presunti nuovi trends o pleonastici songwriters novelli geni !
Granitico è l’avvio di Mr.High & Mighty, caratterizzato da un epico riff di stampo decisamente AC / DC ( !!! ), l’altrettanto solidissimo Brand New Angel, monumento alla creatività strumentale, percorso dalle spirali subdolamente psichedeliche delle tastiere di Danny Louis, abilissimo nel dialogare con il solismo ‘tentacolare’ ed epico di Haynes, che qui imperversa incontinente e pneumatico come in tutto l’album.
Ascoltate il suo preludio slide/ mississippi blues in Brighter Days e capirete come Haynes sia un inviato speciale delle alte sfere divine rock, in missione sulla terra per rendere migliori e splendenti i nostri giorni.
Un fuoriclasse, tout-court; le sue doti di chitarrista / cantante/ compositore eccelse ed eclettiche hanno fatto terra bruciata intorno a lui e sono addirittura fulminanti in questo nuovo lavoro dei Gov’t Mule, che surclassa il pur ottimo Déjà Voodoo.
Anche il suo modo di cantare è divenuto più soulful e malinconico; ascoltate le sue interpretazioni nelle avvolgenti e sofferte slow-ballads So weak so strong, Nothing Again, Child of the earth (che si integrano alla perfezione con l’accentuato coté hard di cui abbiamo già disquisito !) : fanno rivivere l’impagabile ‘loneliness’ degli Allman più maturi quanto il fascinoso penetrante soul delle pagine più introspettive dei Free di Rodgers e Paul Kossoff .
HIGH & MIGHTY ci offre, ribadisco, dei Gov’t Mule quanto mai ‘duri’ ( Streamline woman) ed oscuri (Like flies) ma anche mai così lirici : la dolcissima Endless parade, un blues da far commuovere anche i più ‘tosti’ conclude con gli ispiratissimi dialoghi strumentali Haynes/Louis come meglio non si poteva l’opera, facendoci tenacemente sperare che davvero quella dei Gov’t Mule sia una parabola artistica lungi dall’esaurirsi, per la salute delle anime rock più pure in circolazione e spero per l’acquisizione di nuovi adepti alla loro ferrea fede soul-rock (ma non è che il loro luogo di culto è proprio quel Soul Harvest Evangelistic Center davanti al quale staziona il ‘caro’ mulo, ritratto nel retro del cd ?) .


PASQUALE BOFFOLI

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sabato 2 dicembre 2006

Collaborations / Recensioni / From The Past / THE LOVE : Forever Changes ( Elektra, 1967) by Franco De Lauro





