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sabato 18 giugno 2011

MOVIES - Lo Spazio chiuso: Il Cinema di ROMAN POLANSKI

Disse Enrico Ghezzi, in un raro momento di comprensibilità, che Roman Polanski (Rajmund Roman Ljebling) se non è uno dei dieci registi più grandi nella storia è certamente l'undicesimo. Difficile affrontare un autore così importante, su cui sono state scritte molte monografie (ottime quelle di Magrelli e di Rulli/De Bernardinis, entrambe fuori commercio). In questo articolo affronterò alcuni dei temi ricorrenti nella sua opera.
Attenzione: per poter interpretare compiutamente alcuni film sono obbligato a svelare il finale, per cui metto sull'attenti chi non li avesse ancora visti. Parlando di Roman Polanski è impossibile non partire dalla biografia del regista. La famiglia Polanski,ebrea, aveva lasciato la Polonia per trasferirsi a Parigi, dove Roman nacque il 18/8/ 1933. Nel 1936 hanno la cattiva idea di tornare in patria, per finire poi internati in un lager ed assassinati dai nazisti. Roman ebbe un infanzia di orfano sbandato, da cui si salverà iscrivendosi ad una scuola di teatro. Negli anni '50 i primi lavori come attore e sceneggiatore per Wajda e Munk. E quindi i primi cortometraggi. Nel 1969, quando è già un regista affermato, la moglie, la bellissima attrice Sharon Tate viene trucidata dalla setta di Charles Manson. Nel 1976 ha un'accusa di stupro da una minorenne, che sconterà più di trent'anni dopo, sebbene la famiglia della ragazza avesse ritirato la denuncia, poiché considerava il giudice in malafede verso Polanski.

