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sabato 21 maggio 2011

KID CONGO & THE PINK MONKEY BIRDS: “Gorilla Rose” (17-05-2011, In The Red Records)

Kid Congo Powers è tornato. E io sono contento. Il pistolero chicano, che in passato aveva sparato i suoi colpi al fianco di Gun Club, Bad Seeds, Cramps, Knoxville Girls, diventato a sua volta il boss di una gang sua, i Pink Monkey Birds, ha dimostrato in più occasioni come pur facendo tesoro di un trascorso invidiabile, abbia saputo guardare oltre. Con la sua visione raffinata ed elegantemente noir (forse perché da sempre abituato a stare nell’ombra) ha riconsiderato i presupposti del concetto “artistico”di punk, ripartendo proprio dagli esordi di cui lui stesso era stato un protagonista, e senza tradire le sue origini messicane ne ha tracciato un percorso inedito. Proprio da quel periodo, alla metà degli anni ’70, va a ripescare il titolo di questo “Gorilla Rose”, in quanto nome d’arte di un artista performer facente parte di un gruppo di drag-queen conosciuto come Ze Whiz Kidz. Di questo ensemble satirico-contro-culturale faceva parte anche David Harrigan (in arte Tomata Du Plenty) che nel contempo formerà gli Screamers, misconosciuta cult-band californiana, ritenuti tra i fondatori del così detto synth-punk. Proprio con gli Screamers, un allora giovanissimo Kid Congo condivideva l’appartamento e in quella circostanza mentre si occupava della corrispondenza del loro fan-club, si univa ai Gun Club come chitarrista: quella la sua entrata ufficiale nel rock’n’roll. Di lì a poco si sarebbe trasferito dall’altra costa degli Stati Uniti (riprenderà con i Gun Club quattro anni più tardi) richiamato dalla popolarità del CBGB dove sarebbe diventato il presidente del Ramones Fan Club e chitarrista dei Cramps. L’apprendistato durato quasi una vita, alla corte di Nick Cave e altre scorribande metropolitane, poi finalmente decide di mettere da parte umiltà e modestie, di riscattarsi dal ruolo di gregario e di giocare in prima persona. Quello che riesce a tirare fuori è un curioso marchingegno in grado di riciclare sporchi sixties grooves alla maniera di Question Mark & the Mysterians, Thee Midniters, Motown, Booker T & the MG’s, restituendoli in una forma mutante che esula da qualsiasi definizione. Fra coloriture funk, nervature psycobilly, visioni kraut-rock (grazie alla fissa di Congo per synth analogici, Theremin e tastiere a cui si unisce il nuovo arrivato Jesse Roberts), un cantato più simile ad una voce narrante fuori campo ci racconta di sinistre storie ai confini della realtà: donne yeti, ninne nanne psicotiche, babbi natali vestiti di nero, cattive abitudini, piacevoli ossessioni, perversioni culinarie condite con humour noir. Lucidi, freddi e mai scomposti. Pericolosi e letali come un crotalo nascosto nello stivale. Il metodo è sempre lo stesso, la firma inconfondibile. Un lavoro pulito e sicuro che non ci coglie troppo alla sprovvista rispetto a quello che ci avevano servito coi due album precedenti, ma un’esperienza sempre nuova e irrinunciabile per lasciarsi trapassare dai tredici proiettili di altrettanti bossoli rinvenuti su quest’altra scena del crimine. Altro centro pieno anche per la In The Red Records, che dall’inizio dell’anno aggiunge quest’altro gioiellino a "Party Store" dei Dirtbombs.
Federico Porta
Bubble Trouble
Mid Heaven/In The Red Records

LIVE REPORT - Power pop night: Paul Collins Beat + Teenarama - Torino, United Club, 15 maggio 2011


Una vera notte ‘power pop, quella che ha visto allo United Club di Torino due formazioni con alle spalle esperienze e storie diverse ma in quel contesto tra di loro complementari, Teenarama e Paul Collins Beat. Gruppo torinese relativamente recente il primo, concentrato nel riproporre i classici del genere ma non dimentico di una storia diversa e sostanziosa come quella dei Sick Rose, la band piu’ rappresentativa del neo garage italiano anni ‘80 ora riformata e della quale sono il progetto collaterale. E’ esponente ‘storico’ del genere, invece, Paul Collins, che con la versione attuale dei The Beat, composta da un altro musicista americano e due spagnoli, ripropone il suo stile inconfondibile ancora oggi, ad anni di distanza da quel 1979 che ne aveva visto l’esordio dopo lo scioglimento dei  Nerves. 
Il sound delle chitarre domina la notte dello United, già a partire dalle due dei Teenarama che, assieme a una vivace sezione ritmica più ‘power’ che ‘pop’ e alle prestazioni vocali su e giù dal palco (e dalla batteria) del frontman Luca Re, offrono un’interpretazione di  brani come I want ya (dei Knack) e Good Times (degli Easybeats) che risentono, positivamente, del suono potente della formazione ‘madre’: suono peraltro anch’esso ora virato sul power pop, come si è potuto sentire nei due originali tratti dalla nuova prossima uscita discografica dei Sick Rose, "No need for speed", prevista nell’ottobre prossimo (per l’etichetta Area Pirata) accompagnata da un video. 
La transizione tra il 'nuovo' e ‘la storia’ avviene durante l’ultimo pezzo della band torinese, con Paul Collins  invitato a cantare Walking out on love, dal primo LP dei Beat e quindi, poco dopo, ancora sul palco ma assieme alla nuova line-up della sua, di band,  per offrire la propria interpretazione del concetto di ‘live’ nel power pop: suonare di fila 25 pezzi in una sequenza imparata a memoria, diluendoli e staccandoli tra di loro il meno possibile se non ogni tanto per gigioneggiare con il pubblico (fotografandolo, facendolo cantare in qualche ritornello  - 'Hey dj, play that song for me, over and over …' -  invitando alcune graziose spettatrici a ballare sul palco). I 90 minuti complessivi che ne vengono fuori sono il concentrato della storia sua personale, passando attraverso i Nerves, i primi album di The Beat e, inevitabilmente, soffermandosi un po’ di più su “The King of Power Pop”, l’ultima produzione. Tutto presentato con un suono scintillante, pulito e affilato di chitarre, nelle mani di Collins stesso per la ritmica e di Manolo "The Tele Kid" Espinosa per riff e assoli, praticamente senza il supporto dell’effettistica ma  invece con quello dei ritmi  scattanti e secchi della batteria di Chris Bongers e dei fraseggi discreti e portanti di Juancho Lopez, bassista dalle poliedriche attività in campo musicale. La voce dell’ironico  King con gli anni si e’ arrochita, assumendo tonalità di colore e inflessioni che conferiscono al cantato maturità e un po’ di aggressività: ma ci pensano poi ovviamente i cori, con le loro armonizzazioni accattivanti, a recuperare  il tratto vocale caratteristico del repertorio. 
Chi pensa che il termine pop sia sempre sinonimo di sdolcinatura, avrebbe comunque avuto occasione per ricredersi ascoltando tanto l’esecuzione di Hanging on the telephoneRock’n’roll girl e Walking out on love (questa volta con ospite Luca Re), pezzi dei primi periodi, tanto quella di Don’t blame your trouble on me e della cover di The letter, dei Box Tops di Alex Chilton, tratte invece tutte e due dall’ultimo disco. Forse perchè ‘power’, forse perchè nelle mani e nelle voci (e soprattutto nelle teste) di musicisti con esperienza e maturità, questo ‘pop’ si è ripresentato bene e tonico nella nottata dello United, apparentemente passato indenne tra le ere geologiche che si sono susseguite anche nella musica.
Claudio Decastelli

