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venerdì 11 febbraio 2011

JUSTIN BROADRICK, dai Godflesh ai Jesu: Il percorso che porta alla divinità.

Quando diversi anni fa ascoltai per la prima volta The Endless Path (2005) capii che la vita di Justin Broadrick era definitivamente cambiata. Il percorso musicale di Justin Broadrick è un viaggio nelle zone più buie e dolorose dell’animo umano, un percorso che inaspettatamente risale sino alle soglie delle regioni celesti, una esplorazione coraggiosa delle fragilità e delle speranze degli uomini.

La macchina ed il corpo: Godflesh

Justin Broadrick è un musicista inglese, polistrumentista, conosciuto per aver fondato nel 1988 i Godflesh e successivamente nel 2002 i Jesu. Ha dato vita e collaborato ad una infinità di progetti collaterali e paralleli tra cui Final, Blood Of Heroes, Council Estate Electronics, God, Grey Machine, Ice, Pale Sketcher, White Static Demon.
Justin visse una infanzia piuttosto deprimente nella Birmingham degli anni ’70 e ‘80, una città industriale piena di fabbriche e quartieri popolari. Nel 1985, all’età di 15 anni, prese parte alla creazione dei Napalm Death, una band grindcore seminale che mescolava post-punk e metal in una mistura estrema che segnò l’hardcore degli anni ‘90.
Profondamente influenzato dal post-punk dei Killing Joke e dalle sonorità industriali dei Throbbing Gristle, decise di abbandonare la monotonia dello speedmetal per dar vita nel 1988 (insieme all’amico G. Christian Green) ad un progetto denominato Godflesh che fece deviare prepotentemente il corso del rock più estremo ("heaviest band in existence" dirà qualcuno). Si parlò allora di industrial metal, una categoria che non coglie pienamente l’essenza di questa band che invece ha sempre avuto nell' aggressività e nella depressione del post-punk un riferimento costante.
Nel 1988, a soli 19 anni, Justin realizza insieme ai Godflesh il primo album capolavoro: "Streetcleaner" (1988), una pietra miliare del rock. Streetcleaner è una visione dura e desolata dell’esistenza umana.
Le sonorità industriali, caratterizzate dall’assenza di una batteria e dall’uso massiccio delle drum machine, saranno decisive nella definizione di quel rumore brutale, evocazione di un mondo totalmente meccanico ed inumano, che oltrepassa la naturalità dell’uomo. La religione, il continuo rimando agli elementi trascendenti, ma soprattutto l’ ossessione per la figura di Cristo, sono elementi che segnano costantemente la produzione di Justin Broadrick. Il Cristo rappresenta l’elemento di congiunzione tra l’uomo e dio, sostanza che è nello stesso momento umana e divina e come tale predisposta ad assorbire inesauribili sofferenze. Una visione angosciante e profondamente pessimistica.
Se la musica da sola non bastasse a descrivere tanta brutalità, ci pensa l’immagine di copertina ripresa da una scena del film “Altered States” (“Stati di allucinazione”) di Ken Russel, che non fa altro che aumentare il senso di una sofferenza sconfinata (Christbait Rising) (1988)
Quella dei Godflesh è certamente una religione che intimorisce ed impaurisce. Il tema del corpo/carne/macchina è sempre stato centrale nella musica di Broadrick. Non è la mente, ma il corpo l’elemento con cui l’uomo entra in contatto con la trascendenza. Il corpo in quanto luogo di raccolta delle affezioni costituisce lo spazio d’incontro privilegiato con la divinità. Il martirio del Gesù ne è la rappresentazione più tragica ed autentica.
Ma quella dei Godflesh non è una violenza sonora fine a se stessa, è l’effetto di un vero e proprio manifesto nichilista, che troverà l’espressione più piena nell’affascinante EP "Cold World" del 1991.
Il martirio della carne non porta ad alcuna salvezza, conduce direttamente al nulla, annienta. Il suono industriale, in quanto completamente estraneo a qualsiasi naturalità, amplifica l’effetto di disumanità ed alienazione di questo percorso che accompagna all’autodistruzione. Nihil (1991) è una sorta di parentesi nel cammino dei Godflesh, una apertura introspettiva, una finestra aperta sul mondo interiore, mondo che Broadrick non smetterà mai di esplorare. "Cold World" è il passaggio dall’anarchismo al nichilismo, il passaggio dalla rabbia/dolore alla paura/rassegnazione. Non vi è speranza alcuna.
'Il vostro dolore non ha alcuna credenziale qui / E' solo un ombra della mia ferita' (dirà in Mothra, 1992).
E’ una completa sconfitta Defeated (2001), l’atto finale di un processo di annullamento, un passaggio inevitabile, un percorso obbligato. Verso la fine degli anni ‘90, i Godflesh sono ormai riconosciuti come una band seminale nel panorama hardcore, avendo esercitato una profonda influenza su una intera generazione di musicisti, come espressamente riconosciuto da band quali Korn, Metallica, Danzig, Faith No More, Fear Factory, Converge, Isis, Pitchshifter, Ministry. Siamo nel 2002 quando, dopo 14 anni di attività, G. Christian Green abbandona i Godflesh per andare a suonare nei Killing Joke, contribuendo di fatto alla fine della band. Justin Broadrick subirà un duro contraccolpo psicologico che lo porterà ad un lungo periodo di auto-isolamento alla ricerca di un nuovo equilibrio interiore. Tra i brani scritti per "Hymns" ce n’era uno denominato Jesu, brano che Broadrick riteneva potesse costituire il nucleo di un nuovo progetto parallelo, non pensando mai che sarebbe stato invece il progetto che avrebbe sostituito del tutto i Godflesh.