Lo spazio chiuso

La maggioranza dei film di Polanski si svolge in uno spazio chiuso, spesso delimitato dall'acqua. Si svolgono su una nave “Il coltello nell'acqua”, “Luna di Fiele”, “Pirati”. Si svolgono su un promontorio o un isola separati dalla terraferma da una tempesta “Cul de sac”, “Che?”, “La morte e la fanciulla”, “L'uomo nell'ombra”. Possiamo aggiungere “Repulsion”, “Rosemary's baby”, “Per favore non mordermi sul collo”, “L'inquilino del terzo piano”, che si svolgono in gran parte in un unico ambiente. L'acqua ha sempre un ruolo chiave, anche quando non è quello di limite: in “Chinatown” il controllo delle reti idriche è il motore della vicenda noir, ne “L'inquilino...” la recente riparazione delle tubature giustifica un affitto alto. L'acqua non ha mai nel cinema di Polanski un valore positivo, non ha la funzione materna, ctonia, che le affida normalmente l'interpretazione simbolica (vedi “Thalassa” di Ferenczi). È piuttosto una mano del destino, l'evento che scatenerà i fatti. Anche lo spazio dell'azione, condominio, villa o nave che sia, non è mai semplice ambiente ma un vero e proprio personaggio. Emblematico in questo senso è “Repulsion” primo lungometraggio girato da Polanski in occidente. (trailer) È la storia di una ragazza, Carol(una Catherine Deneuve di una bellezza sconcertante) la cui fobia per gli sconosciuti degenera nella psicosi. Carol finisce per chiudersi nella propria stanza e soccombere. È evidente il riferimento al racconto “La tana” di Kafka: un suicidio mascherato da tentativo di salvezza. Si può leggere nella “tana” di Carol il desiderio di regredire sino all'utero o, seguendo lo psicoanalista Wilfred Bion, di ritrovare la funzione della madre come “contenitore” che difende dagli attacchi esterni (che secondo Bion sono dati dalla complessità del mondo esterno che il bambino non è ancora in grado di interpretare). Perfetto esempio di spazio chiuso popolato da elementi minacciosi sono i due film più belli di Polanski, “Rosemary's baby” e “L'inquilino del terzo piano”. Peraltro in questi due film compaiono due topoi tipici della Hollywood classica: nel primo l'individuo invischiato in un gioco più grande lui (gran parte del cinema di Hitchcock), nel secondo l'individuo schiacciato da una piccola comunità ostile (“Johnny Guitar” di Ray e molti film di Sirk e Mankiewicz). In Rosemary's baby, da un discreto romanzo di Ira Levin, una graziosa sposina (Mia Farrow) vede la propria felicità trasformarsi in incubo: una maternità difficile che però vede un intero condominio prodigarsi per il successo. Lei è la prescelta dal diavolo per generare un figlio e tutti i vicini sono adepti del maligno. Peraltro tutti i vicini, soprattutto i Castavets, una coppia di anziani, appaiono molto simpatici. Rosemary è una donna bambina, il suo gesto più eclatante è tagliarsi i capelli alla moda, come fanno le ragazzine per emanciparsi dalle mamme che le vorrebbero bambole dai capelli lunghi... Quando rimane incinta sviluppa una fissazione per gli oggetti: ognuno è una prova del complotto. Il tema del complotto è ricorrente nella cultura pop americana, specie dall'omicidio Kennedy. D'altronde in una società basata su un individualismo estremo come quella U.S.A. la paranoia è inevitabile. Questo film portò a Polanski l'accusa di svolta reazionaria da parte dei critici più ideologici: i personaggi anziani sono più simpatici di quelli giovani e la maternità (seppure diabolica) è il ruolo ideale della donna. Mi sembrano critiche campate in aria, paranoidi quanto il clima del film. Ne “L'inquilino del terzo piano”, da un romanzo di Roland Topor, più noto come illustratore, Trelkowsky, un impiegato (chiaro riferimento a Kafka), un “uomo senza qualità” (che però riesce a conquistare una bellissima ragazza, Isabelle Adjani), interpretato dallo stesso Polanski, viene portato alla follia dalla comunità dei vicini che lo identificano con l'inquilina precedente, in coma dopo un tentato suicidio. Nel condominio che accoglie Trelkosky se lo spazio è chiuso il tempo è bloccato nella ripetizione psicotica, 'glaciazione' la chiamerebbe lo psicoanalista Solomon Resnik. (scena) L'impiegato può farne parte solo se accetta di incarnare una figura già presente, quindi per sopravvivere dovrà adottare a sua volta una difesa psicotica, l'identificazione proiettiva, diventando così Madame Simone. Quando compie il gesto finale, che deve ripetere perchè il condominio/inconscio psicotico, non conosce il tempo ma solo la ripetizione, i condomini assistono immobili, la glaciazione è completa. Dettagli tecnici: in questo film Polanki, che nell'edizione italiana si doppia da sé, è il primo regista a usare la Louma, una telecamera montata su un braccio snodabile, che consente lunghe riprese interne.
Nel cinema di Polanski la natura praticamente non esiste, se escludiamo il mare o la pioggia, che hanno comunque funzione di barriera/limite (ma erotizzare il limite, dice la psicoanalista Marguerite Sechehaye, significa negare/sfidare la morte), con la parziale eccezione di “Tess”. Questo è il film che Polanski, regista spiazzante per definizione, realizza “contro sé stesso” (come il Truffaut di “Mica scema la ragazza”). Mentre l'horror trionfa Polanski gira un film romantico. Tess (una splendida Nastassja Kinsky: Roman è ossessionato dalle fanciulle in fiore, come Rohmer, Lattuada e molti altri registi) ragazza sedotta e abbandonata, è creatura della terra e ad essa è legata, ma è una terra che non genera, come l'acqua nei film precedenti. Tess perderà il figlio e poi la vita, al contrario di Rosemary che accetta il figlio mostruoso, mentre è l'aria, stavolta non l'acqua, a farle da limite. “Tess” è il film di Polanski più legato al mito e infatti si conclude nel luogo mitico di Stonehenge. Le immagini citano la pittura dell'800, Constable, Corot, Pissarro, il direttore della fotografia è Geoffrey Unsworth, (quello di “2001 Odissea nello spazio”)