THE LOVE furono un gruppo attivo in California (Los Angeles), nella seconda metà degli anni 60.
In realtà essi furono, sostanzialmente, il gruppo di ARTHUR LEE .
Questi fu l’anima del complesso, che cambiò di compagine ripetutamente a causa della vita spericolata, diremmo oggi, dei suoi componenti. Il disco che si sta esaminando è del 1967.
Epoca e luogo geografico, ovviamente, rimandano all’Estate di amore, pace e libertà (Summer of love) della mitologia pop.
I più pensano alla Summer of love ed ai suoi artisti come ad un qualcosa di ben definito.
Non c’è niente di più sbagliato.
Al di là del fatto di essere immersi in un vago, anche se elettrizzante, clima di protesta ed entusiasmo giovanile verso “nuove” libertà e cose simili, i gruppi vivevano in ambienti diversi e si rivolgevano a diversi tipi di pubblico.
Alcuni gruppi, come i Jefferson Airplane ed i Grateful Dead, avevano il loro humus nei campus universitari. E’ all’immagine di costoro che si associa, solitamente, il fenomeno West coast dell’epoca, immagine di tipo intellettuale o intellettualoide e politicamente impegnata.
Questo genere di gruppo, però, non era affatto rappresentativo dell’insieme.
I Doors non traevano la loro ispirazione dall’ambiente dei campus, semmai dalla strada.
I Byrds ed i Buffalo Springfield, nonostante l’elevato impegno sociale, cercavano semplicemente il successo sulle orme dei gruppi inglesi.
I Lovin' Spoonful ed i Beach Boys vivevano a margine delle spiaggie.
L’ambiente dei LOVE, o meglio di Arthur Lee, erano i club, dove si suonava ancora molto jazz.
Forever Changes, il loro terzo album, fu un parto difficile.
Dopo Da Capo, che ebbe un discreto successo commerciale, il gruppo era virtualmente disbanded, sfasciato. Fu, probabilmente, merito della Elektra se Forever Changes vide la luce.
Con una band nuova, Arthur Lee incise quello che è, secondo trentacinque anni di critica, uno dei primi dieci album di tutti i tempi. Commercialmente, all’uscita, non fu un grande successo.
All’epoca gli artisti, per vendere, dovevano fare delle grandi tournéé ed Arthur Lee non amava queste cose estenuanti.
Nel tempo, però, l’album ha dato le sue brave soddisfazioni alla casa editrice. Difficilmente manca nelle collezioni ben fornite.
La musica del disco, anche se semplice, non è di presa immediata.
La voce di Arthur Lee, oltretutto, pur se benissimo intonata e precisa nelle inflessioni, non era di quelle capaci di muovere la pancia o il cuore dell’ascoltatore. Il disco, però, è splendido.
I pezzi ruotano intorno agli studiatissimi e raffinatissimi giri armonici della chitarra acustica, alla quale quasi a sorpresa si aggiungono gli altri strumenti, sia quelli propri di un complesso rock ovvero chitarra elettrica, basso e batteria, sia quelli tipici dell’orchestra classica, con una particolare citazione per l’uso dei fiati.
Secondo me, tecnicamente, la peculiarità del disco consiste nel fatto che i brani, concepiti in maniera eminentemente intimistica, vengono “aperti” attraverso l’uso jazzato del suono orchestrale.
Il risultato è quel suono che i recensori, spesso, hanno descritto come misterioso e su cui si fonda il fascino di Forever changes.
Eviterei di creare una graduatoria fra i brani.
Se si consultano dieci recensioni, ciascun critico mostrerà di preferire pezzi diversi. Darei, però, una chiave per l’ascolto.
Il disco inizia con Alone again or… .
Il pezzo, suggestivo quanti mai, ha una particolarità che solo un grande musicista poteva porre in essere.
Inizia con un calmo arpeggio di chitarra acustica, per poi aprirsi musicalmente sul cantato.
Il testo riflette gli stati d’animo di un uomo che alterna momenti di rassegnata solitudine ad altri di speranza possibilista.
La musica veste alla perfezione gli stati d’animo comunicati dal testo.
I brani successivi alternano momenti più calmi e più frastagliati, come l’emotiva A House is not a motel, ma con un aumento quasi impercettibile del toni, attraverso la complessa, ispiratissima e fiatistica Maybe the people would be the times or between Clark and Hilldale fino al pezzo finale, l’elettrico bellissimo You set the scene.
Dopo un primo d’ascolto complessivo, sarà più facile enucleare la bellezza dei singoli brani, dal quieto ed enigmatico Andmoreagain al frastagliato The good humor man he sees everything like this, con i fiati in bella evidenza.
Comunque, al di là delle citazioni di singoli brani, il disco è talmente compatto che l’unico approccio consigliabile è quello diretto alla conoscenza ed al godimento dell’insieme.
Per l’eventuale acquisto, vinile a parte, conviene prendere la ristampa Rhino del 2001, con 7 bonus tracks, tra demo, alternate mix ed outtakes .
Hummingbirds, Wonder People, Your Mind And We Belong Together, Laughing Stock sono pezzi rinvenuti negli archivi e resi disponibili per la prima volta.
Forever Changes è uno di quei dischi che può accompagnare per tutta la vita.
Lo si può dimenticare per anni nella propria discoteca, ma al riascolto comunicherà sempre nuovi risvolti e chiaroscuri.


FRANCO DE LAURO

mercoledì 29 novembre 2006

Collaborations / LIVE REPORT / Esteri; DIAMANDA GALAS ( Time Zones, XXI Ed., Bari, Palamartino / 24-11-06) by Nino Antonazzo






DEFIXIONES: WILL AND TESTAMENT, ORDERS FROM THE DEAD, ( l'ultima opera di Diamanda Galas -
Mute / 2004)


MALEDICTION & PRAYER (Live /Asphodel/1998)

E’ davvero con immenso piacere che pubblico questo live-report scritto da Nino Antonazzo del concerto di DIAMANDA GALAS, conclusivo della ventunesima edizione dell’ormai famosa rassegna barese di musica contemporanea TIME ZONES.
Nino Antonazzo è un amico ma prima di tutto probabilmente uno dei più profondi conoscitori baresi se non pugliesi delle multiformi ramificazioni del rock (o sarebbe più appropriato dire musica) d’avanguardia internazionale . Il suo stile di scrittura è preciso ed appassionato allo stesso tempo. Questa singolare, viscerale interprete è uno dei suoi miti da sempre e ciò traspare in modo lapalissiano da questo live-report che è anche un prezioso ‘trattatello’ sull’universo espressivo e sull’evoluzione stilistica dell’artista greca.
Sto iniziando ad apprezzarla anch’io senza mezzi termini (merito di Nino indubbiamente !) mentre ascolto il suo Malediction And Prayer, live del 1998.
Anche perché a tratti e da una diversa prospettiva il suo vocalismo ‘ di ventre ‘ esasperato mi ricorda un’altra ‘chanteuse’ maledetta per antonomasia, pochissimo conosciuta dalle nostre parti, la franco-polacca Mama Bea Tekielsky di cui tratterò spero prestissimo in questo blogspot.
Ladies and gentlemen…. Sua satanicità DIAMANDA GALAS !!!





THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES . Il mondo sta prendendo fuoco. Ma queste fiamme non sono nuove per i nostri morti. In quelle fiamme essi hanno urlato la loro preghiera, cantato la loro ultima nenia, invocato il nostro Inaffidabile Dio, sussurrato un ultimo addio alla loro madre “
( da Orders From The Dead )


Non é mai stata una ‘sperimentatrice vocale’ tout-court DIAMANDA GALAS, non ha mai ricercato la purezza primigenia inseguita da Meredith Monk, né le acrobazie virtuosistiche da bambina isterica di Maja Ratkje, né l’algida e provocatoria concettualità del suo pur conterraneo Demetrio Stratos!
Sin da Panaptikon (1982) dedicato alle vittime della dittatura dei colonnelli in Grecia e direttamente ispirato alla tragedia greca classica, il suo è sempre stato una sorta di ‘urlo primigenio’ (“primordiale come il linguaggio degli uccelli o le articolazioni gutturali dei nostri antenati umanoidi “ ha detto qualcuno), che in maniera assolutamente viscerale ha voluto dar voce al dolore di tutti coloro che hanno subito e continuamente subiscono, in questo ‘ mondo in fiamme’ l’oppressione, umana o divina che sia : le donne violentate, i neri d’America, gli Armeni, gli Assiri e Greci vittime di un misconosciuto genocidio in Asia Minore nei primi decenni del secolo scorso (Defixiones – Will and Testament), i malati di Aids, tragedia da cui è stata toccata personalmente in ambito familiare ed a cui ha dedicato una trilogia (The Masque of the Red Death dal titolo di un racconto di E.A.Poe) in cui, insieme ai versi dei suoi cari poeti maledetti, declamava i passi più cupi, oscuri ed ‘oscurantisti’ delle Sacre Scritture.
All’esordio, nel 1981, un’allucinante interpretazione (voce e nastri elettronici) delle Litanie di Satana (da ‘Les Fleurs Du Mal’ di Baudelaire), a voler sin dall’inizio stigmatizzare la sua posizione di artista radicale, scomoda, provocatrice, decisa a risvegliare, anche a pugni nello stomaco, le coscienze di chi da troppo non è abituato a guardarsi attorno al di fuori del proprio rassicurante ed asfittico perimetro vitale.
Sympathy for the Devil” ? Qualcosa di più, decisamente!
La Galas di oggi non è più la ‘ Sacerdotessa degli Inferi’ che nell’ottobre del 1990 celebrava, a seno nudo e grondante sangue, la sua blasfema Plague Mass nella cattedrale di St.John the Divine a New York City. La rabbia iconoclasta di allora si è stemperata ( Nick Cave docet?) nell’immagine di una sorta di una medianica predicatrice laica, che si esibisce con l’ausilio del solo pianoforte (più qualche sporadico electronic-tape), proponendo apocalittici blues e persino sue reinterpretazioni di classici della canzone americana e francese.


E’ questa la Galas che attendiamo stasera 24 Novembre 2006, per la serata conclusiva della ventunesima edizione di Time Zones, in un Palamartino ripieno ahinoi ! solo per metà (…meglio Allevi? Meglio Ghezzi?... mon dieu!). E’ un momento, per chi scrive, atteso da 25 anni, e l’emozione si sente, è inutile negarlo, quando le luci si spengono e dopo 30 interminabili secondi Lei appare statuaria e spettrale, concedendoci persino un rapido cenno di saluto (… ne pas possible!!!) ; ‘… dai Diamanda, inceneriscici tutti!‘, urla qualcuno.