Fotografie di Rossana Morriello

Paul Collins Beat 'live' 2011:
Don't wait up for me/Let me into your life
Doin'it for the ladies
Look but don't touch

venerdì 20 maggio 2011

AMYCANBE: “ The World is Round” (2011, Open Productions)

Fanno tutto alla perfezione gli Amycanbe, fin dal materiale informativo (ricchissimo: bio, foto, copertina, testi, disegni) che accompagna questo loro EP, “The World Is Around”, ispirato nei testi all’omonimo racconto della scrittrice Gertrude Stein. Siamo di fronte a un progetto artistico molto curato, dal respiro internazionale, non solo per il cantato in inglese della vocalist Francesca Amati, anche autrice delle liriche, ma soprattutto per le numerose esperienze all’estero della band, che può vantare tour Oltremanica e remix di propri brani a opera di nomi illustri. La pianistica Round And Round ci introduce a Rose Is A Rose, un piacevole mantra che lascia presto il posto alla rarefatta Blue Mountain; Climbing si muove poi sul medesimo registro: sono brani questi che danno quasi la sensazione di essere in una bolla sospesa nell’aria, oppure avvolti nella bambagia. Si cambia atmosfera nella conclusiva Everywhere, sostenuta da un bel riff che deflagra con bella intenzione restituendoci scenari urbani post-moderni. L’EP è sufficiente a dare la misura del progetto, e ne fa apprezzare le qualità sia sul piano della scrittura delle canzoni, sia sul piano degli arrangiamenti, sempre calibrati, mai invasivi e pensati al servizio dei brani. Disco ideale per giornate uggiose e malinconiche, dove è piacevole lasciarsi ipnotizzare dalla voce di Francesca, strumento fra gli strumenti, e dalla sinuosità delle costruzioni melodiche e armoniche dei suoi compagni di viaggio (Paolo Granari, Mattia Mercuriali, Glauco Salvo, Marco Trinchillo). Di fronte a questo lavoro viene da chiedersi se non sia il caso per gli Amycanbe, qualora continuino a proporre i loro brani in lingua inglese, di giocarsi le carte definitivamente sul piano internazionale (Inghilterra e Germania in primis). Insomma, fare le valigie e trasferirsi. Cantare in inglese risulta funzionale al progetto, ma la contropartita è il limitare necessariamente il proprio “bacino d’utenza” a un ristretto gruppo di persone, qui in Italia. Senza contare che ormai il mercato è da noi saturo di produzioni in quest’ambito musicale, e il pubblico non è certo quello delle grandi cifre. D’altro lato, le numerose frequentazioni di artisti internazionali possono schiudere loro molte porte. Ci sono parecchi buoni motivi per lasciare questo stanco Paese. Fare della buona musica in contesti più ampi, che possano alla lunga dare maggiore soddisfazione, potrebbe essere uno di questi, se non il più giustificabile.
Ruben

ALDO TAGLIAPIETRA: “Unplugged Volume 1 & 2” (2011, Azzurra Music)

