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martedì 13 dicembre 2011

DIAMONDS - KING CRIMSON: "Lizard" (1970, Island Records)

Dopo l'enorme successo di riscontri (che continua a tutt'oggi!) del nostro precedente articolo di Edoardo Voodoo Petricca sui KING CRIMSON , abbiamo pensato farvi cosa gradita continuando ad esplorare con effetto retroattivo il magico e tragico milieu di sua eccellenza Robert Fripp e delle varie line-up che hanno ruotato attorno al suo indiscusso regno-ruolo nel progressive prima di tutto degli anni '70. Una saga lunghissima, impegnativa e fascinosa quella di King Crimson, che giunge sino ai nostri giorni.
Abbiamo in programma di toccarla più volte, a partire proprio da queste feste natalizie di fine 2011 e nel 2012: se ci accompagnerete in questo meditato tragitto ci farà piacere, non ve ne pentirete ed avrete molte sorprese: si comincia con lo stupendo "Lizard" del 1970 (wally boffoli)

“Lizard” è forse l’album più controverso dei King Crimson, se non per quanto riguarda l’intera carriera della band, quantomeno relativamente alla loro produzione anni ‘70. Per i fans più affezionati, infatti, “Lizard” è, se non il loro album preferito (e per molti, compreso il sottoscritto, lo è!), comunque quello ritenuto emotivamente più coinvolgente e, a tratti, anche commovente nella produzione crimsoniana. Per gli amanti del rock anni ’70 in genere, che apprezzano i KC in maniera più distaccata, senza il fanatismo del vero aficionado, “Lizard” è invece un po’ freddamente liquidato come un’opera più ammiccante a certo prog romantico della sua epoca, con un effetto meno innovatore rispetto a quanto la band aveva mostrato di saper fare prima e a quanto svelerà dopo. Giudizio ingiusto: in “Lizard” le sperimentazioni, anche spinte, ci sono, e le esamineremo con calma. Certo, quando esce questo album, a cavallo tra il 1970 e il 1971, i King Crimson hanno alle spalle un’opera impressionante e rivoluzionaria come “In the court of the Crimson King” (1969), capace di gettarsi alle spalle il concetto di rock come era stato inteso fino a quel momento (3 o 4 minuti di canzone retta dalla formula strofa/ritornello/assolo) e di tracciare un percorso ben più complesso, chiamato progressive rock e fatto di contaminazioni tra generi (dal jazz alla musica classica), tempi dispari e grande dilatazione della durata dei brani (si pensi ai 12 minuti di Moonchild). Il successivo “In the wake of Poseidon” (1970) convince meno: talune formule sembrano un po’ troppo ricalcate sul successo dell’album precedente (la potenza di attacco e le accelerazioni centrali di Pictures of a city evocano non poco 21st Century Schizoid Man, la ballad romantica Cadence and Cascade è un po’ la brutta copia di I talk to the wind, l’incedere marziale di The Devil’s triangle, costruito sul tema di Mars – the Bringer of War dalla sinfonia “I Pianeti” di Gustav Holst, non può non evocare in parte Epitaph), ma al tempo stesso si percepisce già qualche avvisaglia del disco successivo (l’irriverente e scanzonata Cat Food, dal sapore veracemente post-beatlesiano, offre delle soluzioni che ritroveremo proprio in alcuni momenti di “Lizard”).

