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domenica 28 agosto 2011

LIVE REPORT: Thin Lizzy, Night Ranger, Foreigner, Journey - 21 giugno 2011, Area PalafieraMilano, Rho

Una giornata torrida accoglie il non certo folto pubblico di amanti dell'AOR (Adult Oriented Rock) e di certe sonorità tipiche dell'hard rock a cavallo tra anni 70 e 80 (un genere in verità poco noto in Italia) che il 21 giugno si riversano a Rho, alle porte di Milano, per assistere a un vero e proprio festival con Thin Lizzy, Night Ranger, Foreigner e Journey, tutte band poco use a solcare i palchi italiani.



Thin Lizzy, Night Ranger
Aprono la rassegna i Thin Lizzy, unica band del poker a non provenire da oltreoceano (sono dublinesi) e, dal 1986, ormai orfana dello storico e carismatico fondatore Phil Lynott. I suoni non sono il massimo, ovattati, impastati, e il volume è circa il triplo di quello delle band che seguiranno! Però il pubblico dimostra comunque di offrire calore e partecipazione a questa band (ormai quasi una sorta di tributo ai Thin Lizzy che furono) che in poco più di mezz’ora offre una scaletta agile, veloce, tirata e punteggiata dai vari classici della band, da Whisky in the jar a The boys are back in town.

Con i Night Ranger la situazione in termini di qualità audio migliora in modo tangibile, e sarà via via sempre più così nell'avvicendarsi delle varie band. Vedere i californiani Night Ranger dal vivo è una vera rarità: non soltanto, infatti, non avevano mai suonato in Italia, ma lo storico bassista/cantante Jack Blades racconta sul palco che la band non si esibiva in Europa dal 1985! Dopo una carriera fatta di un alternarsi di pause e di ritorni sulle scene, i Night Ranger presentano qui il nuovo album “Somewhere in California”. Va detto che il sound, nel corso degli anni, è cambiato: chi se li ricordava negli '80 come una band ad alto tasso di elettronica, con abbondanti tappeti di synth e, in alcuni casi, al limite dell'electro-pop (come nella colonna sonora del film con Michael J. Fox “The secret of my success”, forse il loro apice di popolarità), avrà modo di scoprire che il nuovo tastierista Eric Levy ha spostato un po' il baricentro su derive hard rock di maniera a base di sciabolate di organo hammond distorto. Anche per loro, come per i precedenti Thin Lizzy, comunque, uno show breve ma grintoso e compatto, che si conclude con i tre 'hit' più noti al pubblico della band: Don't tell me you love me, la romantica Sister Christian e (You can still) Rock in America, quest'ultima doverosamente eseguita con chitarre decorate a stelle e strisce. E pur nel poco tempo a disposizione, la band riesce a inserire in scaletta anche una cover dei Damn Yankees, hard rock band capitanata dai due superchitarristi Ted Nugent e Tommy Shaw (quest'ultimo anche negli Styx), in omaggio alla militanza di Jack Blades proprio nei 'dannati yankee'. Il sole è ormai tramontato, e si avvicina il momento delle due bands che si contendono l'headline della serata, cioè Foreigner e Journey. Qui va espresso un plauso ai tecnici che hanno saputo eseguire tutti i cambi palco con rapidità, precisione e senza inconvenienti.

Foreigner, Journey
I Foreigner erano venuti per la prima volta in Italia a febbraio del 2010 (prima non avevano mai suonato nella nostra nazione) e, inspiegabilmente, ripetono l'esperienza a così breve termine. Ma nel giro di poco più di un anno troviamo già un cambio nella line-up: Mark Schulman ha sostituito Brian Tichy dietro i tamburi. La scaletta è invece, grossomodo quella del tour di un anno fa, solo condensata per ragioni di tempo, rinunciando agli interventi solistici sul palco da parte di tastiere e batteria.
E se già nel tour precedente i Foreigner avevano scelto di eseguire due sole canzoni dal nuovo album “Can't slow down” (la title-track e la ballad When it comes to love), quest'anno rinunciano anche alla ballad, scegliendo solo la title-track come unico brano dal CD del 2009. Tantissimo spazio ai classici, dunque, dall'apertura con Double Vision e Head Games alla inevitabile chiusura con I want to know what love is (ok, quelli tra i lettori che stanno pensando: “ah, quella di Mariah Carey!” oppure: “Ah, lo spot del
Cornetto” sono pregati di smettere di leggere subito!). Il vocalist Kelly Hansen, che ha sostituito lo storico dimissionario Lou Gramm (peraltro ormai affetto da gravi problemi di salute), si rivela un frontman eccellente non soltanto nella tenuta vocale, ma anche nella presenza scenica. Corre tra il pubblico e offre anche attimi di vero panico agli spettatori arrampicandosi sulle altissime impalcature a bordo palco e ...  fingendo di cadere!
Viene il momento dei Journey, altra band particolarmente attesa in virtù del fatto che la loro carriera ultratrentennale non li aveva mai visti esibirsi in Italia fino a oggi. Anche per loro, come per i Foreigner, cambio di vocalist, con lo storico Steve Perry sostituito dal 44enne filippino Arnel Pineda. E qui è il caso di sottolineare un curioso aspetto sociologico: quest'uomo, riuscito a entrare in una band di fama mondiale grazie alle sue eccellenti doti canore, ha dato vita a un singolare fenomeno di 'Orgoglio Nazionale' per cui le comunità filippine di tutto il mondo vanno ai concerti dei Journey apposta per sostenere lui e si schierano nelle prime file sventolando le bandiere della loro nazione. La qualità audio del concerto è decisamente la più elevata tra i quattro show della giornata. Apertura con Separate Ways (ricordate la suoneria del cellulare di Jim Carrey nel film “Yes Man”?) e via anche qui tra i grandi classici, con pochissime incursioni nel nuovo album “Eclipse”, appena uscito. Anche Pineda non fa rimpiangere per grinta e potenza il vecchio Steve Perry (ma su questo argomento va detto che i pareri dei fan storici sono discordanti), ma nella serata persino il flamboyante drummer Deen Castronovo mostra sorprendenti doti vocali in “Keep on running”. Gli occhi dei fan si appannano di lacrime durante le commoventi introduzioni pianistiche di Jonathan Cain in Open Arms e in Faithfully, dopodichè, finale di prammatica con la loro più famosa song, Don't stop believin' (recentemente riscoperta da molti giovani grazie al telefilm/musical “Glee”) e unico bis con Anyway you want it che culmina in una esplosione di coriandoli.
Alberto Sgarlato

Foto di Alberto Sgarlato

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