I fan storici delle Orme ricorderanno una famosa canzone della band intitolata Una dolcezza nuova. Ecco, è proprio questa la sensazione dominante: una dolcezza nuova pervade l’ascoltatore nel ritrovare tutti i classici di questo ensemble veneziano selezionati e reinventati in chiave acustica dalla loro voce storica, Aldo Tagliapietra, che li ha incisi e raccolti nel cofanetto intitolato “Unplugged Vol. 1 & 2”. Il capitolo-Orme come lo ricordano i fan di vecchia data si è ormai chiuso, e la band ha diviso le proprie strade, con il batterista Michi Dei Rossi, tuttora detentore dei relativi diritti, che sfrutta il nome Orme con una all-stars band comprendente, tra gli altri, l’ex cantante dei Metamorfosi, Jimmy Spitaleri. Dall’altra parte, il bassista/cantante Aldo Tagliapietra, dopo una fugace con gli “amici di ieri” Tony Pagliuca e Tolo Marton, esauritasi nel giro di sole 5 date live su e giù per l’Italia, ha intrapreso un nuovo percorso artistico che si apre proprio con questo cofanetto. Negli anni ’70 Le Orme erano sovente identificati in un ipotetico contraltare italiano a Emerson Lake and Palmer. Ma chi in quest’album si aspetta di trovare i funambolismi di brani articolati e complessi come Sospesi nell’Incredibile, Trucks of fire, Laserium Floyd, deve accantonare i propri ricordi: nella sua selezione, Tagliapietra sceglie accuratamente il materiale che negli anni ha costituto l’altra faccia delle Orme, tra cantautorato e beat, quei delicati quadretti intimisti che facevano capolino tra le lunghe suite della band. Sul doppio CD troviamo quindi titoli come Felona, la già citata Amico di ieri e, persino, una imprevedibile Cemento Armato drasticamente rivisitata. Brani dolci e lievi, ma tutt’altro che etichettabili come leggeri, sia nelle strutture, frutto di una scrittura intelligente che scappa dalla classica formula strofa/ritornello per inoltrarsi in progressioni di accordi inconsuete, sia nei testi, spesso amari e dolorosi, come in Morte di un fiore, che affronta i primi casi di tossicodipendenza in un’Italia di fine anni ’60 ancora impreparata a far fronte al fenomeno crescente, o in Gioco di bimba, che parla della violenza sui minori, o ancora in Figure di cartone, dedicata a quelle strutture che venivano all’epoca brutalmente chiamate manicomi. Per questa nuova rilettura, Tagliapietra lascia nella custodia il suo fedele basso scegliendo di concentrarsi sulla chitarra acustica, sul sitar, strumento tradizionale indiano per il quale nutre una sorta di devozione e che ha studiato in loco, e, soprattutto, sul canto. Una voce limpida, sempre uguale dopo oltre 40 anni di carriera, che non accusa i colpi del tempo che passa. Ottimi i musicisti che lo affiancano in questa avventura: Aligi Pasqualetto all'organo e al piano, Valentino Gatti alla chitarra, Alessio Trapella al contrabbasso e Alessandro Casagrande, batteria e percussioni. In definitiva, un album consigliato non solo ai fan della band veneziana ma a chiunque apprezzi la musica d’autore scritta con gusto, sobrietà e intelligenza, in attesa del prossimo album di materiale inedito di Aldo Tagliapietra, che uscirà a breve e si intitolerà “Nella Pietra e nel Vento”.
Alberto Sgarlato



giovedì 19 maggio 2011

PIET MONDRIAN: “Carne Carne Carne Carne” (2011, Urtovox Rec.)

Nel loro lavoro d’esordio “Misantopicana” (2010 Urtovox) descrivevano l’utopia dell’amore attraverso la saga di due batteri del virus H1N1: 'Ma forse questo è amore per noi due/ Noi che siamo microbi destinati ad essere distrutti da scienziati/ ci adattiamo ai casi noi, ve lo siete chiesti perchè siamo ancora insieme?'. Qualcosa di ostinatamente disposto ad insidiarsi, contro tutto ciò che gli rema contro, resistente ai tentativi di debellaggio che sono il contesto più normale, mentre l’amore vero finisce per ridursi ad un isolato esperimento di laboratorio, ad un caso clinico da mettere in quarantena o osservare in vitro. Questo è il punto di osservazione di questo brillante e arguto duo toscano, i Piet Mondrian, che a fine maggio darà alle stampe un nuovo EP dal titolo “Carne Carne Carne Carne” con quattro tracce all’insegna di un rock elettronico e minimalista e una scrittura veramente fuori dalle righe, capace di amalgamare ironia, disincanto, paradosso e contraddizione. Michele Baldini, voce e chitarra e Caterina Polidori, tastiere e batteria, danno vita alla band nel settembre 2006 e per manifestare autenticamente il loro spirito di esemplificazione complessa scelgono non a caso proprio il nome del celebre pittore olandese Piet Mondrian. Riescono ad offrire un ensemble veramente insolito che filtra a tratti, sound pop o essenziali linee acustiche di chitarra e batteria con le voci anch’esse a volte straniate, freddamente scandite o ben legate tra loro. Nella title track predominano le tastiere e il ritmato forzato delle voci che conferiscono all’insieme la sparuta ricerca di senso e identità contenuta nel testo. Meno spigolosa invece Accidia sempre imbastita di elettronica incalzante e un declamato contagioso e decisamente orecchiabile, 'E mi accorgo che la mia vita mi sta sfuggendo tra le dita. Volere o non volere più, soffrire di una scelta che potrebbe essere comunque in grado di impaurirti'. In Vortici di luce si torna a parlare d’amore in modo caustico e scanzonato e alla fine si fa il verso al nazional popolare Vattene amore di Mietta. Bella scoperta invece con il suo riff travolgente è un inno all’abulia e all’indifferenza che ci rende spettatori impassibili e assuefatti del non volere. Paura del futuro o futuro da paura? La risposta è racchiusa in un demenziale 'Il mondo è brutto, sporco e cattivo'.Questi testi sono veramente la chiave di volta della marcia in più che il duo riesce ad offrire: mai banali, parodistici ma tremendamente verosimili e comunicativi. Un’istantanea del grottesco, del malato e del paranoico che si è impossessato della nostra società ma soprattutto dei nostri cuori. Ed il loro modo di proporsi, similmente alla tricromia di Mondrian ne traccia un affresco immediato ed essenziale proprio attraverso la variazione delle linee melodiche del cantato. Piacevoli, autentici, freschi, divertenti: sanno far riflettere con la loro aura di apparente leggerezza più di un plotone d’esecuzione che punta dritto al bersaglio.
Romina Baldoni

Piet Mondrian - Carne Carne Carne Carne

Urtovox Records

MUSICPHOBIA: “T.W.S.A.” (2011, Crotalo Records)

