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sabato 4 dicembre 2010

MOVIES: "I Gatti Persiani" (Bahman Ghobadi, 2010)

Ha dovuto lottare tre anni il regista Bahman Ghobadi per poter realizzare il film "I gatti persiani", arrivato nelle sale cinematografiche italiane nel 2010. Lo dice nel film e lo ripete in tutte le interviste Bahman Ghobadi. Il film è infine uscito, distribuito gratuitamente per le strade in Iran per far conoscere il più possibile la realtà che descrive spesso nascosta anche agli stessi iraniani, e diffuso tramite i canali ufficiali nei paesi occidentali; ha anche vinto il premio speciale della giuria nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes nel 2009, ma il regista, nel frattempo espatriato, ora non può rientrare nel suo paese perché rischierebbe l'arresto.
Il governo del suo paese, l'Iran, ex Persia, non ha infatti gradito l'uscita del film perché si tratta di una denuncia, una denuncia urlata a suon di musica, delle difficoltà che musicisti e band hanno nel paese di suonare rock e altri generi contemporanei.
In Iran, come spiega il film, ci sono alcune migliaia di band musicali (oltre tremila, specifica il regista in un intervista), ma i ragazzi vengono arrestati e imprigionati per mesi e vengono loro sequestrati gli strumenti se la polizia li scopre mentre provano nelle cantine, sui tetti delle case o in vari altri luoghi improvvisati; inoltre, alle donne è proibito cantare se non in coro e in cori che siano di almeno 2-3 persone. Anche ascoltare rock nei locali pubblici o alle feste è vietato, come ben si vede nel film. Un divieto che tra l'altro non riguarda solo la musica ma tutte le forme di arte underground.
Il governo sa dell'esistenza di tutte queste bands, spiega Bahman Ghobadi, e le perseguita in ogni modo perché le considera una minaccia. La musica, soprattutto la musica indipendente e quella che gira nei circuiti underground è infatti libertà, libertà di espressione innanzitutto, e quindi anche di contestazione, tanto più aspra in quanto si trova a dover reagire a un sistema repressivo come quello di un regime.
«Dobbiamo stare attenti ai testi, se no ci becchiamo tre anni» dice Ashkan (Ashkan Koshanejad), uno dei due protagonisti principali del film, a Negar (Negar Shaghagi), sua amica e cantante del gruppo indie rock di cui si racconta in "I gatti persiani".
Il gruppo sta cercando di partecipare a un festival a Londra e quindi insegue i permessi e le autorizzazioni necessari per registrare, per i passaporti, per i visti per l'espatrio, che inevitabilmente passano attraverso tutto un sottobosco di figure che sul traffico illegale di questi documenti ci vive. Nel loro paese Ashkan e Negar non riescono a suonare la loro musica e vorrebbero farlo all'estero pur continuando a sperare che i loro genitori e gli amici possano vederli in un concerto almeno una volta. Ma non è così facile nemmeno andare all'estero. Proprio come per i gatti persiani, animali che in Iran è proibito fare uscire dal paese.
Tra tutti l'urlo più forte nel film è senza dubbio quello del rapper Hinchkas con il suo rap in persiano sulla vita a Teheran, cantato su immagini drammatiche di povertà e degrado, le stesse che le parole del rap descrivono, montate in forma di videoclip (come anche altre scene del film) e che arriva dritto al cuore e alla mente verso la fine della storia, quando il pubblico è già carico di emozioni.
Di emozioni il film ne dà infatti davvero tante, come ormai succede raramente nelle sofisticate produzioni cinematografiche cui siamo abituati, anche per lo stile in cui è girato, uno stile aggressivo, arrabbiato, underground che difficilmente si trova ormai nei registi occidentali, anche in quelli che passano per essere meno conformisti.
Oltretutto i musicisti rappresentati nel film, dieci band diverse, esistono tutti nella realtà, non ci sono attori, e le storie raccontate, le location rappresentate sono tutte vere. Diventa quindi anche un importante documentario sulla scena musicale underground in Iran di cui non si sa molto, in effetti, proprio perché difficilmente riesce ad emergere. Il gruppo protagonista del film, i Take It Easy Hospital, vive ora a Londra ma Ashkan, il protagonista maschile, ha fatto realmente 21 giorni di prigione per aver suonato in un concerto rock: fa impressione persino dirlo, condannato per concerto rock!
Si sa poco di queste bands, così come della realtà in Iran, e proprio la scarsa conoscenza, il silenzio sulla verità, sono ciò che aiutano quel regime, come tutti i regimi, a continuare la repressione. Nel nostro piccolo possiamo aiutare la verità andando a vedere film coraggiosi come questo, facendone circolare il dvd tra gli amici e divulgando in ogni modo (anche con questa recensione e Music Box) l'informazione che contengono e vogliono trasmettere al mondo.
Mai come in questi casi l'informazione è potere, un po' anche nelle nostre mani, e noi lo vogliamo usare.

Rossana Morriello

Il blog italiano del film
Il trailer

Alcune scene del film
il rap persiano di Hinchkas
Monica Bellucci
ufficio passaporti
interrogatorio
suoniamo anche sul marciapiede

together or alone ...

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