Side A
Il terzo album vede la formazione capitanata dal chitarrista Robert Fripp vittima di non pochi scombussolamenti. Al suo fianco, come sola certezza, rimane il paroliere Pete Sinfield, che cura, oltre ai testi, anche i light-show e le scenografie sul palco. Nel frattempo la band ha perso per strada due tra le sue figure più carismatiche: il bassista/cantante Greg Lake ha già in quel momento, raggiunto la popolarità mondiale in trio con Keith Emerson e Carl Palmer, mentre il fiatista/polistrumentista Ian McDonald, addirittura, da lì a pochi anni farà soldi a palate in America con i Foreigner! Pertanto la figura a cui è affidato il ruolo di frontman crimsoniano è il nuovo bassista/cantante Gordon Haskell (ospite in un solo brano alla voce sul disco precedente), che costituirà una vera e propria meteora, dopodichè si trascinerà fra problemi di droga e alcool per tutti gli anni ’70 e ’80 e ritroverà un suo equilibrio interiore solo a partire dagli anni ’90, come artefice di un garbato cantautorato venato di blues. Il parco-fiati di Mel Collins è estremamente ricco: flauti e sassofoni di varie altezze e tonalità, mentre Fripp, professionalmente orfano di McDonald, si sobbarca anche tutte le tastiere. I King Crimson, a differenza di tutte le bands-simbolo dell’Era d’Oro del progressive rock, non hanno mai schierato un vero tastierista in formazione e ciò li limitava parecchio nel riproporre in veste live le loro complesse composizioni. In “Lizard”, peraltro, le tastiere sono più presenti che in ogni altra produzione crimsoniana. Dietro i tamburi siede Andy McCulloch e con lui si conclude la formazione-base. Ma in questo disco Fripp decide di spostare ancora più in avanti il mood jazzistico della sua band e si circonda di alcuni tra i nomi migliori appartenenti al giro dei Nucleus, dei Soft Machine e del Canterbury Sound: Nick Evans (trombone), Mark Charig (cornetta), Robin Miller (oboe e corno inglese) e il pianista Keith Tippett (frequente collaboratore di Frida). Inoltre, un vero e proprio “Special Guest” che incontreremo più avanti. L’album si apre con Cirkus (scritto con la K per richiamare nel titolo la C e la K di King Crimson, un escamotage che la band userà spesso fino agli anni 2000): le prime note del brano sono quantomai rarefatte e valorizzano al massimo la voce pastosa e rotonda di Haskell, punteggiata da un synth dal timbro molto sottile (una vera rarità nella tavolozza sonora crimsoniana). Ma ecco che esplode un riff massiccio in cui i sax sono doppiati dal suono spigoloso di fiati del Mellotron Mk.II, una delle più ruvide e ancestrali tastiere della famiglia Mellotron, ancora lontana da quelle solennità sinfoniche del più famoso Mellotron Model 400, usato a piene mani da Genesis e Yes (e molti altri!) in contesti orchestrali e corali. In questa canzone piena di sorprese sentiamo anche un inedito Fripp spagnoleggiante alla chitarra classica e il tutto si chiude facendoci incontrare il primo dei molti ospiti del disco, un Mark Charig dalla cornetta al gusto Malaga che ben si sposa con i curiosi ammiccamenti flamenco di Fripp. Indoor Games è uno dei manifesti dell’album: il tema iniziale di fiati dal sapore “geometrico” non può infatti non evocare quel jazz inglese a cui Fripp, unico compositore di tutte le musiche del disco, intende rifarsi in quel preciso momento della sua carriera. Le aperture strumentali del brano attingono a piene mani al free-jazz, complice un certo pianismo rabbioso di Tippett, e le chitarre sovraincise sono addirittura due: un’acustica che scandisce gli accenti principali del brano e un’elettrica dalle sonorità pulite, anch’essa d’impronta molto jazz. E ogni tanto qua e là spuntano anche le linee sgangherate di un synth dal suono nasale: una trovata già incontrata in Cat Food, vero trait-d’union presente sull’album precedente (come si era detto all’inizio). Sul pianto disperato di Haskell questa Indoor Games va a fondersi, come un unico brano, alla successiva Happy Family. Il testo è dedicato ai componenti dei Beatles, descritti, appunto, come quattro fratelli di sangue di una famiglia felice. Il brano parte (soluzione unica nella storia crimsoniana) con un tema di synth dal timbro stridente e pieno di tremolo, quasi a lasciar forse intendere che questa famiglia, in fondo, così felice non è (i Beatles si erano appena sciolti). Nel corso del brano le 4 strofe dedicate ai quattro di Liverpool (citati con i bizzarri nomi di fantasia di Rufus, Silas, Judas e Jonah) si alternano a momenti strumentali affidati a turno a un flauto saltellante o al tema acido del sintetizzatore, il tutto spinto in avanti da un uso presente, asciutto e percussivo del piano che si intreccia con le percussioni intonate, dando ancora una volta un taglio jazz al tutto. Questa commistione di accattivanti melodie molto beatlesiane e arrangiamenti da Canterbury School rende questo episodio fortemente simile a Cat Food, che si basava proprio sulla stessa fusione di sapori. Il finale del lato A del vinile è affidato a Lady of the dancing water. Si tratta di una ballad romantica come ne abbiamo già incontrate sui due dischi precedenti della band, ma con una sostanziale differenza: il suono scuro del clarinetto basso che reggeva tutto il tessuto armonico di I talk to the wind sul primo album, giusto per fare un esempio, qui cede il passo al trombone di Evans, che rende tutta la cosa assai più morbida. Forse il momento più romantico e toccante nella storia dei King Crimson.