Le relazioni

I film di Polanski spesso si basano sull'incontro/scontro tra due coppie o una coppia e un terzo. Il tema delle relazioni, quasi mai sentimentali ma forzate o casuali, è centrale nel cinema di Roman. Una coppia molto singolare è protagonista del suo primo corto “Due uomini e un armadio”. Essi escono dall'acqua (unico caso di uso classico del mare come origine) e portano un armadio. Non hanno una storia, non gli interessa nulla di quanto accade intorno a loro. Hanno un compito, portare l'armadio, e questo faranno. Ne “Il coltello nell'acqua” una coppia benestante carica un autostoppista e lo invita a una gita in barca (scena). Tra la donna e i due uomini si innesta un gioco erotico che in realtà è un gioco di potere. 'Voi due siete uguali', dice ad un certo punto la donna. Certamente questo film, piuttosto oscuro, ha come il precedente una lettura politica, difficile da cogliere per il non polacco. A volte la coppia protagonista è maestro-allievo, come in “Per favore non mordermi sul collo” o in “Pirati”. Sul tema delle relazioni i film più emblematici di Polanski mi sembrano “Cul de sac” e “Luna di fiele”. In “Cul de sac” una coppia vive isolata in castello sul mare. Lei, Teresa (Francois d'Orleac, sorella di Catherine Deneuve, poi morta in un incidente stradale) è molto più giovane del marito George (Donald Pleasence), sposato solo per i soldi. I due si ritrovano in casa una coppia di gangsters (Lionel Stander e Jack Mac Gowan). L'attrazione di una coppia per l'altra è immediata, ovviamente non tanto per le persone fisiche quanto per i loro ruoli. Come dice Brecht, in ogni borghese si nasconde un gangster e in ogni gangster un borghese. I gangsters sono violenti e volgari, ma vitali, intraprendenti. Il marito di Teresa è un pantofolaio, probabilmente impotente. È un uomo immaturo, in fuga dal mondo, che si è rinchiuso in uno spazio altro, intellettuale nella torre d'avorio. Teresa è la più perfida della donne Polanskiane, è la rappresentazione del desiderio irrisolto e manipolatore. A questi personaggi se ne aggiunge uno nominato e mai visto, Kattelbach, parafrasi del Godot di Beckett.
In “Luna di fiele” una coppia in crisi, Nigel e Fiona (Hugh Grant e Kristin Scott Thomas) parte per l'India in cerca di un nuovo stile di vita. Sulla nave un viaggiatore gli dice che in India troveranno solo puzza e povertà (notare lo scontro tra due luoghi comuni, spesso ripetuto nel film). Durante un party Nigel è attratto da una bellissima ragazza che balla in modo sensuale, Mimi (Emmanuelle Seigner, moglie di Polanski) (Mimi's Dance). Un uomo in sedia a rotelle, Oscar (Peter Coyote) dice a Nigel che potrà avere Mimi, ma il prezzo da pagare sarà altissimo. Oscar inizia a raccontare la propria storia di scrittore fallito e la relazione con Mimi, culminata nell'incidente che lo ha paralizzato (scena che cita “La magnifica ossessione” di Sirk). A questo punto si è formata una nuova coppia, il narratore e l'ascoltatore, e stavolta la coppia è perfetta, Oscar trova in Nigel il pubblico che non ha mai avuto: la vera ferita narcisistica, dice lo psicoanalista Massimo Recalcati, è non essere riconosciuti. La storia narrata, kitch, a volte inverosimile e quasi ridicola, in cui Polanski affonda a piene mani negli stereotipi del cinema soft-core, potrebbe essere totalmente falsa, ma questo non è importante. Come in una psicoterapia, non conta se la persona racconta la verità, ma se accetta di raccontarsi e crea il legame col terapeuta. Se, come dicono gli psicoterapeuti Anderson e Goolishian la vita è la narrazione della nostra storia e la nevrosi é l'incapacità di narrare la continuazione ecco che Oscar ha trovato la soluzione. E se poi troviamo Fiona a letto con Mimi e non Nigel è solo la ricomposizione della simmetria. Come avviene nelle famiglie cosiddette “invischiate” (quelle dove c'è confusione nei ruoli), così nel film alla rottura di un'alleanza (le coppie iniziali) e alla nascita di una nuova (la coppia narratore/ascoltatore, quella riuscita) se ne deve contrapporre un'altra tra i membri rimasti isolati, in quello che Mara Selvini Palazzoli chiama “gioco psicotico”. Sbaglia de Bernardinis quando definisce il doppio colpo di pistola finale un incredibile happy end (quello semmai vale per “Hana Bi” di Kitano). Il ritorno alla normalità sarà ritorno alla nevrosi. Scambiato per un banale film erotico ed un opera alimentare “Luna di fiele” è in realtà uno dei film più sottili e riusciti di Polanski (scena). Un nuovo gioco di relazioni è alla base del nuovo “The God of Carnage” (titolo provvisorio), tratto dal dramma di Yasmina Reza, in cui due coppie (Jodie Foster, John C. Reilly, Christoph Waltz e Kate Winslet) cercano di capire perchè i propri figli hanno compiuto un atto teppistico.

