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martedì 22 novembre 2011

THEE GRAVEMEN: “S/T” (Uscita: 21 novembre 2011, Dirty Water Records)


# Consigliato da DISTORSIONI

Sono state molte le band che per il loro look hanno preso in prestito maschere e stereotipi della tradizione horror americana  degli anni Cinquanta e Sessanta. Pensate, solo per citare i maggiori, ai Fuzztones di “Monsters a go-go” (e non solo), ai gorgheggi d’oltretomba 
di Lux Interior, fino a certe degenerazioni “licantropiche” di Jon Spencer con la
sua Blues Explosion. Un’estetica fatta di halloween
-dolcetto-o-scherzetto, fumetti Tales from the cryptgli horror di Roger Corman e cento altri b-movies, licantropi, zombie, vampiri, alieni mangiauomini, creatures from the black lagoon, voodoo, Vincent Price e Bela Lugosi, Ed Wood e Vampira.
Trovarsi invece davanti ad una band che per la propria immagine orrorifica rispolvera i vecchi horror inglesi della Hammer, con Dracula-Christopher Lee che affila i canini sul collo di qualche indifesa e pallida fanciulla d’albione, se certo non fa gridare alla novità assoluta di sicuro stuzzica la curiosità di chi si trova davanti la copertina pop-gothic del disco dei Gravemen, in cui i due loschi figuri in cilindro e cappotto nero sembrano darci il benvenuto in un cimitero popolato di pipistrelli. La musica e il look del duo svedese (Sir Lee Tea alla chitarra e alla voce e Devilish Daz Trash a picchiare dietro i tamburi) si muove tutta intorno ai temi ludico-orrorifici cari a molto garage revival e psychoblly antico e moderno, in cui la dimensione adolescenziale della musica si mostra nel “piacere di aver paura” dell’estetica da cinema horror vintage, che i Gravemen rispettano alla lettera anche nelle loro esibizioni dal vivo. My girlfriend is a werewolf, My witch (davvero notevole), Gravemen, Friday at the hideout, la  cimiteriale Six feet down sono alcuni dei titoli dove la fascinazione per l’orrore diventa sfacciato divertimento garage rock.
Il suono è scarno, lo-fi senza eccessi, rigorosamente registrato in mono, e privilegia lo stomp del blues primordiale, e la scarna strumentazione mette ancora più in risalto il martellare tribale della batteria (ascoltare Let there be drums per credere). L’essenzialità delle linee riverberate di chitarra (il suono è quello inconfondibile di una Fender Jaguar) caratterizza il groove della band. L’impasto musicale affonda le proprie radici nei riff di Bo Diddley, nello scarno rokabilly di Hasil Adkins, negli ululati di Screaming Lord Sutch e Screaming Jay Hawkins, shakerati insieme alla chitarra di Poison Ivy (non è casuale la riproposizione di un brano come Green Fuz, classico garage-sixties già rivisitato in Psychedelic Jungle; ma anche Hey there pretty baby e Shake it sono sentiti omaggi ai riff della signora Interior). La voce, nella migliore tradizione psycho, abbonda di riverberi e vibrati spettrali che rimandano alle squisite sguaiatezze di Mr. Purkhiser, ovviamente mantenendo le dovute proporzioni (ci mancherebbe): ascoltate però Shake it per farvi un’idea.
Il risultato finale è divertente e il disco si lascia ascoltare fino in fondo, pur non essendo privo di qualche momento di noia dato da un certo ripetersi ritmico, ma tra licantropi, streghe e pipistrelli il gruppo sa come farsi perdonare.
Un disco perfetto per Halloween: "Thee Gravemen" è un’ottima colonna sonora per una notte delle streghe rock’n’roll.
Luca Verrelli



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