Non mi aspettavo che il panorama underground italiano potesse offrire degli emergenti che, anche se nel migliore dei casi con alle spalle una preparazione musicale di buon livello, avessero qualcosa di veramente nuovo e originale da proporre. Ma sicuramente la sorpresa più grande nell’ascoltare l’album di esordio dei Musicphobia “T.W.S.A.” è stata quella di scoprire che tutto questo potesse essere fatto anche proponendo sonorità a tratti intrise di robusto hard rock, che addirittura in ambito internazionale non è riuscito più a dire nulla di non già detto e ridetto, storpiato e sbrindellato, da decenni. Ogni strimpellatore improvvisato vagamente amante del rock e capace di mettere insieme due accordi ha senz’altro provato a sfondare, sfondando di conseguenza le orecchie altrui, buttandosi sul suono rude e apparentemente senza pretese del metal, affossando non poco la reputazione di questo genere musicale che negli ultimi decenni, oltre a produrre una fitta schiera di cloni, si è rinnovato solo in un sottobosco capace di riaggrapparsi ad altri stili. Ma un momento, con questa premessa non voglio assolutamente additare il disco come disco metallaro, anzi tutt’altro, semplicemente felicitarmi per la digressione molto ben riuscita in groove rocciosi e graffianti, impeti heavy e grunge che nelle produzioni italiane sono banditi, paventati e diciamolo pure allontanati da sempre, o quasi! E questa è una cosa che decisamente di questo disco mi piace. La cosa che mi piace ancora di più è che suoni alternativo in modo autentico, ovvero senza forzature costruttive, e che nel suo dipanarsi proponga di volta in volta sonorità miste e ben assemblate che gli conferiscono quell’incatalogabilità che mi è tanto congeniale. La band si forma a Roma nel 2005, su iniziativa del cantante Michelangelo Lubrano e del chitarrista Giuseppe Silvestri, entreranno poi nell’organico successivamente il batterista Marco Sebastianelli e Fabio Mociatti al basso. Il lavoro è composto da dieci brani, su tutti l’omonima title track T.W.S.A., Be yourself e I am, spiccano per le sezioni ritmiche molto ben amalgamate e per un cantato modulato, capace di dirigere le incursioni più potenti a linee di raffinata ricerca melodica. Le atmosfere delicate condite da sprazzi di crescendo più decisi ma mai urticanti, si ritrovano in brani come January Wind, Rain, Raven is Living. Più vicine all’influenza grunge Undivided, Stones in the air - che forse richiama troppo apertamente in causa i Muse - pur evidenziando ottimi spunti e variazioni ritmiche interessanti. Butterfly ha una splendida chitarra acustica e sentori jazzistici, mentre Love in your eyes è una ballata un po’ troppo incline ad una ricerca melodica ad effetto. Insomma i presupposti per intravedere in questo esordio una proposta più che valida ci sono tutti, l’esperienza dei musicisti è evidente, gli spunti musicali ben affiatati con la linea originale di scrittura. Forse l’unica pecca è un mixaggio che poteva concedere un tantino di più a tanta generosità d’intenti. Ma anche un pizzico di coraggio in più nel tenere alte tante intuizioni capaci di mettere insieme ruvidezza e pathos - senza necessariamente lasciare spazio ad una ricerca armonica altrettanto autentica - non avrebbe guastato. Nel complesso un disco di notevole caratura più che ben accetto, di quelli che ci fanno esclamare: ci voleva!
Romina Baldoni
Raven is living
Crotalo Edizioni Musicali

mercoledì 18 maggio 2011

THE CASANOVAS: “Hot Star” (2011, Ice For Everyone Records)

Ad un ascolto così, come dire, di fretta tra un caffè e un’addentata ad un toast, tutto sembrano meno che un duo: ed invece lo sono e subito gli va riconosciuto il merito di arrivare all’orecchio asciutti e diretti, l’agognato “wake-up”, il dolby-surround che ognuno di noi, credo, vorrebbe trovare la mattina al risveglio per affrontare a 32 denti il giorno che si ha davanti. The Casanovas, al secolo Diletta “Lady” Casanova al basso e voce, Sirjoe Stomp alla batteria, sono folgorati e risultano interessanti dietro una somma delle loro caratteristiche tirata non appena il lettore si è sbranato il loro primo ufficiale affaccio sul mondo del rock alternativo “Hot Star”, undici tracce che hanno trovato casa nella Ice For Everyone, label di Appino degli Zen Circus; va da sé che non risultare derivativi da, per e come è “mission impossible” per la quasi totalità delle alt-band in circolazione nel cosmo, ma il nostro lavoro è quello di esplorare a fondo tra le pieghe di tante fonti, e se ci fermiamo sopra una formazione, la cosiddetta “pagliuzza d’oro” l’abbiamo trovata. Ed a scommettere su di un’ipotesi del genere, il ritorno di fiamma con i White Stripes convertiti al pop che l’album mostra come certezza di configurazione, le cariche elettriche e la svenevolezza glam – tra l’altro riuscitissima – che la voce della Lady sguaina, tra inflessioni sexy e urletti a singhiozzo, mette in evidenza una dinamica rocker di tutto rispetto, prendendo anche in ostaggio ammiccamenti verso i bassifondi del garage, quella sensibilità a presa di fuoco che sta sempre lì per lì pronta a trasformarsi in rogo. Lei con la voce fa piroette, con il basso numeri importanti, lui sulle pelli si affida al rimbombo stilistico di ottime ragnatele di tamburi, clash e tom, insieme ce ne fanno sentire di tutti i colori/suoni: lo stomp geometrico di un basso baldanzoso Radio days, l’epilessia di un twist impensabile Gonna burn, la sensualità megera di vocalizzi al lipstick rock Doop doo-ah, la rabbia distorta di marchio Soon, Wolfango, Vi odio tutti e la piacevolissima traccia anni sessanta a mollo tra surf e beat Amore a Scampia, suonata, svisata, frustata e cantata con sarcasmo e verità da un Appino come sempre in straforma. E proprio quando si prende gusto e dimestichezza con questa inconsapevole eccellenza “sotterranea”, lo stereo rivomita il malloppo sonoro dei The Casanovas e dà involontariamente il via ad una serie di riascolti reiterati e viziosi. “Hot Star”, una stella calda destinata lasciare un segno, una tensione ballabile ed un’idea sbattuta di un ritorno più che un debutto.