Figure femminili, misoginia di Polanski

Carol, Rosemary, Tess: tutte donne “mancate”. Tutte figure cristallizzate in uno spazio chiuso, farfalle che non escono dal bozzolo. Carol rifiuta la sessualità, Tess non può procreare, Rosemary partorisce un mostro. L'uomo Trelkoski deve diventare una donna, l'inquilina precedente, per essere parte del tutto, è la figura che evolve maggiormente tra queste, ma è un evoluzione psicotica, ancora più di quella di Carol. In altri film le figure femminili sono oggetto del desiderio e quindi motore della storia: Kristina, Mimi, Teresa, (Cul-de-Sac, Roman Polanski, 1966) diversamente da quello che avviene in Kubrick in cui il Desiderio, come direbbe Lacan, esiste di per sé e dopo si rivolge all'Altro. Ma Polanski è davvero un misogino come spesso si è scritto? Difficile dirlo. Innanzitutto non dobbiamo farci influenzare dalla sua storia personale. Certamente nei suoi film non c'è l'esaltazione della donna che c'è in Truffaut e Godard, ma nemmeno il sadismo di Hitchcok. Nel suo cinema il ruolo della donna è quello che troviamo in molti grandi del cinema (Fellini, Tarantino, il cinema hollywoodiano in genere): motore del desiderio, continente sconosciuto, Altro per eccellenza. In fondo la storia del cinema è la storia di una serie di uomini che hanno proiettato sullo schermo e non su un partner o sull'analista i propri fantasmi femminili.

