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martedì 22 novembre 2011

DREAM THEATER: "A Dramatic Turn of Events" (Uscita: 13 Settembre 2011, Roadrunner Records)

I Dream Theater gruppo di progressive metal formatosi a Boston nel lontano 1985 giungono con questo “A dramatic turn of events” al loro dodicesimo disco in studio, dopo una lunga parabola musicale ricca di grandi riconoscimenti di pubblico e critica, ma ormai tragicamente tendente verso il basso. Vale la pena qui di ricordare velocemente che con Opeth e Tool i DT sono la migliore prog metal band, e sono stati capaci di sfornare dischi impeccabili quali il secondo “Images and Words”
(1992) capolavoro assoluto:  fino allo splendido concept album “Metropolis Pt.2 scenes from a memory” (1999) si sono mantenuti su eccelsi livelli di rendimento, sempre nel contesto del genere stesso. Purtroppo con lo svoltare del nuovo secolo e dopo tre anni di silenzio i nostri hanno infilato una lunga sequenza di albums uno identico all'altro, e nulla è servita la mostruosa tecnica di base, tipica di formazioni come la loro, e che li ricollega ai gruppi del passato, dei 70' per intenderci, quando il saper suonare perfettamente era fondamentale nell'economia del suono. 
Le loro esaltanti esibizioni on stage non bastano a salvare la loro reputazione come degnissima band da studio e le frequentissime pubblicazioni di materiale live, ben 7 dischi su 19 complessivi, sono qui a dimostrarlo oltre ad essere francamente esagerate. I Dream Theater sono una delle bands che più hanno giovato dell'introduzione del formato cd nella musica, i loro dischi infatti hanno sempre il solito minutaggio extra large, poco inferiori agli 80 minuti, la durata massima che questo supporto di plastica consente. Non fa eccezione questo “A dramatic turns of events” nel quale l'unica novità riguarda la fuoriuscita dopo 25 anni dello storico batterista Mike Portnoy, un vero portento dei tamburi, che stanco, come noi del resto, della direzione presa dal gruppo lo ha mollato a metà di quest'anno. Resterebbe da parlare del disco, ma se l'intro acustico di On the back of angels illude un pò tutti sull'indirizzo musicale del nuovo lavoro, il solito break chitarristico di John Petrucci ci riporta alla triste realtà e già sappiamo che la solita minestra riscaldata ci aspetta. I nove pezzi che compongono l'album si dividono come nelle ultime prove tra quelli che oltrepassano i dieci minuti di durata, quattro, tutti stucchevolmente lunghi e che puzzano di già sentito ed i brani più brevi non a caso i migliori del lotto. 
Due splendide ballate ci fanno riemergere dal torpore generale, This is the life davvero molto intensa con la voce di James LaBrie, altra nota dolente ormai da tempo, perfettamente a suo agio e la conclusiva Beneath the surface, uno dei pochi splendidi momenti di un disco assolutamente da dimenticare. L'immagine che meglio rappresenta questo album è quell'omino in copertina che come i Dream Theater è in bilico sull'abisso, nel quale quest'ultimi sono caduti da anni, non a caso l'aereo con il logo del complesso si vede nascosto poco sotto, perso tra le nuvole ed alla ricerca di una identità musicale che pare ormai definitivamente perduta.  

Ricardo Martillos











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