THE DONKEYS: “Born With Stripes” (2011, Dead Oceans Records/Goodfellas)

Il sito internet dei nostri Asini (donkeys, in inglese) li certifica come “rock'n'roll band di base nelle vicinanze di San Diego, California”. Definizione senz'altro generica, ma si sa, le categorie troppo ristrette rischiano di limitare a priori l'interesse di chi legge, quindi va bene così. Anche perchè questo lavoro, assai interessante già a partire dalla splendida copertina, opera del fumettista Tony Millionaire, sfugge a una catalogazione di genere più accurata. Possiamo dire sicuramente che il suono del quartetto ha le radici nella “summer of love” californiana: i pezzi sono molto rilassati, le atmosfere calme, ma nonostante questo si viene colpiti da un flusso energetico, morbido quanto insinuante, che cattura l'attenzione. Nessun assalto sonoro, quindi, ma canzoni costruite su tappeti di chitarra acustica e, spesso, organo molto sixties, con ritmica mai aggressiva, semmai in secondo piano, e riff elettrici a sottolineare i punti cruciali. Il disco si apre con l'interlocutoria Don't Know Who We Are (domanda scomoda), per mollarci subito un colpo al cuore con la rarefatta I Like The Way You Walk, esempio molto chiaro di quanto dicevamo poco sopra. L'uno-due arriva con la splendida Bloodhound, una ballatona in settima con un quintale di blues, che varrebbe da sola l'acquisto del disco. Si continua con un numero quasi “garage”, la breve title track, che ci proietta indietro di alcuni decenni, verso il 1965, seguita da due episodi molto psichedelici: Kaleidoscope, lunga e ipnotica e West Coast Raga, in cui chitarra, organo e sitar dialogano in modo calibrato. Ancora suoni dai sixties con la breve, swingante New Blue Stockings, così piacevole che mi piacerebbe durasse qualche minuto in più. Il dispiacere viene però subito guarito da un altro dei miei pezzi preferiti dell'album, la sorprendentemente “anglosassone” Ceiling Tan, con la chitarra elettrica in primo piano. I due pezzi seguenti, Oxblood e Bullfrog Blues, non colpiscono in modo particolare, pur mantenendo piacevole l'ascolto del disco, che ci riserva ancora due colpi di coda: la lunga ballata Valerie, che inizia a ritmi bassi, per poi stupirci con un interludio elettrico a base di feedback e terminare rientrando nel tema e la strumentale East Coast Raga, che riprende e sviluppa quanto abbiamo ascoltato nell'altro “raga” presente nel disco, quello della West Coast. In conclusione, The Donkeys sono stati una sorpresa estremamente piacevole e questo loro lavoro è senz'altro meritevole di un giudizio positivo.
Luca Sanna

martedì 17 maggio 2011

EN PLEIN AIR: “En plein air” (2011, Fluttery Records)

“En plein air” è la tecnica pittorica degli impressionisti che, rompendo con la tradizione, dipingevano all’aria aperta, in presa diretta, per cogliere con la luce naturale tutte le sfumature di quel mondo che volevano rappresentare. Il paesaggio muta con la luce, poiché al variare dell’angolo di incidenza e del contenuto armonico, varia completamente la percezione di quella visione che si proietta nella nostra mente. E’ questa la sensazione che si prova ascoltando l’album di debutto dei romani En Plein Air. L’album è caratterizzato dalla leggerezza della luce e dalle sue variazioni di intensità, che consentono da un lato di cogliere appieno le gradazioni di tono di questi paesaggi e dall’altro di illuminare le zone più buie e malinconiche del nostro animo. Un affresco delle emozioni umane, insomma, evocate perfettamente dal suono del violino, vero “fil rouge” di queste narrazioni. Sebbene la musica degli En Plein Air sia spesso catalogata come post-rock e sebbene molte delle loro sonorità rimandino a band quali Godspeed you! Black Emperor, Explosions in the Sky, Sigur Rós e Mùm, tuttavia è la fusione peculiare di rock strumentale, musica classica e melodia a caratterizzare e rendere unico il suono degli En Plein Air. Un suono particolarmente apprezzato all’estero come testimoniano le recensioni molto positive dell’autorevole “The Silent Ballet”. E non è un caso che l’etichetta americana Fluttery Records abbia creduto fermamente nel progetto “En Plein Air”, consentendo alla band romana di produrre e distribuire la loro musica in tutto il mondo. L’album è costituito da sette tracce, contraddistinte da un perfetto equilibrio di tutti gli strumenti: due chitarre (Eric Caldironi e Giovanni Federici), synth e piano (Aron Carlocchia), basso (Ludovico Lamarra), batteria (Adriano Proietti), violino (Marzia Ricciardi), a cui va aggiunta in alcuni brani la presenza del violoncello (Federica Vecchio). Le bellissime Oltre la pioggia e Il diario dei lampi disegnano le trame di una nostalgia malinconica molto seducente, mentre Thai è un affascinante affresco di luce e colori che riscalda l’anima ed evoca ricordi sempre intensi. Sul confine esplode in un finale rabbioso, mentre Frammenti di una vittoria chiude idealmente il lavoro iniziato con Waterloo quasi a sottolineare che l’esistenza di ognuno è sempre caratterizzata da un susseguirsi di eventi che, nel bene e nel male, segnano indelebilmente la nostra vita. Un bel lavoro, un album consigliato.
Felice Marotta
Fluttery Records

SMITH WESTERNS: “Dye It Blonde” (2011, Fat Possum)

Con l'estate ormai alle porte la voglia di sole e di mare si fa sempre più accesa. Allora catapultiamoci in estate, o meglio tuffiamoci tra le onde di "Dye It Blonde" il nuovo album dei giovanissimi Smith Westerns. L'avventura degli Smith Western inizia circa un paio di anni fa, precisamente nel giugno 2009 con la pubblicazione dell'omonimo esordio, un disco prodotto per lo più in casa. Formato da Max Kakacek, Hal James e da Cameron Omori, il trio di Chicago dimostra di essere cresciuto in fretta. Ma ciò che più colpisce è il modo in cui arriva a questa maturità. Tutti i brani presenti sono di una semplicità e spontaneità veramente disarmante. Una sorta di omaggio più o meno consapevole ai Beatles e ai Beach Boys, dieci brani che nascondono un sorriso dietro ogni nota. Prodotto da Chris Coady, per molti tra i migliori produttori dell'ultima generazione, (Architecture In Helsinki, Blonde Redhead, Yeah Yeah Yeahs, Cold Cave ) "Dye It Blonde" rispetto al disco precedente suona più pulito e solare, sembrando quasi essere un album dei primi anni ‘70 rivisitato a distanza. Qualcuno ha chiamato lo-fi garage-glam la loro musica che molto si rifà alle influenze del britpop degli anni Novanta e a band come T. Rex, Beach Boys e Beatles. Vi sembrerà di avere un deja vù all'inizio del disco. Weekend, la traccia iniziale, per pochissimi secondi  ricorderà Wouldn't It Be Nice dei Beach Boys. Still New non può non far invece tornare in mente Marc Bolan e suoi T Rex. Immagine Pt. 3 si illumina di chitarre fuzz. All Dye Young è poi la canzone che anche i Beatles avrebbero voluto scrivere. End Of The Night e Fallen In Love colpiranno al cuore gli amanti del glam rock. Dance Away nei suoi due minuti scarsi suona ora garage, ora dance, poi pop. Dye It World conclude il disco e ci lascia con la promessa di ritrovare a fine anno questo secondo album degli Smith Western tra i migliori lavori del 2011. Un disco semplice, godibile, che ha la pretesa solo di strappare un sorriso all'ascoltatore. Il buon umore è cosa assicurata.
Michele Passavanti
Fat Possum Records