Realtà e surrealtà

Polanski viene generalmente citato tra i maestri del fantastico. Eppure solo due suoi film sono decisamente fantastici, “Per favore non mordermi sul collo”, che è un horror ma in primis è una commedia e “La nona porta”, senz'altro il suo film meno riuscito, tanto da far pensare ad un lavoro alimentare. Anche “Rosemary's baby” viene considerato horror, ma si può ascrivere a quel cinema dell'ambiguità, ovvero storia leggibile come il delirio di un folle, che ha il suo massimo ascendente letterario nel “Giro di vite” di Henry James e quindi nella sua ottima versione cinematografica “Suspence” di Jack Clayton e ritroviamo in altri grandi film come “Picnic ad Hanging Rock” di Peter Weir o “L'australiano” di Jerzy Skolimoski, il miglior amico di Roman. Eppure la dimensione del fantastico aleggia sempre. Molti film di Polanski sono noir, genere che Todorov iscrive al fantastico per la presenza di una serie di topoi obbligati che quindi confliggono con la realtà, che è casuale. Ma quello che porta il cinema di Polanski nella direzione del fantastico sono i temi simbolici presenti. Una costante presenza del Male, che aleggia sempre: non per niente Roman è un superstite dell'Olocausto, il Male assoluto. L'intervento del Caso (o del Destino?) che interviene a muovere i personaggi, come la tempesta, ennesima nel suo cinema, che porta il carceriere Miranda (Ben Kingsley) a finire in casa della vittima Paulina (ma è veramente Miranda? La sua confessione è vera o è di nuovo la costruzione di una terribile simmetria?) in “La Morte e la Fanciulla”. Inclassificabile come genere un film come “Che?”: una bella ragazza fugge ad uno stupro (uno dei bruti è Carlo delle Piane!) e si rifugia in una villa dove vivono strani personaggi (Mastroianni, Guido Alberti l'inventore del liquore Strega trasformato da Fellini in attore, Alvaro Vitali, Polanski stesso) che compiono in continuazione gli stessi gesti. La glaciazione del tempo che abbiamo già visto ne “L'inquilino.." ma qui declinata in chiave comico surreale. “Frantic” si basa su quel meccanismo narrativo che Hitchcock chiamava il “McGuffin” (da una vecchia barzelletta, potremmo tradurlo il Sarchiapone, quello dello sketch di Walter Chiari), ovvero un evento di per sé insignificante ma che funziona bene come spunto per un film: qui l'uomo incriminato per errore e per di più in un paese di cui non conosce la lingua. Si parla di un thriller per un progetto ancora in pre-produzione, “True crime” tratto però da un fatto relamente successo in Polonia. Ancora una volta un'ibridazione tra realtà e surrealtà ottenuta con lo strumento del cinema di genere.