My world is empty without you ( urlo rauco e volutamente sgraziato e pianoforte abissale, a massacrare le Supremes), l’angelo azzurro Marlene evocato in Moi, je m’ennuie, persino un classico come Autumn Leaves, l’Edith Piaf di Padam Padam Padam (…lei, lo sparviero che rifà l’usignuolo…o era il passerotto ? bah !).
Ed in mezzo l’omaggio a Pasolini con la struggente Supplica a mia madre (…italiano approssimativo, svagato ritmo di valzer… ma una grande sensibilità nello scegliere una delle liriche più personali e tormentate del grande friulano).
E l’allucinazione devastante di Birds Of Death ( il testo è suo : LIGHTS OUT – LIGHTS OUT!) con la voce ad evocare dolenti litanie mediorientali.
Il resto è un po’ perso nel ricordo di un’esibizione vissuta in semi-trance ( esagerato! mi direte…ma tant’é.. avete chiesto voi il mio parere, no?).
Un’altra cosa ricordo con chiarezza: il primo bis (prima di The Thrill Is Gone) è proprio la canzone che il cartoon Jessica Rabbit canta nel famoso film di Zemeckis !!!
E poi Lei che si avvicina al pubblico, sorride (per un attimo), applaude…firma persino un autografo ( …ne pas possible! ne pas possibile !) . THANK YOU ! In questo ‘mondo in fiamme’ di mediocrità al potere insieme ai Bush, agli Aiatollah, ai Putin, ai Ratzinger, c’è anche Lei, vivaddio ( !!!) DANNATA GALAS !! LONG LIVE !


NINO ANTONAZZO

www.diamandagalas.com

http://www.timezones.it/

martedì 28 novembre 2006

Interviste /From The Past; ROBYN HITCHCOCK talks about SPOOKED and ..... ( 2004)







Circa due anni fa riuscii ad intervistare grazie alla mediazione di Marco Grompi della I.R.D. ROBYN HITCHCOCK, uno dei più grandi songwriters inglesi a mio parere degli ultimi 30 anni, di passaggio in Italia per un concerto in occasione dell'uscita del suo album inciso in America SPOOKED, davvero consigliatissimo per le sue sonorità particolari e la felice ispirazione di Hitchcock. Ve la propongo sperando possiate trovarci motivi di interesse per riscoprire o scoprire ex-novo questo grande artista, ma anche in occasione della recente uscita del suo nuovo lavoro, OH ! TARANTULA, registrato con la collaborazione dei Venus 3.
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Alla fine di una travagliata gestazione questa intervista via e-mail con ROBYN HITCHCOCK è andata in porto: non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di approfondire con il grande menestrello britannico che ha suonato l'8 Febbraio 2004 a Milano, unica data italiana del tour, soprattutto alcune tematiche riguardanti SPOOKED (Proper Rec./IRD) il suo ultimo stupendo lavoro uscito sul declinare del 2004. Spooked, ricco di fascinose ballate, inciso a Nashville con le preziose collaborazioni di Gillian Welch e David Rawlings, due rappresentanti del folk-revival americano, ci ha restituito un Hitchcock maturo calato ancor più intensamente nel suo tipico songwriting meditabondo ed onirico, ma con un afflato folk / dylaniano accentuato; i voli lisergici sono ormai lontani nel tempo anche se riaffiorano talvolta in Spooked quasi con un piglio nostalgico. Hitchcock ha comunque conservato, almeno dal tenore delle sue risposte, quel proverbiale spirito ironico-surreale che contraddistingue da sempre l'uomo quanto l'artista.Un doveroso grazie per il buon esito di questa intervista a Marco Grompi della I.R.D., Davide Sapienza e Donatella Portoghese per la sua sagacia di traduttrice.
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Robyn, a giudicare dal tuo ultimo lavoro, Spooked, e da brani stupendi come English Girl, Tryin' to get in heaven before they close the door, Sometimes a blonde, sembra che la slow-ballad sia diventata il mezzo espressivo a te più consono. In effetti, più invecchi e più i tuoi tempi rallentano. Ormai suono alcune delle mie vecchie canzoni a metà della loro velocità originale. Sai, quando é giovane, l'universo si espande fino a coprire milioni di chilometri in un lampo secondo, quando è maturo, diventa fisso, immobile, uniforme e pulsa al ritmo di profonde vene emozionali, e poi quando invecchia implode su stesso. Per me è la stessa cosa. Sono come una vecchia colonna romana che aspetta di finire in nella mostra in un museo o di disintegrarsi.


In Demons and friends c'é invece molto sentore di blues e gospel.
Si tratta di una vecchia canzone che ho composto circa vent'anni fa o forse più. Lavorare con Gillian e David me l'ha riportata alla mente, così l'ho ripescata dal fondo della memoria e gliel'ho proposta. Ero sicuro che loro erano perfetti per quel pezzo, come nessun'altro sarebbe stato mai. Mi hanno interrotto pensando che stessi scherzando!


I brani che mi ricordano di più i Soft Boys sono If you know time con quel riff che fa tanto Rain e l'orientaleggiante/psichedelica Everybody needs love, con tanto di sitar .
La "beatle-music" colpisce ancora! Anche senza percussioni e chitarre elettriche, quel particolare ronzio ritorna. Avevo 13 anni nel 1966 e questo resterà sempre un fatto importante. Non si dimentica ciò che ti ha influenzato a quell'età. Ho sempre adorato quel suono, e ce n'è in abbondanza anche nei Soft Boys, no?
Il sitar elettrico è una chitarra con delle corde fatte apposta per creare quel suono, che risuonano proprio accanto ai microfoni, e una corda di metallo sottile o di carta (non so, ero senza occhiali) contro cui le altre corde si strofinano, producendo quel tipico scricchiolio.