lunedì 16 maggio 2011

GRAVEYARD: “Hisingen Blues” (2011, Nuclear Blast)

La storia dei Graveyard inizia nel 2006 quando Magnus Pelander e Joakim Nilsson decidono di mettere fine all'avventura dei Norrsken formando due nuove band,  i Witchcraft (guidati da Pelander) e i Graveyard (di Nilsson). Era il 2007 quando i Graveyard pubblicavano il loro esordio discografico dal titolo omonimo. Inizialmente uscito per la Transubstans Records, venne successivamente distribuito nel 2008 in America dalla Tee Pee Records, un'etichetta indipendente americana che dal 1993 produce gli artisti più interessanti della scena stoner-psichedelica, ormai un vero punto di riferimento per molti amanti del genere. Gli svedesi Graveyard tornano oggi con un nuovo lavoro, "Hisingen Blues", per una nuova etichetta, la Nuclear Blast, etichetta indipendente tedesca fondata nel 1987 da Markus Staiger e una delle principali label che trattano materiale metal e hard rock. Un piccolo passo avanti quindi per la formazione svedese, che dimostra con il nuovo album una maturazione stilistica dovuta un po' all'innesto nel suo organico di Jonatan Ramm e un po' alla calma con cui si è arrivato a produrre il nuovo disco. I quattro anni che dividono "Hisingen Blues" dal primo omonimo album hanno fornito sicuramente alla band il modo di lavorare sui pezzi con tranquillità. Anche se la ricetta sembra essere sempre la stessa, il risultato di questo miglioramento è visibile, anzi udibile, nelle nove tracce di cui è composto il cd, come No Good, Mr. Holden, la title track Hisingen Blues, Uncomfortably Numb (piccolo tributo ai Pink Floyd?) e nella stupenda The Siren, traccia conclusiva dell'album. "Hisingen Blues" è un disco che va subito al sodo, come dimostra Ain't Fit To Live Here, la traccia iniziale del disco, che con una vera e propria spallata a colpi di batteria entra di forza nella testa dell'ascoltatore. Violento, sporco, acido e diretto al punto giusto, "Hisingen Blues" suona come un fiume in piena, tra onde psichedeliche e risonanze zeppeliniane. Uno degli album migliori di una scena musicale, che segna sempre più un ritorno massiccio alle sonorità psichedeliche e hard rock degli anni '70.
Michele Passavanti
Nuclear Blast
Ain't Fit To Live Here

POWER POP STORY - I suoi re! Dieci dischi fondamentali

Distorsioni ha il piacere di avere per questa panoramica su alcuni dei dischi fondamentali della Power Pop Story un autore d'eccezione, Luca Re, il cantante storico dei Sick Rose, seminale garage-band italiana e più di recente il front-man anche dei Teenrama, progetto collaterale della band concentrato su un repertorio power-pop. I Teenrama hanno suonato il 15 maggio 2011 di spalla alla nuova line-up dei gloriosi Beat di Paul Collins, all'United Club di Torino:  un cerchio quindi che si chiude perfettamente. Luca Re ci ha onorati di un suo appassionato excursus su un genere che ha la rara capacità di rinnovare pelle ad ogni nuova stagione rock! (Wally Boffoli)


Scrivere un articolo propedeutico sul power pop è un’impresa non facile. Si tratta infatti di definire in maniera semplice e concisa uno dei generi più sfuggenti degli ultimi 40 anni di r’n’r. Rimando chi volesse approfondire la materia agli articoli apparsi sul numero monografico del marzo 1978 di Bomp, dove Greg Shaw per la prima volta teorizza un “genere” e il lungo excursus, a cura di Luca Frazzi e co., apparso a metà anni ’90 sulla italianissima Bassa Fedeltà. Io mi limito ad alcuni cenni introduttivi e passo quindi direttamente a consigliare l’ascolto di 10 dischi, a mio avviso fondamentali, che, attraverso un approccio sostanzialmente pragmatico, aiuteranno il neofita ad avvicinarsi a un universo sonoro ricco di sorprese eccitanti. Se il rhythm & blues è l’ala sinistra del r’n’r, il pop è la sua ala destra, “conservatore” nella migliore accezione del termine! Sono pop i Turtles, gli Hollies, i Beatles pre Sgt Pepper, la surf music, la Motown, gli Who pre Tommy, il Merseybeat e i Monkees. Non sono pop Jimi Hendrix, i Cream, l’acid rock e tutte le mutazioni musicali in ambito rock a partire dalla fine degli anni ‘60. Il power pop, dopo i fasti degli anni ’60 dove la melodia e la potenza fanno la fortuna di band come Move, Easybeats e Creation, riemerge proprio nei primi anni ‘70 come reazione a un momento musicale che pretende di dare una risposta ai misteri del cosmo attraverso assoli interminabili, suite che occupano intere facciate di LP e strumentazioni imponenti. In contrasto a tutto questo, soprattutto negli Stati Uniti, gente come Raspeberries e Big Star ricomincia a scrivere canzoni di 3 minuti che raccontano di prime volte sul sedile posteriore dell’auto e di altri pruriti adolescenziali. Purtroppo la maggior parte della critica boccia queste band, che nella maggior parte dei casi vengono relegate ai margini dell’industria discografica e scompaiono dopo un LP o due. Vediamo quali album hanno lasciato una traccia indelebile e ancora oggi ispirano centinaia di power popper in tutto il mondo, pronti a imbracciare una Rickenbacker e a cimentarsi con la scrittura di brani che in pochi minuti racchiudano l' essenza del rock and roll!