Side B
L’intero lato B del vinile è affidato a un unico brano articolato in più movimenti, la suite Lizard. Qui l’ascoltatore ha la sorpresa capace di mozzargli il fiato: infatti la prima parte del brano, che ha per sottotitolo Prince Rupert awakes, è affidata alla voce eterea e cristallina di Jon Anderson degli Yes, l’ospite che nessuno si sarebbe aspettato in un disco dei King Crimson. La prestazione di questo efebico folletto è una delle più nobili di tutta la sua carriera, farebbe scendere una lacrimuccia anche ai massimi non-amanti della band e dell’intero genere musicale! Sotto quella voce esile il piano di Tippett ci regala minimi tocchi che vanno via via a intensificarsi, mentre l’elettrica di Fripp passa da tenui mugolii a ricami ancora una volta pseudo-spagnoleggianti. Plauso speciale al set percussivo di McCulloch che, con piccoli passaggi molto scanditi, riesce quasi a creare una melodia nella melodia. Questa estasi di suoni sfocia sull’acuto finale di Anderson in un crescendo devastante del Mellotron, che stavolta non può non ricordare i momenti più lirici di Genesis (Seven stones) e Yes (And you and i) e, anzi, crea un vero e proprio ponte tra tutte queste bands grazie proprio all’ospitata del cantante ed ai folgoranti interventi di un Tippett che non vi aspettereste mai. Il pianista di Canterbury, infatti, nel duettare con il Mellotron si prodiga in virtuosismi classici nei quali ritroverete Debussy, Ravel e persino Rachmaninoff, che lo rendono più simile a Rick Wakeman e a Tony Banks che non certo al Tippett-jazzista conosciuto fino a allora. Dopo quest’apertura sinfonica si ha una lunga divagazione tra classica e jazz affidata, nell’ordine, alla cornetta (Charig), all’oboe e al corno inglese (Miller) e al trombone (Evans): il tutto parte all’inizio in maniera molto rarefatta, poi gradualmente s’insinua al di sotto delle escursioni soliste un tempo di bolero (e infatti Bolero/the Peacock's Tale è proprio il titolo del movimento) che non può, ovviamente, non evocare Ravel. Il tutto però gradualmente si destruttura fino alle soglie del free-jazz, e qui ritroviamo Keith Tippett con il suo vero stile fatto di reiterazioni ossessive e martellanti, influenzato da Monk e Mal Waldron. Nel successivo movimento, intitolato The battle of glass tears, dietro al microfono torna Gordon Haskell, e qui l’ascoltatore avrà un’altra sorpresa, rendendosi conto di come il timbro del cantante, la melodia vocale, l’atmosfera generale di quel momento, abbiano influenzato non poco i Japan di David Sylvian negli anni a venire (più o meno dieci anni dopo!). Qui parte una fase strumentale di più tipico sapore crimsoniano, fatta di riff di fiati, Mellotron spigolosi e assoli di chitarra lancinanti: tutto ciò è molto figlio di 21st Century Schizoid Man ma anche padre di Red. La suite si chiude con un brevissimo movimento intitolato Big Top (che sarebbe il tendone del circo), una circense melodia sgangherata e via via accelerata che vuole evocare l’inizio dell’album (Cirkus) quasi a chiudere un cerchio. Dopo “Lizard” i King Crimson sposteranno ancora brutalmente in avanti la lancetta della sperimentazione con “Islands”, un disco talmente rivoluzionario nei suoni e nelle formule da anticipare, sotto molti aspetti, la ambient di dieci anni dopo e, persino, il post rock a cavallo tra i due millenni. Ma ciò non fa certo di “Lizard” un’opera minore o, men che meno, malriuscita. Anzi: proprio per il suo connubio perfetto tra melodia e sperimentazione, energia e ricerca sonora, “Lizard” potrebbe rivelarsi l’album perfetto per consentire a chi non li conosce di avvicinarsi alla storica band di Robert Fripp.
Alberto Sgarlato

King Crimson History


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