Robyn, che succede se '... non si riesce ad entrare in paradiso prima che chiudino le porte ' ?
Dovresti chiederlo a Bob Dylan, ne parla in una delle sua canzoni, no? Probabilmente si perde l'opportunità di una bella cena col Papa. Ma Dylan l'ha incontrato ugualmente e quindi almeno lui è a posto!


Mi spieghi il significato di Spooked, il titolo del tuo ultimo lavoro.
Significa essere ridotto al terrore da un gioco (e da un bel mucchio di soldi), un po' come l'America di oggi. La minaccia potrebbe essere reale, ma la paura assume una dimensione teatrale che fa molto comodo sia al governo sia a coloro che controlano i mass-media.


'Robyn Sings ' comprende registrazioni comprese tra il 1996 ed il 2001 ...quindi é un omaggio di Robyn Hitchcock molto meditato al maestro Bob Dylan ?
Conservavo alcune mie registrazioni mentre cantavo canzoni di Dylan e alcune di questo le ho fatte ascoltare ad alcune persone che mi hanno chiesto se avessi voglia di inciderle ed alla fine ho accettato. Poi sono state aggiunte altri tre pezzi per rendere completa la raccolta. Ne è venuta fuori una gran bella collection, ma per nulla meditata, credimi.
Bob Dylan era il primo autore di cui imparavo le canzoni alla chitarra. Erano facili da suonare, ma difficili da interpretare e soprattutto da eseguire con una voce che non sia quella di Dylan o almeno un'ombra di quella di Dylan. Sto ancora imparando come suonare "Visions of Johanna", anche se sono passati circa quarant'anni dalla prima volta che l'ho ascoltata.
Ma devo dire che la suono meglio di quanto faccia Dylan oggi, forse è un brano che riveste più significato per me che per lui! "Great master" è un termine troppo delicato per definirlo, di solito ci si rivolge a Dylan con termini come "brillante" o "terribile". E' vero che dal vivo, "massacra" le sue vecchie canzoni, ma i suoi due ultimi album sono stati molto buoni.


Anche Television e Full Moon in My Soul ci regalano un Hitchcock molto morbido e meditabondo....ma come sono i tuoi rapporti con il piccolo schermo ?
C'è davvero molto da contemplare intorno a te ed io sono in questo stato contemplativo da quando avevo 12 anni. Ho sempre preferito la dimensione contemplativa al gioco del calcio. Queste due canzoni che tu citi potrebbero essere cantate da una donna ed, in effetti, le canta Gillian Welch, ma anche David Rawlings che è un uomo, come me.
A ciascuno il proprio "media", potrei dire. Per quel che mi riguarda, sono i giornali a stampo liberale e la TV a raccontarmi il mondo come io credo che sia. Altri naturalmente preferiscono il mondo dipinto da Murdoch o da Berlusconi. Grazie a Dio c'è la BBC!E' difficile avere le notizie nel modo giusto in America.


Jewels for Sophia e Star for Bram hanno un rapporto di contiguità ispirativa ?
Bram e Sophia
stavano insieme alcuni anni fa. Non li ho mai incontrati ma avevo sentito che erano delle persone assolutamente speciali. Ma come si può raggiungere delle persone ormai lontane? Avrei voluto incontrarle e dare i loro nomi agli albums che contengono le mie sessions dal 97' al 99'.


Quali sono oggi i tuoi rapporti con gli Egyptians ?
Morris Windsor suona le percussioni e a volte canta anche con me, alle feste o durante gli shows in Inghilterra. Per un bel po', non ho più visto Andy Metcalfe, ma credo stia bene. Il circo degli Egyptians/Soft Boys non è molto socievole, ci siamo sempre solo incontrati per suonare insieme.


Mi parli della tua collaborazione del 1998 con Jonathan Demme ?
Nel 1996 Jonathan Demme organizzò e filmò un concerto in cui suonavo in una vetrina di un negozio sulla 14esima strada a New York. E' bellissimo sia dal punto di vista del suono che da quello delle immagini, anche se io sorrido una sola volta nel video. Deni Bonet suona il violino in alcune canzoni e Tim Keegan si unisce a me con la chitarra verso la fine. Il film si chiama "Storefront Hitchcock" ed è disponibile in DVD.