1) Badfinger: “Straight up” (1971)
Viene giudicato quasi unanimemente il miglior disco dei Badfinger e loro rappresentano l’anello di congiunzione perfetto tra la musica pop anni ’60 e quello che negli anni ’70 verrà definito power pop. Nati nel ’64 come Ivys, approdano alla Apple nel ’69 ed esordiscono con Come and Get it un brano di Paul Mc Cartney. Da subito vengono definiti gli eredi dei Beatles e questo creerà non pochi problemi alla carriera dei quattro gallesi. Su “Straight Up” il legame con i Beatles si intensifica. Il disco viene registrato ad Abbey Road inizialmente con George Harrison in veste di produttore. Dopo il suo abbandono del progetto per impegni legati al concerto per il Bangladesh gli subentrerà Todd Rundgren, noto per il suo ossessivo ispirarsi al quartetto di Liverpool. Il disco però brilla di luce propria e la sua forza sono le canzoni perfette che Ham, Evans e Molland riescono a comporre per questo terzo LP della band. Su tutte Baby Blue che, uscita anche su 45 giri, riuscirà ad arrivare fino al 14° posto delle classifiche americane. Su questo disco sono presenti tutti gli ingredienti classici del power pop, grandi melodie, suoni di chitarra impeccabili e ritornelli che non riesci a toglierti dalla testa!

2) Big Star: “Radio City” (1974)
A mio avviso l’album di power pop definitivo! Più ancora che nel suo predecessore, è evidentissima l’influenza della British invasion sulla scrittura di Alex Chilton, Beatles e Kinks in primis. In questo disco è lui l’ assoluto padrone, la band ridotta a un trio esprime al meglio tutte le sue potenzialità. Dal punto di vista commerciale l’album è un fiasco, ma la sua influenza su intere generazioni di musicisti è enorme. Il suono è assolutamente perfetto, brani in apparenza semplici nascondono in realtà arrangiamenti per niente scontati, è soprattutto la vitalità che sprigiona che me lo fa preferire a “N. 1 Record” e poi September Gurls è di diritto una delle 100 più belle canzoni di sempre.

3) Flamin’ Groovies: “Shake some action” (1976)
E' il 5° disco della band di San Francisco e, oltre alla dipartita del co- leader Roy Loney, sancisce la svolta power pop a scapito dell’energetico r'n'r che fino a questo punto aveva caratterizzato il suono della band. Cyril Jordan si lascia totalmente attrarre dall’universo sonoro dei Beatles pre Sgt. Pepper e dei Byrds, scrivendo uno degli inni power pop definitivi: Shake Some Action. A partire dalla copertina che immortala la band con un look decisamente sixties oriented, è tutto l’ album, registrato in Inghilterra e prodotto da Dave Edmunds, che rinnova i fasti e le sonorità di 10 anni prima. Oltre a Shake some Action è You tore me down che cattura immediatamente l’attenzione per la scrittura perfetta. Tutto l’ album è comunque di altissimo livello, con omaggi diretti agli eroi di sempre attraverso cover di Lennon McCartey e Chuck Berry. Nel ’76 i Groovies anticipano tutti e pongono le basi per quel recupero dei sessanta che dopo il ciclone punk diventerà sempre più esplicito.

4) Cheap Trick: “Heaven tonight” (1978) 
Siamo al cospetto della prima bands in ambito power pop ad assaporare il successo vero, milioni di dischi venduti e folle oceaniche che riempiono i loro show negli stadi. I Cheap Trick li ami o li odi ma, nel ’78 loro riescono a mettere d’accordo punk, hard rocker e tutti gli orfani di Lennon /McCartney e British invasion. Incredibile ma vero, tutti questi ingredienti sono presenti nella loro musica (aggiungerei una spruzzatina di glam tra Marc Bolan e Ziggy Stardust e sporadiche ventate psichedeliche) e danno vita a un suono personalissimo in grado di influenzare nel tempo gente come Pixies, Smashing Pumpkins e Hanson! Il disco si apre con l’anthemica Surrender e prosegue ricollegandosi direttamente al power pop originario dei sixties attraverso la cover dei Move California Man. “Heaven Tonight” riesce a coniugare l’irruenza e l’aggressività dell’omonimo disco d’esordio al pop patinato di “In colour”. In seguito difficilmente i Cheap Trick riusciranno a raggiungere l’equilibrio perfetto di questo disco.

5) Knack: “Get the Knack” (1979) 
Seconda band che assapora il successo, quello vero! Sei milioni di copie vendute in tutto il mondo e il singolo power pop per eccellenza My Sharona che resta in cima alle classifiche così tante settimane da permettere agli autori, Berton Averre e il compianto Doug Fieger, di vivere di rendita per il resto dei loro giorni. L’ immagine dei Knack si richiama direttamente ai Beatles di “Meet the Beatles” e le cravattine e i completi attillati diventano i tratti estetici dominanti della seconda esplosione power pop di fine anni ‘70. Il “giro” di Los Angeles snobba i Knack, considerandoli un gruppo creato in studio da abilissimi session men che hanno fiutato il prossimo trend frequentando i locali del Sunset Boulevard. Ma non è così, l’amore per i sixties è sincero e Doug Fieger si è fatto le ossa suonando a inizio carriera prima con gli Sky prodotti da Jimmy Miller e poi nei Sunset Bombers, che mischiavano già punk, hard rock e pop dei Sixties (grandiosa la loro cover di I can’t control myself dei Troggs). Il disco evita qualunque tipo di critica, perfetto nella scelte delle cover (Heartbeat già portata al successo da Buddy Holly), perfetto nel suono e nell’esecuzione (lo registrarono praticamente live in 10 giorni) e perfetto nella scrittura con brani devastanti come Let me out e Frustrated e ballate come Oh Tara. La lunghissima carriera dei Knack dimostrerà proprio la loro totale dedizione al power pop capace di portarli ad incidere ancora negli anni 90 un album capolavoro come “Zoom”.

