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sabato 27 agosto 2011

DIE! DIE! DIE!: "Form" (2011, Golden Antenna Records, Goodfellas)

In Europa la musica propende sempre verso la tendenza del momento, viaggia con i ritmi forsennati, consumistici e impersonali della moda e ne subisce gli stessi dettami. In piena fase di rock’n’ roll revival i saccenti del mestiere hanno acceso i riflettori su alcune “scene” esterne al vecchio continente per mostrarsi alternativi e ben sintonizzati. Tutto questo per lo più è servito ad alimentare il calderone del mainstream o
rimpinguare il mercato discografico dannatamente accorto ad imporre gli hype del momento. Ma dalla Nuova Zelanda, terra dello spirito libero maori e culla della multicultura, non emerge uno status da commercializzare sulla pubblica piazza.
C’è fermento, c’è dinamica, ma non c’è nessuna pretenziosità. Non si suona per fare business o acquisire fama ma per liberare energia. I Die! Die! Die! incarnano perfettamente quell’idiosincrasia al genere musicale che noi vogliamo per forza appioppare a tutto o a tutti per ridurre ogni cosa a pura fenomenologia. Suonano dal 2003, lo scorso anno è uscito "Form" (Flying Nun Records), loro terzo lavoro distribuito da Golden Antenna Records (2011) nei mesi scorsi anche a livello internazionale. Presentano con questo disco l’ennesima evoluzione sonora dopo la prevalenza minimal punk dell’omonimo esordio del 2005 (alla regia Steve Albini!) e le digressioni alt rock e indie punk di “Promise Promise” (2007).
Poi Daze che intesse il muro sonoro dei My bloody Valentine. Potenza e grinta musicale genuina e disincantata che è pura e coinvolgente voglia di divertirsi, non vessillo di tormento generazionale o ricerca di espressività in cui far confluire malessere e ribellione. Sfaccettature di noise, shoegaze e pop punk che si liberano in leggerezza a volte deliziose e di godibilissimo ascolto come nel caso di Frame e HT, a volte come rimpatriate annaffiate di birra in combriccola tra amici: Wasted Lands, Caseman ed altre come semplici equilibri armonici che si lasciano ascoltare e con la stessa indolenza si dimenticano subito dopo: Lil Ships, We built our own oppressor. Del resto il loro Welfare State prevede proprio tutto, perfino dei sussidi ai creatori di arte, è troppo lontano dagli intrighi di corte e dai giochi di potere della corruzione, non si può fare del rock incazzato ma solo scanzonato. Loro lo fanno veramente bene e ci danno senz'altro una lezione di buonsenso e di ascolto gradevole e senza pensieri.
Romina Baldoni

Golden Antenna Records

Shine Through
Frame




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