Il pensiero di Robyn Hitchcock sulle scelte politiche internazionali di Tony Blair ?
Penso che abbia commesso un grosso sbaglio alleandosi così strettamente con l'America di George Bush, specialmente quando ha deciso di invadere l'Iraq. Posso capire il desiderio di legare l'Europa all'America, ma Blair sembra aver semplicemente rimorchiato la Gran Bretagna attraverso tutto l'oceano Atlantico per andarla ad ormeggiare direttamente a Washington DC. Non potrei più votare per lui adesso, sarebbe come votare per Bush. Non riesco proprio capire se Blair si renda conto di ciò che sta facendo?!


Sei stato sempre accostato dalla stampa ad artisti psichedelici ed onirici come Syd Barrett e John Lennon....ma in realtà quanto hanno contato ed in che modo sei stato influenzato da essi in passato ed oggi nel tuo processo creativo ?
Queste sono state sicuramente le mie due maggiori influenze musicali, insieme a Dylan, che a sua volta ha influenzato Lennon e Barret. Non credo di aver avuto nessuna influenza su di loro, ma piuttosto mi vedo come uno di loro, questo si.
Dylan ha liberato il musicista che era in me, Barret mi ha aiutato a forgiare il mio stile e la mia identità e John Lennon è quello che più spesso sento risuonare nella mia voce mentre canto, soprattutto ultimamente.


Esiste un fil-rouge oltre che musicalmente anche nelle liriche di Spooked ?
Non l'ho notato, ma penso che si possa facilmente trovarvi un filo conduttore. Credo immensamente nella verità dell'inconscio.


Grazie per la tua disponibilità Robyn…
Grazie mille! Va bene, ciao


a cura di PASQUALE BOFFOLI


(trad. Donatella Portoghese)


http://www.robynhitchcock.com/


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Recensioni / Esteri; PERE UBU : Why I Hate Women ( Hearpen Rec./Glitterhouse Rec./ Venus ) 2006





I PERE UBU di DAVID THOMAS sono tornati e davvero alla grande ! L’ultimo album, St.Arkansas retrodatava 2002, secondo appuntamento con la loro ossessione geografica dopo Pennsylvania del 1998 .
WHY I HATE WOMEN chiude quindi idealmente una trilogia con ennesimi riferimenti a luoghi dell’immaginario americano… Texas Overture , Flames Over Nebraska .
DAVID THOMAS, maitre-à-penser degli Ubu sin dal debutto punkoide epocale The Modern Dance (1978) ha sempre espresso nei loro dischi una concezione sonora e vocale estremamente ‘umorale’, pericolosamente in bilico tra armonia ed informalità, passando attraverso molteplici arditi ‘esperimenti’ estetici.
A livello individuale poi ha straripato negli ultimi vent’anni siglando diversi lavori solisti e collaborando con importanti artisti sotto varie sigle ( Pedestrians, Two Pale Boys …) . Fuori dalle righe : il suo eclettismo di stampo dadaista è sempre stato di quelli che affascinano o si rigettano !
WHY I HATE WOMEN ribadisce una volta di più questo concetto e per me e tutti coloro che appartengono alla prima categoria è davvero una gioia immensa ritrovare gli Ubu in forma smagliante, graffianti ed obliqui come non mai . La maturità sorprendente di questo disco sta nel saper conciliare le opposte metamorfosi / tendenze delineatesi nel loro sound attraverso gli anni.
Quella più conciliante e ‘pop’ si respira in episodi come Caroleen, Flames Over Nebraska, sature di riffs chitarristici penetranti : Keith Moliné ha dato il cambio a Tom Herman e Jim Jones ed é ormai un fedelissimo di Thomas .
Ma avvince anche la lunga bruciante divagazione solistica di Robert Kidney nei sei minuti e passa di Love Song, emblematica della eventuale comunicabilità cui accennavamo sopra.
Caroleen, urgentemente punk e trasversalmente pop come Mona e l’avvio elettrizzante di Two Girls (One Bar) ci riportano violentemente attualizzandoli agli allarmanti estremismi paranoidi / punkoidi di brani indimenticabili come Non Alignment Pact e Life Stinks .
I notevoli Michele Temple (bass) e Steve Mehlman (drums) hanno l’abilità diabolica di giocare tutti gli undici brani di WHY I HATE WOMEN sul filo di rasoio di una tensione attanagliante; Robert Wheeler appronta sotto gli affilati interventi post-punk della chitarra di Moliné, implementandoli da vero maestro, un perverso sibilante campionario di intrusioni EML synthesizer, theremin degno del grande Allen Ravenstine .
Inquietanti ed emozionali come sempre le interpretazioni / performances vocali di David Thomas : i picchi li tocca nelle conturbanti Babylonian Warehouses, Stolen Cadillac e Synth Farm, vere e proprie torbide rallentate paludi sonore in cui è fatale annegare ; ed in Blue Velvet, sorta di blues alieno corroborato dalla mouth-harp insidiosa di Jack Kidney .
Tutti episodi questi estremamente significativi dell’altra faccia, quella più introversa ed oscura, dell’arte dei Pere Ubu che si riconfermano a quasi trent’anni dal loro esordio ineguagliati terroristi sonici, veri maestri nel blandirci sottopelle .
Si chiude con la sorniona cantilena rap in salsa hard rock di Texas Overture .
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 27 novembre 2006