Influenze e progetti falliti

É difficile trovare influenze e somiglianze in un artista come Polanski. Alla domanda “chi è il più grande regista polacco?” penso che chiunque risponderebbe Wajda o Kiesloski, Roman è troppo nomade e cosmopolita per essere incasellato geograficamente. In un intervista a Positif afferma di amare Bunuel, Lang, Wilder, Kazan, Benedek. Di questi solo il primo può essere accomunato, per le tematiche surreali, per lo humour nero e per i movimenti di macchina continui ma poco evidenti. Con Lang ha in comune il tema ricorrente dell'innocente perseguitato, ma entrambi furono ebrei sotto il nazismo. In un intervista a “Cahiers du cinema” afferma di amare soprattutto Welles, Kurosawa e Fellini, e poi Truffaut e Bresson, artisti distantissimi da lui, anche se vi sono somiglianze stilistiche, tra il primo Truffaut e il primo Polanski, ma è lo stile dell'epoca -la Nouvelle vague era molto seguita - mentre non amerebbe particolarmente Hitchcock, che invece è uno degli autori con cui ha spesso somiglianze, sia tematiche che formali. Inoltre afferma di amare molto “L'occhio che uccide” di Michael Powell, film incompreso dalla critica dell'epoca e rivalutato in seguito. La capacità di essere autore muovendosi tra i generi e la presenza ossessiva di alcuni temi renderebbero spontaneo il paragone con Kubrick. In entrambi appare il dominio del Caso sui personaggi, che in Kubrick assume la forma di elemento che sfugge al controllo (la vera ossessione di Stanley). Ma in Polanski non c'è l'ossessione formale di Kubrick, o perlomeno non ai livelli metafisici dell'americano, il confronto continuo con la morte, la sessualità dei personaggi è più libera. Inevitabile l'influenza di Kafka e probabilmente dei Surrealisti, mentre non trovo grandi somiglianze col grande esule della letteratura Polacca, Witold Gombrowicz. Come quelli di Gombrowicz i personaggi Polanskiani sono spesso degli immaturi, ma in Roman non c'è l'idea dell'immaturità come chiave di lettura del mondo che c'è in Witold. Evidente l'influenza del Teatro dell'Assurdo.
Nel 1990 Polanski inizia a lavorare ad un adattamento de “Il sosia” di Dostoevskij, ma ben presto il protagonista John Travolta abbandona il set, perche, dice “il regista cambiava la sceneggiatura”, cosa impensabile ad Hollywood. Roman lo sostituisce con Steve Martin, ma adesso è la primattrice Isabelle Adjani a fare le bizze e a lasciare il set perchè pretende un partner di primo piano. Carol Boquet accetta il ruolo ma ormai si è perso troppo tempo, i costi sono lievitati e i finanziatori bloccano le riprese sequestrando la sceneggiatura, come avviene in questi casi. Peccato, l'incontro Polanski- Dostoevskij era davvero stimolante (e Steve Martin sarebbe stato un ottimo interprete checché ne pensasse la capricciosa Adjani). Quindi Steven Spielberg propone a Polanski di dirigere “Schidler's list”, ma questi rifiuta, non sentendosi pronto per parlare dell'Olocausto da lui vissuto in prima persona. Ci riuscirà nel 2002 con “Il pianista”, vincitore di un'ottima edizione del Festival di Cannes, pare per merito della giurata Sharon Stone che amò tantissimo il film convincendo così il presidente David Lynch, che peraltro di Polanski è grande ammiratore. Detto tra noi, “Il pianista” è un bel film, ma per la Palma d'Oro io avrei votato “Spider” di Cronenbergh e questa Palma a Polanski mi è sembrata un premio alla carriera. Del resto Polanski fu un discusso presidente di giuria a Cannes nel quando coprì di premi il “polanskiano” “Barton Fink” dei Fratelli Coen e a Venezia nel 1996, soprattutto per il premio come miglior attrice a Victoire Thivisol, una bambina di quattro anni. Dopo “Oliver Twist”, film che non ho amato molto, sontuoso formalmente ma poco polanskiano, Roman vorrebbe dirigere un kolossal sulla caduta di Pompei ma lo sciopero degli sceneggiatori bloccò l'opera. Fortuna vuole che Polanski per ingannare il tempo lesse il libro “The ghost writer” di Robert Harris, da cui trae “L'uomo nell'ombra”, oscuro thriller politico che lo riporta alle sue atmosfere migliori.

Polanski attore

Polanski, oltre che grandissimo regista è anche un ottimo attore. La leggenda narra che sul set reciti ad ogni personaggio la parte, ma facendola un po' male apposta per non metterli in difficoltà. A inizio carriera ha interpretato alcuni importanti film di Andrej Waida, come “Generazione”, “Lotna” e “Ingenui perversi” con Zbigniev Cibulski il “James Dean polacco” film purtroppo quasi sconosciuti in Italia. In molti dei suoi film fa una piccola apparizione, riservandosi i ruoli di Alfred in “Per favore...” e quello, interpretato splendidamente di Trelkoski. Due sue ottime interpretazioni sono in film italiani: lo spietato dirigente d'industria Steiner di “Caos calmo” e il kafkiano ispettore di “Una pura formalità”, il più eccentrico tra i film di Tornatore. Viene però il sospetto che, almeno nel film di Tornatore, il personaggio gli sia stato cucito addosso. Purtroppo non è arrivato in Italia un “Aspettando Godot” televisivo in cui interpreta Lucky.