Il sentiero che porta alla divinità: Jesu

Justin descrive il periodo che va dal 2001 al 2004 come uno dei periodi più duri ed impegnativi della sua vita, caratterizzati da un completo isolamento nel quale maturerà un profondo cambiamento esistenziale. Oramai Justin ha mani libere per esplorare la propria interiorità e cercare di superare l’esperienza nichilista dei Godflesh. Tra dubbi e continui riscritture dei pezzi, nel 2004 darà vita ad un bellissimo EP, "Heart Ache" (2004), costituito da un incredibile viaggio, che parte da sonorità industriali per cambiare rotta esattamente a metà del brano ed approdare ad una melodia spiazzante, malinconica, una sorta di sospensione, un momento di spiazzante bellezza. Un brano incredibile, ispirato, evocativo. Non c’è più l’esaltazione della sofferenza, traspare invece tra le pieghe la ricerca di una speranza. Un cambio di rotta definitivo, la percezione di una luce sottile, un manifesto di quel che sarà Jesu.
Nel 2005 esce l’album "Jesu" (2005), che definisce le coordinate del nuovo progetto, con una forte accentuazione della ricerca spirituale. “Sono una persona totalmente spirituale”, dirà Broadrick in una recente intervista. C’è sempre un interesse ossessivo per la figura di Cristo, che tuttavia in questo caso appare nella sua umanità, nelle sue paure, nei suoi dubbi. Mentre nei Godflesh la corporeità di Cristo rappresentava l’unico modo con cui l’uomo poteva accedere alle forme trascendenti della divinità, in Jesu la ricerca di dio si sposta nel versante più immateriale del rapporto. Il corpo appare trasfigurato e sublimato. Le sonorità diventano meno meccaniche, più introspettive. E’ come se Broadrick avesse preso coscienza della capacità salvifica della trascendenza. Scompare l’odio e la rabbia, rimane la sofferenza e la malinconia ma aggrappata questa volta ad una sottile linea luminosa di speranza.
La ricerca nella trascendenza non è un problema di fede, ma è una ricerca interiore, uno sguardo profondo nel proprio inconscio. E’ un modo per esorcizzare e sconfiggere le ombre della propria coscienza, per allontanare i propri demoni, per proiettare se stesso verso regioni più luminose. Dopo una parentesi nebbiosa e nostalgica con la splendida "Silver" (2006), è tuttavia "Conqueror" (2006) che completa quel cambio di rotta iniziato cinque anni prima. "Conqueror" è davvero un album capolavoro. L’oscurità è oramai vinta. L’odio e la rabbia sono stati definitivamente annullati, l’aggressività si è tramutata in malinconia, la brutalità sonora si è trasfigurata in un rumore di fondo costante ma rassicurante. Justin Broadrick è un nuovo Virgilio dantesco, che dopo averci accompagnato nelle zone più buie e dolorose dell’animo umano, ci riporta nelle regioni del riscatto, alle soglie delle regioni celesti. (Mother Earth) (2006). Certo è difficile affermare che ""Conqueror" (2006) sia un album pop, nonostante Justin Broadrick lo abbia più volte definito tale, dovendo riconoscere le profonde influenze che band quali My Bloody Valentine, Red House Painters e Codeine avevano esercitato su di lui in tutti questi anni. Vi è emotività e introspezione mescolata ad una densa malinconia e ad una cosciente solitudine, ma non c’è più nichilismo, non vi è più spazio per l’oscurità dell’odio, ma solo per una luminosa tristezza (Brighteyes) (2006). Una tristezza che tuttavia consente di andare avanti, di non fermarsi. Una grande solitudine certo, ma forse è un pedaggio, un costo necessario per percorrere quel sentiero che porta alla divinità. "Lifeline" (2007).

Felice Marotta


Discografia completa di Justin Broadrick, dei Godflesh, dei Jesu e dei suoi innumerevoli progetti paralleli

Alcuni progetti paralleli di Justin Broadrick:

Pale Sketcher - Can I Go Now (2010)
Final - My Body Is A Dying Machine (2010)
Pelican - Angel Tears (JK Broadrick Version, 2005)

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