Collaborations / LIVE REPORT / Esteri ; SODASTREAM and JACKIE-O-MOTHERFUCKER ( Time Zones - 22 / 11/ 06, La Vallisa, Bari ) by Antonio Vergari




JACKIE-O-MOTHERFUCKER ' :

2 foto 'live' e la copertina del loro nuovo lavoro

AMERICA MYSTICA ( Very Friendly / Ott.2006)




Il duo australiano SODASTREAM e la copertina del loro
ultimo lavoro, RESERVATIONS
(Hausmusik / Ott.2006)
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Antonio Vergari é un giovane ed entusiasta nuovo collaboratore del mio blogspot.
Si occupa soprattutto di nuove tendenze : gli ho chiesto di scrivere qualcosa sul penultimo concerto della rassegna barese Time Zones, svoltosi nella chiesa sconsacrata La Vallisa nella città vecchia.
Di scena un duo australiano, SODASTREAM che si esprime precipuamente attraverso una seriale malinconia e JACKIE-O-MOTHERFUCKER, americani, di cui mi dicono tutti un gran bene. Io avrei voluto esserci ma non ho potuto.
Antonio...raccontaci tu !

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La Vallisa : il miglior luogo per il rock che noi abbiamo qui in città.
Una chiesa sconsacrata. Ed anche per tutto il resto.Pazzesco e crudele definire e limitare il rock, aspettarsi qualcosa di preciso e pensare di inquadrare le cose e dentro le persone.
Sul palco c'erano: un pianoforte a coda, una batteria minimalmente jazz, un contrabbasso accasciato, due chitarre elettriche, una acustica, un oboe, un trombone, un flauto traverso, pedaliere per un duecento effetti, un esercito di percussioni.
Erano di meno quelli sulle sedie, e disorientati.I concerti sarebbero stati due.I SODASTREAM sono due e sono australiani. Sicuramente amici da molto tempo, ci giurerei sopra, sono quei musicisti che suonavano in simbiosi, una chitarra acustica debolmente elettrificata tenuta sulle gambe di un contrabbasso paurosamente tirato per le corde, un piano che va a piccoli accordi e note veloci fila una trama per una sega da falegname così familiare a un archetto che non sarebbe durato molto.
Forse qualcuno in prima fila li conosce, ha sentito dei loro cd e si aspetta i Kings of Convenience un tantino più veloci, o vedendo una armonica al collo della chitarra-voce intravede un Dylan. E' folk acustico, ma talmente intimista. La colpa é di una decina di fattori incredibilmente mischiati quella sera, la voce ubriaca del contrabbassista, un po' di scuse in italiano, il soffitto a volta, la ballabilità su un piede delle cantilene e l'aria fra gli strumenti e le narici del pubblico che si ispessisce. Un dieci pezzi e finisce .
Tutti li strumenti lasciati se li mangiano i JACKIE-O-MOTHERFUCKER e in cinque se li passano sputandoli.
Viene veramente da dentro quello che hanno fatto: una ora e mezza in tre pezzi. Musica sperimentale per la forma ma tanto primitiva e ancestrale come acid e psichedelia nell'urlo della cantante: ranicchiata su una sedia ricoperta di campanelli, avvolge come il fumo di sigaretta del più vecchio fra loro, tanto vicino al ghiaccio secco dei Doors.
Si poteva essere cullati da un'ancia semplicemente soffiata, sollevati dal sassofono di un nipote di Coltrane, infastiditi dalla dissonanza fra trombone e oboe, mossi a tempo dal picchiettare su charleston e grancassa non a tempo, attorcigliati nelle interiora per effetto del flanger, da coprirsi gli occhi e immaginare tutto, anche il resto.
Non ci si può distrarre , é stupido concentrarsi su un solo strumento e poi magari chiedersi se questi tizi dell'america li sanno veramente suonare tutti i loro strumenti, suonare da orchestra.
Il brodo primordiale di emotività non lo troverai mai in una orchestra convenzionale e i Jackie non é proprio possibile chiamarli con la parola orchestra;
devono essere un progetto esistenziale da sé, oppure uno stupendo quintetto di attori che ha giocato e preso in giro tutti.
Il primo atto é meditativo quanto una presa in giro, il secondo é esaltante come la prima sbornia, il terzo pezzo lascia il piacere racchiuso nel più intimo e quella inusuale contentezza da malati mentali di aver ascoltato una cosa impossibile, il fuori ordinario delle vite qui a Bari e il sapere di doversi rimettere nella stessa vecchia musica che qui impera.
Per sempre.