La musica nei film di Polanski

Come molti registi Polanski inizialmente si affida ad un compositore stabile, il talentoso Krzysztof Komeda. Nato a Poznan il 27 aprile 1931, vero cognome Trzciński, fu pianista jazz, band leader, autore di quaranta colonne sonore prima di morire i1 23 aprile 1969 per i postumi di un incidente rimasto sconosciuto: forse uno scontro in automobile o una rissa in stato di ubriachezza. Komeda aveva studiato al conservatorio per poi intraprendere studi di medicina, ma la sua passione era il jazz, osteggiato dalle autorità polacche. Il suo disco “Astigmatism” (1965) è considerato uno dei cento dischi imperdibili di jazz europeo. La sua musica fonde ottimamente ritmi swinganti con partiture dissonanti per archi, apparendo perfetta per lo stile sincopato del cinema dell'epoca, influenzato dai Godard coi suoi tagli di montaggio imprevedibili. (Krzysztof Komeda - "Ballad for Bernt" (Knife in the water - Roman Polanski, 1962)
Alla morte di Komeda Polanski non sceglie un compositore fisso. È notevole l'apporto dato al “Macbeth”, film bello ma schiacciato dai sublimi precedenti di Welles e Kurosawa del gruppo avant-folk Third Ear Band, già autori dello splendido disco omonimo del 1970 (noto anche come “Four elements”), in questo disco rinforzati dal noto violoncellista e arrangiatore Paul Buckmaster (collaboratore tra gli altri di Bowie ed Elton John) (Fleance). “Frantic” ha senz'altro contribuito al successo di I've seen that face before (Libertango) cantata da Grace Jones. Infine davvero apprezzabile anche la colonna sonora de “L'uomo nell'ombra”, di Alexandre Desplat, cinquantenne compositore parigino autore di circa 124 colonne sonore per film francesi e inglesi, oltre che per il nuovo Malick “The tree of life” (Track 1 The Ghost Writer). Desplat non è un autore particolarmente originale, l'influenza di Bernard Hermann e Georges Delerue è innegabile, ma tra i nuovi compositori per il cinema mi sembra tra i più dotati.

Krzysztof Komeda'Cul De Sac'

Alfredo Sgarlato

Interview


Filmografia completa

Rower (La bicicletta) 1955 cm
Usmiech zebiczniy 1957 cm
Morderstwo (Il crimine) 1958 cm
Rozbijemi zabawe (Rompiamo la festa) 1958 cm http://youtu.be/TQcKPbei8Tg
Dway ludzie w szafa (Due uomini e un armadio) 1958 cm http://youtu.be/nponsMD-Sn4
Lampa (Lampadina) 1959
Gdy spadaja nieba anioly (La caduta degli angeli )1959 cm
Le gros et le magre (Il grasso e il magro) 1961 cm
Szaki (Mammiferi) 1962 cm
Noz w wodzie (Il coltello nell'acqua) 1962
La riviere de diamants (La collana di diamanti- episodio di “Le più belle truffe del mondo) 1963
Repulsion 1965
Cul de sac 1966
The fearless vampire killers (Per favore... non mordermi sul collo) 1967
Rosemary's baby 1968
Macbeth 1972
Che? 1972
Chinatown 1974
Le locataire (L'inquilino del terzo piano) 1976
Tess 1979
Roman Polanski's Pirates (Pirati) 1986
Frantic 1988
Compratore d'anime (mediometraggio pubblicitario) 1990
Bitter Moon (Luna di fiele) 1992
Death and the maiden (La morte e la fanciulla) 1994
Gli angeli (videoclip) 1996
The ninth gate (La nona porta) 1999
The pianist (Il pianista) 2002
Oliver Twist 2005
Cinema erotique (episodio di Chacun son cinema) 2007
The ghost writer (L'uomo nell'ombra) 2010
The God of carnage in post-produzione
True Crime in pre-produzione

Sceneggiature:
Aimez vou le femmes (di Jean Leon, 1964)
The girl opposite (Tv, di Lionel Harris, 1965)
La fille d'en face (di Jean Daniel Simon, 1968)
Le bateau sur l'herbe (di Gerard Brach, 1971)
A day at the beach (di Simon Hesera, 1972)

2 commenti:

Vincenzo ha detto...

Complimenti per l'articolo davvero informativo e interessante.

Pasquale ' wally ' Boffoli ha detto...

Grazie a te Vincenzo per l'apprezzamento: felici di esserti stati di prezioso supporto!

wally boffoli, direttore artistico di DISTORSIONI

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