6) Paul Collins Beat: “The Beat” (1979)
Dopo le esperienze con Nerves e Breakaways, Paul Collins passa dalla batteria alla chitarra ed esordisce insieme ai Beat con un disco che avrebbe potuto farlo diventare una star planetaria al pari dei Knack. I brani da I don’t fit in a You won’t be happy, da R’n’R girl a Walking out on love sono forse addirittura superiori a quelli di Fieger/Averre, ma manca il singolo trainante o forse la Columbia è incapace di svecchiarsi e presentarsi come etichetta “new wave”. Sta di fatto che le vendite non decollano e nonostante live show micidiali la band, soprattutto in Europa, non riesce a sfondare. Poi la carriera di Paul è tutta in discesa fino alla parziale ripresa degli ultimi anni. Ha sfiorato il successo ma non ce l’ ha fatta. Per tutti i power popper Paul rimane l’eroe perdente, duro e puro ed è giusto che nel suo ultimo LP, da non molto uscito, si auto proclami “The King of Power Pop”! La sua onestà e la capacità di scrivere ancora canzoni perfette lo rendono tra i personaggi chiave di tutto il fenomeno.

7) 20/20: “20/20” (1979) 
Altro disco fondamentale uscito nell’anno d’ oro del power pop, disco che apre nuovi orizzonti al genere mescolando la solita melodia a intrusioni elettroniche discrete ma per certi versi destabilizzanti. Nel variegato panorama della scena di Los Angeles alla fine dei ’70, i 20/20 erano sicuramente una delle delle migliori band e il loro esordio a 33 giri ne rappresenta l’apice della carriera. I loro primi singoli, pubblicati su Bomp!, erano tutti dei gioiellini fantastici di sixties pop (si possono ascoltare sulle compilation “Bomp! Roots of Powerpop”) – ma per l’album d’esordio la band vira verso suoni più moderni e vagamente new wave. La maggior parte delle canzoni contenute in questo esordio, a partire dall’anthem Yellow Pills, presenta cori perfetti e riff accattivanti, insomma tutti trademark del grande power pop. Per tutti i fan di Plimsouls, Beat, Cheap Trick e Knack disco imprescindibile!

8) Romantics: “The Romantics” (1980) 
L’album di debutto della band di Detroit suona, nei suoi momenti migliori, come l’album definitivo che Shel Talmy non ha mai prodotto. Il power pop fortemente influenzato dalla British Invasion del quartetto non brilla sicuramente per originalità, ma questo non è certo un problema per tutti i fan di questo genere musicale. Riff semplici e ritornelli che rimangono in testa fin dal primo ascolto! Questo disco rappresenta l’incrocio perfetto tra lo stile classico dei mid sixties e il volume e l’ attitudine punk della fine dei '70. Tutti i pezzi originali scritti dai chitarristi Wally Palmar e Mike Skill e dal batterista Jimmy Marinos sono un incrocio perfetto degli stili fondamentali dell’epoca d’oro del pop (pensate a una fusione di Kinks e Easybeats con un approccio melodico alla Hollies). La produzione di Peter Solley è semplice ma intelligente e mette in primo piano l’energia e le melodie accattivanti. I Romantics dopo questo primo disco, pur avendo altri notevoli successi, non riusciranno mai più a collezionare una serie di canzoni così perfette. What I Like About You è l’hit single incontrastato di questa raccolta, ma pezzi come When I Look in Your Eyes, Tell It to Carrie e Girl Next Door rendono davvero difficile la scelta. I Romantics con questo disco non hanno inventato niente di nuovo, ma sicuramente, quando si parla di energia contagiosa e attitudine da party, come band non hanno rivali. Questo disco ancora oggi, suonato a una festa di teenager, sa scatenare il ballo.

9) Plimsouls: “Everywhere at once” (1983) 
Anche Peter Case, leader dei Plimsouls, si è fatto le ossa come Paul Collins nei Nerves, due soli EP all’attivo ma band fondamentale per capire l’esplosione power pop californiana della seconda metà dei ’70. E anche lui, come Paul Collins, cambiando strumento raggiunge la piena maturità musicale, creando con i suoi Plimsouls capolavori assoluti del genere. Al primo straordinario LP della band preferisco “Everywhere at once” perché esce su Geffen, perché gode di una produzione stellare e poi perché vede la luce in piena esplosione Paysley Underground, alle cui sonorità a tratti si avvicina per quei riflessi neopsichedelici che arricchiscono gli ingredienti classici del power pop. Spesso i Plimsouls rifiutano questa etichetta, ma la loro musica rappresenta davvero la quintessenza del genere. R’n’R, R &B, melodie perfette, chitarre ed un ‘energia straripante che contagia ed entusiasma. (A million miles away)

10) DM3: “Road to Rome” (1996)
Spesso la seconda uscita degli australiani DM3 viene indicata come uno dei migliori LP di power pop della seconda metà degli anni 90. Periodo in cui soprattutto in Australia il genere vive una nuova esplosione di gruppi. A mio giudizio il disco è di diritto tra i 10 migliori dischi power pop di tutti i tempi, soprattutto per quella sua capacità di attualizzare un suono rendendolo nuovamente contemporaneo. “Road to Rome” è a modo suo un disco "classico" Il solidissimo song writing di Dom Mariani, maturato con le esperienze di Stems e Someloves e la produzione affidata a Mitch Easter (Db's), fanno la differenza. La band gira a mille e il disco pur essendo personale e non troppo derivativo può ricordare un incrocio tra Plimsouls, Badfinger e Who. La furia grunge è appena passata e qui il power pop ancora una volta sa rinnovarsi, integrando nuove sfaccettature. Gli amplificatori saturi caratterizzano brani come Please Don't Lie o Soultop, dal riff quasi hard rock.
Luca Re