martedì 21 novembre 2006

Recensioni / From The Past; PERE UBU : St.Arkansas ( 2002 / Glitterhouse Records)

In occasione della recente uscita di WHY I HATE WOMEN, il nuovo disco dei PERE UBU di David Thomas mi piace riproporvi a quattro anni di distanza la mia recensione del loro lavoro precedente, ST.ARKANSAS del 2002.
Il nuovo millennio vede il combo di Cleveland decisamente in 'stato di grazia' artistico.
Prestissimo in questo blogspot la mia recensione di WHY I HATE WOMEN.
Per coloro che da sempre 'amano' farsi male con il rock sghembo ed allucinato degli Ubu : spero questo sia un aperitivo di vosto gusto !
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I PERE UBU di 'big' DAVID THOMAS hanno rappresentato sempre una delle ipotesi più affascinanti ed inquietanti della musica americana contemporanea, sin dai loro primi album di fine anni '70 primi '80.
Sto parlando di albums epocali come The Modern Dance, Dub Housing, New Picnic Time, Art Of Walking che nell'agitato e creativo panorama artistico punk/new-wave di quegli anni imposero un'estetica emotiva e sonora assolutamente personale... loro venivano da Cleveland, Ohio e materializzarono per primi (... a dirla tutta c'era stato il periodo di incubazione dei Rockets From The Tombs) profonde distonie post-industriali: in quel sound c'era l'urgenza ed il patto di non-allineamento con il sistema prerogative del punk, ma anche l'angoscia esistenziale di una delle città più tossiche d'America tradotta nella grottesca-surreale espressività di David Thomas, nelle frequenze radioattive dei synthesizers e delle macchine-tastiere di Allen Ravenstine sino al tragico stile chitarristico di Tom Herman.
Di acqua ne é passata sotto i ponti da quei giorni con fasi alterne ed uno scioglimento, nell' '82: Thomas, dopo le sue produzioni soliste improntate ad uno sconcertante ermetismo ispirativo ed espressivo, sotto sigle sempre diverse, Pedestrians, Wooden Birds... nel 1988 riunisce gli Ubu con nuovi membri ed i nuovi dischi, Cloudland, The Story Of My Life, Words In Collision trasudano una vitalità comunicativa davvero inusuale, verosimilmente pop, se si pensa ai cupi, teatrali precedenti! Continua in ogni caso, sotto la sigla Two Pale Boys, ad esprimersi in proprio.
Corsi e ricorsi: nel cuore dei '90 l'ispirazione dei nuovi Pere Ubu torna a farsi torbida e sotterranea con Ray Gun Suitcase e nel 2002 con questo nuovo recente St Arkansas, secondo capitolo di una trilogia-ossessione geografica dopo Pennsylvania del '98.David Thomas ( ... nel frattempo si é riunito con il vecchio compagno chitarrista Tom Herman), é ripiombato nei suoi incubi di sempre ed é di nuovo tra noi con il suo inconfondibile allucinato vocione.
ST. ARKANSAS é comunque album variegato e frastagliato: la bassa fedeltà di The Fevered Dream Of Hernando e la nuova 'danza moderna' di Phone Home Jonah, l'angoscia metafisica di Where The Truth sembrano proprio delle ruspanti outtakes di quel debutto senza precedenti del 1978, sembra che i nostri stiano chiudendo un cerchio; Slow Walking Daddy é figlia di quella comunicatività pop un pò ambigua di un decennio prima... ma ecco invece Michele, 333, Hell, Lisbon, Steve.... i nuovi incubi/ambientazioni dark del 2000 prendere il sopravvento con le loro geometrie sghembe ed ermetiche, i synths/theremin/keyboards minacciosi e stranianti di Robert Wheeler, le chitarre di Tom Herman e Jim Jones che ti scandagliano l'anima con rinnovato cinismo, le ritmiche ansiogene, ma soprattutto l'introverso allarmante vocalismo di David Thomas...lo conosciamo bene ma é stupefacente quanto risulti sempre sconcertante e scottante !
Dulcis in fundo, é proprio il caso di dirlo la straziante litania in crescendo di Dark, nove minuti di seducente paranoia dai connotati (..ha detto qualcuno..) cinematografici quasi Lynchiani : un Thomas troppo-umano, quasi imbarazzante..si fa Caronte verso un millennio carico di sinistri presagi.

PASQUALE BOFFOLI